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Primo piano

Mai così tanti rifugiati.

Mai così tanti rifugiati. Numero record nel 2016: sono 65,6 milioni

giornata-mondiale-del-rifugiat“È una situazione inaccettabile da cui emerge sempre più chiaramente la necessità di solidarietà e di uno sforzo comune nel prevenire e risolvere le crisi, assicurandosi nel frattempo che rifugiati, sfollati interni e richiedenti asilo siano adeguatamente protetti e assistiti in attesa che vengano trovate soluzioni adeguate”, dichiara l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi. “Dobbiamo fare di più per queste persone. In un mondo in conflitto, quello che serve sono determinazione e coraggio, non paura”. Un dato fondamentale riportato nel Global Trends è che le migrazioni forzate di persone che in precedenza non erano mai state costrette ad abbandonare le proprie case rimane a livelli molto alti. Nel 2016, sono stati 10,3 milioni i nuovi migranti forzati, circa due terzi di loro (6,9 milioni) sono fuggiti all’interno dei confini nazionali. Ciò significa che nel mondo ogni 3 secondi 1 persona è costretta ad abbandonare la propria casa – meno del tempo necessario per leggere questa frase. Allo stesso tempo, il numero più elevato di rifugiati e sfollati interni che sono ritornati a casa, insieme ad altre soluzioni come il reinsediamento in Paesi terzi, mostrano che, per alcuni, il 2016 ha portato prospettive di miglioramento della propria condizione. Circa 37 Paesi hanno ammesso un totale di 189.300 rifugiati ai propri programmi di reinsediamento. Circa mezzo milione di altri rifugiati hanno potuto fare ritorno nei loro Paesi di origine e circa 6,5 milioni di sfollati interni sono tornati nelle loro zone – anche se molti lo hanno fatto in situazioni non ideali, restando quindi in condizioni di incertezza.

In tutto il mondo, alla fine del 2016 la maggior parte dei rifugiati – l’84 per cento – si trovava in Paesi a basso o medio reddito, con una persona su tre (per un totale di 4,9 milioni) ospitata nei Paesi meno sviluppati. Da questo enorme squilibrio ne conseguono diverse osservazioni: la continua mancanza di consenso internazionale in materia di rifugiati e la vicinanza di molti Paesi poveri alle regioni in conflitto, tra le altre. Emerge altresì la necessità dei Paesi e delle comunità ospitanti di ricevere risorse e sostegno, senza i quali c’è il rischio che possano crearsi situazioni di instabilità, con conseguenze sulle operazioni umanitarie o sui flussi migratori secondari.

La Siria è ancora il Paese con il numero più alto di persone in fuga: 12 milioni di individui (quasi due terzi della popolazione) sfollati internamente o fuggiti all’estero come rifugiati o richiedenti asilo. Lasciando da parte la situazione dei palestinesi rifugiati di lunga data, gli afghani rappresentano anche quest’anno la seconda popolazione di rifugiati più vasta (4,7 milioni), seguiti da iracheni (4,2 milioni) e sud sudanesi (il cui numero ha raggiunto i 3,3 milioni alla fine dell’anno, seguendo un tasso di incremento maggiore rispetto a qualsiasi altra popolazione del mondo).

I bambini, che costituiscono la metà dei rifugiati del mondo, continuano a sopportare sofferenze sproporzionate, soprattutto a causa della loro situazione di maggiore vulnerabilità. Nel 2016 le richieste di asilo presentate da bambini non accompagnati o separati dai loro genitori sono state 75.000. Un numero che, secondo il rapporto, rappresenta probabilmente una sottostima della situazione reale. L’Unhcr stima che, alla fine del 2016, almeno 10 milioni di persone risultavano prive di nazionalità o a rischio apolidia. Tuttavia, i dati raccolti dai governi e comunicati all’UNHCR riferivano soltanto di 3,2 milioni di persone senza nazionalità in 74 Paesi.

Fonte: Redattore sociale

Consiglio Nazionale

Consiglio1Consiglio Nazionale 10-11 giugno 2017

Il Consiglio Nazionale, “luogo” di confronto tra la Presidenza Nazionale e le realtà regionali, si è aperto con un intenso momento di preghiera e con il saluto della Presidente Madre Regina Cesarato. Erano presenti gran parte delle rappresentanti delle Regioni tra presidenti o segretarie o consigliere.

Il tema di riferimento è stato quello della 64a Assemblea Nazionale Usmi tenutasi nel mese di aprile: “L’ARTE DEL PASSAGGIO: la formazione nella vita religiosa”. Il Consiglio aveva come obiettivo quello di interrogarsi su come dare continuità a questa riflessione e inoltre suggerire delle proposte su come avviare un discernimento in vista dell’Assemblea elettiva del 2018.

Matteo1Dopo il saluto di Madre Regina, il prof Don Armando Matteo ha stimolato l’inizio dei lavori del Consiglio con una relazione dal titolo: “Evangelii gaudium, Laudato sii e Amoris laetitia interpellano la vita consacrata”. Da una lettura incrociata di questi documenti emergono alcune indicazioni-sfide per la Chiesa e per la vita consacrata in particolare:

  • serve una Chiesa che non tema il cambiamento né di cambiare;
  • serve una Chiesa che facilita la grazia;
  • serve una Chiesa che vive la “mistica della comunità”;
  • serve una Chiesa che custodisce la prossimità con i poveri e con le periferie;
  • serve una Chiesa che sa dare anche fastidio;
  • serve una Chiesa ferita dallo sguardo d’amore di Gesù;

Questi sette indicatori sono per la Vita consacrata “luoghi pastorali” ma anche sfide continue a rimanere presenti nella storia e in particolare in questo nostro “oggi” caratterizzato da un “cambiamento d’epoca”.

La discussione col relatore è stata vivace e partecipata consentendo una declinazione concreta dei sette indicatori e delle loro implicanze nella vita consacrata.

Molto interessanti sono stati gli interventi preparati dalle presidenze regionali circa la riconfigurazione della struttura Usmi.

Il pomeriggio e la mattinata della domenica sono stati dedicati ai lavori di gruppo e alla ricaduta in assemblea circa la “nuova mentalità” riguardo alla formazione e circa la “nuova struttura Usmi nazionale” e l’interdipendenza tra il centro e le regioni. Si sono individuati i nodi problematici ma anche le sfide costruttive lì dove si è sviluppata più collaborazione tra le diverse congregazioni religiose e la Chiesa locale.

Prima di concludere i lavori del Consiglio Nazionale si sono raccolte indicazioni circa il tema dell’interculturalità nella vita consacrata in previsione della prossima Assemblea Nazionale del 2018.

In allegato: Schema della relazione schema_relazione_armando_matteo

sr Rosanna Costantini, fma

rosannacostantini@gmail.com

Missionarie della Consolata

Missionarie della Consolata

Nuovo Governo generale

Le suore Missionarie della Consolata – ormai verso la conclusione del loro Capitolo Generale – hanno eletto il nuovo direzioneGoverno Generale che avrà il mandato di animare, guidare la loro Congregazione per i prossimi sei anni.

Come Superiora generale è stata rieletta sr Simona Brambilla, già missionaria in Mozambico. Collaboreranno con lei quattro Consigliere generali. Precisamente: sr Jacinta Theuri, keniota, missionaria in Brasile, già Superiora regionale della Regione Kenia; sr Carmelina Semeraro. Italiana e missionaria in Amazzonia. Al momento era Superiora della Regione Amazzonica; sr Natalina Stringari, brasiliana e missionaria in Guinea Bissau della quale era Superiora delegata; sr Cecilia Pedroza, colombiana, missionaria in Kenia, formatrice delle novizie in Brasile. Attualmente stava accompagnando in Italia un gruppo di sorelle verso la professione perpetua.

L’USMI porge loro un sincero gioioso augurio di ‘buon’ cammino nel servizio che Dio, ha loro richiesto. Il loro fondatore, il beato Giuseppe Allemanno, richiamandosi all’invito di Paolo ai Tessalocinesi, esortava l’Istituto tutto: “Questa è la volontà di Dio: la vostra santificazione”. E ricalcava: “ecco il mio principale pensiero: la vostra santificazione… Ecco il nostro ideale: farci santi, grandi santi, presto santi”. E, visto il carisma che tutte le anima, sarà necessariamente una ‘santità missionaria’ (B.M.).

Suore di Maria Bambina

generaleA Madre Annamaria Viganò rieletta Madre generale per il sessennio 2017 – 2023

l’augurio dell’USMI Nazionale per un rinnovato impegno di fedeltà e di servizio a

a favore della Chiesa e a beneficio delle donne e degli uomini di oggi.

Il Capitolo Generale è tempo favorevole… per ravvivare la grazia delle origini …  è evento di comunione e di fraternità, nel quale siamo chiamate a verificare e promuovere la fedeltà della nostra famiglia religiosa al Vangelo secondo il carisma di fondazione, affinché essa possa efficacemente collaborare al disegno e all’opera di salvezza di Dio.

capitoloIl XXVII Capitolo Generale che stanno celebrando ha come obiettivi specifici:

≈  valutare la situazione globale dell’Istituto in riferimento al cammino da esso percorso; ≈  approfondire il tema

“DONNE ‘ESPERTE DI COMUNIONE’:

PROFEZIA PER IL NOSTRO TEMPO

Testimoniamo con gioia Gesù Redentore volto misericordioso del Padre”.

 ≈  individuare le priorità formative e apostoliche in ordine al tema, gli orientamenti operativi e le decisioni   da perseguire nel prossimo sessennio;

≈  eleggere la superiora generale e le assistenti generali.

L’assemblea capitolare è composta da 58 suore, che rappresentano le 3.835 suore (dati al 31.12.2016) sparse nel mondo: Africa, America del Sud, America del Nord, Asia ed Europa.

 

L’Abbazia delle Tre Fontane visitabile grazie alla realtà virtuale

L’Abbazia delle Tre Fontane visitabile grazie alla realtà virtuale

Chiostro2Le aree di clausura dell’Abbazia delle Tre Fontane di Roma, con il cuore della Chiesa abbaziale e il chiostro dei monaci trappisti, saranno visitabili grazie alla realtà virtuale mediante un’installazione allestita nell’area museale della stessa Abbazia. “È probabilmente il primo luogo sacro al mondo ad offrire ai suoi visitatori un’installazione in realtà virtuale”, si legge in una nota, spiegando che “l’idea nasce dalla volontà di mostrare aree di incredibile interesse religioso e di estremo valore storico-culturale, che sono da sempre inaccessibili al pubblico in quanto riservate alla vita di clausura dei monaci trappisti che ne sono i custodi”. “Più si vive in questo luogo – spiega l’abate dom Jacques Marie Brière, – più si comprende l’importanza e la bellezza del patrimonio che abbiamo ricevuto in dono e che oggi, grazie a mezzi tecnologici di avanguardia, possiamo finalmente condividere”. “Mostrando i luoghi che abitiamo nel quotidiano – aggiunge – riusciamo a dare alle persone almeno un’idea di quella che è la vita monastica, una vita fatta di solitudine e di ricerca costante della presenza del Signore”. “Tutti gli ambienti – prosegue la nota – sono stati fedelmente riprodotti in computer grafica e successivamente implementati in un motore grafico per la fruizione in tempo reale”, grazie a due tour accompagnati dalle voci dei monaci e dai loro canti, insieme ai rintocchi delle campane e ai rumori del giardino del chiostro.

Il luogo, ove oggi sorge il complesso abbaziale delle Tre Fontane, anticamente individuato con il nome di Acque Salvie, consiste in una piccola valle situata sul percorso dell’antica via Laurentina. Esso rappresenta uno dei luoghi più importanti della cristianità in quanto qui venne decapitato l’apostolo Paolo il 29 giugno del 67. Il complesso abbaziale si apre con un tranquillo e bel giardino, subito dopo aver oltrepassato l’Arco di Carlo Magno. Da qui è possibile avere la visione generale di tutti gli edifici presenti: sulla sinistra quelli propriamente monastici col chiostro e il monastero; di fronte, la chiesa dedicata ai Santi Vincenzo e Anastasio, che si presenta ancora praticamente intatta dal tempo della sua edificazione nel secolo XII; sulla destra, la chiesa di Santa Maria Scala Cœli, la più piccola delle tre chiese presenti insieme con quella dedicata a San Paolo, cui si arriva attraversando un breve vialetto alberato. Questa è la zona più sacra del complesso abbaziale: qui si ricorda la decapitazione dell’Apostolo. Le due chiese di Santa Maria Scala Cœli e di San Paolo Apostolo sono state edificate su costruzioni preesistenti, ma le forme attuali risalgono alla fine del XVI secolo. Nel suo complesso, la storia dell’Abbazia delle Tre Fontane così come è giunta ai giorni nostri risale all’anno 1140, quando papa Innocenzo II dopo aver iniziato i lavori di restauro del monastero, in stato di abbandono, lo donò a San Bernardo di Clairvaux e quindi all’ordine cistercense, come segno di gratitudine verso il Santo, che tanto aveva fatto per riportare la pace nella Chiesa durante lo scisma di Anacleto II. I lavori di restauro e ricostruzione si protrassero fino verso la fine del XII secolo scanditi in due tempi a partire appunto dal 1140. Il luogo, ove oggi sorge il complesso abbaziale delle Tre Fontane, anticamente individuato con il nome di Acque Salvie, consisteva in una piccola valle situata sul percorso dell’antica via Laurentina. Esso rappresenta uno dei luoghi più importanti della cristianità in quanto, secondo un’antichissima tradizione, qui venne decapitato l’apostolo Paolo il 29 giugno del 67 d.C.

Sin dal VI sec. d.C. la zona è stata eletta come residenza da uomini di fede con l’intento di testimoniare, con la rinuncia agli agi e ai beni terreni, l’amore per Dio.

Un invito a una comunicazione costruttiva

Un invito a una comunicazione costruttiva

Il Messaggio di papa Francesco per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2017

ComunE’ una esigenza e un impegno poter ‘comunicare speranza e fiducia’ nell’uomo e nella storia, nel presente e nel futuro; di favorire la ‘cultura dell’incontro’ tra gli uomini e i popoli. Ed è un dovere di chi opera nell’ambito formativo e nei media, di chi tesse le reti della comunicazione.

Sta a lui saper guardare la realtà, le cose, le culture, gli avvenimenti, con occhi limpidi, in cui non ci sia ombra di egoismo, di interessi personali, di pregiudizi, di arrivismo, di lotta nei confronti di chi non condivide le proprie idee e il proprio credo politico o religioso. “Per offrire agli uomini e alle donne del nostro tempo narrazioni contrassegnate dalla logica della buona notizia”, è importante, scrive papa Francesco, mettere gli occhiali giusti, avere occhi limpidi.

Non anestetizzare le coscienze

La vita umana non è solo un susseguirsi si avvenimenti; è una storia vissuta nei suoi molteplici eventi che necessitano di essere raccontati. Come quando si guarda o si studia un’opera d’arte, è necessario ammirarla sia nel suo insieme che nei particolari e da diverse angolature, così quando si fotografa un avvenimento umano e lo si ‘racconta’, con parole e immagini, è necessario scegliere parole, luce e inquadrature giuste, la scelta di una opportuna chiave interpretativa, nonché uno sguardo limpido, sorretto da ‘occhiali’ che non tradiscano la verità dell’evento.

Quanti disastri, quante povertà, quante lacrime, quante guerre! La realtà non ha un senso univoco, e il ‘raccontare’ non è scevro di sentimenti nel narratore e interpretatore; sentimenti e moti d’animo che richiedono di incontrarsi con quelli che sono oggetto e testimoni degli eventi da guardare, commentare, interpretare, comunicare. Allo sguardo dell’operatore mediale si presentano situazioni che non possono e non debbono lasciare indifferenti. ‘Raccontare’ è la parola d’ordine, ma implica anche il comprendere e commentare, affinché si possa dare una risposta e indicare una soluzione al perché di tanto dolore e tanta violenza. A nessuno viene chiesto di comunicare ogni cosa senza una chiave interpretativa e il tentativo di offrire una ‘via d’uscita’ a quanti soffrono violenza, povertà, negazione dei diritti. Tutto, per non anestetizzare le coscienze e per ‘non scivolare nella disperazione’.

Gli operatori mediali – della stampa, della radio e televisione, della Rete, dei social – non possono ignorare nella comunicazione i vari drammi del nostro tempo, come le moltitudini di migranti che cercano a fatica una terra che li accolga, o le disuguaglianze sociali che spingono i poveri sempre più in basso, e neppure dovrebbero scadere in un “ottimismo ingenuo che non si lascia toccare dallo scandalo del male”, ma debbono essere dei ‘fari’ che “illuminano la rotta e aprono sentieri di fiducia e speranza”

E’ indispensabile comunicare eventi ed eventuali responsabilità, condannare ciò che è condannabile, evidenziare il positivo che emerge in persone, fatti, culture. La “disinformazione -affermò papa Francesco una recente intervista – è probabilmente il danno più grande che può fare un mezzo, perché orienta l’opinione in una direzione, tralasciando l’altra parte della verità. Invece i media devono essere sempre limpidi, molto trasparenti, e non cadere nella malattia della coprofilia, che è voler sempre voler comunicare lo scandalo”.

Con il suo Messaggio papa Francesco vuole dare “un contributo alla ricerca di uno stile comunicativo aperto e creativo, che non sia mai disposto a concedere al male un ruolo di protagonista”, ma “di mettere in luce possibili soluzioni, ispirando un approccio propositivo e responsabile nelle persone fruitrici della notizia. A tal fine invita ad offrire all’umanità “narrazioni contrassegnate dalla logica della buona notizia”, quindi dalla logica del Vangelo.

Anestetizzare la coscienza o farsi prendere dalla disperazione, leggiamo nel Messaggio, sono due possibili malattie alle quali può condurre l’attuale sistema comunicativo. In mezzo a tale frastuono si ode un sussurro: “Non temere, perché io sono con te”.

L’espressione “Non temere”, presente 365 volte nella Bibbia è un invito alla fiducia, un invito alla speranza. E’ una parola consueta per Gesù, ed è una espressione molto familiare per ogni Paolino e Paolina. Il “non temere” che il Fondatore udì dalla voce del Cristo, in un sogno del 1923, quando guarì in modo prodigioso da una grave malattia, segnò e segna la vita dell’intera Famiglia Paolina. In ogni nostra cappella risuona questa parola che ci rassicura: “Non temere!”.

“Non temete, io sono con voi, di qui voglio illuminare”. E’ un invito a porre la fiducia nel Maestro, così come la posero gli apostoli quando furono presi la paura e panico allorché barca stava affondando, così come la pose Paolo dopo il suo incontro a Damasco, e prima di lui Giuseppe, Maria.

Sono state lapidarie le parole che papa Giovanni Paolo II pronunciò all’inizio della sua elezione al Pontificato: “Non abbiate paura! Aprite, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economico come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa cosa è dentro l’uomo”. Parole che, alla luce della storia odierna, appaiono profetiche. Non abbiamo paura! Dio è un Padre buono che non lascia senza il suo aiuto nessun uomo e nessuna donna, nessun popolo o nazione.

Anna Pappalardo

Comunicare speranza e fiducia oggi…

Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo

«Non temere, perché io sono con te» (Is 43,5).

LI Giornata Mondiale delle comunicazioni Sociali

Si è svolto lunedì, 15 maggio c.a. a Roma l’incontro “Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo” in occasione della LI Giornata Mondiale delle comunicazioni Sociali.

L’iniziativa romana è stata promossa, come ogni anno, dai Paolini e dalle Paoline italiane tra le iniziative della Settimana della Comunicazione (21-28 maggio 2017).

Si legge nel comunicato “Con Papa Francesco crediamo nella necessità di arginare la spirale della paura, che scaturisce da una eccessiva attenzione alle ‘cattive notizie’, e di fare spazio a narrazioni contrassegnate dalla logica della ‘buona notizia’; logica che spinge a superare malumore e rassegnazione per ricercare uno stile comunicativo aperto e creativo, ma non disposto a concedere al male un ruolo da protagonista.”

PosterOspiti dell’incontro sono stati Mons. Dario Edoardo Viganò, Prefetto della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede; Mario Calabresi, Direttore di La Repubblica e Monica Maggioni, Presidente della RAI (Radio Televisione Italiana). Al termine è stato consegnato il Premio Paoline Comunicazione e Cultura Onlus 2017 all’attore e produttore cinematografico Beppe Fiorello. “Mi stupisco di quante storie belle e sconosciute ci siano. Il mio compito è quello di scovare i protagonisti portatori di queste storie e dare loro voce, corpo e immagine.”

Monsignor Viganò spiega che “il titolo della giornata è una citazione del libro di Isaia. Un invito perché il nostro raccontare e scrivere con le immagini sia la responsabilità di una consolazione. Il messaggio di Papa Francesco non offre un contenuto tecnicistico della comunicazione, ma mette al centro le persone. Oggi non esistono più i media da una parte e le persone dall’altra. Non esiste oggi un’azione che non sia mediale.”

Papa Francesco afferma nel messaggio che “l’accesso ai mezzi di comunicazione, grazie allo sviluppo tecnologico, è tale che moltissimi soggetti hanno la possibilità di condividere istantaneamente le notizie e diffonderle in modo capillare. Queste notizie possono essere belle o brutte, vere o false.”

incontro2A queste parole fa eco la Presidente della RAI: “Non so se è difficile invertire la tendenza sul modo di raccontarsi. Ci può essere una prospettiva diversa con la quale raccontiamo il mondo. Con quale sguardo verso la realtà il male viene raccontato? Il dolore deve essere raccontato ma va fatto con un sguardo costruttivo. Nei contesti peggiori dobbiamo anche far emergere cosa si può fare per fare la differenza. In particolare nel servizio pubblico questo è importante. Non possiamo fingerci neutri. Cosa possiamo fare per cambiare il modo di raccontare? Sta prendendo piede in America del Nord e in Europa il constructive journalism: raccontare le negatività inserendo anche delle storie positive di superamento del problema, buone pratiche e alcune soluzioni. Il Papa ci invita a non appiattirci sul racconto del male del mondo: immettere nella storia di tutti i giorni sguardi positivi e che sanno di futuro.”

Il Papa ci invita a non appiattirci sul racconto del male del mondo: immettere nella storia di tutti i giorni sguardi positivi e che sanno di futuro.

Mario Calabresi ci mette in guardia sull’uso sbagliato che della ‘buona notizia’ si potrebbe fare; non si può coprire o ignorare il dolore. “La logica della buona notizia non funziona: alla fatica e al cinismo non si risponde con buone notizie. Immaginate una persona che da mesi non trova lavoro e voi gli raccontate le storie delle persone che invece l’hanno trovato. Non credo sia di aiuto. Io credo che nella comunicazione dobbiamo farci carico del malessere, offrendo anche delle vie di uscita, delle soluzioni. Il dolore non va negato a forza di buone notizie.”

La comunicazione è cambiata notevolmente negli ultimi anni, questo ce lo sentiamo ripetere da più parti. La domanda è: come cambia il ruolo di chi fa della comunicazione e dell’informazione la sua professione? Qual è oggi il ruolo del giornalista e del comunicatore? È ancora Calabresi ad aprire qualche pista di riflessione: “Il nostro sistema informativo è molto cambiato, soprattutto sul piano della velocità e distribuzione delle notizie in tempo reale sul globo. E’ cambiato il tempo disponibile per la cittadinanza di digerire e comprendere a fondo le notizie da parte delle persone. Gli strumenti di comunicazione sono potenti veicoli di bene o di angoscia: la responsabilità finale è del giornalista. La tendenza è che bisogna scandalizzare e indignare a tutti i costi: sottrarsi a questo meccanismo è faticoso ma non impossibile. Ci deve essere sempre un filtro tra ciò che deve essere pubblicato o no. Penso alle immagini orribili registrate con i cellulari dopo l’attacco a Nizza. Stiamo perdendo la discrezione della morte: l’attenzione del lenzuolo bianco sopra un morto, o il chiudergli gli occhi… Oggi tutto è spettacolo.

Io invito sempre a porsi una domanda: se la persona che stai riprendendo fosse tua madre, tuo fratello o una persona che ami, lo faresti? Vorresti vedere il suo volto morente o deturpato sui computer di tutto il mondo?

L’esortazione di Papa Francesco è di non perdere mai di vista l’umanità nel comunicare: il centro sono le persone con il loro bagaglio di esperienze. “E’ necessario rimettere al centro i fatti e così i fenomeni assumono contorni più chiari. Non dobbiamo mai stancarci di raccontare le cose in modo personale: se applichiamo questa regola al fenomeno migratorio, oggi al centro dei media, dovremmo iniziare a dare un volto umano e familiare alle persone che arrivano.

Da dove sono partite? Come hanno preso la decisione con la loro famiglia di tentare il viaggio? Questo processo rende queste persone ‘normali’, umane. Un giornalista mi raccontava che durante la crisi di Lesbo in Grecia, ha lasciato la sua camera da una parte e, invece di svolgere il suo lavoro, si è messo ad aiutare per quanto era disperata la situazione. Questa umanizzazione della migrazione, che crea una zona grigia, è proprio ciò che il terrorismo non vuole che facciamo. E’ funzionale al terrorismo le posizioni di rifiuto dei musulmani per giustificare i loro atti. E’ necessario mantenere uno sguardo complesso sulla realtà.” Afferma Monica Maggioni.

Il lavoro di raccontare e raccontarsi resta una sfida che richiede un impegno costante di vigilanza, formazione e consapevolezza.

Patrizia Morgante

UISG Communication Officer

 

Grazie e auguri!

fioreIl nostro grazie al Signore per l’impegno di Madre M. Regina Cesarato, pddm, di Superiora generale nella sua Congregazione e perché continua, presso l’USMI, il servizio di animazione della vita consacrata in Italia.

srMicaelaMA Sr Micaela Monetti, eletta oggi, 10 maggio c.a. nel 9° Capitolo generale, Superiora generale delle Pie Discepole del Divin Maestro i nostri più cordiali auguri.

Il Signore, nostro unico Maestro, custodisca ognuna nel suo grande amore, doni la sapienza e la disponibilità per accogliere la vita in otri nuovi, capaci di offrire il vino nuovo della salvezza nella Chiesa e nel mondo.

…Che la vostra presenza, sempre e ovunque, porti grazia e consolazione.

Un piccolo cenobio in Cappadocia

BETANIACasa Betania

Un po’ di storia

Sedici secoli fa, il cristianesimo viveva il suo momento aureo. La fine delle persecuzioni, il passaggio da religio illicita a licita prima, e a religione ufficiale dell’impero poi, il decollo della riflessione teologica a seguito del diffondersi di varie eresie, fecero del IV secolo quello della svolta. A quell’epoca in Oriente, l’Anatolia era una delle fucine del monachesimo, annoverava personalità di primordine per santità e cultura, era sede di prestigiose scuole, vantava esperienze caritative e pastorali innovative. In quella regione, emergeva la Cappadocia sia per l’incantevole bellezza naturalistica che per la statura dei suoi teologi. Lì videro i natali alcuni tra i più grandi Padri della Chiesa: Basilio di Cesarea, suo fratello Gregorio di Nissa e Gregorio di Nazianzo, che ebbero un ruolo cruciale nell’elaborazione teologica sulla persona dello Spirito Santo. Accanto a loro, un numero impressionante di eremiti, monaci e missionari, come i giovani Sisinio, Martirio e Alessandro, che furono poi trucidati nella trentina Val di Non. Allora, l’Anatolia risplendeva di cristianesimo e l’Italia in certe aree era ancora terra pagana.

Nel milleseicentesimo anniversario del martirio dei tre giovani missionari, l’Arcivescovo di Trento volle esprimere la gratitudine della chiesa trentina a quella dell’Anatolia aprendo in Cappadocia, a Uçhisar, una piccola comunità di preghiera. L’intento dichiarato di tale gesto era di ristabilire un legame con la terra da cui il Trentino aveva ricevuto il dono del Vangelo. In tre dunque si trasferirono nella “terra dei bei cavalli” – questo il significato dell’antica parola persiana “Cappadocia” – famosa per le sue caratteristiche cime a camino di fata, mèta di turisti e pellegrini da tutto il mondo. Si tratta di tre fratelli della Fraternità di S. Valentino di Ala (TN), che scelsero di essere presenti a Uçhisar per nove mesi l’anno, con uno stile monastico semplice, fatto di preghiera, lavoro manuale, dialogo con i vicini di casa e pellegrini di passaggio. I tre si posero così nella scia del monachesimo cenobitico del grande Basilio, ancora ben visibile nelle rovine di migliaia di chiese rupestri e monasteri. Chiese e monasteri erano parte integrante di un sistema di orti, ruscelli deviati, terrazzamenti, piccionaie per raccogliere fertilizzante. La gente portava cibo ai monaci per sostenerli nella loro vita ascetica, e la preghiera di questi aiutava la comunità a tenere lontano il male e a propiziare il raccolto. Una perfetta coabitazione, ancora oggi valida.

Oggi, dopo ventidue anni, i fratelli di S. Valentino, per il diminuito numero non assicurano il loro servizio. Pertanto il vescovo dell’Anatolia cerca persone che continuino questa bella presenza.

La Cappadocia oggi

Paesaggio dal fascino fiabesco – riconosciuto patrimonio dell’umanità dall’UNESCO – la Cappadocia rimane intrisa di preghiera e permeata di spiritualità. Proprio per questo, molti, di varie religioni, ne sentono il richiamo e vi si recano in cerca di silenzio contemplativo. Ci sono anche molti rifugiati cristiani nella zona, sia iracheni che siriani, senza chiese né pastori. Da marzo a ottobre poi, non mancano pellegrini – singoli e gruppi – che chiedono una cappella per raccogliersi in preghiera e celebrare l’Eucarestia.

Attualmente, in tutta la Turchia non esiste una comunità cristiana di tipo contemplativo e da più parti se ne è espressa la necessità. La Conferenza Episcopale di Turchia e la Nunziatura approvano caldamente il progetto.

 

Il progetto

Dopo la partenza dei membri della fraternità di S. Valentino, il Vicario Apostolico dell’Anatolia, mons. Paolo Bizzeti SJ ha deciso di acquistare la proprietà. Si tratta di una villetta di circa 600 metri quadrati, con giardino, posta all’entrata del paese e con una vista mozzafiato su antiche vestigia di chiese e monasteri.

La casa è in ottimo stato, dotata di sette camere, una cappella che può ospitare una trentina di persone, sala da pranzo ecc. Sono stati fatti periodici lavori di manutenzione e significative migliorie. Conta sulla presenza discreta di un custode esterno che da una ventina d’anni viene quotidianamente per una visita, per assicurare la vigilanza e aiutare nella manutenzione della casa e negli acquisti di quanto è necessario.

La casa si presta ottimamente per accogliere una piccola comunità di consacrate che possa continuare a svolgere, proprio al centro della vasta Turchia, il ministero dell’intercessione, della preghiera umile e del buon vicinato tra cristiani e musulmani. Questo tipo di presenza cristiana è ben accettata a Uçhisar e i vicini sono cordiali e ben disposti. Ancora più gradite saranno le donne, dal momento che nella mentalità locale gli uomini vengono più facilmente sospettati di proselitismo.

Inoltre, la casa potrebbe accogliere piccoli gruppi che vogliono fermarsi per una celebrazione, un tempo di preghiera o di ascolto di una testimonianza monastica. Il Vescovo Paolo garantirà regolari visite durante l’anno. Così egli si esprime: «Una comunità monastica femminile sarebbe l’ideale per rafforzare spiritualmente la presenza cristiana in questa terra di tanti Padri e Madri nella fede. La bellezza e tranquillità del luogo, così come la presenza quasi palpabile dello Spirito, certamente incoraggiano una vita contemplativa di cui si sentirebbero benefici anche nel monastero che decidesse di “distaccare” alcune sorelle in questa “succursale”; e qualche consorella del monastero madre, potrebbe ritrovare slancio grazie ad una permanenza di qualche tempo in questo luogo, in un contesto dove tutto porta a contemplare il Signore dell’universo. È necessario garantire una presenza di almeno nove mesi l’anno, rientrando in Italia durante il freddo inverno per gli Esercizi Spirituali, condividere con le consorelle, vivere momenti di aggiornamento, fare eventuali visite mediche, ecc. Ma si può anche restare tutto l’anno!».

 

Riferimenti di Mons. Paolo Bizzeti SJ:

email bizzeti@gmail.com

tel. +90 542 79 46 708 (con anche whatsapp e skype)

pddmVINO NUOVO IN OTRI NUOVI

è il tema del 9° Capitolo generale delle Pie Discepole del Divin Maestro.

 

Obiettivo generale

Lasciar fluire in noi la vita nuova, frutto dell’esperienza pasquale, per qualificare le nostre presenze, e la gioia del Vangelo rinnovi il mondo.

Obiettivi specifici:

– discernere la qualità e la stagionatura del “vino nuovo” prodotto nella storia della nostra Congregazione (1924-2017);

– valutare se gli “otri” che abbiamo sono adeguati a contenere questo “vino nuovo”

e a favorire la sua piena maturazione;

– riconoscere le abitudini e le strutture che non rispondono più a quanto Dio ci chiede oggi e  rinnovarle per l’avvento del suo Regno nel mondo.

Per sapere di più e seguire il Capitolo visita il sito www.pddm.org