Via Giuseppe Zanardelli, 32

00186 Roma - Italia

+39 06 6840051

Fax +39 06 56561470 segreteria@usminazionale.it

Primo piano

Sconfiggere la schiavitù

Per sconfiggere la schiavitù

pp3I membri di Renate sono riuniti a Roma per la seconda assemblea europea e il Pontefice augura che “queste giornate di preghiera, riflessione e confronto siano fruttuose”, specie nel contesto del Giubileo che invita a portare “il balsamo” della Misericordia di Dio “alle tante ferite presenti nel nostro mondo”. Ed è proprio in questo contesto che madre Regina Cesarato, presidente dell’USMI Nazionale, saluta i partecipanti con queste parole:

Con  molta stima e simpatia, come presidente e a nome della presidenza nazionale e di tutte le altre sorelle che lavorano all’USMI a livello nazionale, regionale e diocesano, vi do il benvenuto e auguro un buon lavoro per la vostra seconda assemblea RENATE convocata a Roma dal 6 al 12 novembre per concludere l’anno giubilare della misericordia con l’udienza del santo Padre Francesco.

Altri, in questi giorni riferiranno in modo autorevole riguardo all’esperienza  maturata in campo a contatto con le vittime della tratta e riguardo alla partecipazione attiva alle diverse reti, sia di Talita kum che di RENATE.

pp2Come Presidente dell’USMI desidero rendere atto che in Italia tante sorelle stanno operando in questo ambito con l’unico obiettivo di “esserci” e di farsi compagne delle donne e dei minori vittime della tratta; come sorelle e madri, vivono nella quotidianità l’accoglienza di chi si trova in situazioni “estreme”, in modo solidale, attivo ed efficace.

Desidero anzitutto esprimere un riconoscimento e dare un “grazie speciale” a Sr Eugenia Bonetti missionaria della Consolata, che ha aperto una strada su cui oggi si è in tanti a camminare. Desidero menzionare anche i nomi di altre due pioniere: Suor Rita Giaretta, orsolina del S. Cuore di Maria, Breganze-Vicenza – nella Casa Rut – Caserta e Suor Valeria Gandini, missionaria comboniana  che lavora a Palermo.  Molte altre religiose lavorano silenziosamente ogni giorno per promuovere i diritti alla vita e alla dignità.

In Italia, durante gli ultimi 15-20 anni, molte Congregazioni Religiose hanno contribuito – con personale, mezzi finanziari, case – alla creazione di una nuova diaconia della carità che offre agli immigrati e alle vittime della tratta di esseri umani l’espressione concreta della misericordia e dell’amore di Dio.

Al presente, circa 250 suore – appartenenti a oltre 70 congregazioni – lavorano in 110 progetti in Italia, spesso in collaborazione con la Caritas ed associazioni, con realtà pubbliche o private, ma sempre mantenendo la propria identità fondata sul Vangelo. Lo stile dell’ascolto, della reciprocità, della compagnia, dell’incontro,  favorisce fiducia e recupero. La realtà della tratta e lo sfruttamento dei minori è un fenomeno molto esteso e complesso di cui emergono solo le punte dell’iceberg.

Parecchie centinaia di vittime, provenienti da vari Paesi, sono al presente ospiti dalle nostre comunità in Italia e accompagnate con amore e gratuità nel ricostruire le loro vite distrutte dall’esperienza vissuta sulla strada.

Alcuni dei molteplici modi in cui le Religiose sono presenti e sono una testimonianza profetica nella lotta per i diritti umani e dignità includono:

– Unità di strada come primo approccio con le vittime sulla strada;

– Centri di ascolto per individuare i problemi delle donne in cerca di aiuto;

–  Comunità di accoglienza per programmi di re-integrazione;

– Recupero della loro identità legale aiutando le vittime nell’acquisire i documenti;

– Preparazione professionale, come studio della lingua, lavoro manuale, ecc;

– Sostegno psicologico e spirituale per aiutare le donne a riscoprire le radici della loro cultura e della loro fede, a ritrovare la stima di se stesse e a guarire le profonde ferite della loro esperienza.

L’USMI Nazionale  ha un compito di coordinamento e sostegno delle diverse congregazioni impegnate in questo mondo complesso e per lo più sommerso.

Da parte dell’USMI nazionale quattro sottolineature:

  1. Desidero dare pubblico riconoscimento a quanto in Italia si è fatto e si continua a fare a fronte di domande e sfide sempre nuove, in collaborazione con i servizi della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) specialmente Migrantes e Caritas italiana, cercando soprattutto di continuare e rafforzare l’esperienza della collaborazione di comunità intercongregazionali a servizio delle più diverse “periferie esistenziali e del pensiero”.
  2. Nella nuova impostazione dell’USMI nazionale che ora lavora per aree di competenza e non più per uffici, pp4consolidare l’impegno per dare continuità al prezioso servizio svolto dall’ufficio per la tratta fondato e portato avanti per quasi vent’anni da Sr Eugenia Bonetti. Crediamo che sia importante fare rete con tutte le sorelle e comunità che lavorano in questo ambito sul territorio nazionale ma anche a livello internazionale  con le due reti che operano a livello mondiale come Talita Kum e a livello continentale dell’Europa come RENATE. Questo è oggi indispensabile per maturare una visione comune, condividere obiettivi e progettualità, sostenerci reciprocamente specialmente nella  formazione a tale servizio nell’ambito della tratta delle donne e dei minori.
  3. Sr Monika Chikwe ci rappresenta ufficialmente ma con il sostegno, la solidarietà e la collaborazione delle sorelle dell’ambito pastorale dell’USMI che nella nuova struttura è coordinato da Sr Azia Ciairano. Il loro impegno è di accompagnare le comunità che operano nell’ambito  della tratta valorizzando le esperienze in atto e chiedendo una collaborazione  operativa alle nostre strutture periferiche regionali  perché sollecitino e sostengano le sorelle che sono sul campo a operare in modo corresponsabile e in comunione con le Chiese e in dialogo con le Istituzioni sul territorio.

In conclusione vorrei ricordare le parole di Papa Francesco nel Messaggio del 1° gennaio 2015 “Non più schiavi ma fratelli. Un impegno comune per sconfiggere la schiavitù”. Egli diceva:

« Spesso, osservando il fenomeno della tratta delle persone, del traffico illegale dei migranti e di altri volti conosciuti e sconosciuti della schiavitù, si ha l’impressione che esso abbia luogo nell’indifferenza generale. Se questo è, purtroppo, in gran parte vero, vorrei ricordare l’enorme lavoro silenzioso che molte congregazioni religiose, specialmente femminili, portano avanti da tanti anni in favore delle vittime. Tali istituti operano in contesti difficili, dominati talvolta dalla violenza, cercando di spezzare le catene invisibili che tengono legate le vittime ai loro trafficanti e sfruttatori; catene le cui maglie sono fatte sia di sottili meccanismi psicologici, che rendono le vittime dipendenti dai loro aguzzini, tramite il ricatto e la minaccia ad essi e ai loro cari, ma anche attraverso mezzi materiali, come la confisca dei documenti di identità e la violenza fisica. L’azione delle Congregazioni religiose si articola principalmente intorno a tre opere: il soccorso alle vittime, la loro riabilitazione sotto il profilo psicologico e formativo e la loro reintegrazione nella società di destinazione o di origine. Questo immenso lavoro, che richiede coraggio, pazienza e perseveranza, merita apprezzamento da parte di tutta la Chiesa e della società. Ma esso da solo non può naturalmente bastare per porre un termine alla piaga dello sfruttamento della persona umana. Occorre anche un triplice impegno a livello istituzionale di prevenzione, di protezione delle vittime e di azione giudiziaria nei confronti dei responsabili. Inoltre, come le organizzazioni criminali utilizzano reti globali per raggiungere i loro scopi, così l’azione per sconfiggere questo fenomeno richiede uno sforzo comune e altrettanto globale da parte dei diversi attori che compongono la società».

Ritengo che la profezia della vita consacrata vissuta in una Chiesa “in uscita” consista proprio nel prendersi cura dei fratelli e delle sorelle, specialmente i più esclusi ed emarginati o feriti, con le viscere della misericordia del Samaritano, per poter “svegliare” un mondo che sembra indifferente. Dio benedica il vostro servizio e vi doni la gioia del Vangelo! Amen.

Roma, 7 novembre 2016

Madre Regina Cesarato, pddm

Presidente USMI Nazionale

renate-logo-v4-final2-sept-2015

RENATE è una Rete Europea fondata da un gruppo di religiose, rappresentanti di diverse congregazioni allo scopo di combattere il traffico di esseri umani in Europa, ed è composta da religiose impegnate nella collaborazione per la lotta al Traffico e allo Sfruttamento di Esseri Umani. I membri di RENATE sono persone che appartengono a varie congregazioni, società missionarie e laici che si concentrano su questa problematica. I membri collaborano con molte altre organizzazioni del mondo, per sradicare l’odierna schiavitù. Attualmente RENATE è presente in diciotto paesi europei e questo numero è in aumento dal momento che nuove persone provenienti da altri paesi europei presentano richiesta per diventare membri di RENATE.

Un atto di clemenza…

amnistia1Oggi «celebriamo il Giubileo della Misericordia per voi e con voi, fratelli e sorelle carcerati». Ed è «con questa espressione dell’amore di Dio, la misericordia, che sentiamo il bisogno di confrontarci». Ed anche se «il mancato rispetto della legge ha meritato la condanna; e la privazione della libertà è la forma più pesante della pena che si sconta, perché tocca la persona nel suo nucleo più intimo».

Imparando dagli sbagli del passato, «si può aprire un nuovo capitolo della vita. Non cadiamo nella tentazione di pensare di non poter essere perdonati». Quindi, «qualunque cosa, piccola o grande, il cuore ci rimproveri, Dio è più grande del nostro cuore e dobbiamo solo affidarci alla sua misericordia», queste le parole dell’omelia di Papa Francesco.

All’Angelus il Papa chiede un atto di clemenza «per i detenuti ritenuti idonei». Come già aveva fatto il suo predecessore San Giovanni Paolo II durante il Giubileo del 2000, in occasione della sua storica visita al Parlamento italiano, Jorge Mario Bergoglio sollecita ai governi «un atto di clemenza» per i carcerati. In modo speciale, Francesco sottopone «alla considerazione delle competenti autorità civili la possibilità di compiere, in questo Anno Santo della Misericordia, verso quei carcerati che si riterranno idonei a beneficiare di tale provvedimento».

Sono state centinaia le persone che hanno partecipato alla marcia, partita da carcere di Regina Coeli per arrivare in piazza San Pietro per l’Angelus del Papa. «In occasione dell’odierno Giubileo dei carcerati – afferma il Papa – vorrei rivolgere un appello in favore del miglioramento delle condizioni di vita nelle carceri in tutto il mondo, affinché sia rispettata pienamente la dignità umana dei detenuti. Inoltre, desidero ribadire l’importanza di riflettere sulla necessità di una giustizia penale che non sia esclusivamente punitiva, ma aperta alla speranza e alla prospettiva di reinserire il reo nella società».

Sono state tante le adesioni alla marcia, dai radicali all’unione delle Camere penali, alle associazioni come “Nessuno tocchi Caino”. La “Marcia per l’amnistia, la giustizia e la libertà” è stata intitolata a Marco Pannella e a Papa Francesco.  «Questa iniziativa è, in primo luogo, per l’amnistia», sottolinea il senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione Diritti umani di Palazzo Madama. E l’amnistia «è stata richiamata per ben due volte, come necessaria e urgente, da Papa Bergoglio, e ciò nonostante che in tanti abbiano cercato di mettere a tacere questa saggia e ragionevolissima proposta. Non c’è giubileo senza misericordia e non c’è diritto giusto senza amnistia e indulto». (GC)

Dal conflitto alla comunione

svezia2“Perché tutti siano uno”. Questa invocazione fu rivolta da Gesù al Padre suo non molto tempo rima di consegnarsi alla Passione e Morte… La Chiesa nella sua storia compie man mano gesti significativi perché ciò avvenga.

Papa Francesco compie il suo 17.mo viaggio internazionale. Va in Svezia “per commemorare insieme ai luterani il quinto centenario dell’inizio della Riforma e celebrare i cinquant’anni di dialogo ufficiale tra luterani e cattolici”.

Egli inviterà cattolici e luterani a “lavorare insieme e non settariamente” come egli stesso ha anticipato in una lunga intervista concessa alla rivista dei Gesuiti svedesi “Signum” e a “La Civiltà Cattolica”. Per la prima volta insieme commemoreranno l’inizio della Riforma protestante, nel 500° anniversario che cadrà nel 2017. E assieme faranno memoria dei 50 anni di dialogo tra le due confessioni, avviato nel 1967

Il motto di questo viaggio è. “Dal conflitto alla comunione. Insieme nella speranza”. Papa Francesco valorizzerà questa opportunità per una visita di cortesia alla famiglia reale di Svezia.

Il pomeriggio proseguirà con la Preghiera ecumenica comune nella cattedrale luterana perché in essa, nel 1947, fu fondata la Federazione Luterana Mondiale, mentre il 31 ottobre ricorda il giorno in cui, secondo la tradizione, Martin Lutero affisse le sue 95 tesi sulla porta della Chiesa del castello di Wittenberg, nel 1517. Un evento, questo, frutto di 50 anni di dialogo ecumenico. con i luterani, I cattolici avviarono con i luterani il primo “tavolo bilaterale” dei dialoghi scaturiti dal Concilio Vaticano II; nel ’99 le due comunità firmarono la Dichiarazione congiunta sulla Giustificazione. Essa ha annullato controversie secolari fra cattolici e luterani. A questa pietra miliare hanno guardato anche altre confessioni cristiane, e nel 2013 hanno approvato il documento “Dal conflitto alla comunione”, da cui scaturiscono la Preghiera comune e il tema del viaggio. Il programma del Papa prevede poi il ritorno a Malmö per l’evento ecumenico e l’incontro con le delegazioni ecumeniche alla Malmö Arena.

E allo Stadio di Malmö, nella solennità di Tutti i Santi, ci sarà la celebrazione in latino e svedese della Messa per la piccola comunità cattolica del Paese: composta da poco più dell’1% della popolazione totale, censita in circa 10 milioni di abitanti. In tarda mattinata il papa rientrerà nella Città del Vaticano.

E’ questo un  evento storico. Senza precedenti. Lo afferma anche Riccardo Burigana, direttore del Centro Studi sull’Ecumenismo in Italia : “Questa visita e questo gesto si possono definire come l’ulteriore inizio di un nuovo cammino di riconciliazione: in questa fase cattolici e luterani guardano principalmente al mondo, alle carenze delle opere di missione, di evangelizzazione, di testimonianza di un Vangelo che da speranza, che dà gioia. E’ probabile che da un lato continui il dialogo teologico ma molto più importante sarà il fatto che da qui in poi potrà avviarsi una stagione nella quale cattolici e luterani – insieme!- presenteranno Cristo al mondo: un mondo  che ha bisogno  urgentemente di pace, amore, fratellanza”. (B.M.)

 

 

 

 

Contro sfruttamento ed esclusione delle donne

abuso1“È allarmante che circa il 35% delle donne nel mondo abbia subito violenza fisica a un certo punto della loro vita, e specialmente violenza domestica e sessuale. La partecipazione e il rispetto delle donne è una delle chiavi essenziali dello sviluppo”.

Questo il punto cruciale dell’intervento tenuto dall’arcivescovo Bernardito Auza, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, in una riunione a margine della 71ª Assemblea generale a New York. Nel suo discorso – riportato da L’Osservatore Romano – il nunzio ha sollecitato a prestare maggiore attenzione a questa “situazione scandalosa” e attuare “misure e programmi per combattere e sconfiggere questo deplorabile tipo di comportamento nei confronti delle donne”.

“In un contesto sociale nel quale è assente il sostegno dei valori familiari e del rispetto e della protezione di ciascun membro della famiglia, in particolare donne e bambini, comportamenti violenti possono anche alimentare nuove forme di aggressione sociale”, ha affermato Auza. Ovviamente, su un piano più vasto, tutto questo può condurre a “varie forme di esclusione e sfruttamento, nelle quali le donne sono private di risorse economiche e non possono esercitare i loro diritti politici”.

In particolare la Santa Sede – ha sottolineato il delegato vaticano – condanna soprattutto la pratica della mutilazione genitale: “Molte istituzioni e organizzazioni cattoliche, e specialmente le religiose donne, sono in prima linea nel cercare di cambiare le pratiche culturali e dare alle giovani donne il potere di resistere a tali violenze. Le loro iniziative sono sempre accompagnate da un’educazione di qualità per le ragazze”.

Dal luogo del scisma alla sede di Pietro

luteraniUn “pellegrinaggio ecumenico” che ha portato i luterani dal luogo dello scisma del 1517, alla sede di Pietro, nel cuore della Chiesa Cattolica, da cui da mezzo millennio sono separati.

A pochi mesi dal 500° anniversario della Riforma e a tre settimane dal suo storico viaggio in Svezia, papa Francesco ha accolto in Vaticano, i rappresentanti della Chiesa luterana tedesca, dopo che, la scorsa settimana, aveva fatto altrettanto con gli anglicani inglesi, tenendo anche una celebrazione ecumenica dei Vespri con il loro primate Justin Welby a San Gregorio al Celio.

Anche l’incontro di oggi è qualcosa di cui rendere “grazie a Dio”, perché ormai “stiamo camminando sulla via che va dal conflitto alla comunione”, ha sottolineato il Santo Padre durante l’udienza concessa ai pellegrini luterani in Aula Paolo VI.

“Abbiamo percorso insieme già un importante tratto di strada – ha proseguito -. Lungo il cammino proviamo sentimenti contrastanti: dolore per la divisione che ancora esiste tra noi, ma anche gioia per la fraternità già ritrovata”.

Francesco si è rallegrato per la “presenza così numerosa ed entusiasta” di luterani in Vaticano, accolta come “un segno evidente di questa fraternità”, che “ci riempie della speranza che possa continuare a crescere la reciproca comprensione”.

Come richiama San Paolo, “in virtù del nostro battesimo, tutti formiamo l’unico Corpo di Cristo. Le diverse membra, infatti, formano un solo corpo”, pertanto “apparteniamo gli uni agli altri e quando uno soffre, tutti soffrono, quando uno gioisce, tutti gioiscono (cfr 1 Cor 12,12-26)”, ha ricordato poi il Pontefice.

“Possiamo continuare con fiducia il nostro cammino ecumenico, perché sappiamo che, al di là di tante questioni aperte che ancora ci separano, siamo già uniti”, ha aggiunto il Papa, rilanciando il ‘motto’ ecumenico avanzato per la prima volta da San Giovanni XXIII: “Quello che ci unisce è molto di più di quello che ci divide!”.

Di seguito, il Santo Padre ha rammentato lo scopo del suo viaggio in programma a Lund, in Svezia, il 31 ottobre e 1 novembre: fare “memoria, dopo cinque secoli, dell’inizio della riforma di Lutero” e ringraziare il Signore “per cinquant’anni di dialogo ufficiale tra luterani e cattolici”.

In realtà, ha spiegato, “parte essenziale di questa commemorazione sarà il rivolgere i nostri sguardi verso il futuro, in vista di una testimonianza cristiana comune al mondo di oggi, che tanto ha sete di Dio e della sua misericordia”.

Da tutti i cristiani, senza distinzioni, il mondo si attende una “testimonianza” che renda “visibile la misericordia che Dio ha nei nostri confronti attraverso il servizio ai più poveri, agli ammalati, a chi ha abbandonato la propria terra per cercare un futuro migliore per sé e per i propri cari”.

È proprio “nel metterci a servizio dei più bisognosi” che “sperimentiamo di essere già uniti”: è quindi “la misericordia di Dio che ci unisce”, ha affermato il Papa.

Ai giovani in particolare, il Vescovo di Roma ha chiesto di essere “testimoni della misericordia”. “Mentre i teologi portano avanti il dialogo nel campo dottrinale – ha detto loro – voi continuate a cercare con insistenza occasioni per incontrarvi, conoscervi meglio, pregare insieme e offrire il vostro aiuto gli uni agli altri e a tutti coloro che sono nel bisogno”.

In conclusione del suo discorso, il Pontefice ha esortato i luterani ad essere “liberi da ogni pregiudizio” e a fidarsi “solo del Vangelo di Gesù Cristo”, per diventare “protagonisti di una nuova stagione di questo cammino, che, con l’aiuto di Dio, condurrà alla piena comunione”.

Rispondendo alle domande degli ospiti odierni, papa Francesco ha ribadito uno dei suoi cavalli di battaglia: il proselitismo è il “peggior veleno contro l’ecumenismo”.

Ha poi sottolineato che “Ecclesia semper reformanda”, la Chiesa è sempre soggetta alle riforme, sebbene, nel corso della storia, molte di queste non siano state troppo “felici”, spesso “sbagliate” o “esagerate”. In ogni caso, ha aggiunto, “i più importanti riformatori nella Chiesa sono stati i santi”, molti dei quali, magari, non sono stati dei “teologi” ma “gente umile” e “con l’anima bagnata del Vangelo”.

Alla domanda di chi gli chiedeva cosa apprezzasse di più della chiesa luterana, ha risposto: “A me piacciono i luterani che seguono veramente la fede di Gesù Cristo”, mentre “non mi piacciono i cattolici tiepidi e i luterani tiepidi”.

È “ipocrita”, ha poi detto il Papa, “difendere il cristianesimo in Occidente” e “cacciare via un rifugiato, un affamato, uno che ha bisogno di aiuto”. Mentre l’ipocrisia è “il peccato che Gesù condanna di più”, un vero cristiano imita sempre il Buon Samaritano e trae spunto dalle Beatitudini.

La provocatoria domanda finale se l’è posta il Santo Padre a se stesso: “chi è più buono tra evangelici e cattolici?”. E la risposta – in tedesco – è stata: “Besser sind alle zusammen. Vielen Dank!”. Ovvero: “Meglio se sono tutti insieme. Molte grazie!”.

Fonte: Zenith, 13.10.2016

Testimoni di misericordia     

ppChiesa missionaria, testimone di misericordia è il tema della 90° Giornata missionaria che celebreremo il 23 ottobre16.

Era il 1926 quando Pio XI indisse la prima Giornata missionaria mondiale, sensibile all’urgenza della Chiesa di “uscire” per arrivare ai lontani, a quanti non erano stati raggiunti dal messaggio cristiano; un messaggio che avrebbe dato loro la possibilità di conoscere quanto grande è l’amore di Dio per l’umanità – per ogni uomo e ogni donna – nel ridare loro la dignità di figli di Dio attraverso la redenzione operata dal Cristo. I messaggi che i Pontefici hanno offerto alla cristianità mettono a fuoco l’importanza e l’urgenza della “missione ad gentes”, di suscitare nuovi missionari – sacerdoti, religiosi e laici – perché varchino monti e solchino mari per annunciare il messaggio evangelico nei vari Continenti: nelle nazioni europee, in Asia, in Africa, in America, in Australia, in Oceania.

Nell’alveo del Giubileo

Quest’anno la Giornata assume una connotazione particolare, essendo inserita nel grande Giubileo straordinario, il Giubileo della misericordia. La missione è una immensa opera di misericordia, sia corporale che spirituale; un’opera che obbedisce a un imperativo del Cristo: “Andate e annunciate a tutte le genti la Buona Novella”. Un’opera che è tanto più urgente quanto maggiori sono gli scenari di guerra, di mancanza di libertà, di ignoranza religiosa.

La Chiesa, che ha ricevuto da Cristo il mandato di essere testimone e trasmettitrice della redenzione – e quindi della misericordia di Dio – è la prima missionaria. Essa si prende cura di tutti gli uomini e di tutti i popoli, perché desidera che tutti “siano salvi e giungano a fare esperienza dell’amore di Dio”. Nessun discepolo di Cristo può esimersi dalla missione di annunciare il Vangelo, di illuminare le culture con la luce del Vangelo, di uscire perciò dal proprio ambito culturale e sociale per arrivare a chi è assetato e affamato di verità, di giustizia e di pace, perché tutti i popoli hanno diritto a conoscere il Vangelo, la verità su Gesù, sul messaggio che egli ha lasciato all’umanità. “Siamo tutti invitati ad `uscire´- scrive papa Francesco – come discepoli missionari, ciascuno mettendo a servizio i propri talenti, la propria creatività, la propria saggezza ed esperienza nel portare il messaggio della tenerezza e della compassione di Dio all’intera famiglia umana”.

Uscire verso orizzonti sconfinati

La Chiesa è stata la prima a “uscire” dalla Palestina per spingersi fino alle regioni più remote e annunciare al mondo che il Messia promesso da Dio e annunciato dai Profeti, si è incarnato e ha pagato il riscatto del peccato umano attraverso il dono di sé. Evangelizzare è il comando di Gesù agli apostoli e ai discepoli. Un mandato sempre attuale, non legato al tempo e allo spazio, che raggiunge i nuovi apostoli e discepoli del Maestro: sacerdoti e laici, religiosi e religiose. Attraverso i missionari, gente intrepida e dal cuore pieno di amore per Dio e l’umanità, la tenerezza e la misericordia di Dio raggiungono uomini e donne, popoli di ogni continente, lingua, cultura e religione. Essi partono fidandosi di Dio, per essere ‘un seme’ in terra straniera; si incarnano nel deserto della ingiustizia e della violenza per trasformarlo in oasi, illuminandolo con la luce del Vangelo; amano con l’amore di Cristo, vedendo in ogni persona il volto di Dio.

Il mondo ha bisogno di missionari. Anche oggi, scrive papa Francesco, “siamo tutti invitati ad uscire, come discepoli missionari, ciascuno mettendo a servizio i propri talenti, la propria creatività, la propria saggezza ed esperienza nel portare il messaggio della tenerezza e della compassione di Dio all’intera famiglia umana”.

La Chiesa ha bisogno di persone che sentano fame e sete della missione, che vivano l’essere missionari come esigenza dell’andare, dell’uscire dal proprio habitat, dalla visione miope dell’esistenza, che testimonino la bellezza dell’essere messaggeri della parola di Cristo, che irradino fraternità e amore, che si facciano altoparlanti di Dio agli uomini e alle donne del loro tempo.

La donna, la chiesa, la missione

Nel suo Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale il Pontefice non ha deluso quanti/e attendevano una sua parola sulla presenza/ruolo della donna nella chiesa: come laica, come religiosa, come missionaria. Quante hanno lasciato tutto per portare il messaggio del Vangelo a nazioni e popoli lontani, ignari della bellezza del dono di Dio all’umanità, spesso vittime di violenze e di ingiustizie! Quante di loro hanno “pagato con la propria vita” il loro essere missionarie, il loro impegno per l’educazione e formazione dei bambini e dei giovani, per aver denunciato ingiustizie, per aver annunciato l’uguaglianza e i diritti di tuti gli uomini – uomini e donne – per aver educato alla libertà e alla responsabilità. Sono state e sono le vere diaconesse della Chiesa, “segno eloquente dell’amore materno di Dio”. Quante di loro sono state dei fari luminosi, lungo la storia della Chiesa: in famiglia, in parrocchia, nell’impegno lavorativo e vocazionale! Non si tratta solo di missionarie, ma anche di quante, pur rimanendo nella loro terra di origine, hanno illuminato con la testimonianza di una vita donata, la bellezza di essere cristiani, della legge dell’amore.

Scrive papa Francesco: “Le donne, laiche o consacrate, e oggi anche non poche famiglie, realizzano la loro vocazione missionaria in svariate forme: dall’annuncio diretto del Vangelo al servizio caritativo…. Accanto all’opera evangelizzatrice e sacramentale dei missionari, le donne e le famiglie comprendono spesso più adeguatamente i problemi della gente e sanno affrontarli in modo opportuno e talvolta inedito: nel prendersi cura della vita, con una spiccata attenzione alle persone più che alle strutture e mettendo in gioco ogni risorsa umana e spirituale nel costruire armonia, relazioni, pace, solidarietà, dialogo, collaborazione e fraternità, sia nell’ambito dei rapporti interpersonali sia in quello più ampio della vita sociale e culturale, e in particolare della cura dei poveri”.

Anna Pappalardo, fsp

 

 

 

Incontro tra Papa Francesco e il primate anglicano Welby

papa_welby1Papa Francesco e l’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, giovedì 5 ottobre c.a. presiederanno le celebrazioni dei vespri presso la Chiesa di san Gregorio al Celio, Roma. L’occasione è il 50° anniversario dell’inizio del dialogo ufficiale tra la Chiesa cattolica e la comunione anglicana, avviato dopo l’incontro storico del 1966 tra Paolo VI e l’arcivescovo Michael Ramsey.

La sala stampa della Santa Sede informa che sono previste un’omelia del Papa e una dichiarazione congiunta alla presenza di rappresentanti di entrambe le confessioni che, tuttavia, al momento non si sa ancora quando sarà firmata. La funzione liturgica, inoltre, sarà allietata dai canti dei cori della Cappella Sistina e della Cattedrale di Canterbury.

A seguito dell’incontro tra Papa Montini e l’arcivescovo anglicano Ramsey, per la firma di una dichiarazione comune nella quale annunciarono la loro intenzione di aprire un dialogo serio tra la Chiesa cattolica romana e la Comunione anglicana, a Roma venne fondato il Centro anglicano proprio sull’ondata d’entusiasmo ecumenico prodotto dal Concilio Vaticano Secondo. L’Arcivescovo e il Papa si resero conto che le dichiarazioni ufficiali non erano abbastanza: il “rapporto speciale” tra gli anglicani e i cattolici romani non poteva svilupparsi a meno che le persone non si fossero incontrate realmente, e avessero potuto parlare personalmente di quel che avevano in comune e di ció che le separava. Senza questo, non si sarebbe approfondita la vera comprensione, e non si sarebbero compiuti progressi.

Assieme alla dichiarazione comune, si costituì anche la Commissione internazionale anglicana/cattolico romana (Arcic). Il Centro dal marzo del ’66 ad oggi è sempre stato inteso come luogo privilegiato d’incontro tra le due confessioni cristiane, nella convinzione che alla promozione del dialogo ecumenico non servono solo documenti teologici ma anche, e soprattutto, la reciproca conoscenza e frequentazione. Il Centro è così diventato un importante strumento delle relazioni tra Canterbury e Roma, tanto che il suo direttore, attualmente il reverendo David Moxon, è il rappresentante ufficiale dell’arcivescovo di Canterbury presso la Santa sede. “Da noi – ha spiegato Moxon – i cattolici romani possono incontrare gli anglicani e sapere di più sulla loro tradizione; e gli anglicani da tutto il mondo possono venire ed apprendere di più sulla storia della Chiesa a Roma”. Per meglio servire questa vocazione di ospitalità, studio, diplomazia e preghiera, il centro possiede la più grande biblioteca di teologia anglicana in Europa – quasi 13.000 volumi – utilizzata da studenti e seminaristi, sacerdoti in sabbatico e laici interessati di tutte le denominazioni.
“In questo momento i cristiani devono unire le forze e devono agire congiuntamente contro le catastrofi globali come il traffico di esseri umani, la schiavitù, la povertà, gli effetti dei cambiamenti climatici, guerre civili e la fame. Dobbiamo promuovere collaborazioni, attraverso la Caritas internazionale o l’Alliance anglicana. Questo è anche l’ecumenismo”, ha detto il reverendo Moxon in vista dell’incontro del 5 ottobre tra il Papa e Welby. (RM)

Il sogno di pace

peres2L’ex presidente israeliano Shimon Peres  è morto. Oltre 70 anni di vita politica, uno dei Padri dello Stato ebraico, Peres ha fatto del realismo unito al sogno della pace uno dei suoi tratti distintivi, come conferma  il premio Nobel per la pace ricevuto nel 1994, dopo la firma degli Accordi di Oslo (1993). Ma soprattutto come testimonia il suo discorso ai Giardini Vaticani tenuto l’8 giugno del 2014, durante l’incontro per la pace voluto da Papa Francesco, insieme al presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e al Patriarca ecumenico Bartolomeo. Insieme, quel giorno, hanno piantato un ulivo, simbolo di pace Se c’è un’immagine che più di tante altre potrebbe riassumere la vita dell’ex presidente israeliano Shimon Peres – Nobel per la Pace 1994 – questa potrebbe essere la foto che lo ritrae, nei Giardini Vaticani, l’8 giugno del 2014, con una pala in mano a piantare un ulivo, tradizionale simbolo di pace, insieme al suo omologo palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), al Patriarca ecumenico Bartolomeo e al padrone di casa, Papa Francesco.primo1

Gerusalemme, pace. In quella occasione Peres tenne un breve ma denso discorso in cui la parola “pace” risuonò per ben 25 volte, la prima di queste contenuta nel passo dei Salmi (122, 6-9) dove si legge “Chiedete pace per Gerusalemme”. Un richiamo naturale dato che in ebraico la parola ‘Gerusalemme’ e la parola ‘pace’ hanno la stessa radice. Tutta la vita dell’ex presidente Peres, uno dei padri dello Stato di Israele – in 70 anni circa di attività politica ha ricoperto tutte le principali cariche di Governo – è stata costellata dalla ricerca del dialogo. Lui che pure era stato un giovanissimo membro dell’Haganah, organizzazione paramilitare ebraica in Palestina poi integrata nelle Forze Armate israeliane, e direttore generale della Difesa partecipando anche alla Guerra di Suez nel 1956 contro l’Egitto.

Da falco a colomba: fino a ricevere, nel 1994, il premio Nobel per la Pace, insieme al suo collega israeliano Yitzhak Rabin – poi assassinato il 4 novembre 1995 a Tel Aviv da un estremista ebreo – e al leader palestinese Yasser Arafat, per gli Accordi di Oslo, siglati il 13 settembre del 1993. Da lì in poi il leader ne avrebbe viste ancora molte e di tragiche, dentro e fuori i confini di Israele, la seconda Intifada, l’ascesa di Hamas, i kamikaze. Tutte le contraddizioni della storia superate con realismo ma anche con la forza del sognatore che capiva bene, sono sempre parole del suo discorso dell’8 giugno 2014 nei giardini Vaticani, che “due popoli – gli israeliani e i palestinesi – desiderano ancora ardentemente la pace. Le lacrime delle madri sui loro figli sono ancora incise nei nostri cuori.

Noi dobbiamo mettere fine alle grida, alla violenza, al conflitto. Noi tutti abbiamo bisogno di pace. Un’aspirazione che tutti condividiamo: Pace”.

Per poi aggiungere, rivolto a Papa Francesco: “che la vera pace diventi nostra eredità presto e rapidamente. Il nostro Libro dei Libri ci impone la via della pace, ci chiede di adoperarci per la sua realizzazione”. In questo suo discorso, che si potrebbe quasi assumere come suo testamento spirituale, la consapevolezza che “la pace non viene facilmente. Noi dobbiamo adoperarci con tutte le nostre forze per raggiungerla. Per raggiungerla presto. Anche se ciò richiede sacrifici o compromessi. Questo significa, che dobbiamo perseguire la pace. Ogni l’anno.

Ogni giorno. Noi ci salutiamo con questa benedizione: Shalom, Salam”.

L’eredità di Peres è tutta qui, sognare la pace, “perseguire la pace” nella speranza che chi verrà dopo di lui possa riprendere in mano quella pala per finire il lavoro di piantare quell’ulivo e farlo crescere forte e rigoglioso.

 

Daniele Rocchi

Agensir, 28 settembre 2016

Sete di Pace: religioni e culture in dialogo

assisi_2016E’ il tema proposto per l’Incontro interreligioso per la pace tra i popoli promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, dalla Diocesi di Assisi e dalle Famiglie Francescane che si è tenuto nella città umbra nei giorni 18-20 settembre c.a. Un tema fortemente impegnativo e vasto, concreto e urgente che obbliga tutti ad aprire i propri orizzonti, forse a rinnovare i propri stili di vita. Alla inaugurazione il capo di stato Sergio Mattarella, proprio rifacendosi al tema, ha riaffermato che in queste opportunità di vita “il dialogo tra le religioni, tra credenti e non credenti, il dialogo della cultura può molto, più di quanto sembri”. Il card. Roger Etchegaray, già presidente del Consiglio della Giustizia e della Pace, ha fatto memoria del primo incontro, quello del 1986, voluto da san Giovanni Paolo II: “Tra la fine del Concilio Vaticano II e il grande Giubileo del 2000, fu uno dei più grandi momenti del pontificato”. Nei tre giorni molti gli interventi: 200 i relatori; 29 le tavole rotonde…

Il Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo ha parlato delle 5 vie che costituiscono il cammino per giungere a una vera e duratura pace: l’amore, la giustizia, il perdono, il discernimento sulla verità e il rispetto. Infatti “potremo – egli ha affermato – preservare la pace e salvaguardare il nostro pianeta soltanto attraverso la cultura del dialogo… La Chiesa ortodossa non teme il dialogo”. Ma – ha chiarito il patriarca – “il dialogo necessità di equilibrio. Non ammette sopraffazione, ma soprattutto non priva gli interlocutori della loro propria natura. Esso è conoscenza reciproca; è interconnessione e mai sincretismo culturale o religioso”. Ha invitato a “gesti coraggiosi” per aprire nuove vie al dialogo e alla collaborazione tra culture e religioni. “Non ci può essere pace senza rispetto e riconoscimento reciproco; non ci può essere pace senza giustizia, non ci può essere pace senza una collaborazione proficua tra tutti i popoli del mondo”.

Il sociologo Bauman ha proposto la riflessione su tre temi: la “promozione della cultura del dialogo per ricostruire il tessuto della società”, l’equa “distribuzione dei frutti della terra” e l’insegnamento della cultura del dialogo ai giovani, così da “fornire strumenti per risolvere i conflitti in modo diverso da come siamo abituati”.

Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, ha detto che “il dialogo è l’intelligenza della coabitazione, un’arte necessaria in un universo fatto di religioni, culture, civiltà differenti. Non un’unica civiltà, ma la più grande civiltà: la civiltà del vivere insieme”. Per lui “con la forza debole della preghiera e del dialogo” è possibile sconfiggere la guerra. “Dalle religioni, senza confusione ma senza separazione può sgorgare un popolo di artigiani di pace”. Per questo: “bisogna eliminare per sempre la guerra che è la madre di ogni povertà”.

Per il presidente del Consiglio degli Ulema indonesiani, Syamsuddin, “l’islam è una religione di pace” e , secondo lui, dagli incontri di Assisi è nata la collaborazione tra musulmani e Comunità di Sant’Egidio da cui è scaturito il processo di pace nella regione filippina di Mindanao, a maggioranza islamica.

Per il Rabbino israeliano David Brodman, “lo spirito di Assisi” è la risposta alla tragedia della Shoah e di tutte le guerre. Egli ha chiarito: “qui diciamo al mondo che è possibile diventare amici e vivere insieme in pace anche se siamo differenti”.

Il Venerabile Morikawa Tendaizasu, 257° patriarca giapponese del buddismo Tendai, ha auspicato un mondo senza odio e senza disprezzo. “La storia – ha spiegato – ci ha mostrato che la pace conseguita con la forza sarà rovesciata con la forza” e che “l’odio non è cancellato dall’odio; l’odio può essere cancellato soltanto abbandonando l’odio”.

Opportuni nella giornata di domenica gli interventi dl Vescovo di Assisi Mons. Domenico Sorrentino e di P. Mauro Gambetti custode generale del Sacro Convento della stessa città. Il primo ha parlato della profezia dello ‘spirito di Assisi’: spirito di preghiera, di concordia e di pace, in risposta la mondo intristito da tante guerre. P. Mauro ha fatto appello all’umiltà di san Francesco d’Assisi, virtù che “consente di percepire l’Infinito, l’Assoluto, l’Eterno, dinanzi al quale tutti siamo nulla, un soffio, di pari dignità…Dall’umiltà può nascere la vera pace”.

assisi1Attesa la presenza e la parola di Papa Francesco, il quale ha iniziato così il suo discorso: “Vi saluto con grande rispetto e affetto e vi ringrazio per la vostra presenza” e ha motivato la presenza di tutti: “Siamo venuti ad Assisi come pellegrini in cerca di pace… Abbiamo sete di pace, abbiamo il desiderio di testimoniare la pace, abbiamo soprattutto bisogno di pregare per la pace, perché la pace è dono di Dio e a noi spetta invocarla, accoglierla e costruirla ogni giorno con il suo aiuto”. La preghiera -ha ribadito il papa – aiuta a superare il “nuovo tristissimo paganesimo: il paganesimo dell’indifferenza”. Interessanti gli accostamenti della preghiera con altri valori: Pace e Perdono, Pace e Accoglienza , Pace e Collaborazione, Pace e Educazione…  “Sorelle e fratelli, ha concluso papa Francesco – assumiamo questa responsabilità, riaffermiamo oggi il nostro sì ad essere, insieme, costruttori della pace che Dio vuole e di cui l’umanità è assetata”.

In sintesi l’incontro è stato in piena sintonia con la prima realizzazione di questo specifico evento avvenuto 30 anni or sono. Esso ha visto presenti oltre 500 leader del mondo, ai quali devono essere aggiunti esponenti istituzionali del mondo dell’economia e della cultura. I 29 panel previsti non potevano non tenere presente la complessa situazione attuale; infatti hanno spaziato “dalla guerra alla giustizia sociale, dall’ambiente allo sviluppo tecnologico, passando per la sfida delle migrazioni, la lotta alla povertà o la piaga del terrorismo”.

L’appello lanciato alla fine conclude: “Si apra finalmente un nuovo tempo… Nulla è perso, praticando effettivamente il dialogo. Niente è impossibile se ci rivolgiamo a Dio nella preghiera. Tutti possono essere artigiani di pace; da Assisi rinnoviamo con convinzione il nostro impegno ad esserlo, con l’aiuto di Dio, insieme a tutti gli uomini e donne di buona volontà”.

Da tutti i partecipati di qualsiasi religione e di qualsiasi provenienza è stato ribadito che “la violenza non ha nulla a che fare con la religione”. Vale sempre e ovunque la convinzione che urge formarsi e formare alla “civiltà del vivere insieme” ed è necessario fondamentare le proprie azioni e relazioni “sulla fede nel pluralismo e nella diversità”.

sr Biancarosa Magliano, fsp

biancarosam@tiscali.it

 

L’eucaristia sorgente della missione

Congresso eucaristico1Dal 15 al 18 settembre 2016 si celebra a Genova il XXVI Congresso Eucaristico nazionale, che ha come tema L’Eucaristia sorgente della missione: Nella tua misericordia a tutti sei venuto incontro.

Tale importante appuntamento si colloca all’interno dell’anno giubilare che papa Francesco ha indetto per invitare i singoli e le comunità ad aprirsi in modo più convinto e generoso al dono della misericordia di Dio, sorgente inesauribile di ogni rinnovamento personale e comunitario. Come afferma il Santo Padre, infatti: «Abbiamo sempre bisogno di contemplare il mistero della misericordia. È fonte di gioia, di serenità e di pace. È condizione della nostra salvezza. Misericordia: è la parola che rivela il mistero della SS. Trinità. Misericordia: è l’atto ultimo e supremo con il quale Dio ci viene incontro. Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita. Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato» (FRANCESCO, Bolla di indizione del Giubileo straordinario della misericordia Misericordiae vultus, 2).

La gioia che promana dall’esperienza della misericordia è l’aria benefica che in questo Giubileo siamo chiamati a respirare profondamente, perché dia nuova freschezza alle nostre comunità e nuovo slancio all’annuncio del Vangelo. Il Congresso Eucaristico è una tappa importante per lasciarci afferrare da questo mistero, di cui l’Eucaristia è l’attuazione più alta: in un modo che vuole essere insieme contemplativo e operoso, vissuto nel raccoglimento della celebrazione ed espresso nell’apertura verso il mondo, in termini di autentica testimonianza. Lo sguardo rivolto alla misericordia di Dio è associato, infatti, al compito della missione ecclesiale, di cui l’Eucaristia è sorgente, come è espresso nel titolo del Congresso e come ha affermato papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium: «l’intimità della Chiesa con Gesù è un’intimità itinerante» (FRANCESCO, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, 23). Anche san Giovanni Paolo II ricordava che la comunione ecclesiale suscitata dall’Eucaristia si configura «essenzialmente come comunione missionaria» (GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica postsinodale Christifideles laici, 32). Infatti, «non possiamo accostarci alla Mensa eucaristica senza lasciarci trascinare nel movimento della missione che, prendendo avvio dal Cuore stesso di Dio, mira a raggiungere tutti gli uomini. Pertanto, è parte costitutiva della forma eucaristica dell’esistenza cristiana la tensione missionaria» (BENEDETTO XVI, Esortazione apostolica postsinodale Sacramentum caritatis, 84).

La stessa misericordia, che ci raduna nella santa assemblea per celebrare gioiosamente il mistero pasquale di Cristo, ci spinge a prendere l’iniziativa per andare agli incroci delle strade e invitare tutti al suo banchetto (cf. Mt 22,9). Il senso del Congresso è dunque quello di farci vivere una rinnovata esperienza di Dio che, per così dire, “esce” da sé stesso per salvare l’uomo, e nell’Eucaristia fa di noi quella Chiesa “in uscita” che più volte il Santo Padre ci invita a diventare (cf. EG 20-24).