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Primo piano

Ci sembra opportuno non tacere…

I religiosi e le religiose d’Italia

tra cultura dell’accoglienza e fedeltà a Papa Francesco

 

Abbiamo atteso a lungo prima di far sentire la voce delle Religiose (USMI) e dei Religiosi (CISM) che vivono in Italia, che fanno parte di questo Paese e di questa Chiesa, perché ci sembra opportuno non tacere su questioni che ci vedono in prima linea: l’impegno alla cultura dell’accoglienza e alla fedeltà a Papa Francesco.

        L’impegno alla cultura dell’accoglienza. Non possiamo tacere e non possiamo essere equivoci sulla questione dell’accoglienza: “Aspetto da voi gesti concreti di accoglienza dei rifugiati, di vicinanza ai poveri, di creatività…” (Papa Francesco, Lettera apostolica per l’Anno dedicato alla vita consacrata).

        Le iniziative censite dalle due Conferenze dei Religiosi (CISM) e delle Religiose (USMI) in Italia sono più di centoventi, a dimostrazione che l’invito evangelico del Papa è stato preso sul serio da parte di tante comunità che, senza tentennamenti, hanno messo a disposizione personale e strutture. Lo abbiamo fatto con franchezza evangelica, perché è proprio dei religiosi e delle religiose vedere e non girarsi dall’altra parte, in quanto l’accoglienza appartiene all’intima natura di ogni creatura, è vocazione e missione di ogni uomo, di ogni cittadino e di ogni religioso, sebbene possa realizzarsi con modalità e sensibilità carismatiche differenti.

        Siamo consapevoli, infatti, che mentre i mezzi di comunicazione hanno creato un villaggio globale, l’uomo contemporaneo non è cresciuto nella sua capacità di relazione e di accoglienza. Sono crollati i muri ideologici ma se ne sono alzati altri ben più invalicabili, edificati con la collaborazione di una informazione interessata a dare una percezione del reale più che una reale percezione della realtà. Viviamo un corto circuito tra la decantata realtà globale, in verità molto virtuale, e le spinte identitarie dove la presenza reale del diverso, dello straniero nelle nostre strade, tra le nostre case fa problema; incapaci di cogliere nel flusso migratorio una valenza positiva, una ricchezza che apra ad un confronto tra culture diverse, ad una crescita in umanità.

        Certo, l’accoglienza non è compiacimento paternalista o interesse partitico ed economico, ma proprio per queste ragioni di basso profilo, che tanto credito hanno nell’opinione pubblica, si impone un dibattito più alto nei contenuti e nelle prospettive, mettendo a tema la promozione e l’integrazione attiva e responsabile nei confronti di quella parte di umanità che fa fatica a vedere il giorno che verrà. Occorre ripartire dalla costruzione di una piattaforma di umanesimo dialogico, dove l’apprendimento della lingua, l’inserimento legale nel mondo del lavoro, l’accesso allo studio, la conoscenza e rispetto delle leggi dello Stato, la semplificazione della normativa per il permesso di soggiorno, rappresentino il punto più alto e significativo della tessitura sociale, del bene delle persone. L’assenza di regole, infatti, non solo non genera accoglienza ma pone le premesse per la cultura della paura e della manipolazione della percezione del reale, indicatori molto cari ai populismi di destra e di sinistra, a tutti coloro che teorizzano una società chiusa.

        La fedeltà al Papa è l’altro tema caldo che sta strappando la tenuta della comunione all’interno della Chiesa e che necessita di una paziente e teologale ricucitura. Noi religiosi e religiose presenti nella Chiesa italiana riaffermiamo la nostra comunione al Santo Padre Francesco, non solo come segno della memoria grata dei nostri Istituti, ma anche come comunione attuale al magistero pontificio: “ricordare per farsi carico qui e adesso”.

        Ci dissociamo, pertanto, da ogni forma di strappo alla comunione ecclesiale e, in particolare, agli attacchi rivolti contro il magistero e la persona di Papa Francesco. A tutti i religiosi e le religiose ricordiamo che l’amore e la venerazione, l’obbedienza a volte anche sofferta, ma sempre sincera, dei nostri Santi Fondatori e Fondatrici rappresentano la forma più vera per continuare a dire oggi la nostra lealtà e disponibilità a camminare insieme al Successore di Pietro, perché solo a Lui il Signore Gesù affidò il compito di confermare nella fede i fratelli (Lc 22,32).

        Le ragioni del dissenso, da parte di alcuni uomini di Chiesa e del mondo, non hanno solo motivi morali, ma affondano le radici su due questioni teologiche. La prima: le sfide del pensare la fede nel mondo moderno sono cambiate completamente rispetto al mondo pre-moderno. Oggi la questione della religiosità e della secolarità impone alla fede di formulare una risposta a nuove domande: che cosa rende attraente essere religiosi, spirituali? Che cosa invece rende attraente essere a-religiosi, senza bisogno di una religione? La seconda sfida, quella più profonda, ricorda che solo quando l’opzione dell’uomo moderno è per la religione e la spiritualità, si rende possibile la vera scelta: credere in Dio. Solo allora sarà possibile dialogare con l’uomo e la donna secolari-moderni e sarà possibile un ecumenismo spirituale.

        I religiosi e le religiose, con la loro esperienza inquieta e mistica di Dio, possono accompagnare Papa Francesco ad aprire cammini di comunione spirituale, possono testimoniare profeticamente che in mezzo ad una immensa tenebra c’è un rivolo di luce, che tutta l’esperienza di Dio è come un lampo in una notte (S. Giovanni della Croce), operando quella relativizzazione delle differenze confessionali che non è solo segno di un cattolicesimo adulto, ma anche frutto di un sapiente discernimento e di una sinodalità che danno forma evangelica alla vita cristiana, come modalità attraverso cui la Chiesa non è soltanto oggetto di indagine, ma anche soggetto che sa riflettere su sé stessa e su tutta la realtà, dove la chiamata di Papa Francesco a “uscire verso le periferie esistenziali” può trovare il suo orizzonte interpretativo.

        

Madre Yvonne Reungoat, FMA                             P. Luigi Gaetani, OCD

Presidente Nazionale dell’USMI                           Presidente Nazionale della    

                                                                                      CISM                                                    

Chaire Gynai, benvenuta donna!…

Si chiamano “Chaire Gynai”, frase in greco che sta per “Benvenuta donna”, le due case per le rifugiate con bambini e per le migranti in situazioni di vulnerabilità nate a Roma su iniziativa della Congregazione delle suore Missionarie Scalabriniane. Il progetto è stato reso possibile anche grazie alla collaborazione della Sezione “Migranti e Rifugiati” del Dicastero vaticano per il Servizio dello Sviluppo umano integrale, dalla Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, dalla Uisg (Unione Internazionale Superiore Generali) e dalla Conferenza episcopale italiana. 

 Le Scalabriniane hanno coinvolto anche le Suore missionarie del Sacro Cuore di Gesù che hanno messo a disposizione gli spazi. «Oggi anche altre Congregazioni religiose femminili contribuiscono alla buona riuscita del progetto», riferisce una nota. 

Nelle due case – tra le prime in Italia – che sorgono in via della Pineta Sacchetti e in via Michele Mercati, sono accolte donne che hanno già ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiate in Italia o che potrebbero regolarizzare la loro condizione migratoria. Nelle due case si potrà stare per un periodo che va dai sei mesi a un anno al massimo, fino a che non abbiano raggiunto una completa autonomia e integrazione. Al momento sono ospitate 17 donne e 7 minori, provenienti da Siria, Uganda, Senegal, Congo, Camerun, Etiopia, India e Burundi. 

Una nigeriana, una congolese e una somala sono state le prime entrate nella casa. Si tratta di persone che hanno avuto nelle loro comunità una serie di percorsi professionali che potrebbero essere utili in un processo di integrazione. Tra loro c’è anche una avvocatessa esperta di diritti umani.
“Valorizziamo il principio della dignità umana, il diritto alla libertà e all’uguaglianza, la valorizzazione delle persone e la loro tutela – spiega suor Eleia Scariot, scalabriniana, coordinatrice del progetto -.

L’intenzione è quella di sostenere le donne nel loro percorso di integrazione e valorizzazione professionale. La base è il riscatto della speranza: queste donne ricevono aiuto e accompagnamento umano e professionale, vivendo esperienze di convivenza, di divertimento e di spiritualità che siano rivitalizzanti per riscattare la stima di loro stesse, spesso ferita durante il loro viaggio migratorio. Allo stesso tempo queste donne e i loro figli potranno contribuire alla costruzione di una società diversa, qui nel territorio romano, dove sono inserite”.

«Per noi – spiega suor Neusa de Fatima Mariano, superiora generale delle Scalabriniane – lavorare con i migranti è una grande grazia che conferma la nostra missione. Ringraziamo Papa Francesco per il suo appello e la sua chiamata rivolte a tutto il mondo, invitandoci ad assumere quanto a lui sta cuore, cioè le donne migranti e rifugiate con bambini». 

Sogno una vita consacrata autentica…

Sogno una vita consacrata autentica… Sogno una vita consacrata che sia capace di ascoltare… sogno una vita nel servizio e in semplicità…

Mentre si sta svolgendo il Sinodo dei giovani, abbiamo rivolto due domande a due giovani religiose, sr. Gabriela Gutierrez Lopez delle Maestre Pie dell’Addolorata e sr Veronica Bernasconi delle Figlie di San Paolo. Ecco le loro risposte.

  1. Come i giovani che si stanno confrontando con la chiesa possono, secondo te, arricchire l’esperienza della vita consacrata? E cosa pensi che i giovani oggi, secondo la tua esperienza, possano accogliere dalla vita consacrata come elemento concreto e utile per la loro vita?

Sr. Gabriela

Quando si è giovani si ha il coraggio di affrontare le difficoltà, la grinta per proporre, smontare, costruire, si hanno sogni e illusioni, che maturati possono convertirsi in realtà concrete se sono ben indirizzati, questo secondo me può arricchire la vita consacrata, che molte volte si è “accomodata” nelle sue strutture fise, mi riferisco soprattutto a strutture mentali, culturali, istituzionali. Una scossa di energia senza dubbio farebbe molto bene alle nostre comunità, un risveglio che ci faccia muovere e uscire delle nostre comunità chiuse a volte in se stesse.

Viviamo in un contesto sociologico dove le relazioni interpersonali vengono a meno ogni giorno, molti giovani di oggi hanno soltanto la esperienza di una relazione “virtuale” sono vicini a quelli che stano lontano ma sono lontani da quelli che stano vicino a loro. E questo secondo me è un elemento chiave nel mondo di oggi, la capacità di vivere insieme, di stabilire rapporti che diventano a volte più forti di quelli di sangue. Di condividere non soltanto ciò che si ha ma soprattutto ciò che si è.

 

Sr. Veronica

Mi ha colpito come nelle testimonianze dei giovani di questi giorni, per il sinodo, emerga una voglia di confronto. Spesso si parla di giovani che hanno, ovviamente per responsabilità della generazione che li ha preceduti, imparato a vivere senza Dio e disinteressati alla Chiesa. Invece sta emergendo una voglia di confronto non litigioso, di desiderio di capire e di entrare in qualcosa di sconosciuto forse ma che interroga. Sono loro che possono oggi darci un modo nuovo costruttivo di fare autocritica, di apertura allo sconosciuto, di desiderio di fare domande. A nostra volta noi siamo in grado di offrire a loro spazi, modi e tempi di entrare in contatto con loro stessi (cosa di cui hanno bisogno), di incontrare quel “Qualcosa o Qualcuno di più” che può riempire di senso le esistenze difficili di oggi, possiamo dare la testimonianza che nel mondo di possibilità illimitate e in continuo cambiamento si può rimanere centrati, per con tutte le fatiche e debolezze, e lottare con gioia per qualcosa che ne vale la pena.

  1. In questo sinodo e nella sua preparazione si è parlato molto di speranza, di sogni, tema caro a papa Francesco. Cosa sogni a partire da questo sinodo per la vita consacrata in generale e per te in particolare?

 

Sr. Gabriela

Sogno una vita consacrata autentica, senza paura di uscire dalle sue sicurezze, una vita consacrata che sa accogliere l’altro così com’è senza pretendere di cambiarlo ma di capirlo e crescere insieme.

Sogno una vita consacrata che sia capace di ascoltare, i suoi membri, chi è vicino. A volte siamo piccole isole vivendo insieme, la mia speranza è che insieme costruiamo i ponti della fratellanza, della fiducia, della maturità umana rispecchiata nel perdono, empatia, ascolto, promozione delle persone, dove vivere insieme ci faccia dire “che bello è stare qui”.

 

Sr. Veronica Bernasconi

Sogno per la vita consacrata la possibilità di vivere in tema vocazionale con minore ansia, consapevoli che il nostro compito è quello di far incontrare le persone con il Signore e sogno una vita religiosa che sempre più riscopra la sua dimensione battesimale e sia in grado di condividere di più e serenamente il proprio cammino con coloro che vivono altre scelte di vita. Sogno una vita consacrata in cui si riscopra in modo sempre più proprio e consapevole il ruolo delle donne. Per me sogno una vita nel servizio e in semplicità e non assillata dal peso di strutture che non sono in grado di riempire di senso la vita degli uomini e donne di oggi, una vita ricca di incontri e guidata dalla Parola.

 

Speranza, discernimento, vocazione: le parole chiave del Sinodo dei Vescovi

Ormai ci siamo…è iniziata la XV Assemblea Generale Ordinaria sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” che si pone al termine di un lungo cammino di preparazione che ha avuto inizio con l’annuncio della convocazione da parte di Papa Francesco, attraverso un Comunicato stampa del 6 ottobre 2016, nel quale precisava lo scopo di tale Assemblea: “accompagnare i giovani nel loro cammino esistenziale verso la maturità affinché, attraverso un processo di discernimento, possano scoprire il loro progetto di vita e realizzarlo con gioia, aprendosi all’incontro con Dio e con gli uomini e partecipando attivamente all’edificazione della Chiesa e della società”.

È questo il terzo Sinodo convocato da Papa Francesco. Il primo è stato la III Assemblea Generale Straordinaria, il secondo la XIV Assemblea Generale Ordinaria – entrambi sulla famiglia. Questo  dedicato ai giovani, si pone nella linea delle precedenti assemblee, il cui filo conduttore è il rinnovamento della Chiesa e della società a partire proprio dalle fondamenta: la famiglia e i giovani che garantiscono le generazioni future.

Il tema dei giovani è certamente oggi una “sfida”, come del resto lo fu quello della famiglia. E la Chiesa non ha paura di affrontare le sfide, che sono sempre difficili e insidiose. Non le teme perché è sicura che la forza spirituale e umana le viene dallo Spirito Santo, che ispira e sostiene i suoi Pastori e il suo gregge, con a capo colui che ha ministero di confermare i fratelli.

Tre parole hanno accompagnano e accompagneranno il percorso e faranno da filo rosso. Speranza è la prima, la speranza che manca. «L’ascolto che abbiamo messo in campo durante questi ultimi anni in vista del Sinodo – ha fatto notare il cardinale Lorenzo Baldisseri, segretario del Sinodo – ci ha restituito una mancanza di speranza piuttosto generalizzata: anziché coltivare una speranza affidabile e vivere a partire da essa, molti giovani tentano continuamente la sorte: le scommesse in ogni campo aumentano esponenzialmente, il gioco d’azzardo si amplia tra i giovani, nelle nostre città si moltiplicano le sale da gioco in cui si smette di sperare, affidando la propria vita ad un improbabile colpo di fortuna. Effettivamente, quando si perde la speranza si tenta la fortuna». Dunque il Sinodo è l’occasione per «ritrovare la speranza della vita buona, il sogno del rinnovamento pastorale, il desiderio della comunione e la passione per l’educazione».
La seconda parola chiave è la «vocazione». Don Rossano Sala, uno dei segretari speciali di questo Sinodo, ha sottolineato: «Una delle grandi debolezze della nostra pastorale oggi risiede nel pensare la “vocazione” secondo una visione ristretta, che riguarderebbe solo le vocazioni al ministero e alla vita consacrata. La perdita della cultura vocazionale ci ha fatto precipitare in una società “senza legami” e “senza qualità”. Secondo la visione cristiana dell’uomo, la questione riguardante l’identità e l’unità della persona può avere solamente una risposta vocazionale. Se manca la dinamica vocazionale non ci può che essere una personalità frammentata, caotica, confusa e informe. Invece è da riconoscere che la vocazione è la parola di Dio per me, unica, singolare, insostituibile, che offre consistenza, solidità, senso e missione, all’esistenza di ciascuno». Infatti, è «evidente che solo all’interno di una rinnovata e condivisa “cultura vocazionale” che valorizza ogni tipo di chiamata trova senso l’impegno specifico per la cura delle vocazioni “di speciale consacrazione”».
La terza parola: discernimento. Il gesuita Giacomo Costa, l’altro segretario speciale del Sinodo sui giovani, afferma che «riemerge con forza la necessità che il Sinodo si trasformi in una occasione di crescita della Chiesa nella capacità di discernere, in modo da rendere davvero generativo, anche oggi, quel patrimonio spirituale che la storia della Chiesa ci consegna perché ancora una volta possiamo “lavorarlo” in modo che porti frutto.

Partecipano a questa Assemblea sinodale 7 religiose, una come collaboratrice del segretario speciale e le altre come uditrici:

· suor María Luisa BERZOSA GONZÁLEZ, Scuola cattolica ed educazione popolare, Direttrice di “Fe y alegría” (Spagna).

 

· suor Nathalie BECQUART, Ex-Direttrice del Servizio nazionale per l’Evangelizzazione dei giovani e per le vocazioni della Conferenza Episcopale Francese (Francia).

· suor Chaoying (Suor Teresina) CHENG, Studentessa di Teologia, Collegio Missionario “Mater Ecclesiae” di Castel Gandolfo, Suora della Madre del Signore di Daming-Hebei (Cina).

· suor Sally Marie HODGDON, Superiora Generale delle Suore di San Giuseppe di Chambéry, Vice Presidente del Comitato Esecutivo della UISG (Stati Uniti d’America).

· suor Mina KWON, Congregazione delle Suore di San Paolo di Chartres – Direttrice e counselor presso la Catholic University di Daegu, responsabile delle Juniores della Provincia religiosa di Daegu (Corea).

· suor Lucy Muthoni NDERI, delle Figlie di Maria Ausiliatrice, Operatrice pastorale per giovani in difficoltà sociale e bambini di strada, educatrice in casa famiglia (Kenya).

· suor Alessandra SMERILLI, delle Figlie di Maria Ausiliatrice, Docente di Economia presso la Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione Auxilium; Membro del Comitato scientifico e organizzatore delle settimane sociali dei cattolici – CEI (Italia).

Questa importante Assemblea sia un’ occasione privilegiata per accompagnare i giovani a riscoprire la bellezza della vita a partire dalla felice relazione con il Dio dell’alleanza e dell’amore, la Chiesa a riacquistare, attraverso un percorso di autentico discernimento nello Spirito, un rinnovato dinamismo giovanile e tutti gli uomini e le donne ad accogliere la bellezza di essere destinatari privilegiati della buona notizia del Vangelo.

  

COLLABORATORI DEL SEGRETARIO SPECIALE 

· Rev.da Suora María Luisa BERZOSA GONZÁLEZ, F.I., Scuola cattolica ed educazione popolare, Direttrice di “Fe y alegría” (Spagna).

 

UDITRICI

· Rev.da Suora Nathalie BECQUART, Ex-Direttrice del Servizio nazionale per l’Evangelizzazione dei giovani e per le vocazioni della Conferenza Episcopale Francese (Francia).

· Rev.da Suora Chaoying (Suor Teresina) CHENG, Studentessa di Teologia, Collegio Missionario “Mater Ecclesiae” di Castel Gandolfo, Suora della Madre del Signore di Daming-Hebei (Cina).

· Rev.da Suora Sally Marie HODGDON, Superiora Generale delle Suore di San Giuseppe di Chambéry, Vice Presidente del Comitato Esecutivo della UISG (Stati Uniti d’America).

· Rev.da Suora Mina KWON, Congregazione delle Suore di San Paolo di Chartres – Direttrice e counselor presso la Catholic University di Daegu, responsabile delle Juniores della Provincia religiosa di Daegu (Corea).

· Rev.da Suora Lucy Muthoni NDERI, F.M.A., Operatrice pastorale per giovani in difficoltà sociale e bambini di strada, educatrice in casa famiglia (Kenya).

· Rev.da Suora Alessandra SMERILLI, Docente di Economia presso la Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione Auxilium; Membro del Comitato scientifico e organizzatore delle settimane sociali dei cattolici – CEI (Italia).

BUONE VACANZE!

montagna1Auguriamo di trascorrere giorni sereni di proficua distensione fisica e spirituale. Non dimentichiamo però quanti invece non possono beneficiare di un tempo di riposo e di vacanza: i malati negli ospedali e nelle case di cura, i carcerati, gli anziani, le persone sole e a coloro che trascorrono l’estate nel caldo delle città.

Riprendiamo l’aggiornamento del sito a fine agosto c.a.

Giornata Mondiale contro la tratta di persone

contro_la_tratta Il 30 luglio 2018 ricorre la Giornata Mondiale contro la tratta di persone, promossa dalle Nazioni Unite. Questa piaga riduce in schiavitù molti uomini, donne e bambini con lo scopo dello sfruttamento lavorativo e sessuale, del commercio di organi, dell’accattonaggio e della delinquenza forzata. Anche qui, a Roma. Anche le rotte migratorie sono spesso utilizzate da trafficanti e sfruttatori per reclutare nuove vittime della tratta. È responsabilità di tutti denunciare le ingiustizie e contrastare con fermezza questo vergognoso crimine, così ha detto oggi il Papa all’Angelus.

Giovani senza fede? No, c’è una sete nuova.

Giovani senza fede? No, c’è una sete nuova. Dentro l’indifferenza c’è un segreto da cogliere

giovaniIl rapporto tra i giovani e la fede è, oggi più che mai, tema di attualità. Non solo per l’avvicinarsi del Sinodo ma anche perché i giovani e la fede stanno veramente a cuore a tutti noi. Per riflettere sul tema appare, però, utile evitare almeno un paio di errori tra i più comuni: pensare ai giovani senza considerarli all’interno dell’intero percorso della loro vita e, inoltre, separare la fede da un’interpretazione complessiva dell’esistenza. In entrambi i casi, ciò che è da temere è la frammentazione.

Sul primo versante è utile ricordare che la giovinezza è, in realtà, soltanto un momento di un percorso più articolato e complesso. Ha, quindi, le caratteristiche, i pregi e i difetti di quel singolo momento. Non è l’intero. E non tutto può essere dato o richiesto in quel momento. Alcune cose potranno maturare, altre scomparire. Ci potrà stare anche qualche cambiamento di percorso e qualche errore. E la guida di persone più mature ed esperte sarà sempre di grande utilità.

Sul secondo versante, anche la fede rischia di non essere ben compresa se staccata dal suo contesto. La fede è un modo di interpretare e vivere l’intera esistenza. Ed è così legata ai gesti, alle parole e alle scelte della vita da essere difficilmente riconoscibile senza di essi. Così non è mai facile capire se la fede c’è o non c’è. A volte compare dove meno ce lo si aspetti.

Perché è molto più vicina a un modo di vivere che a un semplice concetto o a un’asettica definizione. Anche per questo non è mai facile comprendere i giovani e la loro fede. Nessuna delle due realtà, infatti, è statica e se a volte possono apparire come frammenti, lo sono, ma di un intero. Perciò, è tanto più facile comprenderle quanto meno le si staccano dall’intero.

È possibile, allora, che se la fede viene interpretata solo come una pratica religiosa o come un assenso intellettuale, i giovani appaiano irrimediabilmente lontani da essa. Al contrario, se quegli stessi giovani sono confrontati con gli itinerari di fede descritti nella Bibbia e spesso presenti nella tradizione cristiana, appaiono assai meno lontani da un autentico cammino di fede.

È quanto si può intuire, per esempio, leggendo le interviste realizzate dall’Istituto Toniolo all’interno dell’indagine su «Giovani e fede in Italia». Un giovane studente di ventuno anni, di Roma, mentre dice «non frequento la chiesa» e «sono dell’opinione che se non vedo non credo», allo stesso tempo apprezza «la speranza che può dare la fede e che può dare Dio» e confida: «Facendo una preghiera riesco a sentirmi meglio; questa è una cosa bella».

Un giovane ragioniere di ventisette anni, disoccupato, abitante in un piccolo centro del Nord, si definisce agnostico, ma mentre critica coloro che «credono, ma non vanno in chiesa», ritiene anche che «il vero regno di Dio sia dentro l’uomo», perché «la religione è una cosa interiore».

Questi due giovani manifestano una grave mancanza di fede o stanno cercando una fede più interiore e autentica? Una giovane ventottenne che risiede in un piccolo centro della Romagna mentre dice «non credo nella fede intesa come fede cattolica, quindi non credo in un Signore nel Paradiso, in tutto quello che ci insegnano a catechismo e giù di lì», e mentre si lamenta delle pratiche ecclesiastiche – «Non sono più andata in chiesa se non per il matrimonio della mia migliore amica che si è sposata l’anno scorso e ti posso garantire che è stato un sacrificio stare lì dentro un’ora e mezza a sentire delle “ciofeche”, perché io non ci credevo; ci sono andata solo perché voglio molto bene a lei e credo che la loro unione sarebbe stata ugualmente valida anche se l’avessero fatta in Comune» –, allo stesso tempo ritiene che la fede sia qualcosa che assomiglia a quel delicato rapporto che ha con la sua mamma, morta quando lei aveva solo venti mesi: «Come io trovo conforto in quella che è l’anima della mia mamma, quando ne ho bisogno, molto probabilmente altre persone credono in Dio perché dà loro conforto, perché si sentono aiutate; per gli stessi motivi per i quali io, quando ho bisogno, mi giro e dico “mamma cosa faccio?”, loro si girano e dicono “Signore adesso cosa faccio?”; credo che sia la stessa identica domanda, cambia solo la persona alla quale è indirizzata la richiesta di aiuto». Anche qui: è mancanza di fede o desiderio di una fede personale, profonda e autentica?

Si potrebbe proseguire con la presentazione delle interviste nelle quali i giovani dicono di sperimentare uno stretto collegamento tra la fede e la speranza; cercare in Dio il sostegno, la serenità e il conforto necessari per affrontare le vicende – non di rado sofferte e dolorose – della loro vita; leggere i Vangeli per ritrovarvi l’insegnamento e il volto di Gesù; avere fiducia nei miracoli; riconoscere la gioia e la bellezza di una fede autentica.

Tra tutti, si può citare Francesca, ventenne, studentessa della facoltà di Scienze della comunicazione. Racconta così alcuni passaggi importanti della sua vita: «Un giorno muore il fratello di una mia amica, un bambino di dieci anni. Da lì ho deciso di fare della mia vita qualcosa di straordinario. Ho deciso di avvicinarmi alle persone. […] Cerco di stare accanto agli altri. Cerco di amare un po’ di più e, prima di tutto, prima di me stessa vedo l’altro.

Secondo me l’altro è una missione meravigliosa. Secondo me l’altro è una scoperta meravigliosa. Penso che ognuno abbia croci e momenti di sconforto. Tutta la bellezza, però, sta nel trasformare questi momenti e nell’arricchire la vita degli altri. Nel vedere la loro luce, quando tu ci sei. […] Questo spero di fare ogni giorno: ascoltare. […] Mi sono ripromessa che non avrei mai più fatto morire gli altri di solitudine. So cosa si prova.

Lo so e, quindi, non accadrà mai che qualcuno non senta la mia presenza, mai. Perché io ci sono. Per me è una missione. Amare l’altro è una missione. È trasmettere quello che io ho dentro. Ci provo quotidianamente». Sorprendente la capacità di Francesca di trasformare una situazione di difficoltà e di dolore in un’occasione di crescita della propria disponibilità all’incontro, all’ascolto e alla dedizione.

Sino ad avvertire l’esigenza di partire da qui per plasmare la propria vita. Sembra di scorgere, in lei, i tratti dei grandi fondatori cristiani che da situazioni di bisogno sono stati spesso capaci di trarre idee e progetti in grado di migliorare la vita di tutti. Nascono allora alcune domande che sembrano accompagnare bene le nostre riflessioni sui giovani e la fede.

Non è che per capire i giovani sia necessario ascoltarli di più, evitando di interpretare la loro fede alla luce di schemi formali e precostituiti? Non è che la loro educazione religiosa, anziché essere progettata come un “vaccino”, da inoculare prima possibile e una volta per sempre, debba essere pensata come un cammino progressivo da accompagnare delicatamente per tutta la vita?

Non è che tendiamo ancora a pensare la fede più come una serie di pratiche e di concetti piuttosto che come un incontro personale con Gesù dal quale nasce, con consapevolezza e libertà, un modo di vivere più autentico? Non è che nella pastorale siamo ancora più impegnati a gestire spazi e a organizzare eventi e percorsi comunitari anziché favorire l’incontro personale e l’ascolto reciproco, in tutti i luoghi nei quali quotidianamente viviamo?In realtà, avremmo tutti e facilmente a disposizione un eccellente modello di pastorale: Gesù, che era davvero un “maestro” nell’incontrare le persone e ascoltarle, per rianimare la loro libertà e la loro vita.

Claudio Stercal

(articolo tratto da www.avvenire.it)

 

 

Sinodo dei giovani

Le parole-chiave dell’Instrumentum Laboris

SINODO1È stato pubblicato il Documento di lavoro della XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, in programma in Vaticano dal 3 al 28 ottobre c.a. sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”

Tanti sono i giovani del mondo: 1,8 miliardi di persone tra i 16 ed i 29 anni, ovvero un quarto dell’umanità. L’Istrumentum Laboris ne descrive la varietà, le speranze, le difficoltà. Strutturato in tre parti – riconoscere, interpretare, scegliere – il Documento cerca di offrirne le chiavi di lettura della realtà giovanile, basandosi su diverse fonti, tra cui un Questionario on line che ha raccolto le risposte di oltre centomila ragazzi.

Cosa vogliono, i giovani di oggi? Soprattutto: cosa cercano nella Chiesa? In primo luogo, desiderano una “Chiesa autentica”, che brilli per “esemplarità, competenza, corresponsabilità e solidità culturale”, una Chiesa che condivida “la loro situazione di vita alla luce del Vangelo piuttosto che fare prediche”, una Chiesa che sia “trasparente, accogliente, onesta, attraente, comunicativa, accessibile, gioiosa e interattiva”. Insomma: una Chiesa “meno istituzionale e più relazionale, capace di accogliere senza giudicare previamente, amica e prossima, accogliente e misericordiosa”.

Ma c’è anche chi alla Chiesa non chiede nulla o di essere lasciato in pace, ritenendola un interlocutore non significativo o una presenza “fastidiosa ed irritante”. E non senza motivo.

Ecco allora alcune parole-chiave che dall’Istrumentum Laboris emergono:

Ascolto: i giovani vogliono essere ascoltati con empatia, proprio “lì dove si trovano, condividendo la loro esistenza quotidiana”; desiderano che le loro opinioni vengano prese in considerazione, cercano sentirsi parte attiva della vita della Chiesa, soggetti e non solo oggetti di evangelizzazione. E là dove vengono offerti “ascolto, accoglienza e testimonianza in modo creativo e dinamico, nascono sintonie e simpatie” fruttuose.

Accompagnamento: spirituale, psicologico, formativo, familiare, vocazionale: in ognuna di queste forme, l’accompagnamento è fondamentale per i ragazzi. Esso, infatti, “non è un optional rispetto al compito di educare ed evangelizzare i giovani, ma un dovere ecclesiale e un diritto di ogni giovane”; serve a formare coscienze e libertà, a coltivare sogni ma anche ad intraprendere “passi concreti nelle strettoie della vita”. Centrale, quindi, il ruolo della famiglia che “continua a rappresentare un riferimento privilegiato nel processo di sviluppo integrale della persona”, pur necessitando di una riflessione sulla figura paterna, la cui “assenza o evanescenza” produce “ambiguità e vuoti”. Fondamentale anche il compito delle scuole e delle comunità cristiane che fanno sì che i giovani non si sentano soli, scartati, abbandonati nel loro percorso di crescita.

Conversione: diverse le accezioni di “conversione” indicate dal Documento sinodale: c’è il dramma di giovani cristiani che “rappresentano una minoranza esposta alla violenza e alla pressione della maggioranza che pretende la loro conversione”, ma c’è anche la richiesta di una “conversione sistemica” in ambito educativo, affinché tutte le strutture formative ed i loro membri investano di più nella loro “formazione integrale” così da non “trasmettere solo contenuti”, ma da essere anche “testimoni di maturità umana”, in grado di rendere i giovani soggetti e protagonisti della loro stessa vita. Centrale anche il richiamo alla “conversione ecologica”: i giovani sono molto sensibili sull’argomento ed il loro apporto è indispensabile per avviare un cambiamento duraturo nello stile di vita di ciascuno. C’è, infine, l’appello ad una “necessaria e coraggiosa ‘conversione culturale’ della Chiesa” affinché sappia “riconoscere, dare spazio ed incentivare” la creatività “unica e necessaria” della vita consacrata, “luogo specifico di espressione del genio femminile”.

Discernimento: tra le parole più presenti nel Documento, il discernimento viene inteso come “stile di una Chiesa in uscita”, per rispondere alle esigenze di giovani: “Mi trovo ora come di fronte a un muro, quello di dare senso profondo alla mia vita. Penso di aver bisogno di discernimento di fronte a questo vuoto”, scrive un ragazzo. “Dinamica spirituale” per “riconoscere e accogliere la volontà di Dio nel concreto” delle singole situazioni, il discernimento va offerto alle giovani generazioni come “strumento di lotta” che li renda “capaci di riconoscere i tempi di Dio”, per “non sprecare” le sue ispirazioni ed il suo “invito a crescere”. “Dono e rischio” allo stesso tempo, perché non immune dall’errore, il discernimento insegna ai ragazzi “la disponibilità ad assumere decisioni che costano”. In ambito vocazionale, inoltre, il giusto discernimento dovrà avvalersi di persone competenti e di “strutture di animazione adeguate, efficienti ed efficaci, attrattive e luminose per lo stile relazionale e le dinamiche fraterne che generano”.

Sfide: discriminazioni religiose, razzismo, precariato lavorativo, povertà, tossicodipendenza, alcolismo, bullismo, sfruttamento sessuale, pedopornografia, corruzione, difficoltà di accesso allo studio, solitudine…Le sfide che i giovani devono affrontare oggi sono innumerevoli. Molte di essere – spiega l’Instrumentum Laboris – sono generate da fenomeni di esclusione, dalla “cultura dello scarto”, da un uso improprio delle nuove tecnologie digitali così pervasive, ma anche rischiose per quel fenomeno di “dark web” che possono generare. Importante, poi, la questione dei giovani migranti, spesso vittime di tratta, per i quali il Documento sinodale chiede di “attivare percorsi a tutela giuridica della loro dignità e capacità di azione e, al tempo stesso, di promuovere cammini di integrazione nella società in cui arrivano”. Tutta la pastorale, quindi, anche quella giovanile, è chiamata “a evitare forme di ghettizzazione e promuovere reali occasioni di incontro”. Fortunatamente, non mancano le sfide positive: la musica, con il suo valore socializzante; lo sport che, nell’ambito della sana competizione, permette di scoprire la cura e la disciplina del corpo, il lavoro di squadra, il rispetto delle regole e lo spirito di sacrificio; l’amicizia tra coetanei, vero e proprio “strumento di emancipazione dal contesto familiare, di consolidamento dell’identità e di sviluppo di competenze relazionali” di ciascuno.

Vocazione: in tale ambito, il Documento sinodale mette in luce una difficoltà oggettiva: i giovani hanno “una visione riduttiva” del termine “vocazione”, il che crea “un forte pregiudizio” poiché la pastorale vocazionale viene vista come “un’attività finalizzata esclusivamente al ‘reclutamento” di sacerdoti e religiosi’. Da qui nasce la necessità di ripensare la pastorale giovanile vocazionale in modo che sia “di ampio respiro” e “significativa per tutti i giovani”. Ogni ragazzo, infatti, ha una sua vocazione che può esprimersi in vari ambiti – la famiglia, lo studio, la professione, la politica…- divenendo “un fulcro di integrazione di tutte le dimensioni della persona”: i talenti naturali, le competenze acquisite, i successi ed i fallimenti “che ogni storia personale contiene”, “la capacità di entrare in relazione e di amare”, l’assunzione di responsabilità “all’interno di un popolo e di una società”. Nello specifico delle vocazioni sacerdotali, invece, la Chiesa è chiamata a riflettere, perché “è innegabile la sua preoccupazione per il calo numerico dei candidati – si legge nell’Instrumentum – Ciò rende necessaria una rinnovata riflessione sulla vocazione al ministero ordinato e su una pastorale vocazionale che sappia far sentire il fascino della chiamata di Gesù a divenire pastori del suo gregge”.

Santità: il Documento sinodale si conclude con una riflessione sulla santità, poiché “la giovinezza è un tempo per la santità” ed essa va proposta come “orizzonte di senso accessibile a tutti i giovani”. In fondo, tutti i Santi sono stati giovani: la “narrativa” della loro vita, allora, possa permettere ai ragazzi di oggi di “coltivare la speranza” affinché – come scrive Papa Francesco nella preghiera finale del Documento – i giovani, “con coraggio, prendano in mano la loro vita, mirino alle cose più belle e più profonde e conservino sempre un cuore libero”.

D.S.

 

 

A Bari, “un respiro autenticamente ecumenico”

A Bari, “un respiro autenticamente ecumenico

BARI2Il prossimo 7 luglio il Santo Padre si recherà a Bari, finestra sull’Oriente che custodisce le Reliquie di San Nicola, insieme a molti Capi di Chiese e Comunità cristiane del Medio Oriente per una giornata di riflessione e preghiera sulla situazione drammatica del Medio Oriente che affligge tanti fratelli e sorelle nella fede.

L’evento è definito “autenticamente ecumenico” dall’arcivescovo di Bari-Bitonto, mons. Francesco Cacucci che ne sottolinea, inoltre, l’eccezionale valenza storica. Mi riferisco alla capacità di coniugare la visione ecumenica tra le Chiese cristiane e l’attenzione particolare al Medio Oriente, per invocare la pace, ma anche per essere vicini ai nostri fratelli cristiani che vivono nella sofferenza. E non solo ai nostri fratelli cristiani. Si tratta cioè di passare da una visione che, sia pure encomiabile, è legata alla nostra Chiesa e al mondo cattolico, per avere un respiro autenticamente ecumenico.

La Chiesa di Bari rappresenta un ponte tra Oriente e Occidente e da sempre è consapevole della sua vocazione ecumenica. Questo grazie anche alla presenza del corpo di San Nicola, venerato sia dalle Chiese di Occidente, sia da quelle di Oriente.

Già il Patriarca Kirill, la scorsa estate, accogliendo le reliquie del Santo taumaturgo Nicola, aveva evidenziato – nella sua omelia a Mosca nella Cattedrale del Salvatore – come «davvero Bari è il centro che unisce Oriente e Occidente» ed aveva invitato a pregare perché questa città diventasse sempre più “città di mediazione”.

«Siamo convinti – affermava – che san Nicola, venerato dall’Oriente e dall’Occidente, sia ora in preghiera dinanzi a Dio per tutti noi. Oggi noi siamo ancora divisi nella misura in cui i problemi teologici trasmessi dall’antichità non ci danno la possibilità di ricostituire l’unità. Ciò nondimeno, come hanno previsto molti santi uomini, se il Signore vorrà riunire tutti i cristiani, ciò avverrà non per i loro sforzi, non in virtù di passi ecclesiastico diplomatici quali che siano, non per qualche accordo teologico, ma solo se lo Spirito Santo riunirà tutti coloro che professano il nome di Cristo. E siamo convinti che san Nicola, che ascolta le preghiere dei cristiani d’Oriente e d’Occidente, starà anche lui dinanzi al Signore a pregarlo di ricomporre l’unità della Chiesa. (Discorso di sua santità il Patriarca Kirill ricevendo le reliquie di san Nicola Taumaturgo nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca. Domenica 21 maggio 2017).

L’Arcivescovo di Bari-Bitonto, mons. Francesco Cacucci, nell’incontro avuto con il Patriarca Kirill a San Pietroburgo lo scorso 27 luglio, aveva ipotizzato e suggerito un impegno comune: «proporre San Nicola come patrono del cammino verso l’unità e la comunione”.

Il cammino ecumenico non è un cammino che si improvvisa. Sottolineo, dice Mons Cacucci che, immediatamente dopo il Vaticano II, monsignor Nicodemo – l’arcivescovo del tempo – di ritorno dal Concilio aprì la cripta di San Nicola agli ortodossi con una cappellina con iconostasi dedicata a loro. È stato il primo atto del genere a livello mondiale. E così, il cammino è continuato attraverso un dialogo costante con le altre confessioni cristiane ma, soprattutto, con il mondo orientale che continuamente viene qui a San Nicola per venerare le reliquie del taumaturgo. Si sottolinea molto la presenza del mondo russo, però vorrei dire che non è solo il mondo russo, ma è tutto il mondo orientale. Inoltre, sono presenti anche molti evangelici, la Chiesa anglicana e altre Chiese evangeliche.

L’incontro del prossimo 7 luglio, non avrà solamente una connotazione “ecumenica”, così come evidenziato dal comunicato della Sala Stampa Vaticana.

Sappiamo quanto drammatica sia oggi la situazione in Medio Oriente, quante persecuzioni, quante vittime e quanti conflitti insanguinano quelle terre, culla delle tre grandi religioni monoteiste.

D.S.