Via Giuseppe Zanardelli, 32

00186 Roma - Italia

+39 06 6840051

Fax +39 06 56561470 segreteria@usminazionale.it

Title

Autem vel eum iriure dolor in hendrerit in vulputate velit esse molestie consequat, vel illum dolore eu feugiat nulla facilisis at vero eros et dolore feugait

Author Archive %s admin2

Santa Maria, donna dell’attesa

Attendere: infinito del verbo amare.

Anzi, nel vocabolario di Maria, amare all’infinito.

 

Santa Maria, Vergine dell’attesa,

donaci del tuo olio perché le nostre lampade si spengono.

Vedi: le riserve si sono consumate. Non ci mandare ad altri venditori.

Riaccendi nelle nostre anime gli antichi fervori che ci bruciavano dentro

quando bastava un nonnulla per farci trasalire di gioia:

l’arrivo di un amico lontano, il rosso di sera dopo un temporale,

il crepitare del ceppo che d’inverno sorvegliava i rientri in casa, le campane a stormo nei giorni di festa,

il sopraggiungere delle rondini in primavera,

l’acre odore che si sprigionava dalla stretta dei frantoi,

le cantilene autunnali che giungevano dai palmenti,

l’incurvarsi tenero e misterioso del grembo materno,

il profumo di spigo che irrompeva quando si preparava una culla.

Se oggi non sappiamo attendere più, è perché siamo a corto di speranza.

Se ne sono disseccate le sorgenti. Soffriamo una profonda crisi di desiderio.

E, ormai paghi dei mille surrogati che ci assediano,

rischiamo di non aspettarci più nulla neppure da quelle promesse ultraterrene

che sono state firmate col sangue dal Dio dell’alleanza.

Santa Maria, donna dell’attesa,

conforta il dolore delle madri per i loro figli che,

usciti un giorno di casa, non ci son tornati mai più,

perché uccisi da un incidente stradale o perché sedotti dai richiami della giungla.

Perché dispersi dalla furia della guerra o perché risucchiati dal turbine delle passioni.

Perché travolti dalla tempesta del mare o perché travolti dalle tempeste della vita.

Don Tonino Bello

 

Creare dei legami…

In quel momento apparve la volpe.
– Buongiorno – disse la volpe.
– Buongiorno – rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno.
– Sono qui, – disse la voce – sotto il melo…
– Chi sei? – domandò il piccolo principe – Sei molto carino…
– Sono una volpe – disse la volpe.
– Vieni a giocare con me, – le propose il piccolo principe – sono così triste…
– Non posso giocare con te, – disse la volpe – non sono addomesticata.
– Ah! scusa – fece il piccolo principe.
Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:
– Che cosa vuol dire “addomesticare“?

– Non sei di queste parti, tu, – disse la volpe – che cosa cerchi?
– Cerco gli uomini – disse il piccolo principe. – Che cosa vuol dire “addomesticare“?
– Gli uomini – disse la volpe – hanno i fucili e cacciano.

È molto noioso! Allevano anche delle galline. È il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?
– No – disse il piccolo principe. – Cerco degli amici. Che cosa vuol dire “addomesticare“?
– È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire “creare dei legami“…
– Creare dei legami?
– Certo – disse la volpe. – Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini.

E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi.

Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro.

Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.

Da “Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint Exupéry

DOVREMMO APRIRE GLI OCCHI SUI DETTAGLI DELLA VITA…

“Dovremmo aprire gli occhi sui dettagli della vita. A volte a noi la normalità appare noiosa e insignificante e ha bisogno di momenti di solennità. Ma la vita è l’unico spazio che abbiamo per poter accogliere, per poter amare” (Antonietta Potente).

L’autrice ci conduce per mano ad una riflessione profonda seppur delicata su ciò che può realmente renderci fedeli alla nostra vita e alla sua bellezza. Ci invita a metterci  in ascolto di noi stessi per ricercare tutto ciò che può far emergere quotidianamente ciò che è realmente essenziale per noi e per le persone che incontriamo nel nostro cammino.

Con cinque passi concreti, ci indirizza verso un ritorno pieno, gioioso e fecondo alla nostra vita e alle sue promesse.

 

L’autrice

ANTONIETTA POTENTE, nata a Loano il 31 agosto 1958, è una teologa che fa parte dell’Unione delle Suore Domenicane di San Tommaso d’Aquino.

Ha conseguito il dottorato in teologia morale presso la Pontificia Università di San Tommaso D’Aquino in Roma ed in seguito ha insegnato teologia morale a Roma presso l’Angelicum, e a Firenze presso la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale.

Dal 1994 vive in Bolivia, in una famiglia di Indios, partecipando attivamente al processo di cambiamento socio-politico soprattutto in materia di diritti delle donne, equilibrio economico e custodia dell’ambiente naturale.

Negli anni ha sviluppato una nuova riflessione teologica-culturale partendo da un ripensamento della vita religiosa alla luce di una spiritualità ancorata al presente.

Semplicemente vivere. Cinque passi per un nuovo inizio

Antonietta Potente, Semplicemente vivere. Cinque passi per un nuovo inizio.

Romena 2018, pp. 123, euro 10,00

 

DESIDERATA

Passa tranquillamente tra il rumore e la fretta, e ricorda quanta pace può esserci nel silenzio.

Finché è possibile senza doverti abbassare, sii in buoni rapporti con tutte le persone. Dì la verità con calma e chiarezza; e ascolta gli altri, anche i noiosi e gli ignoranti; anche loro hanno una storia da raccontare.

Evita le persone volgari e aggressive; esse opprimono lo spirito. Se ti paragoni agli altri, corri il rischio di far crescere in te orgoglio e acredine, perché sempre ci saranno persone più in basso o più in alto di te. Gioisci dei tuoi risultati così come dei tuoi progetti.

Conserva l’interesse per il tuo lavoro, per quanto umile; è ciò che realmente possiedi per cambiare le sorti del tempo. Sii prudente nei tuoi affari, perché il mondo è pieno di tranelli. Ma ciò non acciechi la tua capacità di distinguere la virtù; molte persone lottano per grandi ideali, e dovunque la vita è piena di eroismo. Sii te stesso. Soprattutto non fingere negli affetti, e neppure sii cinico riguardo all’amore; poiché a dispetto di tutte le aridità e disillusioni esso è perenne come l’erba.

Accetta benevolmente gli ammaestramenti che derivano dall’età, lasciando con un sorriso sereno le cose della giovinezza.

Coltiva la forza dello spirito per difenderti contro l’improvvisa sfortuna, ma non tormentarti con l’immaginazione. Molte paure nascono dalla stanchezza e dalla solitudine. Al di là di una disciplina morale, sii tranquillo con te stesso. Tu sei un figlio dell’universo, non meno degli alberi e delle stelle; tu hai il diritto di essere qui. E che ti sia chiaro o no, non vi è dubbio che l’universo ti stia schiudendo come si dovrebbe.

Perciò sii in pace con Dio, comunque tu lo concepisca, e qualunque siano le tue lotte e le tue aspirazioni, conserva la pace con la tua anima pur nella rumorosa confusione della vita. Con tutti i suoi inganni, i lavori ingrati e i sogni infranti, è ancora un mondo stupendo.

Fai attenzione. Cerca di essere felice.

FLEBILI FIAMMELLE DI SPERANZA E DI UMANITA’

Martiri di Tibhirine. Sono testimoni della speranza e artigiani della pace

 La beatificazione dei 19 martiri d’Algeria che si terrà l’8 dicembre ad Orano nel santuario di Notre-Dame di Santa Cruz, “è un evento unico nella storia della Chiesa”. È, infatti, la prima volta che dei martiri cristiani vengono proclamati beati in un Paese musulmano. “È un fatto inedito, sia per la Chiesa sia per l’Algeria. Dice qualcosa della memoria che si conserva ancora oggi viva di questi beati”, osserva padre Thomas Georgeon, monaco trappista e postulatore della causa di beatificazione

“Artigiani della pace”, “flebili fiammelle di speranza e di umanità in un oceano di sangue”, uomini e donne di dialogo in un Paese in cui il 99% della popolazione è di fede musulmana. Profondamente amati dal popolo algerino. È ancora oggi forte la memoria in Algeria dei diciannove martiri cristiani uccisi tra il 1994 e il 1996 in un decennio tragico che insanguinò il Paese massacrando giornalisti, attivisti per i diritti umani, intellettuali e imam. A delineare il loro profilo è padre Thomas Georgeon, monaco trappista e postulatore della causa di beatificazione.

“Uno dei significati della loro beatificazione è che siamo tutti chiamati a vivere l’alterità, cioè ad accogliere la differenza dell’altro, anche se non condivide la mia fede. Troppo spesso l’altro ci fa paura e si preferisce vivere tra quelli che ci assomigliano. Ma penso che nel mondo di oggi la differenza ci sia donata per arricchirci, perché ci fa crescere nella nostra identità. Non ce la fa perdere ma ci permette di andare a fondo alle nostre radici, sia umane sia religiose.

Erano religiosi che svolgevano il loro compito nella società algerina, facendo parte della Chiesa algerina che è una Chiesa particolare di sole 3mila persone immersa in un Paese al 99% musulmano. C’era da parte di tutti loro una dedizione al popolo algerino. Molti erano un punto di riferimento per il quartiere o il borgo in cui vivevano. Erano presenti durante gli anni tragici in Algeria per tenere viva una flebile fiammella di speranza e di umanità. E poi anche per testimoniare fino alla fine la loro amicizia anzitutto con Gesù e quindi con la gente che viveva loro accanto. Tra i martiri ci sono anche 6 religiose, sicuramente meno conosciute dei monaci di Tibhirine. Sorelle che si dedicavano chi all’eduzione delle ragazze con un centro di ricamo in una zona povera di Algeri. Chi nel campo delle cure ai bambini disabili e chi ai bisogni delle famiglie. Erano persone molto semplici che hanno vissuto nella quotidianità un rapporto con l’altro, l’altro musulmano, per tessere un dialogo che non è dialogo teologico ma dialogo della vita e così facendo, ci dimostrano che un vivere insieme è una meta possibile.

Sicuramente erano artigiani di pace, persone che hanno avuto il coraggio e anche il desiderio di rimanere accanto al popolo algerino proprio quando attraversava una tragedia. Per esempio, ad Orano dove Claverie è stato vescovo per 15 anni, è ancora molto forte la traccia che ha lasciato in città, perché era un uomo che entrava in dialogo non solo con i cristiani, ma con tutti, con il mondo della cultura, dell’educazione, con i politici ed ha tessuto legami di amicizia fortissimi. E poi i monaci di Tibhirine, anche loro, erano una presenza silenziosa nelle montagne dell’Atlante algerino e sono ricordati in Algeria. Oggi il loro monastero è diventato meta di pellegrinaggio per centinaia di persone e il 95% dei pellegrini è musulmano. La loro testimonianza è una provocazione. Viviamo in un clima di individualismo sfrenato che ci porta a metterci sempre davanti e a cercare il riconoscimento di noi stessi nel rapporto con l’altro. Mentre loro ci provocano nella gratuità perché hanno dato interamente la loro vita agli altri, come un dono, anche con il perdono.

Il testamento di Christian de Chergé è una pagina oggi molto sentita, uno dei testi più importanti della spiritualità del XX secolo. E in questo testo egli da il perdono a chi lo avrebbe ucciso. Questi martiri hanno scelto di condividere fino alla morte la sorte del popolo algerino. E nella scelta di rimanere c’era anche la volontà di vivere il perdono a chi li avrebbe un giorno uccisi. Sono spesso chiamati testimoni della speranza, perché in mezzo a un oceano di sangue che ha travolto l’Algeria, loro erano questa piccola fiamma di speranza, la speranza di un futuro migliore.

Chiara Biagioni

AgenSir, 19.XI.2018

Consacrazione e Servizio n. 6 (2018)

  • EDITORIALE – Cristo si è fatto povero (Fernanda Barbiero)
  • TALITÀ KUM – IO TI DICO: ALZATI (MC 5,41)
    Nessuno disprezzi la tua giovane età! (Anastasia di Gerusalemme)
  • TRACCE DI BELLEZZA
    Silenzio verde – Fratello tiglio (Maria Pia Giudici)
  • ORIZZONTI – Gender X: l’utopia del neutro si diffonde attraverso l’anagrafe (Tino Bedin)
  • Dossier – “Questo povero grida e il Signore lo ascolta”
    “Cristo si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà”
    (Marco Pavan)
  • Beati i poveri in spirito beati gli umili
    (Tomasz Szymczak)
  • I poveri li avrete sempre con voi…
    (Paolo Bergamaschi)
  • La Chiesa, casa e madre dei poveri (M. Lucia Solera)
  • La comunità religiosa: gestione dei beni e testimonianza di povertà
    (Alessandra Smerilli)
  • Volti e voti della povertà
    (Elisa Kidane)
  • Il punto
    Ridestate la missione (Fernanda Barbiero)
  • Libro del mese
    Maria Ignazia Angelini, A regola d’arte. Appunti per un cammino spirituale (Marcella Farina)
    Vedere – Leggere –
  • FILM: Stronger. Io sono più forte  (a cura di Teresa Braccio)
  • Segnalazioni (a cura di Romina Baldoni)

LA CARITA’ NON PUO’ RESTARE IN FONDO AL CUORE…

La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine (Cor 13,4-8).

La carità perfetta consiste nel sopportare i difetti degli altri, non stupirsi delle loro debolezze, edificarsi dei minimi atti di virtù che essi praticano, ma soprattutto ho capito che la carità non deve essere affatto chiusa nel fondo del cuore.

Santa Teresa di Gesù Bambino

Avere fede significa accogliere Dio nel proprio quotidiano…

Siamo alle prese con una missione ardua. Una sfida che potrebbe sembrare vana e utopistica ai nostri tempi dove la comunicazione più efficace gioca su strategie sottili di rapidità, immediatezza, brevità. Raccontare Dio ai giovani. A una generazione smarrita e incredula. Dio? In un mondo popolato da falsi appigli spirituali e morale di comodo. Andrea Monda si avventura in un dialogo ardito, osa un’analisi qualitativa dai contenuti alti, si riassetta in un percorso che negli ultimi anni è stato costellato di crepe e pastoie di referenzialità fin troppo dispersive. La missione di annunciare il cristianesimo. La capacità di restare fedeli al messaggio evangelico con la stessa autenticità e con la stessa umiltà che proprio il Vangelo incarna. La sfida è lo stesso paradosso raccontato dall’Autore nella sua prefazione. Quando si è adulti ci si pone su un piedistallo e si giudicano i ragazzi con disprezzo e con snobismo. Loro sono stupidi, infantili, superficiali, volgari e culturalmente regrediti rispetto ai giovani del passato. Ne siamo poi così sicuri? O forse ci fa comodo non ricordare con la stessa puntigliosità come eravamo noi? Da queste pagine semplici e avvincenti si comprende che Dio, la religione cattolica, il testo biblico e tutti i risvolti antropologici contenuti nella teologia e nella spiritualità possono essere raccontati stimolando un dialogo paritetico che risulti avvincente e che ponga interrogativi capaci di muovere la nostra curiosità e il nostro interesse. Dio ci deve appassionare! Ma soprattutto deve appassionare in prima persona chi vuole testimoniarlo. Andrea Monda conosce molto bene i ragazzi, i giovani adolescenti delle scuole superiori, essendo insegnante e precisamente insegnante di religione.

Nel libro segue lo stesso metodo che usa con i suoi alunni. Offre un taglio narrativo confidenziale, aperto al confronto, mai rigido, mai pretenzioso. Aiuta a far incontrare ciò che inconsciamente si cerca nel profondo della propria anima. Seguendo la metodologia dei padri gesuiti, appresa all’Università Pontificia Gregoriana dove ha maturato i suoi studi, fa convergere la domanda e l’offerta che esiste nel cuore di ciascuno e nel cuore generoso di Dio Padre. Avere fede significa accogliere Dio nel proprio quotidiano, nella propria formazione identitaria e nel proprio vissuto. Un dono che non si può trasmettere impartendo lezioni ma svolgendo un servizio di pastorale educativa che coinvolga la crescita interiore di chi dà e di chi riceve. Attraverso un approccio culturale capace di presupporre tutte le variabili e di analizzarle con imparzialità.

La forza del messaggio della Croce e della Salvezza non può essere cavalcato con un linguaggio informativo ma performativo. I valori del cattolicesimo sono un orientamento creativo per il futuro, si penetrano attraverso l’esperienza relazionale e si comprendono mediante una conoscenza socio psicologica e antropologica dell’uomo e di tutte le sue complessità. Quando si ama l’uomo si arriva ad accogliere l’amore di Dio per noi.

Romina Baldoni

biblioteca@usminazionale.it

Andrea Monda

RACCONTARE DIO OGGI

Città Nuova, Roma 2018, pp. 157, € 16,00

 

GIORNATA MONDIALE DEI POVERI 2018

La Giornata mondiale dei poveri, giunta quest’anno alla sua seconda edizione, è stata istituita da Papa Francesco al termine del Giubileo della misericordia, nella lettera apostolica “Misericordia et misera”.

“Alla luce del Giubileo delle persone socialmente escluse, mentre in tutte le cattedrali e nei santuari del mondo si chiudevano le Porte della Misericordia, ho intuito che, come ulteriore segno concreto di questo Anno Santo straordinario, si debba celebrare in tutta la Chiesa, nella ricorrenza della XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, la Giornata mondiale dei poveri”, scrive Francesco a conclusione della lettera apostolica. È stato lui stesso, così, a rivelare la genesi dell’iniziativa, pensata in uno dei momenti più inediti ed eloquenti del Giubileo, in una piazza San Pietro popolata da migliaia di senza tetto, poveri ed emarginati per la giornata dell’Anno della Misericordia a loro dedicata, il 13 novembre 2016.

“Un serio esame di coscienza” per capire chi sono davvero i poveri e se siamo davvero capaci di ascoltarli. A chiederlo è il Papa, nel messaggio per questa seconda giornata, in programma il 18 novembre sul tema: “Questo povero grida e il Signore lo ascolta”.

Tre imperativi – “gridare, rispondere, liberare” – per contrastare una cultura che tende a ignorare i poveri, i rifiutati e gli emarginati, presa com’è dalla trappola del narcisismo e del protagonismo. E che dimentica che la povertà non è cercata, ma è frutto di mali – antichi quanto l’uomo, ma pur sempre peccati – dalle “conseguenze sociali e drammatiche”. Come la “fobia” verso i poveri, considerati gente che porta con sé insicurezza e instabilità, quindi da respingere e tenere lontani. “Voci stonate”, le definisce Francesco, che mette in guardia anche dalla tentazione della delega o dell’assistenzialismo e stigmatizza politiche “indegne di questo nome”, che opprimono i poveri o li intimoriscono con la violenza.

“Il Signore – scrive Francesco – ascolta i poveri che gridano a lui ed è buono con quelli che cercano rifugio in lui con il cuore spezzato dalla tristezza, dalla solitudine e dall’esclusione. Ascolta quanti vengono calpestati nella loro dignità e, nonostante questo, hanno la forza di innalzare lo sguardo verso l’alto per ricevere luce e conforto. Ascolta coloro che vengono perseguitati in nome di una falsa giustizia, oppressi da politiche indegne di questo nome e intimoriti dalla violenza; eppure sanno di avere in Dio il loro Salvatore”. “Nessuno può sentirsi escluso dall’amore del Padre, specialmente in un mondo che eleva spesso la ricchezza a primo obiettivo e rende chiusi in sé stessi”, è il monito del Papa, che esorta a prestare la nostra attenzione “a quanti sono poveri, rifiutati ed emarginati”.

“È il silenzio dell’ascolto ciò di cui abbiamo bisogno per riconoscere la loro voce”. Se parliamo troppo noi, non riusciremo ad ascoltare loro. Tante iniziative “pur meritevoli e necessarie”, denuncia, sono rivolte “più a compiacere noi stessi che a recepire davvero il grido del povero”. “Non è un atto di delega ciò di cui i poveri hanno bisogno, ma il coinvolgimento personale di quanti ascoltano il loro grido”.

La Giornata mondiale dei poveri, spiega il Papa, “intende essere una piccola risposta che dalla Chiesa intera, sparsa per tutto il mondo, si rivolge ai poveri di ogni tipo e di ogni terra perché non pensino che il loro grido sia caduto nel vuoto. Probabilmente, è come una goccia d’acqua nel deserto della povertà; e tuttavia può essere un segno di condivisione per quanti sono nel bisogno, per sentire la presenza attiva di un fratello e di una sorella”.

“Quanti poveri sono oggi al bordo della strada e cercano un senso alla loro condizione! Quanti si interrogano sul perché sono arrivati in fondo a questo abisso e su come ne possono uscire!”. Come Bartimeo con Gesù, attendono che qualcuno si avvicini loro e li aiuti a rialzarsi. Al contrario, ricevono rimproveri e inviti a tacere o a subire: dall’avidità e dall’ingiustizia”, ammonisce Francesco: “Quanti percorsi anche oggi conducono a forme di precarietà! La mancanza di mezzi basilari di sussistenza, la marginalità quando non si è più nel pieno delle proprie forze lavorative, le diverse forme di schiavitù sociale, malgrado i progressi compiuti dall’umanità…”.

Invito i confratelli vescovi, i sacerdoti e in particolare i diaconi, a cui sono state imposte le mani per il servizio ai poveri (cfr At 6,1-7), insieme alle persone consacrate e ai tanti laici e laiche che nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti rendono tangibile la risposta della Chiesa al grido dei poveri, a vivere questa Giornata Mondiale come un momento privilegiato di nuova evangelizzazione. I poveri ci evangelizzano, aiutandoci a scoprire ogni giorno la bellezza del Vangelo. Non lasciamo cadere nel vuoto questa opportunità di grazia. Sentiamoci tutti, in questo giorno, debitori nei loro confronti, perché tendendo reciprocamente le mani l’uno verso l’altro, si realizzi l’incontro salvifico che sostiene la fede, rende fattiva la carità e abilita la speranza a proseguire sicura nel cammino verso il Signore che viene.

 

DIO ADEMPIE I DESIDERI DEL CUORE

Vi è una relazione intima tra gioia e speranza.

Mentre l’ottimismo ci fa vivere come se presto

un giorno le cose dovessero andare meglio per noi,

la speranza ci libera dalla necessità di prevedere il futuro

e ci consente di vivere nel presente,

con la profonda fiducia che Dio non ci lascerà mai soli,

ma adempirà i desideri più profondi del nostro cuore.

Henri Nouwen