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FLEBILI FIAMMELLE DI SPERANZA E DI UMANITA’

Martiri di Tibhirine. Sono testimoni della speranza e artigiani della pace

 La beatificazione dei 19 martiri d’Algeria che si terrà l’8 dicembre ad Orano nel santuario di Notre-Dame di Santa Cruz, “è un evento unico nella storia della Chiesa”. È, infatti, la prima volta che dei martiri cristiani vengono proclamati beati in un Paese musulmano. “È un fatto inedito, sia per la Chiesa sia per l’Algeria. Dice qualcosa della memoria che si conserva ancora oggi viva di questi beati”, osserva padre Thomas Georgeon, monaco trappista e postulatore della causa di beatificazione

“Artigiani della pace”, “flebili fiammelle di speranza e di umanità in un oceano di sangue”, uomini e donne di dialogo in un Paese in cui il 99% della popolazione è di fede musulmana. Profondamente amati dal popolo algerino. È ancora oggi forte la memoria in Algeria dei diciannove martiri cristiani uccisi tra il 1994 e il 1996 in un decennio tragico che insanguinò il Paese massacrando giornalisti, attivisti per i diritti umani, intellettuali e imam. A delineare il loro profilo è padre Thomas Georgeon, monaco trappista e postulatore della causa di beatificazione.

“Uno dei significati della loro beatificazione è che siamo tutti chiamati a vivere l’alterità, cioè ad accogliere la differenza dell’altro, anche se non condivide la mia fede. Troppo spesso l’altro ci fa paura e si preferisce vivere tra quelli che ci assomigliano. Ma penso che nel mondo di oggi la differenza ci sia donata per arricchirci, perché ci fa crescere nella nostra identità. Non ce la fa perdere ma ci permette di andare a fondo alle nostre radici, sia umane sia religiose.

Erano religiosi che svolgevano il loro compito nella società algerina, facendo parte della Chiesa algerina che è una Chiesa particolare di sole 3mila persone immersa in un Paese al 99% musulmano. C’era da parte di tutti loro una dedizione al popolo algerino. Molti erano un punto di riferimento per il quartiere o il borgo in cui vivevano. Erano presenti durante gli anni tragici in Algeria per tenere viva una flebile fiammella di speranza e di umanità. E poi anche per testimoniare fino alla fine la loro amicizia anzitutto con Gesù e quindi con la gente che viveva loro accanto. Tra i martiri ci sono anche 6 religiose, sicuramente meno conosciute dei monaci di Tibhirine. Sorelle che si dedicavano chi all’eduzione delle ragazze con un centro di ricamo in una zona povera di Algeri. Chi nel campo delle cure ai bambini disabili e chi ai bisogni delle famiglie. Erano persone molto semplici che hanno vissuto nella quotidianità un rapporto con l’altro, l’altro musulmano, per tessere un dialogo che non è dialogo teologico ma dialogo della vita e così facendo, ci dimostrano che un vivere insieme è una meta possibile.

Sicuramente erano artigiani di pace, persone che hanno avuto il coraggio e anche il desiderio di rimanere accanto al popolo algerino proprio quando attraversava una tragedia. Per esempio, ad Orano dove Claverie è stato vescovo per 15 anni, è ancora molto forte la traccia che ha lasciato in città, perché era un uomo che entrava in dialogo non solo con i cristiani, ma con tutti, con il mondo della cultura, dell’educazione, con i politici ed ha tessuto legami di amicizia fortissimi. E poi i monaci di Tibhirine, anche loro, erano una presenza silenziosa nelle montagne dell’Atlante algerino e sono ricordati in Algeria. Oggi il loro monastero è diventato meta di pellegrinaggio per centinaia di persone e il 95% dei pellegrini è musulmano. La loro testimonianza è una provocazione. Viviamo in un clima di individualismo sfrenato che ci porta a metterci sempre davanti e a cercare il riconoscimento di noi stessi nel rapporto con l’altro. Mentre loro ci provocano nella gratuità perché hanno dato interamente la loro vita agli altri, come un dono, anche con il perdono.

Il testamento di Christian de Chergé è una pagina oggi molto sentita, uno dei testi più importanti della spiritualità del XX secolo. E in questo testo egli da il perdono a chi lo avrebbe ucciso. Questi martiri hanno scelto di condividere fino alla morte la sorte del popolo algerino. E nella scelta di rimanere c’era anche la volontà di vivere il perdono a chi li avrebbe un giorno uccisi. Sono spesso chiamati testimoni della speranza, perché in mezzo a un oceano di sangue che ha travolto l’Algeria, loro erano questa piccola fiamma di speranza, la speranza di un futuro migliore.

Chiara Biagioni

AgenSir, 19.XI.2018

Consacrazione e Servizio n. 6 (2018)

  • EDITORIALE – Cristo si è fatto povero (Fernanda Barbiero)
  • TALITÀ KUM – IO TI DICO: ALZATI (MC 5,41)
    Nessuno disprezzi la tua giovane età! (Anastasia di Gerusalemme)
  • TRACCE DI BELLEZZA
    Silenzio verde – Fratello tiglio (Maria Pia Giudici)
  • ORIZZONTI – Gender X: l’utopia del neutro si diffonde attraverso l’anagrafe (Tino Bedin)
  • Dossier – “Questo povero grida e il Signore lo ascolta”
    “Cristo si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà”
    (Marco Pavan)
  • Beati i poveri in spirito beati gli umili
    (Tomasz Szymczak)
  • I poveri li avrete sempre con voi…
    (Paolo Bergamaschi)
  • La Chiesa, casa e madre dei poveri (M. Lucia Solera)
  • La comunità religiosa: gestione dei beni e testimonianza di povertà
    (Alessandra Smerilli)
  • Volti e voti della povertà
    (Elisa Kidane)
  • Il punto
    Ridestate la missione (Fernanda Barbiero)
  • Libro del mese
    Maria Ignazia Angelini, A regola d’arte. Appunti per un cammino spirituale (Marcella Farina)
    Vedere – Leggere –
  • FILM: Stronger. Io sono più forte  (a cura di Teresa Braccio)
  • Segnalazioni (a cura di Romina Baldoni)

LA CARITA’ NON PUO’ RESTARE IN FONDO AL CUORE…

La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine (Cor 13,4-8).

La carità perfetta consiste nel sopportare i difetti degli altri, non stupirsi delle loro debolezze, edificarsi dei minimi atti di virtù che essi praticano, ma soprattutto ho capito che la carità non deve essere affatto chiusa nel fondo del cuore.

Santa Teresa di Gesù Bambino

Avere fede significa accogliere Dio nel proprio quotidiano…

Siamo alle prese con una missione ardua. Una sfida che potrebbe sembrare vana e utopistica ai nostri tempi dove la comunicazione più efficace gioca su strategie sottili di rapidità, immediatezza, brevità. Raccontare Dio ai giovani. A una generazione smarrita e incredula. Dio? In un mondo popolato da falsi appigli spirituali e morale di comodo. Andrea Monda si avventura in un dialogo ardito, osa un’analisi qualitativa dai contenuti alti, si riassetta in un percorso che negli ultimi anni è stato costellato di crepe e pastoie di referenzialità fin troppo dispersive. La missione di annunciare il cristianesimo. La capacità di restare fedeli al messaggio evangelico con la stessa autenticità e con la stessa umiltà che proprio il Vangelo incarna. La sfida è lo stesso paradosso raccontato dall’Autore nella sua prefazione. Quando si è adulti ci si pone su un piedistallo e si giudicano i ragazzi con disprezzo e con snobismo. Loro sono stupidi, infantili, superficiali, volgari e culturalmente regrediti rispetto ai giovani del passato. Ne siamo poi così sicuri? O forse ci fa comodo non ricordare con la stessa puntigliosità come eravamo noi? Da queste pagine semplici e avvincenti si comprende che Dio, la religione cattolica, il testo biblico e tutti i risvolti antropologici contenuti nella teologia e nella spiritualità possono essere raccontati stimolando un dialogo paritetico che risulti avvincente e che ponga interrogativi capaci di muovere la nostra curiosità e il nostro interesse. Dio ci deve appassionare! Ma soprattutto deve appassionare in prima persona chi vuole testimoniarlo. Andrea Monda conosce molto bene i ragazzi, i giovani adolescenti delle scuole superiori, essendo insegnante e precisamente insegnante di religione.

Nel libro segue lo stesso metodo che usa con i suoi alunni. Offre un taglio narrativo confidenziale, aperto al confronto, mai rigido, mai pretenzioso. Aiuta a far incontrare ciò che inconsciamente si cerca nel profondo della propria anima. Seguendo la metodologia dei padri gesuiti, appresa all’Università Pontificia Gregoriana dove ha maturato i suoi studi, fa convergere la domanda e l’offerta che esiste nel cuore di ciascuno e nel cuore generoso di Dio Padre. Avere fede significa accogliere Dio nel proprio quotidiano, nella propria formazione identitaria e nel proprio vissuto. Un dono che non si può trasmettere impartendo lezioni ma svolgendo un servizio di pastorale educativa che coinvolga la crescita interiore di chi dà e di chi riceve. Attraverso un approccio culturale capace di presupporre tutte le variabili e di analizzarle con imparzialità.

La forza del messaggio della Croce e della Salvezza non può essere cavalcato con un linguaggio informativo ma performativo. I valori del cattolicesimo sono un orientamento creativo per il futuro, si penetrano attraverso l’esperienza relazionale e si comprendono mediante una conoscenza socio psicologica e antropologica dell’uomo e di tutte le sue complessità. Quando si ama l’uomo si arriva ad accogliere l’amore di Dio per noi.

Romina Baldoni

biblioteca@usminazionale.it

Andrea Monda

RACCONTARE DIO OGGI

Città Nuova, Roma 2018, pp. 157, € 16,00

 

GIORNATA MONDIALE DEI POVERI 2018

La Giornata mondiale dei poveri, giunta quest’anno alla sua seconda edizione, è stata istituita da Papa Francesco al termine del Giubileo della misericordia, nella lettera apostolica “Misericordia et misera”.

“Alla luce del Giubileo delle persone socialmente escluse, mentre in tutte le cattedrali e nei santuari del mondo si chiudevano le Porte della Misericordia, ho intuito che, come ulteriore segno concreto di questo Anno Santo straordinario, si debba celebrare in tutta la Chiesa, nella ricorrenza della XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, la Giornata mondiale dei poveri”, scrive Francesco a conclusione della lettera apostolica. È stato lui stesso, così, a rivelare la genesi dell’iniziativa, pensata in uno dei momenti più inediti ed eloquenti del Giubileo, in una piazza San Pietro popolata da migliaia di senza tetto, poveri ed emarginati per la giornata dell’Anno della Misericordia a loro dedicata, il 13 novembre 2016.

“Un serio esame di coscienza” per capire chi sono davvero i poveri e se siamo davvero capaci di ascoltarli. A chiederlo è il Papa, nel messaggio per questa seconda giornata, in programma il 18 novembre sul tema: “Questo povero grida e il Signore lo ascolta”.

Tre imperativi – “gridare, rispondere, liberare” – per contrastare una cultura che tende a ignorare i poveri, i rifiutati e gli emarginati, presa com’è dalla trappola del narcisismo e del protagonismo. E che dimentica che la povertà non è cercata, ma è frutto di mali – antichi quanto l’uomo, ma pur sempre peccati – dalle “conseguenze sociali e drammatiche”. Come la “fobia” verso i poveri, considerati gente che porta con sé insicurezza e instabilità, quindi da respingere e tenere lontani. “Voci stonate”, le definisce Francesco, che mette in guardia anche dalla tentazione della delega o dell’assistenzialismo e stigmatizza politiche “indegne di questo nome”, che opprimono i poveri o li intimoriscono con la violenza.

“Il Signore – scrive Francesco – ascolta i poveri che gridano a lui ed è buono con quelli che cercano rifugio in lui con il cuore spezzato dalla tristezza, dalla solitudine e dall’esclusione. Ascolta quanti vengono calpestati nella loro dignità e, nonostante questo, hanno la forza di innalzare lo sguardo verso l’alto per ricevere luce e conforto. Ascolta coloro che vengono perseguitati in nome di una falsa giustizia, oppressi da politiche indegne di questo nome e intimoriti dalla violenza; eppure sanno di avere in Dio il loro Salvatore”. “Nessuno può sentirsi escluso dall’amore del Padre, specialmente in un mondo che eleva spesso la ricchezza a primo obiettivo e rende chiusi in sé stessi”, è il monito del Papa, che esorta a prestare la nostra attenzione “a quanti sono poveri, rifiutati ed emarginati”.

“È il silenzio dell’ascolto ciò di cui abbiamo bisogno per riconoscere la loro voce”. Se parliamo troppo noi, non riusciremo ad ascoltare loro. Tante iniziative “pur meritevoli e necessarie”, denuncia, sono rivolte “più a compiacere noi stessi che a recepire davvero il grido del povero”. “Non è un atto di delega ciò di cui i poveri hanno bisogno, ma il coinvolgimento personale di quanti ascoltano il loro grido”.

La Giornata mondiale dei poveri, spiega il Papa, “intende essere una piccola risposta che dalla Chiesa intera, sparsa per tutto il mondo, si rivolge ai poveri di ogni tipo e di ogni terra perché non pensino che il loro grido sia caduto nel vuoto. Probabilmente, è come una goccia d’acqua nel deserto della povertà; e tuttavia può essere un segno di condivisione per quanti sono nel bisogno, per sentire la presenza attiva di un fratello e di una sorella”.

“Quanti poveri sono oggi al bordo della strada e cercano un senso alla loro condizione! Quanti si interrogano sul perché sono arrivati in fondo a questo abisso e su come ne possono uscire!”. Come Bartimeo con Gesù, attendono che qualcuno si avvicini loro e li aiuti a rialzarsi. Al contrario, ricevono rimproveri e inviti a tacere o a subire: dall’avidità e dall’ingiustizia”, ammonisce Francesco: “Quanti percorsi anche oggi conducono a forme di precarietà! La mancanza di mezzi basilari di sussistenza, la marginalità quando non si è più nel pieno delle proprie forze lavorative, le diverse forme di schiavitù sociale, malgrado i progressi compiuti dall’umanità…”.

Invito i confratelli vescovi, i sacerdoti e in particolare i diaconi, a cui sono state imposte le mani per il servizio ai poveri (cfr At 6,1-7), insieme alle persone consacrate e ai tanti laici e laiche che nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti rendono tangibile la risposta della Chiesa al grido dei poveri, a vivere questa Giornata Mondiale come un momento privilegiato di nuova evangelizzazione. I poveri ci evangelizzano, aiutandoci a scoprire ogni giorno la bellezza del Vangelo. Non lasciamo cadere nel vuoto questa opportunità di grazia. Sentiamoci tutti, in questo giorno, debitori nei loro confronti, perché tendendo reciprocamente le mani l’uno verso l’altro, si realizzi l’incontro salvifico che sostiene la fede, rende fattiva la carità e abilita la speranza a proseguire sicura nel cammino verso il Signore che viene.

 

DIO ADEMPIE I DESIDERI DEL CUORE

Vi è una relazione intima tra gioia e speranza.

Mentre l’ottimismo ci fa vivere come se presto

un giorno le cose dovessero andare meglio per noi,

la speranza ci libera dalla necessità di prevedere il futuro

e ci consente di vivere nel presente,

con la profonda fiducia che Dio non ci lascerà mai soli,

ma adempirà i desideri più profondi del nostro cuore.

Henri Nouwen

Discernimento. Etica e finanza

Le tematiche economiche e finanziarie, mai come oggi, attirano la nostra attenzione, a motivo del crescente influsso esercitato dai mercati sul benessere materiale di buona parte dell’umanità.
Ciò reclama, da una parte, un’adeguata regolazione delle loro dinamiche, e dall’altra, una chiara fondazione etica, che assicuri al benessere raggiunto quella qualità umana delle relazioni che i meccanismi economici, da soli, non sono in grado di produrre.
Simile fondazione etica è oggi richiesta da più parti ed in particolare da coloro che operano nel sistema economico-finanziario.
Proprio in tale ambito, si palesa infatti, il necessario connubio fra sapere tecnico e sapienza umana, senza di cui ogni umano agire finisce per deteriorarsi, e con cui invece può progredire sulla via di un benessere per l’uomo che sia reale ed integrale.
(Oeconomicae et pecuniariae quaestiones, n. 1)

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Guardare negli occhi la vecchiaia e la morte

La buona collaborazione tra Usmi-Ambito pastorale e Charis da tre anni promuove un percorso formativo sulla cura delle sorelle anziane e malate e con fragilità.

Il 17-18 ottobre il 1° modulo della III Edizione – “Dalla cura al prendersi cura delle Sorelle nell’età anziana e nelle fragilità” – ha visto la partecipazione di una sessantina di religiose e di alcune laiche motivate e aperte all’ascolto e al confronto su temi e questioni che incontrano nella quotidianità del loro servizio.

Il percorso si è svolto in due tempi:

– nel primo – quasi una “cornice” che ha dato risalto al quadro d’insieme – sono intervenuti il prof. Luigino Bruni, con un approccio biblico e il prof. Johnny Dotti, con un approccio pedagogico, che collocati all’inizio e a conclusione del percorso, hanno accompagnato le partecipanti a affrontare, valorizzando il loro particolare osservatorio, una delle grande sfide del nostro tempo che consiste nel “guardare negli occhi la vecchiaia e la morte”. Di qui l’invito a guidare e animare le nostre comunità-infermerie di sorelle anziane e con fragilità, come “avanguardie profetiche” in questa nostra Europa sempre più vecchia. Si tratta di affrontare con lucidità e discernimento la stessa tensione che troviamo nella Bibbia di fronte alla vecchiaia, alla povertà, alla miseria materiale e spirituale: situazione e tempo da benedire o da subire o addirittura da maledire perché conseguenza di una colpa, del peccato, del disimpegno …?

La vecchiaia e la malattia non percepite come “anticamera della morte” ma come culmine della “vita”. E una cultura positiva della vecchiaia può diventare indicatore di quanto una società ma anche una famiglia, una congregazione religiosa … credono a una “cultura della vita” a 360°. Sono state offerte riflessioni e piste per imparare e vivere l’arte del prendersi cura, mai desistendo da un impegno di formazione e di discernimento su di sé e sulle relazioni;

– nel secondo tempo full immersion nel tema “Le buone prassi nel prendersi cura delle fragilità psichiche” con gli interventi della dott.ssa Vilma Bargna, di Charis e del dott. Renato Pirisi, coordinatore di Casa Speranza. Due relatori che hanno ripreso tematiche affrontate nelle precedenti edizioni del corso, mettendo a fuoco e approfondendo alcuni aspetti della fragilità e del suo prendersi cura, per rispondere a domande e esigenze espresse dalle partecipanti.

Le “buone prassi” chiedono flessibilità, adattamento, consapevolezza e fiducia nel cambiamento, con l’obiettivo di garantire a ciascuna sorella il proprio giusto “benessere”, passando attraverso l’accoglienza e la comprensione delle fragilità, imparando a “sopportare”, per quanto possibile, i disagi e disturbi psichico-mentali.

Ma per questo è irrinunciabile un accompagnamento e una formazione continua non solo delle superiore e animatrici delle comunità di sorelle con fragilità, ma di “tutte” le sorelle perché sappiano affrontare positivamente, nella concreta comunità di vita, situazioni di fragilità: il farmaco più efficace, almeno per non peggiorare ma forse anche per avviare un inizio di guarigione, è sempre una buona e fraterna relazione.

E siccome di imparare, soprattutto a livello di relazioni interpersonali, non si finisce mai … il percorso rimane aperto!

Il 19-20 febbraio ci sarà il 2° modulo che propone un contributo di suor Alessandra Smerilli sulle “buone prassi” focalizzando il tema di una “nuova” gestione delle nostre case per anziane e un ulteriore approfondimento sulle demenze senili e fragilità psichiche con l’intervento del dott. Gianluigi Perati, medico geriatra e del dott. Fabrizio Arrigoni, psicologo.

Dentro il caos e le macerie della nostra storia, germogli di vita nuova…

Il fenomeno della tratta oggi. Siamo a un punto di svolta?

Il Convegno d’inizio d’anno pastorale (22-24 ottobre 2018), specialmente destinato a religiose e laici e laiche operatori in comunità di accoglienza e in altri servizi e forme di prossimità e accompagnamento di donne potenzialmente vittime di tratta, ha visto la presenza di una cinquantina di partecipanti decisamente motivati, provenienti dalle diverse regioni d’Italia, in costante ricerca di informazione aggiornata sul “fenomeno tratta” ma anche di percorsi di formazione condivisa e di confronto fra le diverse realtà, con l’obiettivo di lavorare in rete.

Già il titolo del Convegno – “Il fenomeno della tratta oggi. Siamo a un punto di svolta?” – per gli “addetti ai lavori” era un segnale dei cambiamenti in atto che esigono, appunto, un continuo aggiornamento della legislazione nazionale in materia di immigrazione ma anche un coraggioso rimettersi in discussione e in discernimento da parte degli operatori per offrire risposte nuove e adeguate alle nuove sfide che pone, oggi, il “fenomeno tratta”, con particolare riferimento alle donne.

Il Convegno, preparato in collaborazione con Caritas Italiana, concretamente con la consulenza dell’avv. Manuela De Marco, dell’Ufficio Politiche migratorie e Protezione internazionale, ha cercato di dare risposte alle domande di informazione/formazione presentate a conclusione del Convegno dello scorso ottobre 2017, avvalendosi di un pool di relatrici di indiscussa competenza professionale ma anche coinvolte nell’esperienza di accoglienza e, comunque, nella “visione in diretta” del fenomeno sui diversi territori.

L’apertura è stata affidata a Lidia Maggi, biblista e pastora della Chiesa Evangelica Battista: una full immersion nella Bibbia, in una originale rilettura dalla Genesi all’Esodo, accompagnando all’incontro con Dio, ostinato “ricominciatore”, incapace di arrendersi al non senso della vita. Di fronte a una realtà fragile, sempre a rischio di precipitare nel caos e nel fallimento, Dio reagisce con un atto ri-creativo, riaprendo ulteriori possibilità.

Mirta Da Pra, del Gruppo Abele, Caterina Boca, avvocato, formatrice e consulente di Caritas italiana, “Immigrazione-area asilo”, e Simona Murtas, psicologa e psicoterapeuta responsabile del Servizio antitratta – Caritas di Cagliari, hanno affrontato il tema del Convegno, nella giornata del 23 ottobre, con diversi approcci:

– un aggiornamento sul fenomeno nelle sue diverse sfumature individuando i cambiamenti in atto, le criticità, i vuoti e le sfide;

– una informazione dettagliata sui percorsi di riconoscimento legale delle vittime di tratta, con un riferimento specifico alle novità introdotte dal Decreto Legge 113/2018 che, con l’abrogazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari sostituita dall’introduzione dei casi di protezione speciale, riduce fino quasi ad azzerare il ventaglio di condizioni soggettive che consentono di dare piena attuazione alle garanzie costituzionali;

– la presentazione delle varie fasi del processo di identificazione delle vittime di tratta, con la messa a fuoco delle “capacità multidimensionali” dell’operatore.

La mattinata conclusiva del 24 ottobre ha coinvolto direttamente i partecipanti, attraverso i Lavori di gruppo, nell’elaborazione di una prima sintesi del Convegno, condivisa in assemblea: le relazioni dei gruppi saranno riprese e rielaborate in una sintesi finale da un gruppo di partecipanti – primo nucleo di un nostro coordinamento nazionale – formato, in questa fase di avvio “ad experimentum”, da alcune religiose che operano in Roma (segreteria operativa della Rete Antitratta Usmi), da religiose referenti delle “reti regionali” che si stanno riannodando e da due laici membri del Coordinamento nazionale di Caritas italiana

La partecipazione di Manuela De Marco ha offerto la possibilità di un ulteriore dialogo e confronto sul tema, ma soprattutto di ripresentare il monitoraggio, a cui l’Usmi ha aderito: è già stato inviato un questionario a tutte le realtà coinvolte con la finalità di conoscere tutto quello che si fa nei confronti della tratta delle donne, con i necessari aggiornamenti e in dettaglio per poter mettere in rete risorse e servizi.

Il prossimo appuntamento in primavera con un Workshop che sarà preparato con il coinvolgimento dei partecipanti al Convegno, sempre più consapevoli che è camminando e facendo rete, che si apriranno nuovi cammini, da percorrere insieme con le vittime di tratta. Con fede fiduciosa in Dio padre “ricominciatore”, come ci ricordava la pastora Lidia, che, anche in questo oggi, prende l’iniziativa, offre nuove possibilità, riapre sentieri interrotti e, dentro il caos e le macerie della nostra storia, fa nascere germogli di vita nuova.