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Primo piano

“La rete custodisca una comunione di persone libere”…

“Se internet rappresenta una possibilità straordinaria di accesso al sapere, è vero anche che si è rivelato come uno dei luoghi più esposti alla disinformazione e alla distorsione consapevole e mirata dei fatti e delle relazioni interpersonali, che spesso assumono la forma del discredito”. Mette in guardia dai rischi della rete Papa Francesco nel Messaggio per la 53ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali dal titolo Siamo membra gli uni degli altri’ (Ef 4,25). Dalle social network communities alla comunità umana”. Per il Santo Padre, “se la rete è occasione per avvicinarmi a storie ed esperienze di bellezza o di sofferenza fisicamente lontane da me, per pregare insieme e insieme cercare il bene nella riscoperta di ciò che ci unisce, allora è una risorsa”. D’altra parte, “la rete che vogliamo” è “una rete non fatta per intrappolare, ma per liberare, per custodire una comunione di persone libere”:

“La rete è una risorsa del nostro tempo”, “fonte di conoscenze e di relazioni un tempo impensabili” ma anche portatrice di “rischi che minacciano la ricerca e la condivisione di una informazione autentica su scala globale”, prosegue Papa Francesco che riconosce la “possibilità straordinaria di accesso al sapere” offerta da internet ma anche la realtà di “uno dei luoghi più esposti alla disinformazione e alla distorsione consapevole e mirata dei fatti e delle relazioni interpersonali, che spesso assumono la forma del discredito”. Le reti sociali, infatti, “se per un verso servono a collegarci di più, a farci ritrovare e aiutare gli uni gli altri, per l’altro si prestano anche ad un uso manipolatorio dei dati personali, finalizzato a ottenere vantaggi sul piano politico o economico, senza il dovuto rispetto della persona e dei suoi diritti”. A riguardo, ricorda come tra i più giovani le statistiche rivelano che un ragazzo su quattro è coinvolto in episodi di cyberbullismo”.

Per il Pontefice, “la metafora della rete richiama un’altra figura densa di significati: quella della comunità. Una comunità è tanto più forte quanto più è coesa e solidale, animata da sentimenti di fiducia e persegue obiettivi condivisi. La comunità come rete solidale richiede l’ascolto reciproco e il dialogo, basato sull’uso responsabile del linguaggio”. D’altronde, i social network non sono “automaticamente sinonimo di comunità” ma “spesso rimangono solo aggregati di individui che si riconoscono intorno a interessi o argomenti caratterizzati da legami deboli”. “Nel social web troppe volte l’identità si fonda sulla contrapposizione nei confronti dell’altro, dell’estraneo al gruppo: ci si definisce a partire da ciò che divide piuttosto che da ciò che unisce, dando spazio al sospetto e allo sfogo di ogni tipo di pregiudizio (etnico, sessuale, religioso, e altri). Questa tendenza alimenta gruppi che escludono l’eterogeneità – aggiunge -, che alimentano anche nell’ambiente digitale un individualismo sfrenato, finendo talvolta per fomentare spirali di odio”. In tal senso, “la rete è un’occasione per promuovere l’incontro con gli altri, ma può anche potenziare il nostro autoisolamento, come una ragnatela capace di intrappolare.

Sono i ragazzi ad essere più esposti all’illusione che il social web possa appagarli totalmente sul piano relazionale, fino al fenomeno pericoloso dei giovani ‘eremiti sociali’ che rischiano di estraniarsi completamente dalla società.

Questa dinamica drammatica manifesta un grave strappo nel tessuto relazionale della società, una lacerazione che non possiamo ignorare”.

“In virtù del nostro essere creati ad immagine e somiglianza di Dio che è comunione e comunicazione-di-sé, noi portiamo sempre nel cuore la nostalgia di vivere in comunione, di appartenere a una comunità”, afferma Francesco: “Il contesto attuale chiama tutti noi a investire sulle relazioni, ad affermare anche nella rete e attraverso la rete il carattere interpersonale della nostra umanità. A maggior ragione noi cristiani siamo chiamati a manifestare quella comunione che segna la nostra identità di credenti”. “La fede stessa, infatti, è una relazione, un incontro; e sotto la spinta dell’amore di Dio noi possiamo comunicare, accogliere e comprendere il dono dell’altro e corrispondervi”.

“Sono veramente umano, veramente personale, solo se mi relaziono agli altri.

Il termine persona denota infatti l’essere umano come ‘volto’, rivolto verso l’altro, coinvolto con gli altri. La nostra vita cresce in umanità col passare dal carattere individuale a quello personale – conclude il Papa -; l’autentico cammino di umanizzazione va dall’individuo che percepisce l’altro come rivale, alla persona che lo riconosce come compagno di viaggio”.

Cercate di essere veramente giusti (Dt 16,18-20)

Una Settimana speciale, una Settimana piena di gioia e commozione, di responsabilità e di dovere, poiché ha come scopo la realizzazione della volontà del nostro Salvatore Gesù Cristo: “Che tutti siano una cosa sola” (Gv 17, 21). Trovandoci tuttavia in un mondo inquieto e pieno di arroganza, dove spesso i problemi, gli antagonismi, le inimicizie e le guerre fanno rumore, si corre il rischio di giungere alla propria autodistruzione. Noi cristiani, d’altra parte, continuiamo a essere di scandalo con la nostra divisione e, soprattutto, a essere indifferenti, mostrando irresponsabilità e indolenza davanti alla grandezza di Dio, davanti ai doni e ai beni di Dio nei nostri confronti. Come cristiani, siamo stati chiamati a mostrare una comune testimonianza per affermare la giustizia e per essere strumento della Grazia guaritrice di Dio in un mondo frammentato. La Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2019 è stata preparata dai cristiani dell’Indonesia. Il numero dei suoi abitanti ammonta a circa 265 milioni, di cui l’86% professa l’Islamismo, mentre il 10% il Cristianesimo di varie confessioni. Conta circa 1340 gruppi etnici differenti e oltre 740 idiomi locali, pur essendo unita da una lingua nazionale. Nonostante la diversità di etnia, lingua e religione, gli indonesiani hanno vissuto secondo “il principio della solidarietà e della collaborazione”. Anche le guide mistiche e pastorali delle nostre chiese – il Papa Francesco e il Patriarca Bartolomeo, così come vari leader e assemblee delle Chiese della Riforma – diverse volte hanno sottolineato l’importanza della solidarietà e della collaborazione. Il Patriarca Bartolomeo proclama: “La solidarietà è la civiltà del futuro”. È verità incontestabile che questa realtà “implica il condividere tutti gli aspetti della vita, del lavoro, dolori e gioie. Significa considerare tutti cari fratelli in Cristo Gesù, nato, crocifisso e resuscitato per noi”. Ecco come i versetti del Deuteronomio (16,18-20) diventano vita e l’uomo vive come giusto nel proprio cammino, considerando il prossimo come proprio autentico fratello in Cristo. Questa armonica atmosfera e divina situazione di amore e solidarietà è terribilmente minacciata in modo nuovo e con nuovi mezzi. Così la collaborazione svanisce e “viene in netto contrasto” con la corruzione, la quale si manifesta in diversi modi e minaccia la giustizia e il rispetto della legge. Questa situazione diviene manifesta soprattutto nei casi in cui è necessario promuovere la giustizia e sostenere i deboli. Allora si viene facilmente in contrasto con la giustizia, allargando così “il divario tra ricchi e poveri e, di conseguenza, un paese ricco di risorse soffre lo scandalo di avere molta popolazione che vive in povertà”. Vedendo questa difficile condizione, i cristiani diventano consapevoli della loro responsabilità, qualora non facciano nulla per l’unità e non diano una risposta alla realtà dell’ingiustizia in modi sempre più appropriati ed efficaci.   Certamente, il nostro Signore e Dio ci dà un dono soprannaturale, un dono inestimabile, di comunicare, cioè con lui, e di seguirlo sulla strada della preghiera per rendere nostra vita le parole che ha rivolto al Padre prima della sua Passione: “Che tutti siano una cosa sola” (Gv 17, 21). Udendo e custodendo le sue parole siamo forti e possiamo testimoniare con cuore vivo e una sola bocca che, vivendo la volontà di Dio, vivremo anche l’unità. Ma anche camminando assieme e avendo Cristo in mezzo a noi, potremo combattere l’ingiustizia ed essere preziosi fratelli di quanti sono vittime dell’ingiustizia. Dopo tutto quello che è stato esposto, possiamo fare nostre, come hanno sperimentato anche i cristiani dell’Indonesia, le parole del Deuteronomio “cercate di essere veramente giusti” (16,18-20). Queste parole parlano in modo vigoroso, come le nostre esperienze di vita dimostrano, della situazione dell’umanità di oggi e delle sue necessità. Sappiamo molto bene che il Popolo di Dio rinnova l’impegno all’alleanza che Dio ha stabilito prima che esso entrasse nella terra promessa. Nel Deuteronomio (16, 14) troviamo il tema centrale del capitolo in cui si parla della Festività che il Popolo dell’Alleanza deve celebrare: “Dopo ogni festeggiamento il popolo è istruito…farete festa voi, i vostri figli e le figlie, i vostri schiavi e le schiave, i leviti, i forestieri, gli orfani e le vedove che abiteranno nelle vostre città”. Sarebbe una cosa significativa se scoprissimo anche noi, tutto il mondo cristiano, quello stesso spirito di festa che i cristiani indonesiani cercano di riscoprire. È noto d’altra parte che “le delizie del banchetto celeste saranno date a quelli che hanno fame e sete di giustizia e che sono perseguitati, perché ‘Dio vi ha preparato in cielo una grande ricompensa’”. (Mt 5, 12).

La Chiesa di Cristo è la salvezza e il futuro dell’umanità. La divisione è opera del Male e, di conseguenza, è fallimento del popolo, che non riuscirà ad essere segno dell’amore. Non dobbiamo dimenticare che l’ingiustizia non solo ha reso più pericolosa la divisione sociale, ma ha anche alimentato le divisioni nelle chiese, che sono giunte al punto di vivere separatamente per più di mille anni, a volte con fanatismo, odio, senza preghiera e solidarietà. Senza dubbio le divisioni esistenti sono causa dell’ingiustizia. Tutti i cristiani si devono inginocchiare ai piedi della Croce di Cristo, l’unico modello di amore, di fede, di speranza, di pace e di unità. L’unico vero amore con cui nessuno altro amore può essere paragonato. La rivelazione dell’amore sulla Croce di Cristo, tramite il suo sangue, che ha fondato la Chiesa e la salvato l’uomo, è l’unica arma spirituale, con la cui grazia possiamo sconfiggere l’ingiustizia. Dio è Misericordioso, attende la nostra continua preghiera ogni giorno. Non è sufficiente una volta all’anno in modo ufficiale per dimostrare la nostra volontà. Unità e giustizia sono due realtà che arricchiscono la comprensione della comunione ecumenica e costruiscono una società pacifica e spiritualmente prospera. La potenza di Cristo perdona, guarisce, protegge e salva. Preghiamo perché la nuova Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani del 2019 illumini, tramite lo Spirito Santo, altri fedeli a diventare diaconi ed evangelizzatori della Volontà di Dio: “che tutti siano una cosa sola” (Gv 17, 21), generosi discepoli e potenti testimoni dell’amore, della pace e della solidarietà. Noi, riconoscendo che il nostro Signore e Dio è bontà e misericordia, giustizia e verità, possiamo portare il nostro messaggio che il Signore è la nostra Luce, la nostra Salvezza. Se Dio non fosse giusto, se Cristo non avesse compiuto la volontà del proprio Padre, se Dio non avesse amato l’uomo, la sua salvezza sarebbe stata solo un miraggio. Se l’uomo di oggi non è giusto, se non compie la volontà di Dio, se non ama il proprio prossimo, è impossibile raggiungere la Croce del nostro Salvatore, per invocare da un lato la sua grazia, per combattere l’ingiustizia, mentre dall’altro per avere la misericordia per purificare le nostre anime e così riuscire a conseguire l’unità.

 

Presentazione a cura di

Ambrogio Spreafico – Vescovo di Frosinone-Veroli-Ferentino

Presidente, Commissione Episcopale per l’Ecumenismo e il Dialogo della CEI

Metropolita Gennadios

Arcivesco Ortodosso d’Italia e di Malta

ed Esarca per l’Europa Meridionale

Pastore Luca Maria Negro

Presidente della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia

 

Per affermare il loro diritto all’uguaglianza e alla preghiera

Più di 3,5 milioni di donne indiane hanno formato una catena umana lunga 620 chilometri per affermare il loro diritto all’uguaglianza e alla preghiera in un tempio indù. Succede in Kerala, dove da ieri le manifestanti coprono una superficie di 14 distretti. Esse hanno inaugurato il nuovo anno con un “muro” lunghissimo, affermando il diritto di entrare nel tempio di Sabarimala.

Oggi per la prima volta nella storia del Paese, alle prime luci dell’alba due donne intorno ai 40 anni hanno scavalcato il muro di cinta e hanno pregato nel sancta sanctorum, la parte più interna del tempio in passato inaccessibile alle fedeli.

La vicenda del tempio di Sabarimala è al centro dell’attenzione da mesi. Lo scorso settembre la Corte suprema indiana ha stabilito l’illegalità del bando che per centinaia di anni ha impedito alle donne in età fertile (dai 10 ai 50 anni) l’accesso al tempio. I devoti più ortodossi, tra cui il premier Narendra Modi, sostengono che le donne “mestruate” costituiscano un’offesa al dio Ayyappa, cui è dedicato il tempio, dato che la divinità è celibe.

Le donne hanno raccolto solidarietà da milioni di simpatizzanti in tutto il Paese, maschi e femmine. A Mumbai circa 1.500 donne hanno creato un muro simile allo Shivaji Park. In Kerala migliaia di uomini hanno affiancato una seconda catena a quella creata dalle fedeli. Da poco intanto è stato riaperto il tempio, chiuso per alcune ore dopo un rituale di “purificazione” reso necessario dopo l’incursione delle due signore, identificate come Bindu e Kanakdurga.

Fonte: AsiaNews

 

Pro Bambini di Kabul: una nuova presenza

Una nuova suora missionaria è appena giunta in Afghanistan e lavorerà presso il Centro per l’infanzia dell’Associazione “PBK – Pro Bambini di Kabul” . E’ quanto comunica, in una nota inviata all’Agenzia Fides, padre Giovanni Scalese, missionario Barnabita, responsabile della Missio sui iuris afghana. La nuova arrivata è l’indiana suor Teresia Crasta, della Congregazione delle Missionarie della Carità, di Madre Teresa di Calcutta: “Prima di giungere in Afghanistan suor Teresia ha lavorato per 14 anni in un Centro di riabilitazione di Mangalore. E’ educatrice e infermiera, quindi il servizio ai bambini con ritardi dello sviluppo presso il PBK Center è perfetto per lei, informa p. Scalese.
La religiosa succede a suor Mariammal Irudayasami, delle Figlie di Santa Maria della Provvidenza, che ha lasciato Kabul dopo 5 anni e mezzo di servizio presso il “PBK Center”: suor Mariammal, infatti, era giunta in Afghanistan nel 2013 e ha svolto la sua opera fino allo scorso novembre, affiancata da una Missionaria della Consolata dal Mozambico.
L’Associazione “Pro Bambini di Kabul” è una realtà intercongregazionale fondata nel 2006 dal missionario guanelliano p. Giancarlo Pravettoni, che era stato ispirato dall’appello speciale per salvare i bambini afghani, fatto da Giovanni Paolo II durante il discorso di Natale del 2001. L’operato dell’associazione è volto in particolar modo all’istruzione dei bambini disabili, che in Afghanistan sono spesso completamente trascurati dalle loro famiglie. Attualmente, il PBK Center accoglie circa 40 bambini.
Dal 2006, il progetto dell’associazione continua non senza difficoltà: oltre a reperire fondi per sostenere la scuola, uno dei maggiori ostacoli è costituito proprio dalla necessità di individuare suore missionarie, che abbiano una cultura vicina a quella afghana e che siano disposte a trascorrere alcuni anni in un territorio di guerra come quello di Kabul. (LF)

Fonte: Agenzia Fides 4/1/2019

Buon Natale e un 2019 pieno di grazia del Signore

Tu sei, Signore, dovunque l’uomo

diventa più umano.

Sei nel grido vittorioso

del bambino che nasce,

sei nell’ultima parola del morente,

sei nell’abbraccio degli amanti.

Tu sei in ogni segno di illuminazione,

in ogni anelito di vita,

in ogni sogno di bellezza,

in ogni rinuncia per un più grande amore.

La tua venuta è nella certezza forte e inebriante

che nel cuore di ogni essere vivente Tu sei

amore e luce crescente.

                                                         Giovanni Vannucci

Nell’infinito dono d’amore di questo nuovo Natale

Auguri accompagnati dalla preghiera

e la benedizione del Signore per l’anno 2019.

Più collaborazione con le religiose…

“I giovani come un luogo teologico dal quale partire per leggere i segni dei tempi e approfondire la teologia della vita religiosa”. Ne parla padre Arturo Sosa Abascal, proposito generale della Compagnia di Gesù, nel suo programma per la presidenza dell’Unione superiori generali. E aggiunge: “Vogliamo, di fatto, riconoscere gli abusi in modo tale che ci conducano alla conversione personale e istituzionale, sia come Compagnia di Gesù sia come Chiesa, e che ci aiutino ad assumere un sempre maggiore impegno nella lotta per la giustizia e la trasformazione della società in cui si verificano così tanti abusi”

“Continuare a costruire una sempre maggiore collaborazione tra le congregazioni religiose, sia maschili che femminili, approfondendo il contributo della vita consacrata a favore del popolo di Dio”. Padre Arturo Sosa Abascal, proposito generale della Compagnia di Gesù, è da pochi giorni il presidente dell’Unione superiori generali (Usg), succedendo nell’incarico di rappresentare oltre 220 Istituti religiosi maschili e 200mila membri a fra Mauro Jöhri, già ministro generale dell’Ordine dei Frati minori cappuccini.

Come ha accolto la fiducia che i superiori hanno riposto in lei?
La vita religiosa è espressione dell’azione dello Spirito Santo nella Chiesa. Ogni congregazione o famiglia religiosa nasce da un’ispirazione dello Spirito e diventa un dono al popolo di Dio a servizio del mondo e della sua liberazione. Quanto più siamo fedeli a questa ispirazione dello Spirito e più collaboriamo tra di noi, religiosi e religiose, tanto migliore sarà il sevizio che potremo offrire alla missione del corpo della Chiesa al servizio di tutti gli esseri umani con lo stesso stile di Gesù, ossia, privilegiando i più poveri e i giovani.

Su quali temi si concentrerà, in particolare, nel suo mandato?
Il tema dell’Assemblea dell’Usg è stato “Ripartendo insieme…” come parte del processo iniziato con il Sinodo 2018 sui giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Per l’Usg implica

vedere i giovani come un luogo teologico dal quale partire per leggere i segni dei tempi e approfondire la teologia della vita religiosa.

Segni dei tempi importanti come la società laica vista come nuova opportunità di evangelizzazione; le conseguenze per la nostra vita e la nostra missione della trasformazione antropologica derivante dal nuovo ambiente digitale in cui viviamo; le migrazioni come fenomeno globale, complesso e di massa; l’emergere di una società globale interculturale… Abbiamo davanti a noi un programma che sfida la nostra immaginazione e riaccende il nostro desiderio di servire.

La vita consacrata sta attraversando, almeno in Occidente, una fase difficile.
Vale la pena ricordare le sfide che già il Concilio Vaticano II ci aveva posto dinanzi e che il recente Sinodo ha ripreso: un ritorno alle fonti carismatiche (re-carismatizzazione) della vita religiosa in tutta la sua varietà attuale; la conversione personale dei consacrati e delle consacrate che porti a una vita di testimonianza della fiducia in Dio e a una vita comunitaria che sia segno di riconciliazione tra gli uomini, la natura creata e Dio; la vicinanza ai poveri e una vita di povertà come segni di fiducia in Dio e piena disponibilità alla missione; il discernimento della missione di ciascun istituto nel presente, con orientamento al futuro; l’aggiornamento delle strutture organizzative e la pianificazione apostolica delle risorse a disposizione.

Ha intenzione di intensificare anche il rapporto con le religiose?

In termini pratici, vogliamo incrementare significativamente la collaborazione con la vita consacrata femminile, non solo perché rappresenta più di due terzi della vita consacrata, ma anche per la varietà dei suoi carismi e il suo enorme contributo a favore della missione della Chiesa e, soprattutto, per il suo importante contributo nella riconfigurazione del ruolo della donna nella vita della Chiesa. Desideriamo inoltre proporre un’educazione e una pedagogia per il nuovo essere umano del mondo digitale.

La nuova epoca storica dell’umanità pone alla tradizione educativa e pedagogica la bella sfida di proporre la stessa tradizione in una forma che umanizzi anche i tempi nuovi e avvicini le nuove generazioni alla fede in Gesù Cristo.

In un messaggio a tutta la Compagnia di Gesù sul tema degli abusi, lei ha chiesto di “andare al di là della stessa tolleranza zero”. Quali politiche preventive e repressive avete adottato?

Vogliamo, di fatto, riconoscere gli abusi in modo tale che ci conducano alla conversione personale e istituzionale, sia come Compagnia di Gesù sia come Chiesa, e che ci aiutino ad assumere un sempre maggiore impegno nella lotta per la giustizia e la trasformazione della società in cui si verificano così tanti abusi.

Attraverso la presa di coscienza degli abusi e del loro insabbiamento si apre una porta alla conversione personale e istituzionale in tutte le dimensioni della vita della Chiesa e dei suoi membri.

La Chiesa, attraverso un processo di conversione, può impegnarsi nella trasformazione della società e contribuire a generare le condizioni di una vita sana per i minori e le persone vulnerabili. Ci troviamo davanti a un’enorme sfida e a un complesso cambiamento culturale.

Come superiori generali, che contributo porterete in questo ambito all’incontro di febbraio che il Papa ha indetto in Vaticano sul tema della protezione dei minori nella Chiesa?

Porteremo la nostra esperienza dolorosa per i casi che abbiamo avuto, ciò che abbiamo imparato alla scuola dell’ascolto attento delle vittime, negli sforzi per rendere giustizia e riparare, ove possibile, al tanto dolore e ai danni causati. Come persone consacrate abbiamo inoltre sperimentato la misericordia di Dio che ci ha non solo perdonati e liberati dal peccato, ma anche chiamati a contribuire alla missione di riconciliare tutte le cose in Cristo. La missione di riconciliazione implica trascendere la giustizia umana e i nostri sforzi di riparazione per accettare la misericordia come il modo migliore di affrontare le ferite causate e aprirci al perdono, dato e ricevuto. La preghiera del “Padre Nostro” che ci lasciò il Signore Gesù assume, alla luce di questa situazione, una nuova attualità e si converte in fonte di ispirazione per ciò che siamo chiamati a fare come Chiesa.

Fonte: agensir.it

 

Vi ringrazio e desidero esprimere il mio sincero apprezzamento…

 Rev.da Madre Yvonne Reungoat

Presidente USMI

Rev.do Padre Luigi Gaetani

Presidente CISM

 

Ho ricevuto la vostra lettera del 7 novembre corrente, con la quale avete voluto farmi giungere la voce delle persone consacrate che operano in Italia. Vi ringrazio tanto della vostra cortese premura e delle interessanti informazioni che mi avete trasmesso circa le prospettive di più stretta collaborazione tra le due Conferenze di Superiore e Superiori Maggiori. Vi esorto a proseguire su questa strada, che certamente porterà frutti di bene.

Ho appreso poi con piacere delle numerose iniziative dei religiosi e delle religiose italiani, che hanno messo generosamente a disposizione dei migranti energie e strutture. Desidero esprimere il mio sincero apprezzamento per questa concreta sensibilità, ed auspico che essa, da una parte favorisca l’integrazione di queste persone con un doveroso rispetto delle leggi del Paese che accoglie, dall’altra parte susciti nella società un rinnovato impegno per una autentica cultura dell’accoglienza e della solidarietà, ispirata al Vangelo.

La presenza di tanti fratelli e sorelle che vivono la tragedia dell’immigrazione è un’opportunità di crescita umana, di incontro e di dialogo tra le culture, in vista della promozione della pace e della fraternità tra i popoli. Pertanto, sono vicino con l’affetto e con l’incoraggiamento ai diversi Istituti religiosi che in Italia si aprono saggiamente al complesso fenomeno migratorio con adeguati interventi di sostegno, testimoniando quei valori umani e cristiani che stanno alla base della civiltà europea. Proseguite con tenacia questo impegno solidale, affinché i migranti possano incontrare in voi dei fratelli e delle sorelle, che condividano con essi il pane e la speranza nel comune cammino.

Assicuro la mia preghiera per tutti gli Istituti che in Italia testimoniano la bellezza e la gioia della consacrazione religiosa e, mentre chiedo di perseverare nella preghiera per me, di cuore invio la Benedizione Apostolica.

Francesco

 

Dal Vaticano, 27 novembre 2018

Leggi Lettera_1 – originale http://www.usminazionale.net/wp-content/uploads/2018/12/Lettera_1.jpg

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Dalla multiculturalità all’interculturalità

Circa duecento tra Superiore generali, provinciali e consigliere appartenenti a 95 congregazioni diverse hanno partecipato al convegno dal 23 al 25 novembre c.a. sul tema: “Dalla multiculturalità all’interculturalità”. Tematica questa, presentata nell’Assemblea nazionale USMI dello scorso mese di aprile ed ora riproposta per un’ ulteriore condivisione e approfondimento.

Nella vita consacrata oggi siamo chiamate a confrontarci con interculturalità e a testimoniare che in LUI l’unità nella diversità è possibile. Non è così facile però: occorre un continuo processo di conversione per accogliere le differenze culturali come un dono reciproco per il bene comune.

Ci hanno aiutate nell’approfondimento del tema la dottoressa Antonella Anghinoni, biblista e la professoressa Giuliana Martirani, docente di geografia politica ed economica. Inoltre suor Ana Paola Da Rocha Ferrerira delle suore Scalabriniane) e suor Elisa Kidané, delle suore comboniane nella “tavola rotonda” hanno comunicato la loro esperienza nel campo della formazione e dell’evangelizzazione.

Il Convegno si è aperto con il saluto e l’introduzione della Presidente dell’USMI Nazionale, madre Yvonne Reungoat, nella quale ha messo in evidenza l’importanza del tema poiché oggi, nel rapido mutamento sociale, le nostre congregazioni sono attente all’internazionalità; da qui la necessità di ascoltare l’appello dello Spirito per camminare e progredire nell’unità e nella comunione.

Alla biblista Antonella Anghinoni era stato affidato, all’inizio del Convegno, il tema: “La storia di Rut, donna altra. Non solo l’altro da me, ma l’altro di me”.

Partendo dal testo biblico, con competenza e vivacità, la relatrice ha spiegato i termini della lingua ebraica rendendo espliciti il significato dei nomi che indicano già in se stessi la missione. Rut la “straniera”, la moabita, accoglie la suocera accogliendo il suo popolo e il suo Dio. L’incontro con Booz, provvidenziale e fecondo dà il “figlio a Noemi” e rende concreta la discendenza davidica. Come Rut occorre “farsi prossimo”, imparare ad ascoltare, farsi “compagne di viaggio”, “riconoscere il dono di Dio nell’altra persona”, saper dare il nome alle situazioni, mettere insieme i doni di Dio di ciascuna persona e valorizzarli, coltivare una “mentalità di cambiamento”, mantenere la propria identità e conoscere l’altro, essere capaci di “scelte in perdita che portano un di più di vita”, mantenere l’interesse della comunità al di sopra del proprio personale interesse.

La professoressa Giuliana Martirani, alla quale è stato chiesto di sviluppare il tema dell’intercultura come laboratorio di ospitalità solidale, attraverso le alcune slides di diverse cartine geografiche, ci ha illustrato, inizialmente, la situazione del sud del mondo e il movimento migratorio attuale. Con il metodo del vedere – giudicare – agire ha indicato la necessità di una coraggiosa rivoluzione culturale per integrare la storia e la cultura, per vivere le differenze come armonia di un disegno divino che ci invita a partecipare alla creazione nella gioia di saperci artefici con il Creatore di un mondo nuovo. Una buona dose di “vino nuovo dell’umiltà” ci permetterà di stare nel mondo come “persone nuove”, di essere “contempl-attive”, di ricablare la mente attraverso la meditazione e la contemplazione e di passare dall’indifferenza per l’altro alla mistica della compassione.

Infine la relatrice ha illustrato il significato del ministero dell’”ostiariato”, il “ministero del benvenuto e delle porte aperte”, il ministero dell’accoglienza che è proprio della vita consacrata perché è il ministero della misericordia.

Nel pomeriggio la suddivisione in gruppi ha permesso lo scambio circolare di esperienze.

Nella tavola rotonda conclusiva del Convegno, suor Ana Paola Da Rocha Ferreira, ha condiviso con l’assemblea “esperienze di interculturalità nella vita fraterna”. Alcuni flash della sua comunicazione: “È necessario riconoscere la diversità e la bellezza delle culture diverse dalla propria, senza mortificare la creatività, ma cercando l’armonia. Per questo occorre una conversione personale, cioè la capacità di integrare la propria cultura per godere di un dono più grande che è la ricchezza della differenza. Questo richiede un esercizio di umiltà che necessita di un costante confronto e discernimento.

Suor Elisa Kidané, ha comunicato all’assemblea “esperienze di interculturalità nell’annuncio del vangelo” e ha ribadito l’importanza fondamentale della formazione e dell’accoglienza della diversità. Ha aggiunto inoltre: “L’interculturalità ci interpella; l’altra cultura mi interroga e mi fa crescere, mi apre, mi toglie dalla chiusura su me stessa e su quello che ho sempre conosciuto”. “Togliti i sandali – dice Dio a Mosé – perché quella che calpesti è terra santa”. Questo è l’atteggiamento che ci viene chiesto quando ci relazioniamo con l’altro: accoglienza e rispetto, perché ogni persona è sacra, ogni popolo è sacro. Continuando poi la sua relazione suor Elisa, ha fatto notare l’importanza del linguaggio nella comunicazione del vangelo, un linguaggio all’insegna dell’amore richiamando l’invito di Gesù: “Amatevi gli uni gli altri, da questo conosceranno che siete miei discepoli”. Sentirsi “figlie di ogni popolo” è un “valore aggiunto”, un dono del Signore.

Le domande in assemblea hanno permesso infine di ritornare su alcuni concetti particolarmente importanti.

Madre Yvonne Reungoat, a conclusione del Convegno ha ringraziato il Signore per la ricchezza dei contenuti, la competenza delle relatrici, il clima sereno e ha sottolineato ancora una volta l’importanza di continuare il cammino della comunione nella diversità delle culture e nella ricchezza del carisma di ciascuna Congregazione.

FLEBILI FIAMMELLE DI SPERANZA E DI UMANITA’

Martiri di Tibhirine. Sono testimoni della speranza e artigiani della pace

 La beatificazione dei 19 martiri d’Algeria che si terrà l’8 dicembre ad Orano nel santuario di Notre-Dame di Santa Cruz, “è un evento unico nella storia della Chiesa”. È, infatti, la prima volta che dei martiri cristiani vengono proclamati beati in un Paese musulmano. “È un fatto inedito, sia per la Chiesa sia per l’Algeria. Dice qualcosa della memoria che si conserva ancora oggi viva di questi beati”, osserva padre Thomas Georgeon, monaco trappista e postulatore della causa di beatificazione

“Artigiani della pace”, “flebili fiammelle di speranza e di umanità in un oceano di sangue”, uomini e donne di dialogo in un Paese in cui il 99% della popolazione è di fede musulmana. Profondamente amati dal popolo algerino. È ancora oggi forte la memoria in Algeria dei diciannove martiri cristiani uccisi tra il 1994 e il 1996 in un decennio tragico che insanguinò il Paese massacrando giornalisti, attivisti per i diritti umani, intellettuali e imam. A delineare il loro profilo è padre Thomas Georgeon, monaco trappista e postulatore della causa di beatificazione.

“Uno dei significati della loro beatificazione è che siamo tutti chiamati a vivere l’alterità, cioè ad accogliere la differenza dell’altro, anche se non condivide la mia fede. Troppo spesso l’altro ci fa paura e si preferisce vivere tra quelli che ci assomigliano. Ma penso che nel mondo di oggi la differenza ci sia donata per arricchirci, perché ci fa crescere nella nostra identità. Non ce la fa perdere ma ci permette di andare a fondo alle nostre radici, sia umane sia religiose.

Erano religiosi che svolgevano il loro compito nella società algerina, facendo parte della Chiesa algerina che è una Chiesa particolare di sole 3mila persone immersa in un Paese al 99% musulmano. C’era da parte di tutti loro una dedizione al popolo algerino. Molti erano un punto di riferimento per il quartiere o il borgo in cui vivevano. Erano presenti durante gli anni tragici in Algeria per tenere viva una flebile fiammella di speranza e di umanità. E poi anche per testimoniare fino alla fine la loro amicizia anzitutto con Gesù e quindi con la gente che viveva loro accanto. Tra i martiri ci sono anche 6 religiose, sicuramente meno conosciute dei monaci di Tibhirine. Sorelle che si dedicavano chi all’eduzione delle ragazze con un centro di ricamo in una zona povera di Algeri. Chi nel campo delle cure ai bambini disabili e chi ai bisogni delle famiglie. Erano persone molto semplici che hanno vissuto nella quotidianità un rapporto con l’altro, l’altro musulmano, per tessere un dialogo che non è dialogo teologico ma dialogo della vita e così facendo, ci dimostrano che un vivere insieme è una meta possibile.

Sicuramente erano artigiani di pace, persone che hanno avuto il coraggio e anche il desiderio di rimanere accanto al popolo algerino proprio quando attraversava una tragedia. Per esempio, ad Orano dove Claverie è stato vescovo per 15 anni, è ancora molto forte la traccia che ha lasciato in città, perché era un uomo che entrava in dialogo non solo con i cristiani, ma con tutti, con il mondo della cultura, dell’educazione, con i politici ed ha tessuto legami di amicizia fortissimi. E poi i monaci di Tibhirine, anche loro, erano una presenza silenziosa nelle montagne dell’Atlante algerino e sono ricordati in Algeria. Oggi il loro monastero è diventato meta di pellegrinaggio per centinaia di persone e il 95% dei pellegrini è musulmano. La loro testimonianza è una provocazione. Viviamo in un clima di individualismo sfrenato che ci porta a metterci sempre davanti e a cercare il riconoscimento di noi stessi nel rapporto con l’altro. Mentre loro ci provocano nella gratuità perché hanno dato interamente la loro vita agli altri, come un dono, anche con il perdono.

Il testamento di Christian de Chergé è una pagina oggi molto sentita, uno dei testi più importanti della spiritualità del XX secolo. E in questo testo egli da il perdono a chi lo avrebbe ucciso. Questi martiri hanno scelto di condividere fino alla morte la sorte del popolo algerino. E nella scelta di rimanere c’era anche la volontà di vivere il perdono a chi li avrebbe un giorno uccisi. Sono spesso chiamati testimoni della speranza, perché in mezzo a un oceano di sangue che ha travolto l’Algeria, loro erano questa piccola fiamma di speranza, la speranza di un futuro migliore.

Chiara Biagioni

AgenSir, 19.XI.2018

GIORNATA MONDIALE DEI POVERI 2018

La Giornata mondiale dei poveri, giunta quest’anno alla sua seconda edizione, è stata istituita da Papa Francesco al termine del Giubileo della misericordia, nella lettera apostolica “Misericordia et misera”.

“Alla luce del Giubileo delle persone socialmente escluse, mentre in tutte le cattedrali e nei santuari del mondo si chiudevano le Porte della Misericordia, ho intuito che, come ulteriore segno concreto di questo Anno Santo straordinario, si debba celebrare in tutta la Chiesa, nella ricorrenza della XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, la Giornata mondiale dei poveri”, scrive Francesco a conclusione della lettera apostolica. È stato lui stesso, così, a rivelare la genesi dell’iniziativa, pensata in uno dei momenti più inediti ed eloquenti del Giubileo, in una piazza San Pietro popolata da migliaia di senza tetto, poveri ed emarginati per la giornata dell’Anno della Misericordia a loro dedicata, il 13 novembre 2016.

“Un serio esame di coscienza” per capire chi sono davvero i poveri e se siamo davvero capaci di ascoltarli. A chiederlo è il Papa, nel messaggio per questa seconda giornata, in programma il 18 novembre sul tema: “Questo povero grida e il Signore lo ascolta”.

Tre imperativi – “gridare, rispondere, liberare” – per contrastare una cultura che tende a ignorare i poveri, i rifiutati e gli emarginati, presa com’è dalla trappola del narcisismo e del protagonismo. E che dimentica che la povertà non è cercata, ma è frutto di mali – antichi quanto l’uomo, ma pur sempre peccati – dalle “conseguenze sociali e drammatiche”. Come la “fobia” verso i poveri, considerati gente che porta con sé insicurezza e instabilità, quindi da respingere e tenere lontani. “Voci stonate”, le definisce Francesco, che mette in guardia anche dalla tentazione della delega o dell’assistenzialismo e stigmatizza politiche “indegne di questo nome”, che opprimono i poveri o li intimoriscono con la violenza.

“Il Signore – scrive Francesco – ascolta i poveri che gridano a lui ed è buono con quelli che cercano rifugio in lui con il cuore spezzato dalla tristezza, dalla solitudine e dall’esclusione. Ascolta quanti vengono calpestati nella loro dignità e, nonostante questo, hanno la forza di innalzare lo sguardo verso l’alto per ricevere luce e conforto. Ascolta coloro che vengono perseguitati in nome di una falsa giustizia, oppressi da politiche indegne di questo nome e intimoriti dalla violenza; eppure sanno di avere in Dio il loro Salvatore”. “Nessuno può sentirsi escluso dall’amore del Padre, specialmente in un mondo che eleva spesso la ricchezza a primo obiettivo e rende chiusi in sé stessi”, è il monito del Papa, che esorta a prestare la nostra attenzione “a quanti sono poveri, rifiutati ed emarginati”.

“È il silenzio dell’ascolto ciò di cui abbiamo bisogno per riconoscere la loro voce”. Se parliamo troppo noi, non riusciremo ad ascoltare loro. Tante iniziative “pur meritevoli e necessarie”, denuncia, sono rivolte “più a compiacere noi stessi che a recepire davvero il grido del povero”. “Non è un atto di delega ciò di cui i poveri hanno bisogno, ma il coinvolgimento personale di quanti ascoltano il loro grido”.

La Giornata mondiale dei poveri, spiega il Papa, “intende essere una piccola risposta che dalla Chiesa intera, sparsa per tutto il mondo, si rivolge ai poveri di ogni tipo e di ogni terra perché non pensino che il loro grido sia caduto nel vuoto. Probabilmente, è come una goccia d’acqua nel deserto della povertà; e tuttavia può essere un segno di condivisione per quanti sono nel bisogno, per sentire la presenza attiva di un fratello e di una sorella”.

“Quanti poveri sono oggi al bordo della strada e cercano un senso alla loro condizione! Quanti si interrogano sul perché sono arrivati in fondo a questo abisso e su come ne possono uscire!”. Come Bartimeo con Gesù, attendono che qualcuno si avvicini loro e li aiuti a rialzarsi. Al contrario, ricevono rimproveri e inviti a tacere o a subire: dall’avidità e dall’ingiustizia”, ammonisce Francesco: “Quanti percorsi anche oggi conducono a forme di precarietà! La mancanza di mezzi basilari di sussistenza, la marginalità quando non si è più nel pieno delle proprie forze lavorative, le diverse forme di schiavitù sociale, malgrado i progressi compiuti dall’umanità…”.

Invito i confratelli vescovi, i sacerdoti e in particolare i diaconi, a cui sono state imposte le mani per il servizio ai poveri (cfr At 6,1-7), insieme alle persone consacrate e ai tanti laici e laiche che nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti rendono tangibile la risposta della Chiesa al grido dei poveri, a vivere questa Giornata Mondiale come un momento privilegiato di nuova evangelizzazione. I poveri ci evangelizzano, aiutandoci a scoprire ogni giorno la bellezza del Vangelo. Non lasciamo cadere nel vuoto questa opportunità di grazia. Sentiamoci tutti, in questo giorno, debitori nei loro confronti, perché tendendo reciprocamente le mani l’uno verso l’altro, si realizzi l’incontro salvifico che sostiene la fede, rende fattiva la carità e abilita la speranza a proseguire sicura nel cammino verso il Signore che viene.