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SCARTI – Incontrare e custodire l’umanità ferita

Laura Capantini

SCARTI
Incontrare e custodire l’umanità ferita
pp. 126, euro 12,50
SCARTI«La persona umana oggi è in pericolo! (…) Le persone vengono scartate, come se fossero rifiuti. Questa “cultura dello scarto” tende a diventare mentalità comune… La vita umana, la persona non sono più sentite come valore primario da rispettare e tutelare, specie se è povera o disabile, se non serve ancora – come il nascituro -, o non serve più – come l’anziano»
(papa Francesco, Udienza, 5 giugno 2013).
Questo libro nasce dal grido di allarme lanciato da papa Francesco e racconta di persone dall’esistenza marginale; queste persone sono tratteggiate in piccoli ritratti, disposti a disegnare una sorta di itinerario che si svolge nell’arco di una giornata. In ciascun momento – la notte, l’alba, il mattino, il mezzodì, il meriggio, il tramonto e la sera – si propongono due storie, che richiamano in modi diversi quel particolare momento del giorno. Ciascuna coppia di racconti è seguita da alcune parole, anch’esse legate per associazione o suggestione allo stesso tempo della giornata. Quasi un lessico minimo, per una cultura dell’accoglienza, della comprensione, della cura e della custodia, per un’ecologia dell’umanità.
Laura Capantini, laureata in Filosofia all’Università di Pisa e in Psicologia all’Università di Roma La Sapienza, insegna e opera da anni come formatrice e docente in vari corsi di specializzazione. Lavora come consulente psicologico a orientamento analitico transazionale e di psicologia di comunità nel campo educativo e del counseling con l’infanzia, gli adolescenti e i giovani, le coppie e la famiglia, con le persone con disabilità e patologie croniche. Si è occupata di progetti per l’alta marginalità e l’esclusione sociale, per lo sviluppo dei diritti umani, della solidarietà e della pace anche nei Paesi in via di sviluppo. Collabora abitualmente con riviste specialistiche del settore educativo, psico-sociale e spirituale.

Il Vaticano II: il Concilio della Bibbia

La Scrittura ritorna nelle mani dei credenti

Cinquant’anni fa, il 18 novembre 1965, finalmente, iI Concilio Vaticano II, verso la sua chiusura ( 7 dicembre 1965) promulga l’attesa Costituzione dogmatica, Dei Verbum (DV) sulla divina rivelazione. L’iter per la sua promulgazione fu lungo e faticoso, ma il risultato colmò l’attesa dei tanti ‘profeti’ e pastori, che mossi dallo Spirito, auspicavano la centralità della Scrittura nella vita della Chiesa. La DV recepisce le istanze fondamentali del movimento biblico del Novecento che desidera liberare il testo sacro dall’ interpretazione dottrinale e moralistica del tempo, che rendeva difficile la comprensione della Bibbia come parola di Dio in parole umane, promuovere una familiarità orante di tutti i fedeli con la Bibbia, riporlanelle loro mani dalle quali era stata esiliata. Autorevoli studiosi e pastori definirono il Vaticano II come il Concilio della Bibbia. I testimoni del Concilio ricordano, poi, che, in tutte le sessioni conciliari, la sacra Bibbia era esposta al centro della Basilica di San Pietro, che era usata come Aula del Concilio. Questa centralità del libro sacro era un simbolo inequivocabile del ruolo centrale della parola di Dio in tutte le deliberazioni del Concilio.

La novità della Dei Verbum emerge già dall’incipit del testo: «In religioso ascolto della parola di Dio e proclamandola con ferma fiducia» che riassume l’essenza della Chiesa, depositaria della Parola, nella sua duplice dimensione di ascolto e di proclamazione. La Parola di Dio, senza dubbio, è al primo posto nella auto – comprensione della Chiesa, che dal Concilio esce con il volto di discepola, serva e madre.

Ecco la grande svolta: prima del Vaticano II si riteneva che la rivelazione consistesse nelle verità da capire, ricordare a memoria e insegnare. La fede consisteva, soprattutto, nella loro trasmissione ripetitiva. La DV sottolinea, invece, che la rivelazione è ‘buona notizia’: Dio, che ama la vita, esce dalla sua solitudine e, tramite la sua parola, intreccia con l’umanità una relazione di alleanza . Egli «parla» per invitare gli uomini e le donne alla comunione con lui e da essi si attende quella risposta obbediente che s’identifica con la fede /relazione, prima che con il credere (cfr. Proemio basato su 1Gv 1,2-3). Il credere, in realtà, non è la prima fase del rapporto con Dio. La prima fase è, invece, l’incontro che scaturisce dall’ascolto. La parola di Dio non istruisce su dottrine alle quali l’umanità non può accedere con la sola ragione. Al contrario, è comunicazione viva da persona a persona. Si precisa che Dio parla «con eventi e parole» (n.2), vale a dire, nella storia che ha il suo compimento in Gesù Cristo (cfr. DV 2; 4; 7; 13). Per farsi capire, Dio usa la lingua degli uomini in tutte le sue forme espressive. Con la Dei Verbum, dunque, la centralità di Cristo, Parola incarnata diviene criterio ermeneutico assoluto.

Il capitolo VI dal titolo “La Sacra Scrittura nella vita della Chiesa” apre le piste per realizzare questa ‘conversione teologico pastorale’. In esso si afferma che la Bibbia non è un libro ‘religioso’ riservato a pochi eletti ma contiene la parola di Dio per la vita della Chiesa. Le sante Scritture sono ‘l’anima’ della vita e della missione della Chiesa, la sua fonte, la sua origine, la sua ispirazione; tutta la predicazione ecclesiastica e la religione cristiana deve essere nutrita e regolata dalla Sacra Scrittura (cfr.n. 21). Di qui la necessità di traduzioni nelle lingue moderne, dello studio dei sacri testi, con i nuovi metodi esegetici; la sua importanza fondamentale nella teologia e nella vita spirituale di tutti i credenti, i quali, soprattutto i religiosi, devono apprendere la ‘sublime scienza di Gesù Cristo’ con la frequente lettura delle divine Scritture (cfr. n.25). Questa pressante esortazione fu rafforzata dalla frase di San Girolamo: «L’ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo». Si propone, quindi, un modo efficace per accostarsi al testo sacro definito della ‘pia lettura’ che oggi diciamo ‘lectio divina’.

La gioia che la DV suscitò nella Chiesa ricorda le parole di papa Giovanni XXIII, quando l’ 11 ottobre 1962, aprì il Concilio Vaticano II dicendo: «Gioisci Madre Chiesa». L’invito alla gioia ricorda quello dei profeti che vedono la novità di Dio in mezzo al suo popolo sofferente: «Rallegrati Gerusalemme…» (Is 49,13) e dell’angelo a Maria: «Gioisci il Signore è con te» (Lc 1,28)!

Giovanni XXIII in un tempo carico di gravi problemi che, al suo dire, ‘suscitano i profeti di sventura che annunciano sempre il peggio’, annunciò con coraggio profetico l’aurora di un giorno pieno di luce. Che cosa può essere questa luce se non la parola di Dio, testimoniata nella Bibbia, che è luce al nostro cammino, roccia solida, grazie alla quale la casa costruita su di essa resiste alle intemperie?

Siamo ancora all’aurora (Da sapere che)

· La DV fu preceduta dalle Costituzioni che riguardano il rinnovamento della liturgia, Sacrosantum Concilium (SC); l’identità della Chiesa: Lumen Gentium (LG) e seguita dalla Gaudium et Spes (GS) che riflette sul suo essere in ascolto e a servizio dell’umanità (7 dicembre 1965). La parola di Dio che anima ognuna di queste tre Costituzioni e ne costituisce l’asse portante testimonia l’importanza che la Bibbia ebbe nella riflessione conciliare.

· In questi cinquant’anni, la Bibbia o parti di essa è stata tradotta in 2454 lingue diverse. Restano altre 4500 lingue in attesa di essere confrontate con le sante Scritture. Dai calcoli delle Società Bibliche compiute nel 2009 risulta che solo il 2 per cento o quasi dei 2 miliardi di cristiani può leggere, se vuole, la Bibbia nella propria lingua! Tra questi quanti la ritengono l’unica luce al proprio cammino? Come disse Giovanni XXIII: ‘siamo ancora all’aurora’!

sr Filippa Castronovo, fsp

Leggere e soffermarsi

Gesù e l’ebraismo
Anne Cagiati – Presentazione di p. M. Nobile, Rettore del Pontificio Ateneo Antonianum di Roma – Ed. Marietti, Milano 2000

Questo libro è la logica continuazione del volume 70 Domande sull’Ebraismo che tanto successo ha riscosso da essere già ristampato (a cura delle Edizioni Messaggero di Padova). Dopo aver condotto il lettore attraverso i testi del Magistero cattolico alla scoperta dell’universo ebraico, in queste pagine l’Autrice ci conduce alla scoperta di quello che è il vero volto di Gesù di Nazaret. Un volto, una storia, una personalità dai tratti spiccatamente, incisivamente ebraici. “Gesù è ebreo e lo è per sempre” ci insegna la Chiesa (Ebrei ed ebraismo nella predicazione e nella catechesi della Chiesa cattolica – Sussidi per una corretta presentazione, a cura del Segretariato per l’unione dei Cristiani, Commissione per i rapporti religiosi con l’Ebraismo, 1985). La mentalità, la lingua, il costume sono quelli di un giovane ebreo del suo tempo. Egli ama appassionatamente la Torah, prega intensamente la preghiera ebraica, frequenta assiduamente il Tempio e le Sinagoghe. Condivide in tutto le vicende liete e tristi del suo popolo.

Per secoli, la cultura cristiana aveva preso con veemenza e anche violenza le distanze dall’universo ebraico che questo Gesù ha espresso, formato, donato all’umanità. Per secoli ha velato le caratteristiche ebraiche che dicono l’appartenenza di Gesù di Nazaret al Popolo che Dio ha eletto senza pentimenti. A partire dal Concilio Vaticano II, dal Documento Nostra Aetate la Chiesa di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II torna alla sua radice, con gesti e parole inequivocabili.

L’Autrice offre in queste pagine una sintesi autorevole, profonda, organica di quanto in questi ultimi tempi la Chiesa ha espresso circa l’ebraicità di Gesù. Questo libro ha rappresentato l’ultima fatica (e la parola è particolarmente appropriata) di Annie Cagiati ed esce postumo. Forse questo può essere letto come una eco della attuazione delle parole bibliche che hanno segnato tutta la operosa vita di una donna coraggiosa e testarda: “Per amore di Sion non tacerò”.

L’auspicio è che il libro incontri uguale e maggior consenso del primo, a tutto beneficio del nostro voler e dover essere sempre più cristiani consapevoli della propria Radice santa.

Renza Fozzati

Donna consacrata al Vangelo – Suor Serafina Cinieri
Suore Apostole del Catechismo – Edizioni Litopress, Modugno 2000

Un volume interamente dedicato a una suora deceduta poco più di un anno fa, e che ha lasciato un’orma davvero indelebile. La ricordano in tanti e tante. Ne hanno scritto in molti, tanto che l’istituto del quale è stata prima membro effettivo ed efficace, una vera testimone del suo spirito e delle sue opere, e poi solerte superiora generale con uno stile quasi unico, hanno sentito l’urgenza di pubblicarne il profilo biografico, di rendere note a tutti le molte e interessanti testimonianze e scritti.

Possiamo così conoscere meglio il volto delle Apostole del Catechismo: il dono specifico che lo Spirito ha fatto alla Chiesa attraverso di loro, parte della loro storia carismatica, anche attraverso la relazione che M. Serafina fece per l’ultimo Capitolo generale: una visione serena, obiettiva, chiara del passato; alcuni stimoli di progettualità non utopistici ma neppure banali.

Una figura di donna consacrata apostola che resterà un punto di riferimento non soltanto per la Chiesa che è in Puglia o per il suo Istituto, ma per tutto il popolo di Dio, e per tutta la vita consacrata. Ne fanno fede i molti positivi ricordi che Chiesa e consacrati hanno degli anni trascorsi da lei in quel territorio come presidente dell’USMI regionale pugliese.

B.M.

Un pensiero al giorno con Maria
Mario Poli e Giovanna Antonioli Bogoni – Ancora, Milano 2000

L’anno comincia con la celebrazione della festa della Maternità divina di Maria e così giustamente dedicato a lei è il primo pensiero di questa “collezione” che riporta il pensiero sulla Madonna di scrittori, relatori, prelati, pensatori, padri della Chiesa, predicatori, liturgisti. Un anno con Maria. Don Alberione affermava che Maria rende facili le cose difficili. Allora, se il “pensiero” di ogni giorno aiuterà a un orientamento mariano della vita, questa potrà forse scorrere in modo più agevole, e meno pesante.

B.M.

La stimmatizzazione somatica – Fenomeno e segno
Paolo Maria Marianeschi – Libreria Editrice Vaticana 2000

Le qualificazioni dell’Autore – laureato in medicina e chirurgia, specializzato in chirurgia generale, vascolare e toracica, dottore in teologia – sono una valida premessa per un giudizio sulla validità dell’opera.

Il volume presenta innanzitutto alcuni cenni storici sul fatto della stimmatizzazione; passa poi ad affrontare il discorso sulle possibili presentazioni patogenetiche del fenomeno per giungere allo studio di esso in quanto appartenente specificamente all’esperienza cristiana, come “fenomeno mistico”. Le stimmate sono esistite sul corpo di alcuni santi e il connubio tra la “ferita” e la santità concreta della persona è una garanzia della sua autenticità. La stimmata tocca e ferisce il corpo umano ed è un richiamo forte alla Passione di Gesù, crocifisso e risorto. Ne identifica la conformazione di vita; per questo è un “possibile segno della credibilità della fede”; a questo punto val la pena ringraziare l’A. perché dà, anche, alcuni criteri di discernimento teologico.

Un libro attuale, scientificamente serio: “un saggio organico sull’argomento, condotto con spirito di dialogo tra la scienza teologica e la scienza medica”.

B.M.

Girolamo, santo antinoia
Silvia Prandini – Edizioni Vivere in, Roma 2000

Innanzitutto non è una semplice antologia di testi scelti qua e là facendo scorrere le opere di Girolamo. E’ un tessuto armonico, logico e concreto tra biografia e pensiero, tra descrizione del personaggio e riporto di testi interpretativi e rievocativi. I titoli degli stessi capitoli sono indicativi della “figura” che viene presentata e il pensiero che è trascritto. Così sappiamo di Girolamo giovane, Girolamo uomo, Girolamo polemista, Girolamo studioso e maestro, formatore di sante, tenero corrispondente, barbaro antibarbari. Questi stessi titoli con il minimo di conoscenza che si abbia del santo, non stupiscono. Risultano graditi, simpatici e, soprattutto, veri. Non fa male, anzi! averli lì, disposti in un testo in modo organico e logico e poterli rileggere e rimeditare.

B.M.

I sette doni della grazia – Briciole di catechesi
Giovanni Paolo I – a cura di P. Vincenzo Bertolone – Rogate, Roma 2000

Gli ultimi papi di questo secolo stanno lasciando dietro di sé una scia luminosa di opere, ma soprattutto di insegnamento, siano essi vissuti a lungo come Pio XII o siano passate nel cielo della Chiesa sfuggenti “come meteore”, come è successo con Giovanni Paolo I. Di questo pontefice è ricordata soprattutto la sua catechesi semplice, abbordabile, comprensibile per tutti. Sono nella nostra memoria le sue domande poste a chi ascoltava, bambini compresi. Ebbene questo non grande ma prezioso libro riporta, ben compaginate, le sue catechesi sui sacramenti, i “sette doni della grazia”, appunto. Il libro raggruppa queste catechesi in tre momenti. Per prima vengono riportati gli insegnamenti del pontefice sui sacramenti dell’iniziazione: Battesimo, Confermazione, Eucarestia; poi quelli sui sacramenti della guarigione: Riconciliazione o Penitenza e Unzione degli infermi. E infine, sui sacramenti del servizio alla comunità: Ordine e Matrimonio. Briciole, che viene da “brisare”, spiega l’autore, nel suo significato di “spremuta”, termine connesso al tardo latino volgare (brisare: spremere il succo dell’uva). Abbiamo così come un ripasso di tutta la catechesi sui sacramenti: le verità da credersi e che soggiacciono come supporto indefettibile alla celebrazione, i gesti da compiersi, – quelli che sono essenziali al sacramento e quelli che non lo sono – gli atteggiamenti da assumere (vedi es., quando papa Luciani indica il silenzio come ambientazione necessaria durante l’amministrazione comunitaria del Battesimo). E come sottofondo sempre l’animo pastorale: l’animo del Pastore che capisce le difficoltà – i possibili scoraggiamenti – di chi nella Chiesa ha la missione della catechesi.

B.M.

Il Dio che si fa nostro compagno
Dalla direzione all’accompagnamento spirituale
Giuseppe Savagnone – Elledici, Torino 2000

Non è un libro voluminoso. Le pagine sono appena 140. Ma la densità, la logicità del discorso sono così intense e semplici a un tempo che dànno prova dell’acutezza e della sapienza antropologica e teologica, in sintesi dell’alta professionalità, dell’autore. Ordinario di storia e filosofia nei licei statali, direttore dell’ufficio regionale siculo per la cultura, l’educazione, la scuola e l’Università, membro del Forum della CEI per il progetto culturale e del Comitato nazionale di bioetica, mette a disposizione del lettore l’intensa preparazione e la molteplice esperienza.

Parte, secondo la logica della concretezza, dalla situazione attuale. Ammette che, per quanto concerne la “direzione spirituale”, esiste da tempo una inversione di tendenza. Riconosce che, oggi, più che di direzione spirituale, si preferisce parlare di amicizia; che più che di paternità, si può benissimo parlare di fraternità. Ma – egli afferma – “se è pur sempre necessario ammettere che ci sono problemi che devono essere risolti a livello psicologico e che possono richiedere, in certi casi, l’intervento del medico, non bisogna mai dimenticare che ce ne sono, invece, che nessuna terapia può risolvere, perché riguardano il senso della vita e l’atteggiamento intimo della persona nei confronti di quest’ultima”. Lo ha detto Gesù a Nicodemo: “In verità ti dico: se uno non rinasce dall’alto non può vedere il Regno di Dio”. E allora bisogna essere “accompagnati” – lasciarsi accompagnare secondo le norme evangeliche, per stabilire quella relazione nuova, che ha origine dall’Alto, e che pone alle “dipendenze” meravigliose e splendide del Padre, del Figlio e dello Spirito.

B.M.

Madre Teresa e le Beatitudini
Eilenn Egan – Kathleen Egan – Queriniana, Brescia 2000

Le autrici, ambedue strette e fedeli collaboratrici di una delle più grandi figure del secolo ormai trascorso, M. Teresa di Calcutta, hanno intessuto un simpatico intreccio tra “sentenze” evangeliche, pensieri-annotazioni di Madre Teresa e la concretizzazione delle une e delle altre da parte di lei, una donna che, davvero, come è detto nel libro, non ebbe paura di nulla, neppure dei vecchi bastioni dell’ateismo e del comunismo.

Ogni capitolo inizia con l’enunciazione di ognuna delle beatitudini; ne segue una meditazione breve e concreta per opera delle autrici; vengono poi riportate alcune “parole” di M. Teresa e raccontati alcuni esempi di lei nel suo infinito spirito di servizio e di amore. Un libro sereno, vorremmo quasi dire confortante; si legge e si è obbligati a meditare. La vita è bella soltanto se spesa tutta a beneficio degli altri.

B.M.

Preghiera viva
Anthony Bloom – Queriniana, Brescia 2000

“O Signore, non so cosa chiederti… Insegnami a pregare, prega tu stesso in me”. Una frase-ammissione-invocazione riportata in quarta di copertina che dice tutta l’essenza del volume. L’A. con profondità e autorevolezza scrive della preghiera: cosa essa è; commenta il Padre nostro “che è preghiera del Figlio Unigenito, preghiera della Chiesa, preghiera di ognuno di noi”; scrive della meditazione e dell’adorazione; della preghiera non esaudita e della supplica; della preghiera di Gesù; della preghiera ascetica e di quella silenziosa. Chiude il tutto con un capitolo sulla preghiera dei principianti. Nulla, nel libro, è riportato a caso; nulla è scritto che non sia preceduto da riflessione e da esperienze. Lo evidenzia il lungo e logico ragionare, il riporto dei pensieri dei Padri, come quello di Teofane, il Recluso che scriveva: “Ti chiedi: ho pregato bene oggi? Non cercare di scoprire come sono state intense le tue emozioni, o quanto più profondamente comprendi le cose divine. Chiediti: sto facendo la volontà di Dio meglio di prima?”. Il suo essere – dell’autore – metropolita russo-ortodosso gli facilita la conoscenza dell’ambiente orientale, della lingua greca e ciò ne aiuta l’illustrazione e la spiegazione per chi legge. Ci auguriamo che siano in molti: è ancora un mezzo che può aiutare a declinare finalmente azione e contemplazione.

B.M.

Nei solchi dell’Alleanza
Progetto formativo Figlie Maria Ausiliatrice
Elledici, Leumann TO 2000

Le Figlie di Maria Ausiliatrice, coscienti del veloce cambio storico che i tempi impongono, hanno voluto, con estrema saggezza, tracciare un nuovo progetto formativo che abbracci tutta la persona nelle sue varie tappe evolutive, perché la vita della persona non è mai statica; è in se stessa cambiante e passibile di perfezionamento. L’esperienza e la professionalità, la competenza culturale ed educativa che le caratterizza imprime serietà, logicità, unicità e progressività a tutto il percorso formativo tracciato nel libro che, introdotto dalla storia di questo stesso progetto e da alcune annotazioni sul modello formativo vero e proprio e sulle sfide che il mondo attuale propone, si suddivide in tre parti.

Nella prima viene descritta la “formazione”: il dinamismo profetico del carisma, nella sequela di Gesù autentico modello per la formazione; vengono definite le caratteristiche del modello preventivo. Nella seconda vengono chiarite le tappe della formazione. In modo diverso da come vengono normalmente impostati i criteri formativi, qui prima vengono suggeriti i criteri e le linee guida per una formazione permanente adeguata e all’altezza della situazione di ogni persona nelle sue diverse età e situazioni e poi si passa a parlare dei momenti classici e universali della formazione iniziale: periodo di verifica e orientamento, postulato, noviziato, juniorato.

Particolare attenzione merita la terza parte dove si parla di “coordinamento per la comunione”. Se in tutto il libro viene posto particolare accento sulla formazione alla comunità, nella comunità, per la comunione, questo capitolo ne approfondisce le coordinate.

Altro dettaglio importante: sempre – quando si parla di soggetti della formazione – vengono inclusi anche i laici.

Possiamo definirlo un esemplare, che può servire anche ad altri istituti come ‘orientamento’ sapiente e concreto della formazione in tutti i suoi ambiti. Un lavoro fatto in équipe, dopo aver raccolto tutte le voci della Congregazione, che parla di unità e di convergenza.

B.M.

Cambiamento culturale e fede cristiana
Strumenti di riflessione e di lavoro
Autori vari – Elledici, Leumann TO 2000

Gli autori vari di cui il libro riprende interviste sono uomini di “cultura” nella sua accezione più ampia, riportate nelle pagine Agorà di Avvenire nei mesi di dicembre 1999 e gennaio 2000. Chiudono il libro tre interventi: uno del card. Camillo Ruini; un altro del card. Giacomo Biffi e un terzo del card. C. Maria Martini. L’appendice è formata dalla presentazione di 15 film che danno la possibilità di capire il mutamento culturale in atto. Perché di esso si tratta anche nelle interviste e negli interventi precedenti. Libro utile, spassoso a modo suo, ma carico di provocazioni per chiunque voglia porsi qualche interrogativo sul momento attuale e voglia dare un minimo di apporto per un cammino di dialogo tra cultura e fede. Il libro intende, infatti, “mettere in circolazione quei temi su cui si sta concentrando la riflessione nel cammino del progetto culturale”.

 B.M.

I tre Maritain – La presenza di Vera nel mondo di Jacques e Raïssa
Nora Possenti Ghiglia – Ancora, Milano 2000

La storia è tutta una tessitura di figure grandi e piccine. Di costruttori e, a volte, anche di demolitori.

In questo volume è narrata la storia di tre grandi costruttori del pensiero che tanto ha influito sulla formazione culturale del secolo appena trascorso. Accanto ai conosciutissimi Jacques e Raïssa Maritain spunta Vera Oumançoff, sorella di Raïssa. Jacques, nel suo Carnet de notes scriveva: “Questo piccolo gregge di tre era di Gesù Cristo. (…) Vera non si è sentita in nessun momento una sorella o una cognata un po’ isolata di fronte alla coppia Raïssa e Jacques. C’era fra noi tre un’unità profonda e tranquilla, un’unità radicale che abbiamo sempre tenuto come un’immensa grazia di Dio. Il numero tre è un numero particolarmente santo e che significa la più completa pienezza, ecco l’idea         o l’impressione che il nostro cuore non ha mai cessato di provare”. E’ la sintesi di una vita vissuta nella profondità di pensiero e di sentire; una vita carica di avventure e di viaggi, e perciò di incontri e di scoperte, ma soprattutto di riflessione, di meditazione, di contemplazione; di dialogo e di ricerca. I viaggi, gli incontri – che sempre producono cultura – sono nella storia dei tre personaggi autentico motivo di dono di sé e del proprio pensiero, di condivisione della fatica della ricerca e della gioia delle scoperte, della ricezione e accoglienza dell’altro e del suo pensiero. Non vano, mai futile.

C’è da essere veramente grati alla scrittrice del volume che, con una ricerca immane e con lavoro meticoloso, offre al lettore l’identità di tre figure, ma soprattutto di lei, di Vera Oumançoff, la sorella di Raïssa. Eloquenti anche le foto in bianco e nero che danno prova della verità di quanto è scritto con garbo e competenza.

B.M.

Famiglia e gratuità – Vecchi e bambini oggi
A cura di Dora Ciotta – Del Gallo Editore, Spoleto 2000

Il libro riporta gli atti dell’11° convegno di studi per famiglie e operatori socioeducativi che l’associazione culturale Famiglia Aperta, ha tenuto a Fano, dal 27 al 30 aprile dell’anno scorso. All’apertura del convegno si diede lettura dei lavori di base preparatori al convegno stesso. Lettura che, logicamente, viene accompagnata da un commento il più onesto e obiettivo possibile e qui è stato fatto davvero secondo le leggi della “presentazione”. Si snodano poi i vari capitoli – relazioni: che approfondiscono il tema centrale “famiglia e gratuità” nei suoi vari paradigmi: gratuità e famiglia, gratuità e società, gratuità e futuro. Non manca il discorso su Bambini e adolescenti oggi che, del resto, faceva parte         del tema del convegno.

I relatori erano tutta gente esperta e competente, nel proprio campo: docenti universitari.

Un libro interessante per tutti. Per le famiglie innanzitutto, ma soprattutto per chi è chiamato con vocazione particolare ad interessarsi della famiglia, degli anziani, dei bambini, degli adolescenti, dei giovani. Ogni servizio apostolico deve essere compiuto con la giusta professionalità.

La mia giornata con Cristo
La donna nel Vangelo
La lotta con l’angelo

Divo Barsotti – Fondaz. Divo Barsotti, Paccagnella editore, S. Lazzaro di Savena (BO) 2000

Il contenuto dei tre opuscoli è tutto nel titolo di ciascuno di essi. Nel primo – La mia giornata con Cristo – rifacendosi al cum ipso liturgico l’autore, da saggio maestro spirituale, passa in rassegna i vari momenti della giornata – mi alzo, mi lavo, mi vesto, esco al lavoro, mi risposo, mangio, vivo con gli altri, ecc. – e ad ognuno di questi gesti cerca di dare una interpretazione, un valore, di “imporre” benignamente uno stile evangelico.

Nel secondo – La donna nel vangelo – dopo alcune annotazioni premesse sulla presenza della donna nei vangeli – offre spunti di riflessione sulle varie figure femminili: Elisabetta, Anna la profetessa, la suocera di Pietro, la vedova di Nain, l’emorroissa, la moglie di Pilato, ecc. Passa poi a parlare della figura della “donna sposa” e della “donna madre”. Qua e là nella chiusura dei capitoli il tutto viene arricchito con altri spunti meditativi. Pertinenti e utili.

Il terzo – che ha come sottotitolo Diario di un’anima – comprende tutto un susseguirsi di riflessioni e preghiere che esprimono il sentire dell’anima, ora gioiosa, ora affaticata, ma sempre certa della presenza di Dio che tutto segue e tutto ama.

B.M.

La vicenda terrena di Armanda Colucci
Pasquale Colucci – Edizioni Segno, Udine 2000

E’ la biografia di una donna, morta giovane di cancro, che ha saputo portare il “peso” della sofferenza con passione, ossia con amore, così come con amore e tenerezza ha vissuto tutte le sue vicende esistenziali: fanciullezza, adolescenza, matrimonio, maternità, docenza. Amore e tenerezza che danno forma e vigore a tutto il suo relazionarsi con Dio, con la Trinità, che, a sua volta la rende capace di amore e dedizione universale e gioiosa.

Una madre sui passi di Cristo
Lia Carini Alimondi – Paoline, Milano 2001

Ester, nella sua villa di Tiberiade, non aveva pace. Nella sua anima si era insediata una viva inquietudine. Nonostante gli sforzi per scacciare l’insistente pensiero di quell’uomo che, in quel periodo, chissà in quale parte della Palestina, andava spargendo parole di speranza e di amore, il desiderio di conoscerlo di persona e di ascoltarlo cresceva sempre più in lei giorno dopo giorno. Forse il nazareno… era in attesa di lei? Per non farsi ‘prendere all’amo’, Ester si difendeva con una buona dose di rancore: sì, lo dicevano potente e buono, ma le aveva rubato il cuore del figlio e, forse, attendeva al varco anche lei. Come può essere buono chi strappa i figli alle madri? Passava, e tutti lo seguivano… Ma questo non vuol dire essere buoni, semmai potenti e affascinanti e, di conseguenza, pericolosi. No, non doveva pensare a quell’uomo! Doveva scacciare l’ossessivo pensiero di lui come un moscone molesto…

Destinatari del libro: Tutti: le donne e le madri in modo particolare e gli amanti della narrativa a sfondo religioso.

Punti forti: La notorietà dell’autrice e la sua capacità di far emergere sentimenti forti.

I lati nascosti della personalità – Come riconoscerli e accettarli
Jean Monbourquette – Paoline, Milano 2001

“L’ombra è tutto quello che abbiamo rimosso nell’inconscio per paura di essere respinti dalle persone che hanno giocato un ruolo determinante nella nostra educazione”. Così dice dell’ombra lo psicanalista svizzero C. G. Jung.

Chi non ha mai rimosso degli atteggiamenti spontanei, si chiede dall’autore, per assicurarsi l’approvazione del prossimo? Tutti, infatti, possediamo questo lato nascosto della nostra personalità chiamato ombra (shadow). Se non ne prendiamo coscienza, rischiamo di vederla emergere in superficie a nostra insaputa, rivoltarsi contro di noi e crearci una serie di problemi di ordine psicologico e sociale. L’ombra ignorata può causare stati depressivi e antipatie ossessive. Se invece questo lato represso e poco amato di sé viene riconosciuto e integrato, favorirà l’equilibrio psicologico e spirituale della personalità. Conoscere e addomesticare la nostra ombra sono due condizioni necessarie alla realizzazione e alla stima di noi stessi e, di conseguenza, al mantenimento di sane relazioni umane.

L’obiettivo di questo libro è, dunque, quello di farci scoprire e integrare questo oscuro tesoro interiore perché diventi in noi una forza creatrice.

Destinatari: Tutti coloro che vogliono o devono iniziare un cammino di crescita personale; gli operatori pastorali e sociali.

Punti forti: L’integrazione del contenuto con storie, esercizi pratici e illustrazioni; lo stile piacevole e interessante.

Abbracciare e riconoscere la propria ombra significa scoprire un tesoro inesplorato.

Gesù al Getsemani – De Tristitia Christi
Tommaso Moro (a cura di Domenico Pezzini – Paoline, Milano 2001

E’ la meditazione sull’orazione di Cristo, che Tommaso Moro scrisse nella Torre di Londra mentre attende la condanna a morte. I temi di riflessione sono diversi: dal dovere di ringraziare Dio dopo i pasti, alla preghiera, dalla paura di fronte al martirio al sonno delle guide spirituali, all’interrogarsi sulle ragioni della tristezza di Cristo.

Una meditazione ricca di spunti originali per invitare ad un atteggiamento di vigilanza e di fedeltà.

Destinatari: – Chiunque si interessi di spiritualità classica.

Punti forti: Il profilo altamente qualificato dell’Autore, proposto patrono dei politici – La varietà e la profondità degli argomenti; il fascino dello stile, a volte meditativo, altre volte oratorio e perfino ironico – Un ottimo testo per vivere bene la Quaresima.

Un’opera significativa e senza tempo di un pensatore del secolo XVI tuttora attuale.

Dicci chi sei – Riflessioni sulla figura di Gesù e dintorni
Beatrice Immediata – Paoline, Milano 2001

Dopo duemila anni Gesù di Nazareth continua a magnetizzare con il suo fascino “inossidabile” intere generazioni. C’è sempre gente interessata a fare la sua conoscenza.

L’attrattiva che sprigiona dalla sua figura è decisamente molto particolare. Chi lo incontra non lo dimentica più. E questo incontro provoca spesso un cambiamento di rotta.

Le riflessioni presentate in questo volume non hanno pretese di rigore intellettuale ma rivestono soltanto un valore esistenziale, e come tali sono legate alla spontaneità del momento o delle situazioni. Sono riflessioni che possono suscitare echi e scoprire sintonie nello spirito di donne e uomini del nostro tempo, che marciano sui sentieri della vita alla ricerca di Qualcuno.

Tu, il mio piccolo io – Dina Bélanger e il suo carisma
Brunero Gherardini – Edizioni Vivere in, Roma 2000

Leggere e gustare alcune biografie storicamente e criticamente documentate suppone sempre una buona dose di capacità di stupore.

L’unzione degli infermi e il suo Sacramento
Salvatore Costanzo – Ed. Segno, Udine 2000

In un mondo tecnologicamente evoluto ed economicamente avanzato, potrebbe sembrare inutile o quanto meno fuori posto parlare di “unzione degli infermi”. E invece no. Il giubileo che ha fatto ripensare ai valori cristiani, che ha dato la giusta importanza anche agli infermi, ricorda che i valori sacramentali sono indelebili e perenni. E’ giusto ripensarli, meditarci su; rivedere le proprie posizioni e, al momento opportuno celebrarlo e aiutare e celebrarlo e a riceverlo nel modo più degno.

Pellegrino del 2000
Luciano Dal Buono – Ed. Segno, Udine 2000

Il giubileo è ormai nella storia. Ma può essere gradevole e simpatico rileggere, quasi per ripensare i valori dello stesso, l’avventura vera di questo “pellegrino” che narra il suo viaggio da Milano a Roma, percorso volutamente da solo, vestito di tunica, con una semplice bisaccia. Cose d’altri tempi, ma cose vere.

Dostoevskij, profeta del novecento
Francesco Forlenza – Ed. Segno, Udine 2000

Dostoevskij è, forse, il romanziere del secolo XIX più conosciuto perché più letto. Con la lungimiranza propria dell’uomo di pensiero, acuto scrutatore del divenire come frutto del passato, egli intravede le grandi tragedie del secolo XX, avvenute per opera di grandi e innominabili tiranni. Così egli nei suoi personaggi intravede Stalin e Lenin, Hitler e Mao e quant’altri dittatori. L’A. di questo volume ha voluto analizzare nei personaggi dei suoi romanzi queste figure che lasceranno nella storia una scia di sofferenze inaudite. Leggerlo aiuta a capire la storia, ma soprattutto come nulla nella storia avviene a caso o improvvisamente. Normalmente i cambi hanno un buon periodo di gestazione.

Testimoni di una nuova cultura
I consacrati e il progetto culturale della chiesa italiana

Autori vari – Edizioni Messaggero, Padova 2000

Il libro riporta gli Atti dell’incontro tenuto dai consacrati del Nord-Est nel 1999 dal titolo di cui sopra. Sono ormai anni che si parla di nuova evangelizzazione; da meno anni ma non con minore intensità e forza si parla anche di progetto culturale. Quale il rapporto tra vita consacrata e nuova evangelizzazione; quale connubio è da stabilirsi tra progetto culturale e consacrati? L’incontro ha voluto dare una risposta che qui riportiamo per l’illuminazione di tutti. Il giubileo che abbiamo appena concluso ha risvegliato il senso missionario, la spiritualità incarnata che tutti deve animare. In questo volume un valido aiuto per chiarire idee e possibilità.

Alla porta del paradiso
Vincenzo Capanna – Ed. Segno, Udine 2000

Ancora un libro su p. Pio, scritto da chi ha vissuto con lui alcuni anni, e quindi è testimone oculare di quanto a s. Giovanni Rotondo è stato vissuto, sofferto, pregato.

Compagni di viaggio: il malato e noi (Luciano Sandrin)

Un posto dentro di noi

La vita è come un viaggio che percorriamo entusiasti o incerti, soli oppure in mezzo a tanta gente. Il passo può farsi improvvisamente lento e sentiamo il bisogno che qualcuno ci sia accanto e ci dia una mano, ma soprattutto ci dia la sicurezza di una presenza amica.

La malattia, con la sofferenza che l’accompagna e con le paure che evoca, è spesso un’esperienza di smarrimento e di solitudine: ci sentiamo improvvisamente estranei a noi stessi, senza riferimenti e improvvisamente insicuri. La presenza di coloro che ci amano o di chi, a vario titolo, ci assiste e ci cura può essere il segno di un’appartenenza che credevamo smarrita, di una relazione che riannoda i frammenti del nostro corpo e della nostra vita, di un sostegno alla nostra speranza lungo tutto il nostro camminare.

Chi ci ama o si interessa di noi può esserci accanto, compagno di viaggio disponibile, per impedirci di annegare o per fornirci la preziosa “manna” di una vicinanza che cura, che ama e che consola. A volte tutto ciò non succede. Chi dovrebbe starci vicino si allontana e chi si avvicina crea nel rapporto con noi una grande distanza. Forse perché si rispecchia in noi e rifiuta, nel nostro dolore e nella nostra malattia, il suo stesso dolore e le sue stesse fragilità. Forse perché ha semplicemente paura. O forse vorrebbe aiutarci ma non lo sa fare.

Scrivendo il mio ultimo libro ho rivisto, come in un film, una parte importante dalla mia vita: immagini, volti e tante emozioni. Ho rivisto i tanti malati che ho accompagnato e che hanno accompagnato le mie incertezze, anche nel volerli aiutare. Ma ho rivisto anche le tante persone che, accanto al malato per amore e per professione, mi hanno insegnato, spesso silenziosamente, elementi preziosi di un rapporto sanante1.

Ho rivisto anche una signora. Facevo il cappellano in ospedale. Ero stato fuori sede per qualche giorno, non ricordo neanche più perché. Tornato, ripresi con calma i miei giri in reparto e, malato dopo malato, arrivai in ginecologia. La caposala al vedermi mi aggredì. Dov’ero stato tutti quei giorni? Ero di luna buona e risposi alla domanda scherzandoci su. Mi avevano cercato dappertutto. Mi permisi di dire che c’era il cappellano di guardia. No, no! Un’ammalata voleva proprio parlare con me. E mi indicò la signora. Strano! Tra me e lei, nei giorni precedenti, c’erano stati semplici saluti e molti silenzi.Era in una stanza a due letti e ogni volta che entravo, dopo qualche saluto e rispettando il suo silenzio, mi mettevo a parlare, con un certo disagio, con l’altra signora e ogni tanto guardavo anche lei (che ce l’avesse coi preti, pensavo, e quindi anche con me?). Ancora dubbioso guadagnai la stanza. E lei, il tempo di un saluto e poi giù, come una diga che cede. Si mise a raccontarmi tutto di sé: il marito in carcere, i suoi figli drogati, la sua vita un inferno, e lei a sgobbare di notte al ristorante, fino a non poterne fisicamente più. E ora lì in ospedale malata e angosciata. “Queste cose – mi disse – non le dico a nessuno. Ma a lei sì. I giorni passati la guardavo ogni tanto e l’ascoltavo. L’osservavo mentre parlava. Ho capito che potevo fidarmi, che non sarei stata giudicata”.Improvvisamente compresi i suoi silenzi. Mi studiava quasi a vedere se c’era posto anche per lei dentro di me. E saggiava la mia disponibilità, la capacità di ricevere il suo dolore. Aveva spiato il mio dialogo e s’era fatta l’idea che l’avrei saputa ascoltare.

Accanto al malato, suoi compagni di viaggio, noi entriamo in un gioco relazionale, nel quale tutto ciò che facciamo o che non facciamo, diventa per lui un messaggio importante: anche il silenzio diventa parola. E può riflettere la nostra serenità o le nostre paure. La nostra paura della malattia, del dolore e della morte, se negata e soffocata, ci rende muti e incapaci di aiutare.

Il malato ha bisogno di comunicare, di poter narrarsi e sentirsi capito e accettato. “L’impatto improvviso o permanente con l’infermità può produrre sconcerto o rabbia, depressione o paura, ribellione o senso di colpa. La relazione sanante non comporta solo la cura della parte malata della corporeità, ma anche il dialogo con la persona per comprenderne la storia, recepirne i meccanismi di difesa, avvertirne i pensieri e le preoccupazioni, accoglierne i sentimenti, individuarne le risorse e i valori. L’attenzione globale permette di passare dal contesto limitato della guarigione biologica all’orizzonte più vasto della guarigione biografica, che abbraccia l’interezza della persona.Comunicare a questi livelli è offrire salute, significa scoprire che in ogni malato abita un medico interiore, per cui la sfida rivolta ai professionisti della medicina e dell’assistenza è di educarsi a individuarlo e a portarlo alla luce. Apprendere questo linguaggio sanante risulta più facile quando l’operatore sanitario è consapevole del malato che porta in sé, malato rappresentato dai propri limiti e fragilità, per cui è più capace di accostarsi a chi soffre con atteggiamenti di umanità e di parità”2.Il dolore del malato entra spesso in risonanza con i nostri presenti o antichi dolori. Nel dialogo con chi soffre vengono a galla le nostre ferite e le barriere che abbiamo man mano costruito fin dalla nostra infanzia, per salvarci dal nostro profondo dolore. Sono barriere che ci impediscono di essere veramente noi stessi e di essere presenti agli altri e in comunione con loro. Per ascoltare la parola del malato, e decifrare le sue emozioni, dobbiamo imparare a non far tacere il dolore delle ferite che abitano dentro di noi.

La paura del diverso

Viviamo in una società che enfatizza la salute, la bellezza, la giovinezza, il benessere e ci è quindi psicologicamente disturbante e difficile pensare ai “rovesci della medaglia” che pure fanno parte della vita: la malattia, il dolore, l’handicap, la vecchiaia… e la morte.La malattia, prima o poi, ci tocca da vicino: ci ammaliamo noi stessi o le persone che più amiamo. Rimuoverla dalla nostra vita personale e sociale non solo complica i nostri rapporti con coloro che stanno vivendo l’esperienza della malattia ma ci rende anche più drammatica, ed a volte insostenibile, la “nostra” malattia: quando cioè ne siamo personalmente implicati.

Eppure con la malattia dobbiamo imparare a convivere. Lo devono fare soprattutto coloro che sono affetti da malattie croniche. Di fronte ad una diagnosi di malattia cronica, la prima sensazione che il malato ha è quella di un incredibile tradimento da parte della vita. Tanti impegni, progetti, desideri: tutto annullato, d’un colpo solo. L’elemento del definitivo sembra segnare in modo irrevocabile il suo futuro. Egli è un individuo che deve convivere con una malattia in un mondo costruito per i sani e nel quale, non poche volte, si sente straniero.

Le malattie croniche, che sono tra loro molto diverse, hanno però in comune il fatto che “durano nel tempo”; hanno cioè un particolare carattere temporale, nel quale la sofferenza presente è percepita sempre sullo sfondo dell’esperienza passata e delle possibilità future, è intrecciata nella biografia della persona (e della sua famiglia).L’individuo malato vive una specie di interruzione biografica, il sentimento che il corso della propria vita è seriamente minacciato e con esso la propria identità. A questa rottura la persona deve rispondere attraverso una ricostruzione narrativa, dando nuovi significati alla sua biografia, un nuovo filo conduttore al racconto della sua vita.

Egli deve trovare una strategia di adattamento a una malattia che dura a lungo nel tempo o che accompagnerà tutta la sua vita. Anche la famiglia deve fare questo lavoro. A confrontarsi con la malattia, infatti, non è solo il malato. Sono i familiari e gli amici più intimi: un insieme di personaggi inseriti in una stretta e coinvolgente “rete di relazioni”. La storia della malattia è il racconto non solo della storia personale del malato ma di tutta la famiglia: la trama di un romanzo familiare. Il racconto della malattia è il racconto della storia del malato, ma anche della storia familiare.

Per noi che stiamo accanto al malato, e lo vogliamo aiutare, ricercare il significato che la malattia ha per il malato, vuol dire fare un viaggio con lui dentro la sua storia familiare e dentro la ricchezza delle sue relazioni.

Troppe parole e un tipo di compassione che le fa sentire sempre in debito: è questa la critica che alcuni familiari di bambini che convivono con una disabilità fanno a tutti noi. Troppa superficiale e distante la nostra partecipazione.

Loro hanno invece bisogno che qualcuno si cali empaticamente dentro alla loro vita, li capisca dal di dentro, vesta i panni del loro disagio, della loro emarginazione, stia loro accanto, si faccia loro compagno di viaggio anche per un breve tratto di strada e dia loro una mano per ristabilire il controllo sulla situazione, anche attraverso aiuti semplici ma concreti: fare la spesa, dare una mano nei piccoli lavori in casa, prendersi cura dei bambini non disabili, dare informazioni utili sull’assistenza finanziaria e sui programmi di intervento precoce, farli entrare in gruppi di aiuto e di supporto, dar loro il cambio per farli “respirare” per qualche ora o concedere loro la possibilità di passare una giornata tra marito e moglie in santa tranquillità, senza il bambino. Ciò che si dovrebbe innanzitutto fare è aiutare queste famiglie ad evitare l’isolamento.

In alcune circostanze, il silenzio che circonda il mondo della disabilità potrebbe essere rotto anche attraverso celebrazioni appropriate, il luogo del gesto di tenerezza, del canto e della lode a Dio: il tempo in cui le famiglie dei bambini disabili vengono aiutate a fare lutto – fare pasqua e cioè passare – dal “bambino sognato” al “bambino reale”, accettandolo insieme con la comunità in cui vivono.Anche il grido di rabbia, detto o cantato, diventa allora un momento di liberazione: un pellegrinaggio che nella “terra straniera” della disabilità può far scoprire la presenza silenziosa di un Dio che è anzitutto tenera comunione. Il tutto mediato dalla presenza di una comunità che, passando con loro la Porta redentiva del dolore, ha tolto le molte, e invisibili, barriere mentali che impediscono a chi soffre di accedere al cuore della nostra vita personale, sociale ed ecclesiale.

La persona con handicap sperimenta, molto spesso, il rifiuto a causa di una diversità non desiderata di cui è portatrice, e con cui viene identificata: non una persona che ha una disabilità, un handicap, ma che è un disabile, un handicappato. In questa chiave, l’ambiente sociale inquadra e interpreta ogni suo gesto e ogni suo messaggio: la disabilità assorbe dunque l’identità della persona e ne comporta un cambio, sempre in senso restrittivo. E questo diventa un filtro attraverso il quale la persona con handicap viene percepita e il binario entro cui viaggiano i nostri comportamenti nei suoi confronti.

L’intervento riabilitativo ha in sé un’immensa potenzialità di ricostruzione dell’identità. Esso ha infatti lo scopo di cercare, insieme al paziente, i “trucchi” utili ad aggirare le difficoltà, ossia per fare con l’handicap e non per non fare o fare contro. L’identità, allora, si può costruire integrando elementi che da uniche possibilità diventano una delle caratteristiche specifiche di una persona. Ciò che conta, è che il paziente possa integrare l’handicap nella propria identità, e non costruisca quest’ultima solo attorno all’handicap, ricercando invece una propria autonomia, non sempre quella sognata, ma quella reale e “possibile”3.

Ma questo è soprattutto un problema culturale. “Santo Padre, mi chiamo Claudio, comunico attraverso una lavagnetta trasparente in un modo nuovo e veloce”. Con queste parole iniziava una lettera scritta al Papa, nei giorni del giubileo delle persone disabili. E continuava: “Il vero problema dell’handicap è solo la paura della diversità. Non che tutto il resto non esista, ma, secondo me, riveste un ruolo di secondo piano. La parola chiave perché questo cambiamento culturale avvenga è fiducia. Santo Padre, il termine disabile vuol dire non abile e con la fiducia non centra nulla, bisogna trovare un nuovo termine, io propongo diversabile, che vuol dire abile in modo diverso. Quando ho capito queste cose ho cominciato, e non ho ancora finito, un cammino di liberazione che spero, mi porterà a essere unico nella mia diversità. Credo, infatti, che la diversità ci aiuti tutti a capire come ogni uomo sia unico e speciale, e per questo amato in modo particolare dal Signore. È chiaro, quindi, come la diversità sia fonte di gioia, di vita e di salvezza. È finalmente forse il momento di passare da una logica basata sulla sofferenza a una nuova cultura fondata sulla risurrezione che è partecipazione alla vita”4.

Crisi e opportunità

L’esperienza di malattia è un’esperienza di crisi. E come ogni crisi essa ha in sé delle opportunità: non ultima quella di pensare al trascendente, di purificare l’immagine stessa di Dio e di cogliere la sua presenza nelle relazioni con gli altri. La malattia evoca l’idea di un viaggio che rivela le illusioni e obbliga a rivedere ciò che si pensava tranquillamente acquisito.Accompagnare il malato vuol dire camminare con lui nell’elaborazione di nuovi equilibri – dalle illusioni alla realtà – coscienti che nella relazione con lui entrano in gioco le sue e le nostre immagini su Dio, le sue e le nostre idee sulla vita, sulla malattia, sul dolore, sulla morte e sull’al di là: i contenuti delle valigie che accompagnano il nostro viaggiare.

Nel tentativo di dare senso alla sua sofferenza il malato si trova spesso sommerso in una serie di domande, simbolo di una ricerca ma anche espressioni più o meno aperte di un certo modo di “vivere” il divino e la sua presenza.Vari sono i significati dati alla malattia e al dolore (punizione, prova, sfortuna, destino, elemento della condizione umana, occasione di crescita umana e religiosa, “volontà di Dio”, ecc.) e questi significati, presenti nel malato o veicolati da chi lo cura, contagiano le emozioni del malato stesso, si trasformano in vissuti e strutturano l’esperienza stessa del soffrire nelle sue varie dimensioni.

Nella relazione tra il malato e chi lo assiste e lo cura avviene cioè un vero e proprio contagio non solo a livello emotivo e cognitivo ma anche religioso e più ampiamente spirituale.

La malattia si rivela anche l’occasione (non solo per il malato ma anche per noi) di purificare o riscoprire valori dimenticati, non ultimi la salute e la vita. Si trovano spesso nuovi significati per vivere. E si riscopre le relazioni e il sapore della speranza. Nella fiducia (non illusoria ma realistica) nelle risposte dell’altro alle proprie domande ri-nasce un senso di sicurezza su cui si fonda la speranza, la possibilità cioè di proiettarsi in un futuro possibile, fondato non tanto sull’onnipotenza del proprio desiderio ma sulle proprie reali capacità e sull’intervento di qualcun Altro. E questo passa attraverso tutte le vie del nostro comunicare.Nella malattia non si possono eludere le grandi domande. “Ogni giorno – scrive il Santo Padre nel messaggio in preparazione alla giornata mondiale del malato di quest’anno – mi reco idealmente in pellegrinaggio negli ospedali e nei luoghi di cura, dove vivono persone di ogni età e di ogni ceto sociale. Vorrei soprattutto sostare al fianco dei degenti, dei familiari e del personale sanitario. Sono luoghi che costituiscono come dei santuari, nei quali le persone partecipano al mistero pasquale di Cristo. Anche il più distratto è lì portato a porsi domande sulla propria esistenza e sul suo significato, sul perché del male, della sofferenza e della morte (cf GS, 10)”. Ma questo riguarda non soltanto il malato ma anche ognuno di noi.

Accanto al malato, troppo spesso, le parole scorrono veloci, quasi dovute. Un gioco di pedine, l’ospedale una scacchiera e le parole come mosse per difendersi. E riaffiorano i ricordi. Che fretta certi giorni: giri veloci perché avevo sempre altro da fare. Mi sembrava fuori luogo la preoccupazione di tanti malati: l’intervento chirurgico? Una cosa da niente. E tutta quell’ansia e quella paura, perché? Il primario era così bravo. Anche i suoi aiuti certo. A quell’altro avevano trovato un tumore? Beh mica tutti sono così! E veloce ad infilare l’ascensore. Impegni. Un’occasione perduta. Come quando reagivo in malo modo alla collera altrui. Impreparazione. Mandato in campo così, senza conoscere il gioco sottile delle emozioni. Ricordo quel malato, un uomo grosso così, arrabbiato; acido e tagliente con tutti quelli che lavoravano in ospedale: “mangiapane-a-tradimento” li chiamava lui. Se ben ricordo non risparmiava neanche me. E io a rispondergli a tono; a difendere tutti, fuorché lui. Ma soprattutto a difendere me. E la soddisfazione di aver vinto la battaglia. Solo che avevo perso lui che mi voleva semplice schermo in cui proiettare la sua angoscia, il suo film. Brutti scherzi dell’inconscio che sfuggivano di mano anche a lui. E la mia aggressività lo lasciava ancora più solo.In realtà lasciavo isolata e sola anche quell’altra, una malata depressa alla quale rispondevo formale con parole di circostanza e gesti dovuti. Sabbie mobili la sua tristezza. Meglio tenersi a distanza. Contatti neutri. Molto pericoloso approfondire la relazione con lei. Meglio lasciarla nel suo brodo. E lei a soffrire di più: la sensazione dentro di non valere neanche l’attenzione di un prete. Ma che vuoi, se badi a tutti! E sgusciavo via.Ricordi…

Ma resta una domanda. Chi sente oggi l’importanza di essere attento ai bisogni del malato, alle sue reazioni psicologiche, al suo vissuto? Chi alla fin fine sente il dovere di “riunire” nel malato i vari frammenti, di cercare con lui una strada accettabile tra fatti, avvenimenti, dati scientifici, insicurezze insorgenti, necessità terapeutiche? Chi l’accompagna lungo l’andare e venire di emozioni e speranze?

La malattia è molto spesso per l’individuo che ne fa esperienza una crisi a tutto campo. Ma proprio in questa crisi si affacciano nuove possibilità e opportunità. Ogni fase o ciclo della vita comincia da fasi di incertezza, di complessità seguite da novità e sorprese: le crisi della vita, le varie situazioni di perdita, che possiamo chiamare piccole morti. Al di là della sofferenza e delle reazioni di scoraggiamento, le piccole morti della vita e i loro periodi di lutto ci offrono l’opportunità di assumere sempre di più le ricchezze che aspettano di essere scoperte dentro al nostro io.

Ogni malattia apre una crisi di comunicazione con l’altro. Il malato, al di là del suo ripiegamento su se stesso, può scoprire che non è solo al mondo, che altri esistono e che le relazioni con questi altri costituiscono il suo stesso essere. Egli prende coscienza che esiste un sentimento di solidarietà con l’ambiente circostante, specialmente con gli altri malati, le loro sofferenze: la virtù della carità. Si accorge dei familiari e dei loro sacrifici. I legami si approfondiscono, si purificano. Il malato apprende l’accoglimento dell’altro. Per questo si esce spesso dall’incontro con il malato confortati.

Compagni discreti

Per il soggetto, la malattia è vissuta come una crisi. Ogni volta che c’è una crisi, nasce la questione che riguarda il senso della speranza, dell’assurdo o della disperazione. Probabilmente non potremo fare molto per mutare le cose, ma può darsi che la crisi si trasformi in occasione di cambiamento. Chi è in crisi è nell’impossibilità di raccontare la propria vita con un minimo di coerenza e di senso compiuto. Tuttavia è proprio quando si racconta la propria vita che questa prende senso emergendo dal narrarsi stesso. È quel che accade nel racconto che fa il malato. Per poter affrontare l’avvenire egli deve ritrovare il senso al proprio passato.La crisi è occasione di cambiamento. Nella malattia cambia spesso il modo di guardare alla vita. Cambia l’orizzonte. La crisi è momento drammatico, di valutazione e di ristrutturazione delle gerarchie di valori ai quali abbiamo creduto.E il compito di colui che sta accanto al malato non è quello di ‘spiegare’, ma di far vedere al proprio interlocutore i punti d’appoggio per valorizzare le proprie risorse interiori capaci di fargli inventare un futuro (e cioè dare un nome alla speranza). Ascoltare chi è in crisi vuol dire, però, “entrare in punta di piedi nella conversazione interiore che egli ci confida temporaneamente, sapendoci ritirare al momento giusto”5. Essere cioè compagni di viaggio discreti.

La malattia è luogo di incontri e di relazioni: piccoli ponti che aprono a Dio.

Un cappellano, parlando del suo cammino di accompagnamento con un malato, Andrea, così scrive: “La relazione a due tra lui sofferente e me che l’accompagno si apre in verità ad una nuova dimensione: una relazione a tre, lui, io ed il Signore… relazione all’inizio brancolante senza dubbio, che poco a poco si precisa, dove ciascuno lavora spiritualmente nella conversazione alla scoperta della verità su se stesso, sull’altro, sull’Altro (con la A maiuscola), finché sorga per Andrea il senso ritrovato. È tempo allora per me di eclissarmi, di lasciare che se la sbroglino tra loro due, dal momento che attraverso quella prova irta di minacce è rinnovato il contatto di Andrea con colui che… per lui e con lui ha già giocato la sua pelle… e non cessa di giocarla”. Anche l’accompagnatore “non può che giocare la sua pelle, compromettersi, con il rischio di cambiare anche lui, nel traghettare e fare in modo che la parola del malato incontri la Parola di Dio”6.

Compagni di viaggio, il malato e noi. Ma come a Emmaus, Qualcuno si aggiunge al nostro camminare, condivide le nostre tristezze, si fa nostro compagno di viaggio e ci scalda il cuore.

“Brucia in casa i figli malati”: questo il titolo apparso, mentre terminavo il mio ultimo libro, su un quotidiano molto diffuso. E il giornalista scrive: “Una figlia schizofrenica, un oligofrenico, la terza sana ma da alcuni anni fuori casa. Una vita d’inferno, come quella di migliaia di famiglie che convivono con i drammi della malattia psichiatrica. Ha assistito i suoi ragazzi, malati fin dalla nascita, con disperato amore. Da sola. Con il coraggio di una madre che dopo l’abbandono da parte del marito, morto 11 anni fa, ha riunito tutte le forze per loro”. Non ce l’ha fatta più, “li ho uccisi io – ha detto sotto choc a un vicino – così hanno finito di soffrire”7. Lasciata sola, troppo sola a prendersi cura dei suoi figli malati.Malattie, quelle mentali, non poche volte dimenticate. Una sofferenza che preferiamo non vedere. Eppure ci sono, accanto a noi, di là dal giardino della nostra casa. C’è un dialogo da riprendere con tante famiglie lasciate sole, una comunicazione da imparare con chi vive in un mondo che sentiamo lontano. Troppo spesso preferiamo illuderci che siano sofferenze e crisi altre-dalle-nostre, lontane da noi e dalle nostre emozioni.

La domanda di chi soffre è soprattutto domanda di relazione.

Abbiamo, quindi, un impegno importante da assumerci: non solo non emarginare una sofferenza che ci disturba ma anche riscoprire la forza sanante delle nostre relazioni e trasformare i nostri ambienti di vita in comunità sananti, che curano, si prendono cura e offrono un “competente” aiuto relazionale e spirituale8.

Imparare a leggere la vita e le persone (Franco Cagnasso)

Dopo sette anni passati a lavorare con i giovani, studiare il mondo islamico, scrivere su riviste missionarie, partecipare a campeggi, dibattiti e convegni, prete trentatreenne vidi finalmente realizzarsi il sogno di andare in missione. Mi svegliai dal sogno, e mi parve di essere precipitato “in the middle of nowhere”, come dicono gli Inglesi: nel bel mezzo del nulla.

Barisal, sonnolenta e piatta cittadina del Bangladesh meridionale, allora senza telefono e senza strade decenti. Stavo in un edificio il cui nome “Centro Culturale” indicava una speranza, più che una realtà, e lì m’arrabattavo come un bimbo dell’asilo a scrivere i caratteri bengalesi e a imparare quella lingua sonora e simpatica ma per me assolutamente incomprensibile.

Uscivo pochissimo, a piccole dosi, perché vedere tanta miseria con i miei occhi di benestante mi metteva un’angoscia insopportabile. La mattina leggevo il giornale in inglese di due giorni prima, quattro paginette portate in battello dalla capitale. Dava notizie per me insignificanti, vecchie di una settimana o più.

Mi sembrava di morire, privato di ossigeno per il cervello e per il cuore.

Non sono morto.

Anzi, ho imparato una semplice, elementarissima verità che voglio mettere alla base di questo articolo: studiare e informarsi non è indispensabile.

Di più, non è neppure indispensabile saper leggere e scrivere.

Quanti santi sono analfabeti?

Santa Bakita, la simpatica schiava sudanese divenuta suora e canonizzata il 1° ottobre scorso, leggeva a fatica e quasi non sapeva scrivere. Come lei molti altri, nel passato e nel presente.

Ne conosco anch’io di santi analfabeti, in diversi angoli del mondo. La mamma di suor Binita sa il vangelo quasi a memoria, lo ha raccontato ai figli, e secondo me è più saggia di Salomone e della Regina di Saba messi insieme, ma non sa leggere e scrivere. Sua figlia, un’ottima religiosa che si dedicava ai malati nel mio primo luogo di missione, sa benissimo che la sua mamma è più santa e sapiente di lei, che pure ha titoli di studio e fa la meditazione sui commenti esegetici.

Gesù non ha mai raccomandato lo studio, e S. Francesco aveva sospetto di chi desiderava possedere libri.

  1. Paolo, istruito ed erudito, si scaglia contro i “sapienti”, filosofi, scribi e compagnia, e pare non sognarsi neppure di raccomandare le buone letture (salvo forse quelle delle sue lettere, ma per quelle bastava uno in comunità che riuscisse a decifrarle…).

Studiare, può diventare pericoloso?

Bisogna infatti aggiungere che lo studio non soltanto non è indispensabile, ma è anche pericoloso.

Può farti presuntuoso. Un amico missionario, divoratore di libri di ogni genere, tempo fa, preso da sacro zelo ispirato alle sue ultime letture sul rinnovamento della catechesi, si mise in testa di istruire i fedeli della sua missione. Li invitò perentoriamente a fermarsi nel cortile della chiesa dopo la Messa, e li sottopose, domenica dopo domenica, a massicce cure di dottrina aggiornata. I primi risultati furono entusiasmanti, e lui non si negò la soddisfazione di far sapere che tutti gli altri avevano capito niente di quel gruppo etnico, e lo avevano sottovalutato, perché in realtà è assetato di sapere.

Nel giro di due mesi, l’assemblea di ridusse però a poche vittime impossibilitate a fuggire perché legate istituzionalmente alla missione: sacrestano, catechista, figlio del sacrestano, moglie del catechista e direttore della scuola.

Al nostro esperto in catechesi e scienze varie non venne neppure in mente l’idea che la sua preparazione fosse male applicata alle persone che voleva istruire. Al contrario, la sua conclusione fu chiara e perentoria tanto quanto le sue prime impressioni: sì, quel gruppo è assetato di sapere, ma è anche tragicamente incostante…

Oggi la vera ricchezza si trova nel conoscere, e il grande divario fra ricchi e poveri più che nella quantità di denaro e di beni posseduti sta nell’accesso al sapere tecnologico, finanziario, informatico, e così via. Non per nulla i paesi ricchi succhiano immediatamente a quelli poveri le persone meglio preparate, matematici, medici, ingegneri, tecnici nei campi più richiesti, e questo drenaggio è più importante della licenza di sfruttamento di miniere o piantagioni. Un settimanale di Hong Kong specializzato sull’economia dell’Asia, ha pubblicato recentemente uno studio in cui invita i governi del continente ad attuare una politica aperta a riguardo dell’immigrazione, altrimenti perderanno la gara per accaparrarsi i migliori cervelli, una gara “che può determinare chi sarà più forte nell’economia del XXI secolo”1.

Il sapere è ricchezza ed è potere, ed è quindi terribilmente pericoloso dal punto di vista del Vangelo, così critico verso i ricchi e i potenti di questo mondo.

Chi sa può farsi strada, può manipolare, può usare gli altri: dal fazendero senza scrupoli che conosce le leggi e ottiene documenti a suo favore per imbrogliare i braccianti illetterati, al giornalista arrogante che usa della propria abilità per far carriera a scapito della verità e della dignità degli altri…

Il sapere è tentazione d’orgoglio, perché dà l’impressione di autosufficienza, di superiorità, di pienezza. Ricordo i sorrisetti sprezzanti con cui – studentelli di teologia – ascoltavamo le omelie che ci capitava di ascoltare da qualche prete un po’ alla buona e che non aveva letto l’ultimo (forse, a dire il vero, nemmeno il penultimo) libro di esegesi…

 

Si può diventare idolatri del sapere.

La cultura è spesso la divinità a cui ci si inchina. Chi la possiede si sente sacerdote del sapere, giudice di tutto e di tutti, posto al di sopra della massa a cui concede di tanto in tanto la sua attenzione benevola per spiegarle di che cosa ha bisogno e che cosa non ha ancora capito, o il suo sguardo sprezzante per informarla che è insopportabile per la sua ignoranza, e – appunto – incultura.

Per questo ogni tanto giornali e riviste commentano ricerche statistiche rigorosamente documentate e ci affliggono con le solite lagne sugli italiani che non leggono (mentre invece gli svedesi, quelli sì…); proprio come il parroco che si sfoga sui poveri fedeli presenti parlando male di quelli che non sono presenti. E non si chiedono loro, i sapienti, se per caso gli italiani leggono poco perché loro, i sapienti, scrivono cose poco interessanti o le scrivono male2.

Leggere e informarsi può diventare una droga, incapace di nutrirci ma di cui non si può fare a meno, generatrice di deliri di onnipotenza e di rapporti completamente deformati con la realtà e con gli altri.

Ma torniamo a Barisal.

Messo a rigoroso digiuno, ridotto a mendicare pezzettini di carta stampata in lingue a me note come un affamato si mangia le bucce di patata, mi sono chiesto che cosa diavolo mi stesse succedendo, come sopravvivere, dove stavo andando.

E, grazie a Dio, ho aperto gli occhi.

 

Imparare a guardare alberi e foglie

Ho scoperto che si può passare tanto tempo semplicemente a guardare alberi e foglie.

Che si può attendere.

Che avevo un’enorme quantità di ciarpame nella testa, informazioni disordinate, ansie inutili, presunzioni. Ingozzandomi di letture avevo pensato di nutrirmi, ma avevo anche fatto indigestione. Ero stato un consumista del cervello.

Ho scoperto che in giardino, tutti i giorni, veniva un contadino che passava ore e ore accoccolato a sbriciolare le zolle dure della stagione secca con una piccola clava, preparando il terreno per la semina. Grigio di capelli, bruciato dal sole, magro, silenzioso. Usava i giornali per avvolgere la verdura che vendeva al mercato.

Era un uomo come me, eppure non capivo niente di lui. Pensavo che ad essere così poveri e così ignoranti non ci fosse vita degna di essere vissuta. Pian piano, osservandolo a lungo, me lo ricostruii interiormente come uomo. Aveva una famiglia, amava i figli e la moglie – anche se il suo modo di esprimere (o di nascondere) l’amore mi pareva strano. Aveva una fede e pregava, tutti i giorni. Sperava, soffriva, rideva, temeva…

Che cosa gli passava in testa mentre le zolle si frantumavano con la sua fatica, chino, quasi amalgamato alla terra? Dove erano, per lui, i grandi problemi internazionali, le riflessioni dei filosofi, le scoperte della scienza, le sottigliezze dei teologi, le meraviglie orgogliose del progresso?

Fra poco tempo sarebbe morto, e ora stava vivendo la sua unica vita, come quella di altri miliardi di uomini per migliaia di anni, non come la mia. Vite sprecate?

Aveva accolto se stesso e aveva imparato l’arte di preparare il terreno, sapeva quando condurre la mucca a bere, dove immagazzinare il riso, come resistere alla terribile fatica dell’aratura. Era responsabile di altre vite, quelle dei figli, si era messo sotto la protezione di Dio, gustava l’aria fresca del mattino e il luccicare dorato della juta appena lavorata.

Dovevo ripartire da quell’uomo.

 

Gli spazi dello studio

Buttando via i miei libri, disinteressandomi degli avvenimenti del mondo, ignorando la mia storia?

Non mi sono mai sentito attratto da una prospettiva del genere.

Piuttosto, si trattava di collocare meglio studio e informazione dentro il mio essere uomo, credente, missionario, di dargli anzitutto uno spazio interiore chiaro per cui io fossi in controllo, non loro.

Il primo potrebbe essere chiamato lo spazio dello stupore.

Mi trovavo in una realtà nuova, quella del Bangladesh. Spesso provavo un’acuta sofferenza (ho già accennato alla povertà, l’incapacità a comunicare, c’erano pure il confronto con persone di un’altra fede religiosa, le evidenti ingiustizie, e tanto altro…) ma proprio ciò che era più diverso e che causava più inquietudine stimolava di più riflessione, crescita, verità. Sentivo che la mia umanità si stava dilatando.

Noi siamo in mille modi limitati, ma per certi aspetti non abbiamo confini. Siamo esseri in divenire, abbiamo orizzonti di eternità e di infinito. Cogliere cose diverse e nuove è incamminarsi verso questi orizzonti. Se non c’è più nulla di cui ci stupiamo, siamo fermi e chiusi: sassi.

Lo spazio dello stupore è risponde alla nostra vocazione fondamentale di esseri umani che desiderano conoscere, crescere, imparare, comunicare. Siamo esseri curiosi. C’è una curiosità petulante e stupida che disgusta, ma c’è la curiosità seria, vorrei dire “pia” di chi guarda attorno a sé con la persuasione che tutto è frutto dell’opera di Dio, tutto è per l’uomo. Chi si chiude volontariamente allo stupore si chiude ad una comunicazione con Dio stesso.

Dicevo prima del “ciarpame” che ho scoperto di avere in testa quando sono stato costretto a smettere di inghiottire informazioni in dosi massicce. Mi spiego.

Il ciarpame viene dal gettarsi avidamente su qualsiasi cosa alienandosi a se stessi. Bisogna imparare ad “uscire” alla scoperta di ciò che è bello, che nutre l’anima e l’intelligenza, che appassiona al nostro essere vivi e capaci di comunicare. Ciò richiede la disciplina del desiderio, dell’avidità, e d’altro lato la vittoria sulla pigrizia del già noto, dell’ovvio, del ripetitivo che ci stanca ma da cui non sappiamo staccarci. Uscire può costare fatica e sofferenza, ma dilata il cuore – come salire in montagna è faticoso ma allarga gli orizzonti e lascia progressivamente entrare in noi la bellezza.

E’ una questione di qualità, non di quantità. Quanto tempo si perde in stupidità, e poi si ritiene di non aver tempo, o non si ha più voglia di cose belle!

Ogni giorno abbiamo davanti scelte grandi e piccole fra la stupidità e la bellezza. La stupidità di pettegolare all’infinito sulle solite cose, di crogiolarci nei nostri malesseri e nelle nostre autocommiserazioni, di lasciarci ipnotizzare dai colori e dagli squallori della TV, di dedicarci devotamente all’inutile; contro la bellezza di una conversazione intelligente e interessante, di una buona lettura, di un momento con noi stessi. Sentiamo tanto il bisogno di di-strarci e di di-vertirci, ma quanto è più bello fare compagnia a noi stessi o ad altri senza bisogno di null’altro che della compagnia stessa!

In quest’ottica, lo studio non è un atto di egoismo o un acquisire strumenti di potere, ma un dono che riceviamo. Avere la possibilità di leggere e di studiare è una ricchezza di cui dovremmo sempre essere profondamente grati, così come siamo grati di avere la vita, gli occhi, gli amici. E’ un “talento” prezioso che ci permette di incontrare fratelli e sorelle nel loro modo di pensare, di vivere, nelle loro esigenze. Di esplorare l’opera e la rivelazione stessa di Dio nel creato, nella storia, nell’arte, nel mistero di ogni esistenza umana.

Se ho ricevuto questo dono e lo accolgo, sono come il contadino di Barisal, che ha pazientemente imparato a coltivare la juta, a capire quando arriva la pioggia, a tessere la paglia per il tetto della sua casa. A partire dai contesti diversi in cui ci troviamo, ciascuno di noi due (il contadino e io) esplora il mondo in cui si trova, lo ama, cerca di capirlo, di collocarsi in esso nel modo più giusto e più ricco di possibilità di scoprirvi Dio. Se ho ricevuto questo dono e non lo accolgo, sono come un contadino che non sa seminare al tempo giusto, che spreca l’acqua, che con la sua pigrizia lascia la famiglia nel bisogno, che non ha occhi per vedere l’opera di Dio.

Un secondo spazio interiore che si apre allo studio potrebbe essere chiamato lo spazio dell’amore che serve.

C’è da vergognarsi per come certi missionari e missionarie parlano (verrebbe da dire “sparlano”) la lingua del posto, per l’approssimazione con cui si esprimono, per l’incapacità di elaborare un minimo di riflessione sulle differenze fra la loro cultura d’origine e quella del popolo a cui sono stati mandati.

Eppure, qualche volta, sono loro che conquistano il cuore della gente. I semplici – ma non solo – hanno come un sesto senso, un radar invisibile che li porta a simpatizzare e a fidarsi di loro, e a stare alla larga da altri, anche se parlano bene, sono preparati, si sforzano di adattarsi e di capire.

Questo è vero, verissimo. Tanto vero che alimenta spesso una serie di luoghi comuni: “Basta un po’ di buona volontà…”; “C’è poco da capire, tanto siamo tutti uguali…”; “Macché cultura e cultura, quel che ci vuole è rimboccarsi le maniche e dare il buon esempio…”.

Siamo fra due fuochi. Da una parte queste banalità perniciose, e dall’altra la persuasione che quanto più aumentano i corsi di specializzazione, i titoli di studio, le disquisizioni dotte tanto più si è preparati a far missione.

Ciò non vale solo per i missionari che devono entrare in altre culture, ma riguarda ogni tipo di servizio. Parole orrende come “managerialità” e “professionalità” guardano dall’alto in basso la pigra teoria del fare alla buona, del mettersi d’accordo e rabberciare le cose in qualche modo. Si punta tutto sulla preparazione tecnica e si fatica a conciliare il rispetto e l’attenzione alla persona con la produttività, l’amore che cerca di adattarsi e la preparazione che richiede rigore e non fa sconti.

Senza voler semplificare a tutti i costi, bisogna dire che il dilemma è falso, male impostato.

Il credente che si pone a servizio degli altri in forza della propria fede, si muove prima di tutto per amore, e l’amore guarda la persona, si pone al suo servizio. Ma che amore è quello che non cerca di dare il meglio? Come si può dire di amare se non ci si interessa di capire, di dare spazio all’altro con la sua storia e le sue esigenze, di trovare vie per farsi capire e per crescere insieme?

Torno a sr. Binita, quella suora infermiera molto brava con la povera gente, e consapevole di avere una mamma analfabeta ma più sapiente di Salomone e della Regina di Saba.

Una sera dovetti bussare alla porta della sua comunità ad ora molto tarda, per un’urgenza. Mi fecero entrare, le suore sedevano attorno al tavolo dove avevano cenato, e vidi con stupore Binita intenta a consultare libri di medicina, a lume di lanterna. La sua abilità di infermiera era così spontanea e convinta, così appassionata per ogni ammalato, che non mi era mai passato per la testa il pensiero che dovesse studiare, cercare, aggiornarsi. Invece lo faceva, eccome!

Come un fotogramma un po’ sbiadito ma a cui sono affezionato, m’è rimasta nella mente l’immagine di quella stanza fiocamente illuminata, dei libri in penombra con la suora che li leggeva, ed è per me l’icona della “professionalità” del cristiano. Non un partire dalla scienza per riversarla sugli altri come rimedio automatico ai loro mali (o alla loro ignoranza, o alla loro impreparazione, ecc.) ma un partire dalla passione per l’altro, dalla ricerca di ciò che può davvero portare vicino a lui o lei, ad aiutare, e perciò studiare, prepararsi, acquisire conoscenza (scienza) che non abbia nulla da invidiare a nessuno. Quella non è scienza che gonfia, ma scienza umile, come l’arte di cuocere un buon pane, come la mano attenta del contadino di Barisal quando trapianta le pianticelle di riso.

Se crediamo questo, allora possiamo tornare a chiederci come mai il missionario che non parla bene la lingua, che è arruffone e di poco ingegno sia qualche volta quello più amato, quello che tocca i cuori – molto più dell’altro, preparato e colto. E’ perché il sesto senso della gente ha percepito che quell’uomo, o quella donna, danno tutto ciò che sono e che hanno. Il loro stare lì è l’obolo della vedova. Mentre l’altro, il sapiente, si fida di ciò che sa.

La loro impreparazione non è frutto di pigrizia, di scarsa attenzione. Non sono amati perché impreparati, ma perché ce l’hanno messa tutta.

Un mio confratello ebbe questa strana esperienza: proprio alla sua prima Messa, al momento dell’omelia ebbe una totale amnesia. Stette alcuni, aggiaccianti minuti muto davanti a tutti finché suo padre s’alzò dal primo banco, lo prese per un braccio e lo ricondusse all’altare dicendogli: “Vai avanti, stupido!”.

Ne restò segnato per sempre. L’omelia per lui era un incubo. Iniziava il lunedì a leggere e rileggere i testi, teneva davanti commenti e libri, scriveva e riscriveva con ansia crescente, che raggiungeva il culmine il sabato sera. Così per tutta la vita.

Si riteneva un pessimo predicatore, ma ancora oggi, anni dopo la sua morte, la gente ricorda le sue parole. Perché sapendosi incapace si preparava, cercava parole semplici, esempi e proverbi, ci soffriva sopra chiedendosi come meglio farsi capire…

Il sapiente gonfio di orgoglio è terribile, ma peggio ancora è l’ignorante presuntuoso e pigro. Se alla base c’è un amore umile, di lì nasce l’impegno e il risultato non manca, anche quando le unità di misura soltanto umane ed efficientiste ci dicono che invece non c’è o è troppo scarso.

Luogo dello stupore e luogo dell’amore che serve. Che altro?

Abbiamo anche un orizzonte interiore, o se preferite una profondità in cui addentrarci. E’ esattamente quello spazio a cui cerchiamo di sfuggire quando accendiamo automaticamente la radio appena ci troviamo soli, quando leggiamo qualsiasi cosa ci capiti a tiro, quando ci troviamo sperduti a causa di un’imprevista mezz’ora senza nulla da fare.

Servono, per questa esplorazione interiore, libri e informazioni?

Se vado in libreria e mi guardo attorno direi di no. Anni fa m’appassionavo, mi veniva voglia di leggere tutto. Adesso mi viene il capogiro, e quasi sempre faccio una cosa che allora ritenevo inimmaginabile: esco senza comprare nulla!

Non ne attribuisco la responsabilità alle librerie o alle case editrici, ma alla mia età. Tuttavia anche l’età può recare un suo messaggio (non è negativo essere giovani, ma nemmeno l’esserlo già stati…).

In un mercato pieno di gente non riesco a trovare un volto amico, tutto passa e sfugge, non si dialoga con una folla eterogenea.

Cerco letture che mi dicano qualcosa, che mi facciano pensare senza la pretesa di persuadere, stupire, assordare. Cerco copertine e titoli che, senza volermi attirare, mi dicano semplicemente che cosa c’è nel libro (ma ciò non significa che cerchi solo libri “seri” o ponderosi!).

Ecco perché a volte riprendo un libro già letto, o lo lascio a lungo e poi mi riaccosto, o vado avanti anche se non capisco tutto. Se fa “risuonare” qualcosa dentro – fosse pure un’inquietudine, una domanda neppure tanto chiara – allora diventa amico, e con un amico si parla volentieri.

Non si parla con la carta, ma con chi c’è dietro, e con ciò che evoca dentro di me.

E’ il “libro di meditazione”, non necessariamente di tematica religiosa, il libro che nutre il silenzio di cui abbiamo tanto bisogno, perché ciò che mi offre non distrae ma accompagna.

Ne ho pochi, pochissimi di libri così, perché quando li trovo li regalo. Quando sento il bisogno di parlarne con altri, di offrirli ad un amico, è il segno che valeva la pena leggerli. Ecco perché nel mio scaffale ci sono solo libri che non ho letto, o che non mi sono piaciuti!

Parte di un impegno intellettuale che non sia intellettualismo ma paziente coltivazione del giardino che il Signore ha messo in noi e attorno è noi, è anche il comunicare, il condividere.

Le idee, le riflessioni, non si consumano, anzi si irrobustiscono, si moltiplicano e diventano più belli quando li condividiamo. Imparare a conversare è come e più dell’imparare una metodologia di studio.

 

E imparare a domandare.

Ebbi la fortuna, anni fa, di incontrare un Vescovo cinese che era stato nelle prigioni comuniste oltre vent’anni, dodici dei quali vissuti in isolamento. Era ormai anziano, ma aiutava ad amministrare le cresime, e un giorno pranzammo accanto proprio dopo una lunga liturgia. Ero emozionato, e volevo chiedergli tante cose sulla Cina, sulla sua esperienza.

Appena presentati, fu lui a portarmi sui discorsi che facevo volentieri perché mi riguardavano da vicino, e allo stesso tempo gli interessavano. Parlai dell’Europa, dei giovani, della secolarizzazione, della chiesa in Italia, delle vocazioni, incoraggiato dalle sue domande e dai suoi occhi vivi pieni di attenzione. Senza accorgermi, non ebbi la possibilità di far domande. “Diavolo d’un vecchietto! – pensai dopo – ti sei fatto voler bene e stimare senza dirmi niente; mi hai dato coraggio senza fare esortazioni; mi hai fatto sentire importante e utile senza dirmelo…”. Era un uomo che aveva imparato a leggere la vita e le persone.

E l’importanza della formazione continua, la necessità di stare al passo con la situazione del mondo che cambia, di approfondire continuamente la teologia, di leggere i documenti pastorali e le encicliche, l’indispensabile presenza della Chiesa nel mondo della cultura… mamma mia, forse avrei dovuto scrivere di queste cose.

O avrei dovuto dire che è cultura anche vedere un buon film.

E soprattutto, esortare ad approfondire continuamente, nella Lectio divina, la Parola che dev’essere alimento della nostra vita.

Ma queste cose le sapete già certamente, e allora vi regalo, in quest’ultima parte dell’articolo, un momento di silenzio.

Sarà la parte migliore.

 

  1. 1. Far Eastern Economic Review, Hong Kong November 9, 2000 pag.38 ss. (torna al testo)
  2. 2. Lasciatemi aggiungere una domanda: ma sarà vero che gli italiani leggono poco? Chi ha stabilito “quanto” si “deve” leggere? Io so soltanto che le statistiche sono sempre molto ambigue, pietrificano situazioni fluide, eliminano le sfumature, valutano in base a criteri prestabiliti ma spesso non dichiarati, e fanno il tutto con l’aria di grande serietà scientifica e di indiscutibile autorevolezza… (torna al testo)