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Istantanee

aulaVenerdì 20 luglio si è concluso il Corso di Catechesi, che si è svolto dal 2 l 20 luglio nella sede dell’USMI Nazionale in via Zanardelli.

L’organizzazione del Corso è il frutto di collaborazione tra USMI Nazionale e USMI Diocesana di Roma, ed è convalidato dall’Ufficio Catechistico della Diocesi di Roma.

Settantadue le suore iscritte al Corso (quaranta del 1° anno e trentadue del 2° anno) appartenenti a varie Congregazioni Religiose che, con la loro presenza attiva e il loro impegno, hanno creato un clima fraterno e collaborativo, interagendo positivamente sia con i Docenti che tra di loro.

Giovedì 19 giugno, madre Yvonne Reungoat, la Presidente dell’USMI Nazionale, ha incontrato le partecipanti e, con il suo modo affabile e cordiale, ha sottolineato l’importanza della preparazione per il servizio a cui ciascuna è chiamata e il valore dell’intercongregazionalità.   Al termine dell’incontro, mentre stava uscendo dalla sala, una suora le ha augurato di ‘conservare il suo sorriso’ …

Il Corso si è concluso con un questionario scritto, un colloquio finale e… una merenda con pizza, dolci, bibite.

Si ringraziano tutte le persone che, con la loro vicinanza e sostegno, hanno collaborato alla buona riuscita del Corso: i Docenti che, con la loro preparazione e professionalità, hanno offerto ottimi contenuti, e quanti, dell’USMI Nazionale e dell’USMI Diocesana, si sono resi disponibili per l’accoglienza delle partecipanti, la gestione quotidiana e gli imprevisti che a volte si sono presentati.   Il Signore benedica tutti.

L’appuntamento è per il prossimo mese di luglio 2019 … attendiamo nuove iscrizioni, oltre alla conferma delle suore che hanno partecipato quest’anno.

Le suore partecipanti al Corso

Nella casa dei gesuiti la prima comunità per padri con bambini

villa

Quando è la mamma a smarrire l’orizzonte del benessere e della serenità per i propri figli deve esserci un’alternativa al naufragio familiare. Ne sono convinti i giudici del tribunale dei Minori di Torino, che da anni auspicano progetti in grado di coinvolgere i papà nella salvaguardia del ruolo genitoriale in situazioni di estrema fragilità o totale assenza delle madri.

Perché accanto a donne in fuga da case trasformate in prigioni di abusi e violenze ci sono anche mamme protagoniste di abbandoni. E padri che vorrebbero prendere in mano il timone ma hanno le mani legate a causa della mancanza di strutture che li sostengano nel loro percorso. Che la cura non debba declinarsi esclusivamente al femminile lo dice però anche la delibera regionale 25 del 2012, laddove sostituisce l’espressione «comunità madre-bambino» con la più ampia «comunità genitore-bambino». In apparenza una semplice variazione terminologica. A uno sguardo più attento una vera rivoluzione culturale che vede la luce oggi, per la prima volta in Italia, con la nascita di una comunità dedicata ai papà con figli minori.

Un progetto frutto di «un’alleanza per i più fragili» stretta dal gruppo Abele con la Compagnia di Gesù, che ha messo a disposizione dell’associazione di don Luigi Ciotti la suggestiva dimora storica di Villa Santa Croce a San Mauro Torinese. Dagli inizi del ‘900 la struttura immersa nei boschi della collina ha accolto migliaia di persone in cerca del senso dell’esistenza attraverso il silenzio, la riflessione, la pratica degli esercizi spirituali. Da oggi sarà la casa di chi attraversa la sofferenza e sogna un orizzonte più sereno. «Avremo spazi dedicati a un progetto di accoglienza di donne profughe e un piano intero destinato ad accogliere i nuclei padre-figlio», spiega Mauro Melluso del gruppo Abele, responsabile della comunità che sarà inaugurata a settembre, al termine di alcuni interventi di ristrutturazione. «Finalmente si potrà dare ai bambini una risposta che non è esclusivamente quella dell’affido extrafamigliare. Abbiamo già approntato un’equipe di educatori e psicologi, siamo pronti alla sfida».

«In un momento in cui il mondo ha grande paura di chi è in difficoltà, di chi è schiacciato da sofferenza e povertà, noi scegliamo di mettere i più fragili al centro, seguendo l’invito di papa Francesco a posare lo sguardo sulle tante croci del mondo», spiega padre Remondini, presidente della Fondazione Sant’Ignazio di Trento e incaricato del Provinciale per il progetto apostolico gesuiti-laici nell’area torinese.. «I poveri – sottolinea – sono sempre stati i veri padroni delle nostre strutture. Ci affidiamo al gruppo Abele perché li aiutino a riprendere i fili delle loro vite».

Una suora missionaria: “Di lebbra si muore ancora”

LEBBRA1In Madagascar, la lebbra non è sparita e fa ancora numerose vittime. Da oltre mezzo secolo, Marie Alleyrat, religiosa francese delle Suore della Divina Provvidenza di Saint Jean, trascorre la sua vita insieme ai lebbrosi malgasci nell’ex lebbrosario Ilena non lontano da Fianarantsoa. Ne ha visti moltissimi. Molti di essi li ha curati. Altri li ha aiutati a lenire le sofferenze di una malattia che evoca epoche antiche ma che è ancora ben presente. “La nostra struttura – spiega a Fides la suora – è stata fondata da missionari norvegesi nel 1898 ed è rimasta sotto la gestione della Chiesa fino al termine della colonizzazione francese. Poi è passata alla gestione dallo Stato che ha inviato qui numerosi medici e infermieri. A un certo punto, il ministero della Salute li ha però trasferiti in una struttura più moderna e questo ospedale è stato di fatto abbandonato. Alcuni anni fa però, i sacerdoti camilliani l’hanno riaperta e le attività di assistenza sono riprese”. Secondo l’Istituto Pasteur, la lebbra colpisce quasi tre milioni di persone al mondo. Nel 2017, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha segnalato 1.500 nuovi casi in Madagascar. “Molti pazienti muoiono ancora – osserva suor Alleyrat -. Sono i più poveri che non hanno accesso alle cure o arrivano troppo tardi negli ospedali. Muoiono per gli effetti della patologia o perché sono così deboli da non essere più capaci di contrastare malattie opportunistiche”. Eppure il morbo di Hansen oggi può essere curato grazie a terapie appositamente elaborate in anni di studi. E messi a disposizione dallo Stato malgascio. “Quando i pazienti vengono da noi per problemi di pelle – osserva la religiosa – sono visitati attentamente e, se trovati positivi alla lebbra, viene loro consigliata una terapia. Solitamente non vengono ricoverati e, se prendono con costanza i farmaci, in sei mesi guariscono e ritornano alle loro attività”. Nelle vecchie strutture del centro rimangono i vecchi pazienti, quelli che hanno subito malformazioni e mutilazioni tali che non possono più tornare a casa. “Sono ancora una ventina pazienti gli ex pazienti che non possono più tornare a casa – osserva la suora -. La loro è una condizione molto triste. Sono mutilati, non hanno le mani o i piedi o sono diventati ciechi. Non hanno una famiglia, né terra, né risorse per vivere. Non possono e non sanno dove tornare. Rimangono qui e noi li seguiamo quotidianamente”. (EC)

Fonte: Agenzia Fides

Sr Mariam: 50 anni di evangelizzazione silenziosa con le Piccole Sorelle di Gesù
Afghanist“Quando si è in missione in una terra come quella afghana, non si può evangelizzare in maniera tradizionale. L’unico modo per farlo è la vita. Nel corso degli anni ci sarebbe piaciuto farci portatrici del messaggio del Vangelo, ma potevamo farlo solo dando il buon esempio, provando a vivere correttamente come indicato nelle Sacre Scritture”. E’ la testimonianza rilasciata all’Agenzia Fides da C, una delle Piccole Sorelle di Gesù con un trascorso di quasi 50 anni in Afghanistan. Le religiose dell’Istituto femminile fondato nel 1939 da Magdeleine de Jésus, seguendo la via tracciata da Charles de Foucauld, arrivarono a Kabul per la prima volta nel luglio 1954 e, dall’anno successivo, cominciarono a lavorare come infermiere presso l’ospedale governativo della Capitale. Racconta suor Mariam: “Il popolo afgano è famoso per la sua ospitalità. Siamo state accolte in maniera straordinaria e, durante i periodi più difficili della guerra, abbiamo avuto molti amici del posto pronti a correre dei rischi pure di aiutarci”. Le Piccole Sorelle, infatti, rimasero in territorio afgano sia durante l’occupazione russa del 1979, sia nel corso della guerra civile iniziata nel 1992, spostandosi da Kabul unicamente per lavorare nei campi dei rifugiati di Jalalabad. Suor Mariam spiega che, anche dopo l’arrivo dei talebani, nel 1996, scelsero di continuare a prestare il proprio servizio negli ospedali indossando il burqa per passare inosservate: “Quando mi chiedono se è stato difficile vivere con la guerra, rispondo che dipendeva dai giorni. A volte avevo molta paura, i proiettili mi passavano accanto. Ma durante tutti questi anni mi sono sentita forte perché Dio non mi ha mai abbandonata. Ho imparato a vivere giorno per giorno, e ogni minuto della mia vita in terra afgana è stato davvero vissuto, grazie alla protezione di Dio”. Suor Mariam è rientrata in Svizzera nel 2016, quando l’Istituto ha preso la decisione di interrompere la propria missione in Afghanistan per carenza di giovani vocazioni: “E’ stato molto difficile tornare a vivere in Occidente, perché lo stile di vita è molto diverso. A Kabul la gente condivide, mette il poco che ha a disposizione di tutti. La vita è un po’ più semplice e naturale: si mangia sempre insieme, ci si riunisce intorno alle rare televisioni, non ci si preoccupa di avere un telefono all’ultima moda. La gente vive la propria piccola vita e, per molti versi, è più felice di noi, nonostante la guerra”. L’Afghanistan, paese al 99% musulmano, ospita attualmente un’unica parrocchia, con sede all’interno dell’Ambasciata italiana a Kabul, frequentata da circa un centinaio di persone, quasi esclusivamente membri della comunità diplomatica internazionale. Nella Capitale sono operative l’organizzazione inter-congregazionale di religiose “Pro Bambini di Kabul” e le Suore di Madre Teresa di Calcutta. Nel paese, inoltre, sono state avviate opere sociali ed educative da parte dei gesuiti indiani del Jesuit Refugees Service ed altre organizzazioni di ispirazione cristiana. (LF)

Da Agenzia Fides 25/6/2018)

Una donna per la Chiesa in Francia

Nominata segretario generale aggiunto della Conferenza episcopale

1Una donna come segretario generale (aggiunto) della Conferenza episcopale francese: è Christine Naline, 60 anni, quattro figli e otto nipoti, già responsabile della formazione dei catechisti a Lille, poi dei laici in missione ecclesiale a Nanterre. La nomina, per un mandato di tre anni, è avvenuta nei giorni scorsi al Consiglio permanente dei presuli francesi. Naline dovrà coordinare i servizi nazionali di pastorale.

«Sono rimasta colpita da questa scelta dei vescovi. Mostra che essi prendono sul serio la vocazione battesimale dell’insieme dei membri del popolo di Dio», ha detto Naline al quotidiano La Croix.

L’Osservatore Romano ricorda che nel 2016 Michel Aupetit, allora vescovo di Nanterre e oggi arcivescovo di Parigi, aveva chiesto a lei e a suo marito di organizzare il giubileo per i cinquant’anni della diocesi. Solo l’ultima di innumerevoli mansioni: «Ma ogni volta – sottolinea sempre Naline – rispondo solo dopo un tempo di discernimento, poiché non è mia intenzione far carriera nella Chiesa».

Altre donne nel mondo hanno già incarichi di prestigio nelle Conferenze episcopali: da suor Anna Mirjam Kaschner, segretario generale della Conferenza episcopale scandinava, a suor Hermenegild Makoro, segretario generale della Conferenza episcopale di Sud Africa, Botswana e Swaziland.

Il card. Sandri a suore armene: non perdete la speranza

suore1A conclusione del 170.mo anniversario di fondazione della Congregazione delle Suore Armene dell’Immacolata Concezione, il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, ha presieduto ieri, nella solennità del Corpus Domini, la celebrazione eucaristica, presso la chiesa di San Nicola da Tolentino in Roma, che è annessa al Pontificio Collegio armeno.  A concelebrare la Messa,  animata dal Coro armeno delle giovani allieve della Scuola di Gyumri, anche mons. Krikor Coussa, vescovo armeno cattolico di Iskenderiya (Alessandria di Egitto) e mons. George Assadourian, vescovo ausiliare del Patriarca Gregorio Pietro XX.

Collaborare al dono di Dio per l’umanità

Nell’omelia il card. Sandri ha posto l’accento sui carismi della Congregazione, quali l’accoglienza e l’educazione, e sulla necessità che essa continui attraverso le opere a collaborare al dono di Dio per l’umanità. “In questi 170 anni – ha detto il porporato – troviamo anche delle pagine eroiche: penso in particolare alla grande risposta di carità che avete intrapreso circa cento anni fa, quando siete diventate come delle sorelle e della madri per le orfane rimaste prive dell’amore di una famiglia a causa dello scatenarsi della violenza di quello che chiamiamo Metz Yegern. Lo avete fatto con più di 400 ragazze a Costantinopoli prima, ma poi anche vicino a Roma, a Castelgandolfo, dove giunsero nel 1922 per volontà di Papa Pio XI e poi trasferite l’anno successivo a Torino su interessamento del Governo Italiano”.

Rinascere nella carità

Ponendo l’accento sulla storia della Congregazione, il card. Sandri ha aggiunto: “Siete rinate attraverso la carità concreta per i piccoli e i poveri voi che per prime avevate subito violenze: tutte le case di Istanbul erano state distrutte, 13 consorelle massacrate e 26 deportate. E così avete continuato a vivere. E anche nel tempo più vicino a noi, quando nel 1991 si riaprirono le porte dell’Armenia, siete andate e avete avviato le attività che io stesso ho visitato con gioia e molto apprezzato”

Perseverare anche oggi

Dalla storia – ha proseguito il prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali – deve arrivare l’indicazione per l’oggi a perseverare, ad avere fede, a non perdere mai la speranza anche di fronte a situazioni che possono provocare scoraggiamento: “Il Signore stesso – ha affermato il cardinale – venga in soccorso di quella che a volte è anche una nostra mancanza di fede: ci aiuti a rimanere ben fondate sul dono della sua Carità, che nella Santa Eucarestia ha il suo vertice più alto, e a vivere una esistenza eucaristica attraverso le opere che abbiamo iniziato e quelle che potremo ancora intraprendere”.

Sinodo dei Vescovi sui giovani

In riferimento alle allieve della Scuola di Gyumri, che hanno animato con i loro canti la celebrazione eucaristica, il card. Sandri ha rivolto il pensiero al prossimo Sinodo dei Vescovi di ottobre, dedicato proprio ai giovani. “In questo anno dedicato loro dalla Chiesa, sappiano cercare la vera gioia conoscendo il Signore, sappiano apprezzare il dono della vera libertà che Lui solo ci garantisce, si interroghino sulla loro vocazione e il loro futuro perché anche grazie al loro contributo scompaiano le violenze, le guerre e le persecuzioni, e si avvicini la realizzazione della promessa di nuovi cieli e terra nuova”.

Fonte: Vatican news – 05.06.018

Il disperato appello dei vescovi del Congo: “La situazione peggiora di ora in ora”

GUERRA1«La situazione sta peggiorando di ora in ora ed evidenzia una recrudescenza del banditismo urbano. Non passa giorno senza che giungano notizie di terrificanti scene di uccisioni, rapimenti in diverse aree del Paese». Sono le parole nette e preoccupate al centro di un accorato appello – l’ennesimo – della Conferenza episcopale congolese (Cenco) rilasciato nella giornata del 24 maggio scorso, al culmine di un nuovo periodo di grossa tensione e nuove instabilità. La Chiesa, divenuta ormai un soggetto pienamente politico, si erge da tempo a difesa della democrazia e dei diritti e insiste sull’applicazione degli Accordi di San Silvestro che, siglati nel dicembre del 2016 grazie alla mediazione dello stesso episcopato, prevedevano l’indizione di elezioni entro il 2017 e indicavano una road map per il ritorno alla normalità di un Paese distrutto da anni di conflitto latente, povertà endemiche e, recentemente, il ritorno di Ebola (anche se il contagio, come afferma l’Oms, sembra essere stato fortunatamente limitato e ridimensionato).

 Da alcuni mesi a questa parte, sono proprio i vescovi e i laici cattolici a rappresentare il problema principale per Kabila la cui dura risposta non si è fatta attendere: dal dicembre scorso soffoca nel sangue le manifestazioni pacifiche organizzate da comitati di fedeli cattolici (cui si sono uniti ultimamente attivisti di altre confessioni e religioni) mentre ha vietato ogni forma di raduno e minacciato di reprimere rigorosamente ogni protesta.

 Al comando da ormai oltre 17 anni, Kabila ha accettato i principi dell’intesa di San Silvestro con riluttanza perché, secondo la Costituzione, non avrebbe potuto ricandidarsi e quindi addotto ogni motivo utile per rimandare le elezioni. Alla fine, dopo varie insistenze anche internazionali, l’8 novembre scorso, ha fissato il voto per il 23 dicembre 2018. Ma, è notizia delle ultime settimane, sta nuovamente mettendo in atto subdoli tentativi per posticipare le urne o, comunque, per riuscire a ricandidarsi.

 «Ci preoccupa ancora di più – continua l’appello dei vescovi – la serie di dichiarazioni che giungono dalla maggioranza presidenziale che evocano la possibilità di un altro mandato per l’attuale presidente della Repubblica, con grande disprezzo della nostra cara Costituzione e dell’Accordo di San Silvestro che, a tale riguardo, è molto chiaro».

 Raggiunto al telefono da Vatican Insider don Donatiene Nshole, segretario della Conferenza episcopale, esprimi i grandi timori della Chiesa e di un’intera popolazione. «Kabila non dice nulla, lascia parlare i suoi alleati e collaboratori i quali rilasciano dichiarazioni molto ambigue. Si parla di possibile ricandidatura, in spregio dell’Accordo di San Silvestro e della stessa costituzione che è molto chiara: dopo due mandati non c’è alcuna possibilità di ricandidarsi».

 «Kabila – prosegue il sacerdote – avrebbe dovuto già lasciare a dicembre del 2016. Siamo estremamente preoccupati, perché se il presidente intende veramente correre di nuovo per le elezioni, assisteremo a un netto deterioramento della situazione politico-sociale del Paese. La gente non accetterà mai questa eventualità e se il governo mostrerà di procedere in quella direzione non mancheranno disordini. Nel frattempo, giungono quotidianamente notizie di violenze e stragi nelle città così come nelle zone di Beni Butembo, Goma e altre. Ai confini, la gente continua a fuggire».

Dalla fine dello scorso anno si sono susseguite manifestazioni organizzate dai laici cattolici spesso represse nel sangue, il timore ora è che ce ne possano essere di nuove. «Si moltiplicano voci di future marce organizzate dai laici cattolici e la società civile per manifestare la preoccupazione di tutto il popolo per la situazione che si sta verificando», spiega don Nshole. «Il 25 febbraio scorso, si è svolta una imponente manifestazione che faceva seguito all’appello dei vescovi cattolici a chiedere giustizia e rispetto degli accordi e a mostrare che il popolo stava con gli occhi aperti. Il principio alla base era dire no a un potere che agiva secondo la legge del più forte. Ci sono stati molti scontri, morti, ma il popolo non si è lasciato intimorire ed è pronto di nuovo a scendere in piazza. C’è un rischio reale di arrivare a una rivoluzione perché la gente è senza speranza, non crede più nell’accordo o nel dialogo. So per certo che i laici cattolici si stanno preparando a riprendere le marce e a mobilitare più forze».

Sulla risposta avuta all’appello del 24 maggio, il segretario della Conferenza episcopale dichiara: «Abbiamo sentito l’urgenza di far udire la nostra voce nella speranza che con questo appello il governo capisca che la strada è senza dubbio sbagliata. Non abbiamo ricevuto risposte ufficiali, ma in privato tantissime persone, di diverse appartenenze, ci hanno fatto arrivare le loro congratulazioni. La gente ormai vede nella Chiesa l’unica struttura organizzata capace di fronteggiare il potere e sempre più si rivolge a noi nella speranza di un cambiamento».

La “rivoluzione” dell’Infanzia Missionaria:

da 175 anni “i bambini aiutano i bambini”

INFANZIA“Con l’Opera della Santa Infanzia è nato un nuovo stile di missione che mette al centro la grazia del battesimo, dal quale scaturisce la missionarietà di ogni cristiano, e riconosce anche ai bambini il diritto di riceverla e il dovere di donarla. Per la prima volta nella Chiesa i bambini sono diventati soggetti attivi dell’evangelizzazione, protagonisti della pastorale, nella loro semplicità e umiltà.

Sono 175 anni che quest’Opera, chiamata anche dell’Infanzia Missionaria, adempie alla missione di salvare i bambini con i bambini”.

Con queste parole suor Roberta Tremarelli, AMSS, Segretaria generale della Pontificia Opera dell’Infanzia Missionaria, spiega all’Agenzia Fides la particolarità e la novità portata da questa Opera nel campo dell’animazione missionaria e della pastorale dei bambini, in occasione del 175° anniversario di fondazione.

Il 19 maggio 1843 nasce ufficialmente l’Opera della Santa Infanzia, e nel suo nome è espressa la volontà del fondatore, Mons. Charles de Forbin Janson, di affidarla alla protezione di Gesù Bambino.

Nato a Parigi nel 1785, in una famiglia nobile e cattolica, Charles de Forbin Janson durante il Seminario frequenta la Cappella dell’Istituto delle Missioni Estere di Parigi, entrando così in contatto con i missionari.

Ascolta i racconti del loro lavoro in Cina e delle migliaia di bambini che sacerdoti e suore accoglievano, curavano, educavano, battezzavano.

Il suo spirito missionario si rafforza ulteriormente dopo l’ordinazione sacerdotale. A 38 anni è ordinato Vescovo di Nancy e inizia subito ad organizzare ritiri e missioni in tutte le parrocchie della sua diocesi. Distribuisce generosamente le sue ricchezze di famiglia e tiene per sé solo l’indispensabile. Durante una sua assenza dalla diocesi per impegni pastorali, gli anticlericali saccheggiano il seminario vescovile e gli impediscono di rientrare a Nancy. Inizia così il triste periodo dell’esilio durante il quale però continua a pensare ai missionari e ai bambini della Cina. Dopo tre anni di missione in America del Nord, rientra in Francia e, a Lione, incontra Pauline Jaricot, la fondatrice dell’Opera della Propagazione della Fede. Ciò che lei aveva organizzato per gli adulti in Francia, lui lo avrebbe organizzato per i bambini della Francia e dell’intera Europa.

I bambini avrebbero aiutato i loro fratelli e sorelle, non solo quelli della Cina ma di tutte le missioni del mondo, con una breve preghiera giornaliera e un piccolo sacrificio mensile.

“L’Opera ha risvegliato i bambini europei ai bisogni degli altri bambini, con una nuova dimensione della coscienza missionaria: trasmettere uno sguardo e un cuore missionario sin dall’infanzia” sottolinea la Segretaria generale dell’Infanzia Missionaria, che prosegue: “Oggi l’Opera ha messo radici in più di 150 paesi. Attraverso il Segretariato Internazionale, che ha la sua sede a Roma presso il Palazzo di Propaganda Fide, e le offerte raccolte in ogni parte del mondo, sostiene migliaia di progetti di solidarietà che aiutano i bambini dei 5 continenti con l’intento di fornire loro gli strumenti necessari per poter vivere in modo dignitoso la propria vita, sia fisica che spirituale. Gli ambiti di impegno sono: animazione e formazione cristiana e missionaria, pastorale dell’infanzia, educazione prescolare e scolare, protezione della vita”.

In tutto il mondo l’Opera sta aiutando circa 20 milioni di bambini.

Nel 2017 sono stati finanziati 2.834 progetti per un totale di 17.431.260 dollari, attraverso il Fondo Universale di Solidarietà costituito dalle offerte dei bambini di tutto il mondo. Ogni tipologia di progetto finanziato può e deve essere occasione e strumento di animazione missionaria.

“Anche attraverso quest’Opera la Chiesa mette la sua maternità al servizio dei bambini e delle loro famiglie – conclude suor Roberta Tremarelli – prendendosene cura come ci dice Papa Francesco: ‘…avvicinarci per toccare, per prenderli per mano e portarli al loro posto di dignità, facendoli camminare con le loro gambe. Aiutarli affinché siano restituiti alla vita quotidiana. Aver cura di loro così che possano inserirsi nella società’.”

Fonte: Agenzia Fides

GUINEAFormare gli studenti all’uso e alle tecniche dei mass media, per introdurli ai segreti della comunicazione sociale, vista come mezzo per aiutare la diffusione del Vangelo: questo il fine del terzo Seminario sull’Educazione ai Media, destinato a studenti cattolici, organizzato nei giorni scorsi a Bomana dall’Ufficio comunicazione della Conferenza Episcopale della Papua Nuova Guinea e Isole Salomone, e destinato a 50 studenti di sette scuole locali. Il programma, curato dal Salesiano p. Ambrose Pereira, Direttore dell’Ufficio comunicazione, ha incoraggiato i presenti a riflettere sui vari aspetti del loro vivere quotidiano, “accostandoli ai problemi e alla ricerca di soluzioni” riferisce il Direttore in una nota inviata a Fides.

Una sessione è stata concentrata sulla radio e sugli elementi basilari per il montaggio dei video, con una partecipazione dell’emittente radiofonica “Radio Maria” che ha dato ai giovani la possibilità di registrare e pubblicare i gingle creati dagli studenti. Parlare di fronte alla telecamera e visualizzare i loro brevi discorsi ha permesso ai partecipanti di parlare davanti a un pubblico e vedere la resa. Ma la formazione non è stata solo tecnica: “Ho capito che sono chiamata ad amare la vita e viverla al massimo” ha dichiarato uno studente alla fine del corso. Al termine dei tre giorni di formazione i presenti hanno espresso soddisfazione del lavoro di interazione ed apprendimento, nella consapevolezza di poter utilizzare i mass media come strumenti di evangelizzazione.

Fonte: Agenzia Fides, 11/5/2018

Sfide e Speranze della Vita Consacrata Giovane a Cuba

Delegazione Cile, Perù, Cuba

SFIDE1Le juniores presenti a Cuba, nei giorni 27-29 aprile c.a. hanno partecipato a un intenso corso di Formazione. Esso aveva come tema centrale “le sfide e le speranze che vengono offerte dalla realtà cubana”. E ciò è stato fatto anche tenendo presente l’esperienza che vive la vita Consacrata giovane in quel Paese. Un apporto forte è stato offerto inoltre dalla realtà internazionale del gruppo: 3 cubani e 9 cubane, 2 salvadoregne, 1 filippina,1 peruviana, 1 haitiana, 1 cilena, 1 colombiana, 1 brasiliano, 1 guatemalteca, 1 paraguayana e 4 della repubblica Domenicana. Ha condotto l’incontro p. Luis Fernando s.j. Egli da subito li ha invitati ad accogliere la realtà cubana nella sua peculiarità, in quanto diversa dalle altre realtà del Continente americano. Hanno così potuto conoscere la realtà di quel Paese, soprattutto per le disuguaglianze che esistono nelle loro stesse Congregazioni. Le differenze tra Cuba e gli altri paesi sono davvero notevoli.

Ma la sfida più grande per i superiori provinciali è quella di avere uno sguardo oggettivo sull’idoneità dei candidati alla specifica missione, anche perché a Cuba – per una specifica e vera maturazione psicologica e spirituale – si necessita un tempo prolungato. Inoltre la missione a Cuba è diversa da quella che si compie in altri Paesi. Non vi esistono le strutture a cui sono abituati i religiosi stranieri. Per questo la sfida che devono affrontare è quella di rimanervi per accompagnare il popolo cubano con gioia e speranza alla scoperta della presenza e dell’azione di Dio ne loro oggi storico. Le religiose possono dare testimonianza della fraternità vissuta nell’amore di Cristo che le ha convocate e che le manda a portare la gioia di sentirsi famiglia di Dio.

b.m.