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Primo piano

La morte non è la fine

PP_SuoreContinuano ad avvicendarsi notizie confuse sui mezzi di comunicazione circa il tremendo terremoto avvenuto il 16 aprile in Ecuador. In particolare sul numero delle vittime, tra le quali risultano anche una religiosa e cinque postulanti della comunità delle suore “Siervas del Hogar de la Madre – Serve del Focolare della Madre ” di Playa Prieta.

A tal proposito suor Beatriz Liaño, direttrice dell’Ufficio Stampa dell’ordine, ha diffuso un comunicato stampa per chiarire la situazione che vivono le loro comunità e come queste siano state colpite dal terribile sisma che ha afflitto il paese. Lo pubblichiamo integralmente.

***

Noi Serve del Focolare della Madre abbiamo tre comunità in Ecuador. Una a Guayaquil e due nella Provincia di Manabí, nelle località di Chone e Playa Prieta. Quest’ultima è stata proprio quella più colpita dal terremoto. Lì le nostre suore gestiscono la Scuola “Sacra Famiglia”, che dà formazione umana e religiosa a più di quattrocento ragazzi del luogo. La casa delle suore era al secondo piano di uno degli edifici compresi nelle installazioni della scuola. Nel momento del terremoto, alle 18.58 (ora ecuadoriana), all’interno dell’edificio si trovavano quattro suore professe della comunità: sr. Estela Morales (40 anni, Spagna), sr. Thérèse Ryan (36 anni, Irlanda), sr. Merly Alcybar (34 anni, Ecuador) e sr. Clare Crockett (33 anni, Irlanda del Nord) e sette giovani postulanti, tutte di origine eucadoregna: Jazmina, Mayra, M. Augusta, Valeria, Catalina, Guadalupe e Mercedes.

Tutte loro, oltre al lavoro nella scuola, compiono ogni giorno un importante lavoro umanitario, che si era moltiplicato nei giorni prima del terremoto a causa di forti inondazioni che avevano già devastato la zona, lasciando numerose famiglie in una situazione di completo disagio. Alcuni giorni prima un amico della comunità ci aveva scritto con tono di ammirazione: “Ho visto le suore, con il loro sorriso di sempre, ma si nota che sono sfinite per il lavoro”. Essendo il periodo estivo in Ecuador non c’erano alunni nel recinto.

Le prime notizie che ci arrivarono in Spagna – alle 3.00 di notte, ora italiana della domenica 17 aprile 2016, appena un’ora dopo il terremoto – furono che tutte le suore e le postulanti di Playa Prieta erano sotto le macerie. Tutte le nostre comunità – in Spagna, Italia, Stati Uniti – furono avvisate immediatamente. Tutte noi suore ci mettemmo a pregare ininterrottamente il Rosario davanti al Santissimo, un’ora dopo l’altra.

Poco dopo ci arrivò la notizia che sr. Thérèse era stata recuperata viva con una caviglia rotta e varie contusioni. Si sentiva la voce di sr. Estela, superiora della comunità, e l’improvvisata squadra di soccorso, composta da alcuni vicini, avanzò tra le rovine dell’edificio fino a quando la recuperarono. Aveva un piede rotto e la faccia piena di lividi. Ma c’era qualcos’altro. Nel sentire la scossa del terremoto, sr. Estela corse in cappella per recuperare il Santissimo Sacramento. Quando aveva ormai il Signore tra le sue mani, tutto crollò attorno a lei cadendo fino al piano sotto. Lei aveva pensato di recuperare il Signore prima che alla sua vita, e il Signore recuperò lei. Siamo sicure di ciò. Entrambe le suore furono immobilizzate in una casa vicina in attesa di poter essere viste da un medico.

I volontari sentivano le voci anche di sr. Merly, Guadalupe e Mercedes. Fu molto più faticoso arrivare dove loro si trovavano. Esse si incoraggiavano a vicenda pregando e cantando al Signore, soprattutto quando si sentivano soffocare per mancanza di ossigeno. A sr. Merly cadde sulla testa un muro che le provocò una forte contusione. Guadalupe e Mercedes avevano varie contusioni di minor rilevanza.

I lavori avanzavano a mala pena in mezzo al buio della notte, ma erano pochi uomini che lavoravano con mezzi insufficienti. Le suore della comunità di Guayaquil, che erano state colpite molto più alla leggera (solo una crepa in un muro della residenza per ragazze universitarie), si organizzarono con un gruppo di uomini, membri del nostro movimento “Laici del Focolare della Madre”, che con grande generosità e mettendo in pericolo la loro vita (sono incalcolabili le repliche che si sono sentite nella zone, alcune di intensità rilevante), percorsero in macchina, in mezzo alla notte le quattro ore di strada che li separavano da Playa Prieta. Attorno a loro lo spettacolo era desolante. Da Guayaquil, e più tardi – quando fu reso possibile l’accesso – da Chone, altri gruppi di Laici e amici del Focolare della Madre accorsero in aiuto delle suore di Playa Prieta, che si unirono ai volontari del luogo.

Le suore arrivate da Guayaquil prima di tutto si presero cura delle suore e delle postulanti ferite. L’ospedale più vicino, quello di Portoviejo – capoluogo della provincia – era crollato. L’Arcivescovo, Mons. Lorenzo Voltolini, le accolse in Vescovado, assieme ad altri sacerdoti e famiglie che erano rimasti senza casa. Di fronte alla situazione in cui si trovava tutto il Manabí, decisero di trasferire le suore  e le postulanti ferite a Guayaquil, affinché potessero ricevere cure mediche adeguate. Grazie all’aiuto del gruppo di laici, improvvisarono un’ambulanza mettendo dei materassi nella parte dietro di un furgoncino, dove accomodarono sr. Estela, sr. Thérèse e sr. Merly assieme a Mercedes e Guadalupe. Verso le due del pomeriggio (ora ecuadoriana) della domenica 17 aprile, accompagnate da due suore della comunità di Guayaquil, venivano ricoverate in ospedale. Alcune ore dopo tutte furono dimesse e si stanno riprendendo un po’ alla volta.

Nel frattempo furono recuperate delle macchine migliori per togliere le macerie. Anche l’esercito dell’Ecuador poté arrivare a Playa Prieta per collaborare ai lavori. Trascorrevano le ore ed era sempre più preoccupante il non sentire le altre che erano ancora sotto le macerie. La preoccupazione aumentò quando una replica di intensità rilevante fece crollare la parte dell’edificio che era rimasta in piedi.

Sotto le macerie c’erano ancora sr. Clare e cinque postulanti. Le famiglie delle ragazze riuscirono ad arrivare sul luogo. Alle otto meno dieci (ora italiana) ci arrivò la prima temuta notizia. Avevano localizzato il corpo senza vita di Jazmina. Noi, dalla Spagna, stavamo pregando i Vespri. Nel ricevere la notizia molte suore non poterono nascondere la loro emozione. Quando infine una voce ce la fece a riprendere la preghiera, la parola di Dio brillò illuminando il doloroso momento. Non era stato preparato da noi, ma sì dalla Provvidenza piena di tenerezza del Signore. Era il Salmo 111 dei Secondi Vespri della Domenica del Buon Pastore: “Non temerà annunzio di sventura, saldo è il suo cuore, confida nel Signore. Sicuro è il suo cuore, non teme”. Alcune ore più tardi, verso l’una di notte (ora italiana) di lunedì 18 aprile, la squadra di soccorso riuscì a recuperare i corpi senza vita di sr. Clare, Mayra, M. Augusta, Valeria e Catalina.

Come sorelle che si amano veramente nel Signore, piangiamo la perdita delle nostre sorelle, ma la fede ci assicura che la “morte non è la fine”. sr. Clare si era donata a Dio da quasi 15 anni. Era una suora generosissima e con un dono molto speciale e un carisma unico per relazionarsi con bambini e giovani. Le postulanti erano entrate da appena un anno e si preparavano con generosità per diventare delle Serve. Ma il Signore le trovò tutte pronte. Da quando il telefono è squillato per la prima volta, abbiamo chiesto alla nostra Madre del Cielo che le proteggesse tutte sotto il Suo manto. Non dubitiamo di quello che ha fatto. E adesso il nostro sguardo si volge verso il Cielo, dove speriamo – per la misericordia del Signore – che il Signore le abbia accolte.

Approfittiamo dell’opportunità che ci offrono queste linee per ringraziare delle molteplici dimostrazioni di affetto che stiamo ricevendo. Prima di tutto proprio in Ecuador, e poi da tutte le parti del mondo ci arrivano continuamente dimostrazioni di questo affetto.

Grazie a tutti. Vi chiediamo preghiere per le nostre sorelle, se ne hanno ancora bisogno, e per le loro famiglie. Il nostro cuore non si chiude nella nostra sofferenza, ma vuole abbracciare la sofferenza di tutto il popolo dell’Ecuador.

Chiediamo al Signore che il dolore non li scandalizzi né li allontani da Lui, ma che siano momenti più che mai di un abbandono fiducioso nel Suo amore. Pregate per noi, affinché siamo veramente quello che dobbiamo essere e viviamo con pienezza la nostra vocazione di “Spose del Crocifisso”. (Da Zenit 19.04.2016)

I migranti, persone, non numeri

PP_PAPA“Questa è una visita segnata dalla tristezza. Non è un viaggio come gli altri. Noi andiamo ad incontrare una catastrofe umanitaria più grande dopo la Seconda Guerra mondiale. Lo dico non per amareggiarvi ma per trasmettervi lo stato d’animo con cui faccio questo viaggio”, così Papa Francesco commosso ha detto ai giornalisti ne viaggio di andata verso Lesbo.

Il Patriarca Ecumenico Bartolomeo, l’Arcivescovo Ieronymos di Atene e Papa Francesco hanno incontrato e salutato circa 300 profughi provenienti dall’Iraq, dall’Afghanistan, dalla Siria, dall’Africa, e visitato uno dei campi dei rifugiati. Le immagini sono state eloquenti: abbracci, carezze, lacrime, pianto, storie dolorose di famiglie che la guerra e la morte in mare ha diviso.

“Non abbiamo bisogno di dire molte parole. Soltanto quelli che hanno incrociato lo sguardo di quei piccoli bambini che abbiamo incontrato nei campi dei rifugiati, potranno immediatamente riconoscere nella sua totalità, ‘la bancarotta’ dell’umanità e della solidarietà che l’Europa ha dimostrato in questi ultimi anni a queste persone e non soltanto a loro” ha detto l’arcivescovo Ieronymos nel suo breve ma forte discorso al campo di Moria, “tuttavia noi agiremo – ha proseguito – fino a che si ponga fine a tale aberrazione e svalutazione della persona umana. Da questa isola di Lesbo, spero che abbia inizio un movimento mondiale di consapevolezza per un cambiamento dell’attuale situazione da parte di coloro che hanno nelle mani il destino delle nazioni e per riportare la pace e la sicurezza per ogni casa, per ogni famiglia”. Ma anche Bartolomeo I, Patriarca ecumenico di Costantinopoli, ha affermato: “Abbiamo pianto mentre vedevamo il Mediterraneo diventare una tomba per i vostri cari. Abbiamo pianto vedendo la simpatia e la sensibilità del popolo di Lesbo e delle altre isole. Ma abbiamo pianto anche quando abbiamo visto la durezza dei cuori dei nostri fratelli e sorelle – i vostri fratelli e sorelle – chiudere le frontiere e voltare le spalle. Coloro che hanno paura di voi non hanno guardato nei vostri occhi. Coloro che hanno paura di voi non vedono i vostri volti. Coloro che hanno paura di voi non vedono i vostri figli. Il mondo – ha ribadito – sarà giudicato dal modo in cui vi ha trattato. E saremo tutti responsabili per il modo in cui rispondiamo alla crisi e al conflitto nelle vostre regioni di origine”. Non è mancata la voce di Papa Francesco che ha detto: “ Siamo venuti per richiamare l’attenzione del mondo su questa grave crisi umanitaria e per implorarne la risoluzione. Come uomini di fede, desideriamo unire le nostre voci per parlare apertamente a nome vostro. Speriamo che il mondo si faccia attento a queste situazioni di bisogno tragico e veramente disperato, e risponda in modo degno della nostra comune umanità”.

Hanno firmato poi una congiunta dichiarazione e dopo il pranzo consumato con alcuni profughi, i tre leader religiosi si sono recati al porto di Mytiline, per pregare e gettare corone d’alloro nel mare diventato la culla delle vittime di questa tragedia. Il Papa rivolgendosi agli abitanti di Lesbo li ha inviati a “dimostrare che in queste terre, culla di civiltà, pulsa ancora il cuore di un’umanità che sa riconoscere prima di tutto il fratello e la sorella, un’umanità che vuole costruire ponti e rifugge dall’illusione di innalzare recinti per sentirsi più sicura. Le barriere creano divisioni e anziché aiutare il vero progresso dei popoli, e le divisioni prima o poi provocano scontri”.

…Che su tutto prevalga sempre la dignità della persona umana e non gli interessi particolari. La solidarietà diventa gesto di accoglienza che ha voluto fare il Papa accompagnando a Roma con il suo stesso aereo tre famiglie di rifugiati dalla Siria, 12 persone in tutto, di cui 6 minori. Si tratta di persone già presenti nei campi di Lesbo prima dell’accordo fra l’Unione Europea e la Turchia, così ha riferito padre Lombardi nel dialogo con i giornalisti nel viaggio di ritorno da Lesbo. L’iniziativa del Papa è stata realizzata tramite una trattativa della Segreteria di Stato con le autorità competenti greche e italiane. I membri delle famiglie sono tutti musulmani. Due famiglie vengono da Damasco e una da Deir Azzor, che è nella zona occupata dal Daesh. Le loro case sono state bombardate. L’accoglienza e il mantenimento delle famiglie saranno a carico del Vaticano. L’ospitalità iniziale sarà garantita dalla Comunità di Sant’Egidio. (D.S.)

La Chiesa, madre di vocazioni

PP_GmpvIl tema della 53ma Giornata Mondiale di preghiera per le vocazioni, che si celebra in tutte le comunità cristiane, domenica 17 aprile c.a., è suggerito da Papa Francesco nella Evangelii Gaudium: «Vocazioni e santità: grati perché amati ». L’Ufficio Nazionale per la pastorale delle vocazioni della Chiesa italiana lo ripropone attraverso uno slogan che richiama la gioia dell’anno giubilare: «Ricco di Misericordia… ricchi di Grazie!». Abbiamo un Padre comune la cui Misericordia è “traboccante” (Lc 6,38); egli accompagna ciascuno con tenerezza, alla quale possiamo rispondere con stupore, meraviglia e gratitudine.

Come non ricordare l’episodio del Vangelo in cui Gesù guarisce dieci lebbrosi, ma solo uno, un samaritano, torna a dirgli il suo grazie? (Lc 17,11-19). Dio ci invita a vivere la gratitudine, perché nel “Grazie” c’è tutto il cuore di Dio; c’è la pienezza della felicità, del senso della vita, dove l’uomo ritrova la sua identità più profonda, nella bellezza straordinaria del dono gratuito. Essere “ricchi di Grazie” trasforma l’esistenza, porta alla consapevolezza che ogni vita è dono e chiamata che viene dal cuore di Dio, per essere ridonata agli altri.

«Se io mi sento attratto da Gesù, se la sua voce riscalda il mio cuore, è grazie a Dio Padre, che ha messo dentro di me il desiderio dell’amore, della verità, della vita, della bellezza» (Papa Francesco). Chi rischia per il Signore non resta deluso!

 don Nico Dal Molin

Direttore Ufficio Nazionale per la pastorale delle vocazioni – CEI

La gioia dell’amore

PPHP1_Sposalizio_VergineDopo la gioia del vangelo, ora c’è la gioia dell’amore. Papa Francesco si distingue anzitutto per “gaudium” e per “laetitia”.

Amoris laetitia è un documento ricco di provocazioni, di stimoli, da leggere e approfondire con i suoi 9 capitoli, suddivisi in 325 numeri, corredati da 391 note, con riferimenti alla dottrina, ai documenti pontifici dei predecessori di papa Francesco, ai Padri della Chiesa, ai teologi medievali e moderni, al Concilio Vaticano II e anche ad autori contemporanei come Jorge Luis Borges, Octavio Paz, Mario Benedetti e Martin Luther King; è uno “sguardo positivo” e “originale” sulla bellezza dell’amore coniugale e sulla famiglia. che richiederà non una lettura “generale affrettata”. E lo stesso Papa nella presentazione a indicare il contenuto dell’Esortazione:” ..Nello sviluppo del testo, comincerò con un’apertura ispirata alle Sacre Scritture, che conferisca un tono adeguato. A partire da lì considererò la situazione attuale delle famiglie, in ordine a tenere i piedi per terra. Poi ricorderò alcuni elementi essenziali dell’insegnamento della Chiesa circa il matrimonio e la famiglia, per fare spazio così ai due capitoli centrali, dedicati all’amore. In seguito metterò in rilievo alcune vie pastorali che ci orientino a costruire famiglie solide e feconde secondo il piano di Dio, e dedicherò un capitolo all’educazione dei figli. Quindi mi soffermerò su un invito alla misericordia e al discernimento pastorale davanti a situazioni che non rispondono pienamente a quello che il Signore ci propone, e infine traccerò brevi linee di spiritualità familiare.

A causa della ricchezza dei due anni di riflessioni che ha apportato il cammino sinodale, la presente Esortazione affronta, con stili diversi, molti e svariati temi. Questo spiega la sua inevitabile estensione”.

L’esortazione, come ha sottolineato nella presentazione l’arcivescovo di Vienna, il card. Cristoph Schönborn, “è un avvenimento linguistico”. Qualcosa è cambiato nel discorso ecclesiale” ha aggiunto il cardinale, mettendo in evidenza un “tono più ricco di stima” verso le diverse situazioni di vita” che esprime un “profondo rispetto di fronte a ogni uomo”.

Dunque, un cambio di linguaggio, già iniziato con l’esortazione Evangelii Gaudium ma che è proprio del magistero di papa Francesco. Infatti, il suo non è mai un linguaggio dottrinale, né astratto, né idealistico, ma è un linguaggio che tutti possono comprendere, permeato della dottrina e del Vangelo, ma declinato in maniera ordinaria, normale, perché il messaggio del Vangelo deve essere comprensibile da tutti.

Dall’Esortazione non bisogna aspettarsi una “nuova normativa generale di tipo canonico, applicabile a tutti i casi”. Piuttosto, Amoris laetitia “offre concreti orientamenti pastorali che, nella continuità, acquistano un valore e una dinamica nuova”. Infatti, sempre nell’Introduzione, papa Francesco afferma che: “Ricordando che il tempo è superiore allo spazio, desidero ribadire che non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero. Naturalmente, nella Chiesa è necessaria una unità di dottrina e di prassi, ma ciò non impedisce che esistano diversi modi di interpretare alcuni aspetti della dottrina o alcune conseguenze che da essa derivano. Questo succederà fino a quando lo Spirito ci farà giungere alla verità completa (cfr Gv 16,13), cioè quando ci introdurrà perfettamente nel mistero di Cristo e potremo vedere tutto con il suo sguardo. Inoltre, in ogni paese o regione si possono cercare soluzioni più inculturate, attente alle tradizioni e alle sfide locali. Infatti, «le culture sono molto diverse tra loro e ogni principio generale […] ha bisogno di essere inculturato, se vuole essere osservato e applicato.. In ogni modo, devo dire che il cammino sinodale ha portato in sé una grande bellezza e ha offerto molta luce. Ringrazio per i tanti contributi che mi hanno aiutato a considerare i problemi delle famiglie del mondo in tutta la loro ampiezza. L’insieme degli interventi dei Padri, che ho ascoltato con costante attenzione, mi è parso un prezioso poliedro, costituito da molte legittime preoccupazioni e da domande oneste e sincere. Perciò ho ritenuto opportuno redigere una Esortazione apostolica postsinodale che raccolga contributi dei due recenti Sinodi sulla famiglia, unendo altre considerazioni che possano orientare la riflessione, il dialogo e la prassi pastorale, e al tempo stesso arrechino coraggio, stimolo e aiuto alle famiglie nel loro impegno e nelle loro difficoltà”.

Ad una semplice lettura possiamo così, dire che le parole chiavi di Amoris laetitia sono: accoglienza, accompagnamento, discernimento, integrazione, parole che indicano un nuovo atteggiamento di fondo in uno spirito di riconciliazione che nell’anno giubilare non può che essere segnato dall’abbraccio della misericordia (D.S.).

Nell’ottica delle donne

pphp_107117Cosa potranno dirsi scienziate ed esperte di fama internazionale che discuteranno di scienze della vita, genetica e cultura digitale, partendo da una questione antropologica, appunto, che riguarda la ricerca di una definizione su cosa significhi essere persone umane? Cosa potranno dirsi 34 donne scelte dalla Chiesa cattolica con il duplice obiettivo da una parte di porre al centro la questione etica, che pare venga trascurata dalla scienza e dall’altra avviare un dibattito che coinvolga la Chiesa in queste tematiche hard, very hard? è nata recentemente una Consulta femminile del Pontificio Consiglio della Cultura della Santa Sede, permanente, formata da 34 donne, non solo cattoliche e non solo credenti, italiane, europee, e di altre nazionalità. Una consulta eterogenea, che si avvarrà anche del sostegno di una rete di corrispondenti provenienti da tutto il mondo. Solo donne che fanno parte della Consulta, organismo che è stato promosso da Sua Eminenza Cardinale Gianfranco Ravasi, età 73 anni, dal 2007 presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, biblista italiano, teologo ed ebraista. Cosa si aspetta il Cardinal Ravasi dal sapere di 34 donne che lui uomo di cultura già non sappia? Come lui stesso ha detto la Consulta nasce: “al fine di ricevere pareri non per colorare di rosa questo Dicastero, ma per offrire un punto di vista diverso e un contributo vero», sui vari progetti in corso, ma anche idee e proposte per nuove iniziative e fornire aiuto per individuare priorità culturali, nell’ottica delle donne. La Consulta ha cominciato così a dare il proprio contributo.

Nel frattempo, sta riflettendo sulla modalità per essere presente nell’anno giubilare della Misericordia. Con uno sguardo femminile che porti ricchezza, competenza e modernità. Il progetto è stato formalizzato giovedì scorso con la consegna delle lettere di incarico ad un gruppo di 34 donne. E’ stato affidato il coordinamento alla sociologa Consuelo Corradi, pro rettore alla Lumsa, affiancata in questo compito da Emma Madigan, Ambasciatrice d’Irlanda presso la Santa Sede. «Non saremo chiuse in una riserva. – ha esordito Consuelo Corradi – “ Qui si tratta di incidere su tutte le attività del Dicastero, a partire dal nostro punto di vista s

pecifico». «La Consulta – ha incalzato – si riunirà tre volte all’anno, ma tra i gruppi di lavoro lo scambio sarà continuo. Ci incontreremo qui al Pontificio Consiglio e saremo in contatto telematico con chi è lontana». In apertura si è illustrata la traccia della Plenaria in preparazione per l’autunno del 2017 dedicata alle «Nuove sfide antropologiche». Questa Consulta Femminile ha molte analogie con il “Tavolo delle donne consacrate e laiche.” che istituimmo all’USMI Nazionale tra le Superiore Maggiori, le donne di spicco delle associazioni cattoliche e le laiche, donne delle istituzioni, della politica italiana, giornaliste, e della cultura. A 50 anni dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, infatti, il “Tavolo delle donne Consacrate e laiche”, appartenenti ad ideologie e credi diversi, si concentrò sulla rilettura della Carta dei Diritti Umani. Gli elementi di novità, come ho già raccontato in questo giornale, (Le donne non siano straniere alle donne) che caratterizzarono la rilettura furono in primis il titolo che da “Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo” divenne “Dichiarazione Universale dei diritti dell’umanità”, e aggiungemmo la parte mancante femminile a tutto il testo neutro e totalmente maschile. Affermammo che i diritti soggettivi trovano la loro ragion d’essere nell’intrinseca dignità della persona umana, prima ancora che nel diritto oggettivo; la esplicita condanna della pena di morte; il rifiuto di qualsiasi forma di schiavitù per gli esseri umani e di sfruttamento dei minori e del loro lavoro; la tutela dell’embrione umano dallo sfruttamento per scopi commerciali o anche scientifici non a fini terapeutici; la tutela del pianeta terra e di tutti i beni naturali, in quanto patrimonio dell’umanità presente e futura; la tutela della famiglia; la tutela della propria dignità e della privacy. Correva l’anno 1996. La nostra pratica ci portò a condurre insieme un lavoro politico importante. Per un anno studiammo e discutemmo, apportando un contributo collettivo di esperienza e di professionalità, di sensibilità che affermasse la cultura del rispetto della dignità della persona. Noi eravamo 20 donne. Ci fu un confronto esterno nazionale e internazionale a largo raggio. Tutto visto da un’ottica delle donne. Potrebbe essere interessante un confronto anche virtuale tra le donne della Consulta femminile del Pontificio Consiglio della Cultura della Santa Sede, e noi che facemmo parte del “Tavolo delle donne Consacrate e Laiche”. Credo molto nell’istituzione della Consulta femminile del Pontificio Consiglio della Cultura della Santa Sede, permanente, formata da 34 donne con augurio di buon lavoro.

Fonte: Adriana Moltedo, esperta di Comunicazione e Media

www.noidonne.org, 7 aprile 2016

Assemblea Usmi – Focus 1 aprile

La terza giornata di assemblea inizia con l’intervento di suor Annarita Cipollone, sjbp, esperta nel campo della pastorale, con la relazione dal titolo: “Le opere di misericordia, perle sulle vie del nuovo umanesimo”.

L’intensa esposizione viene suddivisa in quattro grandi temi che, ripercorrendo il convegno ecclesiale di Firenze, presentano la missione nel segno della misericordia: 1) Linearità ed asperità di un percorso; 2) La via e le vie del nuovo umanesimo in Gesù Cristo; 3) La misericordia dell’opera di Dio; 4) Un sogno di Chiesa.

Riportiamo alcune frasi particolarmente significative: la persona umana si divinizza umanizzandosi alla maniera di Gesù; tra la “disumanità” e la “transumanità” esiste un “umanesimo resiliente” che “resiste”, che esprime la tenerezza e la dedizione verso i più poveri; misericordia è “caricarsi il cuore di un po’ di miseria dell’altro: la sua mancanza diventa la mia mancanza, il suo limite diventa il mio limite”. In una parola: misericordia e preghiera sono l’opera di Dio che può trasformare il mondo.

Un tempo della mattinata è dedicato ad alcune comunicazioni che riguardano la vita dell’USMI e in particolare la realizzazione di Casa Speranza a servizio di Sorelle con problemi di salute.

Nel pomeriggio si dà ampio spazio a comunicazioni di natura economica e giuridico-amministrativa con l’intervento dell’avvocato Edoardo Boitani e della dottoressa Antonella Ventre.

Al termine dei due interessanti interventi don Giuseppe Laiti offre una preziosa sintesi dei tre giorni di assemblea. Riportiamo alcuni passaggi del suo intervento.

< La missione chiede di essere ripensata secondo tre prospettive coerenti:

  • Essa ha anzitutto carattere manifestativo, epifanico: è un agire che rimanda a Gesù Signore, al Padre che lo ha inviato, allo Spirito donato. Essa è l’esprimersi della vita nuova, del “rimanere” in Cristo, del passaggio da individuo a persona. È annuncio di Dio comunione che rinnova la nostra vita.
  • La missione è sguardo sul futuro, per dire la speranza di umanità per tutti. Da qui l’importanza di individuare i segni di futuro che la vita consacrata è chiamata ad offrire. Segni individuati nella ricerca di Dio che crea luoghi di fraternità e di accoglienza; una nuova coscienza planetaria che permette di entrare negli spazi di disumanità per essere segno di prossimità fino al martirio; avviare strade di riconciliazione, dialogo, ospitalità, giustizia; narrare il vangelo nelle culture; condividere l’appello a rinascere dall’alto, dal grembo dello Spirito Santo.
  • La missione si vive nel modo con il quale abitiamo il mondo: si configura come pratica di misericordia, uscita da sé, capacità di alleanze, cura e trasfigurazione. La missione introduce in relazioni fraterne e filiali >.

Il focus che ci mantiene nel passaggio (“l’arte del passaggio”!) è la consapevolezza che la missione è di Dio, è del Padre nell’invio di Gesù e nel dono dello Spirito Santo. Non è opera nostra. Per questo ha speranza davanti a sé!

FOTO DEL 1 APRILE

Giornate dell’Assemblea:

Allegati:

SINTESI_FINALE Assemblea Usmi 2016

Assemblea USMI – Focus

Focus – Giovedì 31 marzo

La seconda giornata di assemblea è stata piuttosto articolata: due intense relazioni nella mattinata, la celebrazione eucaristica a mezzogiorno, i gruppi di riflessione nel pomeriggio e la sintesi finale. Le relazioni hanno messo in luce i “segni del futuro” che già al presente si possono riscontrare nelle famiglie religiose: una panoramica molto interessante che ha donato nuovo entusiasmo e grande speranza.

Padre Lorenzo Prezzi, scj, teologo e giornalista, ha svolto la relazione dal titolo: “I segni del futuro già presenti nella vita consacrata in Italia”. Partendo dal testo biblico “Ecco io faccio una cosa nuova” il padre articola il suo intervento in diversi punti: il senso dell’Anno della Vita Consacrata; la Chiesa come luogo per comprendere l’identità dei consacrati; imparare dalla sapienza della storia e la forza dei santi; attuale crisi; come e dove guardare per avere un futuro; la preghiera; quattro principi dalla lettera di Papa Francesco ai consacrati; otto segni per il futuro (fecondità spirituale, limiti, Parola di Dio, carisma, vita fraterna, laici e donne, profezia, gioia)

Il dialogo in assemblea ha permesso di sviluppare ancora alcuni punti salienti: la libertà; il martirio; il conflitto.

Suor Nicla Spezzati, asc, sottosegretario CIVCSVA, trattando il tema: “I segni di futuro presenti nella vita consacrata nel mondo” ha esordito dicendo: “L’Anno della Vita consacrata ci ha interrogate sulla fedeltà alla missione che ci è stata affidata. I nostri ministeri, le nostre opere, le nostre presenze, rispondono a quanto lo Spirito ha chiesto ai nostri Fondatori? Sono adeguati a perseguirne le finalità nella società e nella Chiesa di oggi? C’è qualcosa che dobbiamo cambiare?”.

Gli interrogativi sollevati non sono nuovi e accompagnano da tempo i processi di discernimento sul ridimensionamento e il futuro delle opere degli Istituti Religiosi. Si tratta dell’attenzione alla “significatività” delle opere che si traduce in efficacia evangelica ed efficienza ecclesiale. La significatività è espressiva dell’ecclesialità del carisma, infatti la capacità di integrarsi alla Chiesa è all’origine stessa delle opere. “Fare sistema” comporta un minimo di coordinamento e di condivisione a livello di progettazione e di gestione. Mentalità, cultura e prassi che se venisse realizzata seriamente potrebbe garantire non solo continuità a non poche opere, ma efficacia evangelica ed efficienza ecclesiale.

Il tempo del pomeriggio è stato dedicato ai lavori di gruppo. Le Madri dovevano rispondere a due domande: 1) Quali germogli stanno nascendo nelle nostre Congregazioni? 2) Che cosa siamo disponibili a mettere in gioco nella condivisione dei Carismi?

La sintesi presentata in assemblea ha dato il seguente risultato.

Risposta alla domanda n. 1.

I segni di futuro già presenti si possono riscontrare nella centralità di Cristo e primato della Parola (lectio divina); più intensa vita spirituale; percorsi formativi significativi a tutte le età; formazione al discernimento; coinvolgimento di tutte le Sorelle nei processi di ridimensionamento; risposta alle nuove povertà (accoglienza a immigrati, rifugiati, ragazze madri, abbandonati); condivisione del carisma con i laici; interculturalità; apertura alla missione ad gentes; cura delle relazioni fraterne in comunità; accoglienza del limite; esperienze di intercongregazionalità; dialogo interreligioso; sinodalità; risignificazione delle opere; vicinanza alla gente; apertura di piccole comunità nelle periferie; inserimento nel territorio; maggior comunione tra congregazioni.

Risposta alla domanda n. 2.

Le esperienze di condivisione si possono riassumere come segue: collaborazione apostolica tra diverse congregazioni e a volte gestione delle opere; pastorale vocazionale insieme; formazione intercongregazionale; apertura di scuole nei quartieri poveri; cammino di formazione tra consigli generalizi di congregazioni diverse; accoglienza a immigrati e rifugiati (significativa l’esperienza in Sicilia); condivisione di tempo, competenze, strutture.

Al termine della giornata la sintesi del moderatore don Giuseppe Laiti ha aiutato l’assemblea a ripercorrere il cammino vissuto.

Foto del 31 marzo 2016

 

Buona Pasqua!

 

PP_Colomba_della_Pace1Anno del Giubileo della Misericordia 2016

 

«Gesù è risorto! Ha vinto l’amore,

ha vinto la misericordia.

Sempre vince la misericordia di Dio».

L’invito è a diventare strumenti della

misericordia di Dio, «canali attraverso i quali

Dio possa irrigare la terra, custodire tutto il

creato e far fiorire la giustizia e la pace».

(Papa Francesco)

Con i nostri migliori auguri di una Santa Pasqua,

 

Madre Regina Cesarato

Presidente USMI Nazionale

e Consiglio

Giornata mondiale della felicità

pp_felicita1“Considerate la vostra chiamata alla gioia!” (Cor 1,26)

”Dopo anni di ricerca sulla felicità una cosa si è dimostrata essere fondamentale: le relazioni con le persone”. A ricordarlo alle società moderne, che funzionano al contrario, è l’Onu con la proclamazione della Giornata mondiale della felicità.

In un mondo globalizzato, ma frammentato in infinite nicchie, sempre meno ci si lega in modo stabile e fedele a qualcuno e quelle ‘nicchie’ non riescono a dare un senso alle singole vite. Gli effetti sono devastanti. Internet e supermercati diffondono l’illusione che più cose si hanno più si è felici. I politici di tutti gli orientamenti – e soprattutto quelli legati agli interessi economici – diffondono il messaggio che qualunque crescita economica porta benessere. False promesse, che stanno minando le condizioni che invece potrebbero condurre alla felicità ‘sostenibile’. In realtà è il modo in cui si pensa la felicità a guidare ciò che si fa e ciò che si è disposti a sacrificare a orientare il proprio modo di spendere soldi, tempo, energie.

Felicità sostenibile…

È quella che parte dai requisiti e dalle aspirazioni fondamentali dell’essere umano e produce un mondo sano, una società leale. Certo non è possibile ottenere tale felicità in modo rapido, né raggiungerla a discapito di altri o depauperando e inquinando il pianeta. Permette invece a tutti un livello base di sicurezza materiale e potenzialmente è a disposizione di tutti nei momenti buoni come in quelli cattivi. Possedere più cose certamente non ne è la chiave. Tanto meno far lavorare qualcuno in condizioni di sfruttamento per produrre ‘roba’ a buon mercato e alimentare una fame infinita di possesso.

…e diversa

Un uomo – scriveva Schopenhauer – può essere valutato in diversi modi: per ciò che possiede, per ciò che rappresenta agli occhi degli altri, oppure per ciò che egli è in se stesso. Ma neppure questi beni dipendono interamente dalla persona e per quanto ci si può affannare per poterli raggiungere e conservare, niente assicura che saranno eternamente propri.

Rimane soltanto l’interiorità: il bene più inattuale che esista al mondo d’oggi; e certamente anche il più caro perché solo nell’interiorità l’uomo scopre se stesso e il proprio intimo valore. Ma in questo tempo pensare è già un lusso riservato a pochi e pensare entrando in quello spazio di silenzio in cui si è soli di fronte a se stessi e al mistero di Dio può apparire follia. Eppure, se non si cerca in sé il silenzio per pensare, confrontarsi, progettare… allora si è condannati a restare manipolati dai tanti venditori di fumo. Soprattutto si perde la gioia e la responsabilità di abitare nella verità se stessi. Un’affermazione dura ed esigente.

Luciagnese Cedrone, ismc

lucia.agnese@tiscali.it

La crisi dei rifugiati in Europa: come sta rispondendo la Chiesa?

rifugiatiUn’indagine condotta recentemente tra le Conferenze Episcopali europee rivela che la Chiesa in Europa ha risposto in maniera positiva ai bisogni urgenti di rifugiati e migranti, così come all’appello del Santo Padre ad accogliere i rifugiati. L’assistenza offerta include la cura immediata di coloro che si trovano maggiormente nel bisogno e azioni di lungo termine volte a facilitare l’integrazione in Europa; questa indagine è stata condotta per tracciare un quadro preciso circa la risposta della Chiesa all’attuale crisi dei migranti e rifugiati in Europa e per condividere idee su possibili risposte concrete.

Mentre le risposte provenienti dalle Conferenze Episcopali mostrano quanto la Chiesa – attraverso le sue numerose strutture – sia impegnata attivamente nel far fronte ai bisogni di migranti e rifugiati, è importante sottolineare quanto spesso Papa Francesco e i Vescovi europei si siano rivolti alla Comunità Internazionale, richiamandola a fare tutto il possibile per instaurare pace e stabilità. La guerra e il conflitto rimangono tra le cause maggiori dell’attuale crisi dei rifugiati. Senza una chiara volontà politica che miri al raggiungimento della pace e ad una migliore comprensione della solidarietà e dello sviluppo globale, la crisi attuale porterà inevitabilmente ad un ulteriore aumento delle tensioni, della paura e della violenza.

La situazione specifica di ogni Paese europeo richiede soluzioni su misura, sostenibili per ogni singolo Paese, basate sulla solidarietà e sulla responsabilità. Seguendo questi principi e collaborando con networks cattolici e non, la Chiesa sviluppa le sue risposte alla crisi odierna, che sta colpendo così profondamente l’umanità.

I risultati dell’indagine suggeriscono che:

  1. Grazie alla lunga e comprovata esperienza di impegno della Chiesa nel prestare aiuto a rifugiati e migranti, la Chiesa in Europa è stata in grado di fornire il proprio aiuto riguardo a molti aspetti della crisi attuale.
  1. A seguito dell’invito di Papa Francesco e visti i bisogni urgenti di migranti e rifugiati, la Chiesa in Europa ha mostrato una grande apertura e ha sviluppato modalità concrete per “accogliere lo straniero”.
  1. L’assistenza offerta dalla Chiesa ha mostrato come una migliore comprensione dei bisogni dei rifugiati contribuisca ad approfondire il rispetto della dignità umana, a cambiare atteggiamenti verso coloro che fuggono per salvare la propria vita, a superare sentimenti di paura. La Misericordia viene compresa meglio di fronte agli eventi odierni, e ancora di più quando le persone hanno un nome e un volto preciso.
  1. L’impegno della Chiesa include l’aiuto immediato a coloro che si trovano maggiormente nel bisogno e varie azioni a lungo termine volte a facilitare l’integrazione.
  1. Nella maggior parte dei Paesi europei la Chiesa collabora con le autorità e porta avanti la sua azione in collaborazione con gli Stati. La sua competenza è volta a informare meglio e a sviluppare politiche che contribuiscano alla coesione sociale e allo sviluppo.
  1. Nel rispondere e contribuire a risolvere i problemi legati al fenomeno delle migrazioni globali, la Chiesa affronta numerose sfide, come la disponibilità di ridotti mezzi finanziari, la crescita di una mancanza di solidarietà tra gli Stati, l’inadeguatezza di strategie a livello statale, l’aumento di comportamenti xenofobi, sentimenti di insicurezza.
  1. I contatti con la Chiesa d’origine e con la diaspora variano a livello di interazione e di scopi che sottendono a questi contatti. La presenza di sacerdoti provenienti dai Paesi di origine si dimostra di grande aiuto nel colmare i divari e stabilire il dialogo.

L’attuale drammatica situazione umana richiede soluzioni diversificate in ciascuno Stato, l’impegno reale, la solidarietà e la responsabilità di tutti.

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Hanno partecipato all’indagine le Conferenze Episcopali dei seguenti Paesi europei: Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Islanda, Italia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Moldavia, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Slovenia, Spagna, Svezia, Svizzera, Turchia, Ucraina (Eparchia di Mukachevo), Ungheria.

Fonte: www.ccee.euwww.eurocathinfo.eu