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Primo piano

Testimoni di misericordia     

ppChiesa missionaria, testimone di misericordia è il tema della 90° Giornata missionaria che celebreremo il 23 ottobre16.

Era il 1926 quando Pio XI indisse la prima Giornata missionaria mondiale, sensibile all’urgenza della Chiesa di “uscire” per arrivare ai lontani, a quanti non erano stati raggiunti dal messaggio cristiano; un messaggio che avrebbe dato loro la possibilità di conoscere quanto grande è l’amore di Dio per l’umanità – per ogni uomo e ogni donna – nel ridare loro la dignità di figli di Dio attraverso la redenzione operata dal Cristo. I messaggi che i Pontefici hanno offerto alla cristianità mettono a fuoco l’importanza e l’urgenza della “missione ad gentes”, di suscitare nuovi missionari – sacerdoti, religiosi e laici – perché varchino monti e solchino mari per annunciare il messaggio evangelico nei vari Continenti: nelle nazioni europee, in Asia, in Africa, in America, in Australia, in Oceania.

Nell’alveo del Giubileo

Quest’anno la Giornata assume una connotazione particolare, essendo inserita nel grande Giubileo straordinario, il Giubileo della misericordia. La missione è una immensa opera di misericordia, sia corporale che spirituale; un’opera che obbedisce a un imperativo del Cristo: “Andate e annunciate a tutte le genti la Buona Novella”. Un’opera che è tanto più urgente quanto maggiori sono gli scenari di guerra, di mancanza di libertà, di ignoranza religiosa.

La Chiesa, che ha ricevuto da Cristo il mandato di essere testimone e trasmettitrice della redenzione – e quindi della misericordia di Dio – è la prima missionaria. Essa si prende cura di tutti gli uomini e di tutti i popoli, perché desidera che tutti “siano salvi e giungano a fare esperienza dell’amore di Dio”. Nessun discepolo di Cristo può esimersi dalla missione di annunciare il Vangelo, di illuminare le culture con la luce del Vangelo, di uscire perciò dal proprio ambito culturale e sociale per arrivare a chi è assetato e affamato di verità, di giustizia e di pace, perché tutti i popoli hanno diritto a conoscere il Vangelo, la verità su Gesù, sul messaggio che egli ha lasciato all’umanità. “Siamo tutti invitati ad `uscire´- scrive papa Francesco – come discepoli missionari, ciascuno mettendo a servizio i propri talenti, la propria creatività, la propria saggezza ed esperienza nel portare il messaggio della tenerezza e della compassione di Dio all’intera famiglia umana”.

Uscire verso orizzonti sconfinati

La Chiesa è stata la prima a “uscire” dalla Palestina per spingersi fino alle regioni più remote e annunciare al mondo che il Messia promesso da Dio e annunciato dai Profeti, si è incarnato e ha pagato il riscatto del peccato umano attraverso il dono di sé. Evangelizzare è il comando di Gesù agli apostoli e ai discepoli. Un mandato sempre attuale, non legato al tempo e allo spazio, che raggiunge i nuovi apostoli e discepoli del Maestro: sacerdoti e laici, religiosi e religiose. Attraverso i missionari, gente intrepida e dal cuore pieno di amore per Dio e l’umanità, la tenerezza e la misericordia di Dio raggiungono uomini e donne, popoli di ogni continente, lingua, cultura e religione. Essi partono fidandosi di Dio, per essere ‘un seme’ in terra straniera; si incarnano nel deserto della ingiustizia e della violenza per trasformarlo in oasi, illuminandolo con la luce del Vangelo; amano con l’amore di Cristo, vedendo in ogni persona il volto di Dio.

Il mondo ha bisogno di missionari. Anche oggi, scrive papa Francesco, “siamo tutti invitati ad uscire, come discepoli missionari, ciascuno mettendo a servizio i propri talenti, la propria creatività, la propria saggezza ed esperienza nel portare il messaggio della tenerezza e della compassione di Dio all’intera famiglia umana”.

La Chiesa ha bisogno di persone che sentano fame e sete della missione, che vivano l’essere missionari come esigenza dell’andare, dell’uscire dal proprio habitat, dalla visione miope dell’esistenza, che testimonino la bellezza dell’essere messaggeri della parola di Cristo, che irradino fraternità e amore, che si facciano altoparlanti di Dio agli uomini e alle donne del loro tempo.

La donna, la chiesa, la missione

Nel suo Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale il Pontefice non ha deluso quanti/e attendevano una sua parola sulla presenza/ruolo della donna nella chiesa: come laica, come religiosa, come missionaria. Quante hanno lasciato tutto per portare il messaggio del Vangelo a nazioni e popoli lontani, ignari della bellezza del dono di Dio all’umanità, spesso vittime di violenze e di ingiustizie! Quante di loro hanno “pagato con la propria vita” il loro essere missionarie, il loro impegno per l’educazione e formazione dei bambini e dei giovani, per aver denunciato ingiustizie, per aver annunciato l’uguaglianza e i diritti di tuti gli uomini – uomini e donne – per aver educato alla libertà e alla responsabilità. Sono state e sono le vere diaconesse della Chiesa, “segno eloquente dell’amore materno di Dio”. Quante di loro sono state dei fari luminosi, lungo la storia della Chiesa: in famiglia, in parrocchia, nell’impegno lavorativo e vocazionale! Non si tratta solo di missionarie, ma anche di quante, pur rimanendo nella loro terra di origine, hanno illuminato con la testimonianza di una vita donata, la bellezza di essere cristiani, della legge dell’amore.

Scrive papa Francesco: “Le donne, laiche o consacrate, e oggi anche non poche famiglie, realizzano la loro vocazione missionaria in svariate forme: dall’annuncio diretto del Vangelo al servizio caritativo…. Accanto all’opera evangelizzatrice e sacramentale dei missionari, le donne e le famiglie comprendono spesso più adeguatamente i problemi della gente e sanno affrontarli in modo opportuno e talvolta inedito: nel prendersi cura della vita, con una spiccata attenzione alle persone più che alle strutture e mettendo in gioco ogni risorsa umana e spirituale nel costruire armonia, relazioni, pace, solidarietà, dialogo, collaborazione e fraternità, sia nell’ambito dei rapporti interpersonali sia in quello più ampio della vita sociale e culturale, e in particolare della cura dei poveri”.

Anna Pappalardo, fsp

 

 

 

Incontro tra Papa Francesco e il primate anglicano Welby

papa_welby1Papa Francesco e l’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, giovedì 5 ottobre c.a. presiederanno le celebrazioni dei vespri presso la Chiesa di san Gregorio al Celio, Roma. L’occasione è il 50° anniversario dell’inizio del dialogo ufficiale tra la Chiesa cattolica e la comunione anglicana, avviato dopo l’incontro storico del 1966 tra Paolo VI e l’arcivescovo Michael Ramsey.

La sala stampa della Santa Sede informa che sono previste un’omelia del Papa e una dichiarazione congiunta alla presenza di rappresentanti di entrambe le confessioni che, tuttavia, al momento non si sa ancora quando sarà firmata. La funzione liturgica, inoltre, sarà allietata dai canti dei cori della Cappella Sistina e della Cattedrale di Canterbury.

A seguito dell’incontro tra Papa Montini e l’arcivescovo anglicano Ramsey, per la firma di una dichiarazione comune nella quale annunciarono la loro intenzione di aprire un dialogo serio tra la Chiesa cattolica romana e la Comunione anglicana, a Roma venne fondato il Centro anglicano proprio sull’ondata d’entusiasmo ecumenico prodotto dal Concilio Vaticano Secondo. L’Arcivescovo e il Papa si resero conto che le dichiarazioni ufficiali non erano abbastanza: il “rapporto speciale” tra gli anglicani e i cattolici romani non poteva svilupparsi a meno che le persone non si fossero incontrate realmente, e avessero potuto parlare personalmente di quel che avevano in comune e di ció che le separava. Senza questo, non si sarebbe approfondita la vera comprensione, e non si sarebbero compiuti progressi.

Assieme alla dichiarazione comune, si costituì anche la Commissione internazionale anglicana/cattolico romana (Arcic). Il Centro dal marzo del ’66 ad oggi è sempre stato inteso come luogo privilegiato d’incontro tra le due confessioni cristiane, nella convinzione che alla promozione del dialogo ecumenico non servono solo documenti teologici ma anche, e soprattutto, la reciproca conoscenza e frequentazione. Il Centro è così diventato un importante strumento delle relazioni tra Canterbury e Roma, tanto che il suo direttore, attualmente il reverendo David Moxon, è il rappresentante ufficiale dell’arcivescovo di Canterbury presso la Santa sede. “Da noi – ha spiegato Moxon – i cattolici romani possono incontrare gli anglicani e sapere di più sulla loro tradizione; e gli anglicani da tutto il mondo possono venire ed apprendere di più sulla storia della Chiesa a Roma”. Per meglio servire questa vocazione di ospitalità, studio, diplomazia e preghiera, il centro possiede la più grande biblioteca di teologia anglicana in Europa – quasi 13.000 volumi – utilizzata da studenti e seminaristi, sacerdoti in sabbatico e laici interessati di tutte le denominazioni.
“In questo momento i cristiani devono unire le forze e devono agire congiuntamente contro le catastrofi globali come il traffico di esseri umani, la schiavitù, la povertà, gli effetti dei cambiamenti climatici, guerre civili e la fame. Dobbiamo promuovere collaborazioni, attraverso la Caritas internazionale o l’Alliance anglicana. Questo è anche l’ecumenismo”, ha detto il reverendo Moxon in vista dell’incontro del 5 ottobre tra il Papa e Welby. (RM)

Il sogno di pace

peres2L’ex presidente israeliano Shimon Peres  è morto. Oltre 70 anni di vita politica, uno dei Padri dello Stato ebraico, Peres ha fatto del realismo unito al sogno della pace uno dei suoi tratti distintivi, come conferma  il premio Nobel per la pace ricevuto nel 1994, dopo la firma degli Accordi di Oslo (1993). Ma soprattutto come testimonia il suo discorso ai Giardini Vaticani tenuto l’8 giugno del 2014, durante l’incontro per la pace voluto da Papa Francesco, insieme al presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e al Patriarca ecumenico Bartolomeo. Insieme, quel giorno, hanno piantato un ulivo, simbolo di pace Se c’è un’immagine che più di tante altre potrebbe riassumere la vita dell’ex presidente israeliano Shimon Peres – Nobel per la Pace 1994 – questa potrebbe essere la foto che lo ritrae, nei Giardini Vaticani, l’8 giugno del 2014, con una pala in mano a piantare un ulivo, tradizionale simbolo di pace, insieme al suo omologo palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), al Patriarca ecumenico Bartolomeo e al padrone di casa, Papa Francesco.primo1

Gerusalemme, pace. In quella occasione Peres tenne un breve ma denso discorso in cui la parola “pace” risuonò per ben 25 volte, la prima di queste contenuta nel passo dei Salmi (122, 6-9) dove si legge “Chiedete pace per Gerusalemme”. Un richiamo naturale dato che in ebraico la parola ‘Gerusalemme’ e la parola ‘pace’ hanno la stessa radice. Tutta la vita dell’ex presidente Peres, uno dei padri dello Stato di Israele – in 70 anni circa di attività politica ha ricoperto tutte le principali cariche di Governo – è stata costellata dalla ricerca del dialogo. Lui che pure era stato un giovanissimo membro dell’Haganah, organizzazione paramilitare ebraica in Palestina poi integrata nelle Forze Armate israeliane, e direttore generale della Difesa partecipando anche alla Guerra di Suez nel 1956 contro l’Egitto.

Da falco a colomba: fino a ricevere, nel 1994, il premio Nobel per la Pace, insieme al suo collega israeliano Yitzhak Rabin – poi assassinato il 4 novembre 1995 a Tel Aviv da un estremista ebreo – e al leader palestinese Yasser Arafat, per gli Accordi di Oslo, siglati il 13 settembre del 1993. Da lì in poi il leader ne avrebbe viste ancora molte e di tragiche, dentro e fuori i confini di Israele, la seconda Intifada, l’ascesa di Hamas, i kamikaze. Tutte le contraddizioni della storia superate con realismo ma anche con la forza del sognatore che capiva bene, sono sempre parole del suo discorso dell’8 giugno 2014 nei giardini Vaticani, che “due popoli – gli israeliani e i palestinesi – desiderano ancora ardentemente la pace. Le lacrime delle madri sui loro figli sono ancora incise nei nostri cuori.

Noi dobbiamo mettere fine alle grida, alla violenza, al conflitto. Noi tutti abbiamo bisogno di pace. Un’aspirazione che tutti condividiamo: Pace”.

Per poi aggiungere, rivolto a Papa Francesco: “che la vera pace diventi nostra eredità presto e rapidamente. Il nostro Libro dei Libri ci impone la via della pace, ci chiede di adoperarci per la sua realizzazione”. In questo suo discorso, che si potrebbe quasi assumere come suo testamento spirituale, la consapevolezza che “la pace non viene facilmente. Noi dobbiamo adoperarci con tutte le nostre forze per raggiungerla. Per raggiungerla presto. Anche se ciò richiede sacrifici o compromessi. Questo significa, che dobbiamo perseguire la pace. Ogni l’anno.

Ogni giorno. Noi ci salutiamo con questa benedizione: Shalom, Salam”.

L’eredità di Peres è tutta qui, sognare la pace, “perseguire la pace” nella speranza che chi verrà dopo di lui possa riprendere in mano quella pala per finire il lavoro di piantare quell’ulivo e farlo crescere forte e rigoglioso.

 

Daniele Rocchi

Agensir, 28 settembre 2016

Sete di Pace: religioni e culture in dialogo

assisi_2016E’ il tema proposto per l’Incontro interreligioso per la pace tra i popoli promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, dalla Diocesi di Assisi e dalle Famiglie Francescane che si è tenuto nella città umbra nei giorni 18-20 settembre c.a. Un tema fortemente impegnativo e vasto, concreto e urgente che obbliga tutti ad aprire i propri orizzonti, forse a rinnovare i propri stili di vita. Alla inaugurazione il capo di stato Sergio Mattarella, proprio rifacendosi al tema, ha riaffermato che in queste opportunità di vita “il dialogo tra le religioni, tra credenti e non credenti, il dialogo della cultura può molto, più di quanto sembri”. Il card. Roger Etchegaray, già presidente del Consiglio della Giustizia e della Pace, ha fatto memoria del primo incontro, quello del 1986, voluto da san Giovanni Paolo II: “Tra la fine del Concilio Vaticano II e il grande Giubileo del 2000, fu uno dei più grandi momenti del pontificato”. Nei tre giorni molti gli interventi: 200 i relatori; 29 le tavole rotonde…

Il Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo ha parlato delle 5 vie che costituiscono il cammino per giungere a una vera e duratura pace: l’amore, la giustizia, il perdono, il discernimento sulla verità e il rispetto. Infatti “potremo – egli ha affermato – preservare la pace e salvaguardare il nostro pianeta soltanto attraverso la cultura del dialogo… La Chiesa ortodossa non teme il dialogo”. Ma – ha chiarito il patriarca – “il dialogo necessità di equilibrio. Non ammette sopraffazione, ma soprattutto non priva gli interlocutori della loro propria natura. Esso è conoscenza reciproca; è interconnessione e mai sincretismo culturale o religioso”. Ha invitato a “gesti coraggiosi” per aprire nuove vie al dialogo e alla collaborazione tra culture e religioni. “Non ci può essere pace senza rispetto e riconoscimento reciproco; non ci può essere pace senza giustizia, non ci può essere pace senza una collaborazione proficua tra tutti i popoli del mondo”.

Il sociologo Bauman ha proposto la riflessione su tre temi: la “promozione della cultura del dialogo per ricostruire il tessuto della società”, l’equa “distribuzione dei frutti della terra” e l’insegnamento della cultura del dialogo ai giovani, così da “fornire strumenti per risolvere i conflitti in modo diverso da come siamo abituati”.

Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, ha detto che “il dialogo è l’intelligenza della coabitazione, un’arte necessaria in un universo fatto di religioni, culture, civiltà differenti. Non un’unica civiltà, ma la più grande civiltà: la civiltà del vivere insieme”. Per lui “con la forza debole della preghiera e del dialogo” è possibile sconfiggere la guerra. “Dalle religioni, senza confusione ma senza separazione può sgorgare un popolo di artigiani di pace”. Per questo: “bisogna eliminare per sempre la guerra che è la madre di ogni povertà”.

Per il presidente del Consiglio degli Ulema indonesiani, Syamsuddin, “l’islam è una religione di pace” e , secondo lui, dagli incontri di Assisi è nata la collaborazione tra musulmani e Comunità di Sant’Egidio da cui è scaturito il processo di pace nella regione filippina di Mindanao, a maggioranza islamica.

Per il Rabbino israeliano David Brodman, “lo spirito di Assisi” è la risposta alla tragedia della Shoah e di tutte le guerre. Egli ha chiarito: “qui diciamo al mondo che è possibile diventare amici e vivere insieme in pace anche se siamo differenti”.

Il Venerabile Morikawa Tendaizasu, 257° patriarca giapponese del buddismo Tendai, ha auspicato un mondo senza odio e senza disprezzo. “La storia – ha spiegato – ci ha mostrato che la pace conseguita con la forza sarà rovesciata con la forza” e che “l’odio non è cancellato dall’odio; l’odio può essere cancellato soltanto abbandonando l’odio”.

Opportuni nella giornata di domenica gli interventi dl Vescovo di Assisi Mons. Domenico Sorrentino e di P. Mauro Gambetti custode generale del Sacro Convento della stessa città. Il primo ha parlato della profezia dello ‘spirito di Assisi’: spirito di preghiera, di concordia e di pace, in risposta la mondo intristito da tante guerre. P. Mauro ha fatto appello all’umiltà di san Francesco d’Assisi, virtù che “consente di percepire l’Infinito, l’Assoluto, l’Eterno, dinanzi al quale tutti siamo nulla, un soffio, di pari dignità…Dall’umiltà può nascere la vera pace”.

assisi1Attesa la presenza e la parola di Papa Francesco, il quale ha iniziato così il suo discorso: “Vi saluto con grande rispetto e affetto e vi ringrazio per la vostra presenza” e ha motivato la presenza di tutti: “Siamo venuti ad Assisi come pellegrini in cerca di pace… Abbiamo sete di pace, abbiamo il desiderio di testimoniare la pace, abbiamo soprattutto bisogno di pregare per la pace, perché la pace è dono di Dio e a noi spetta invocarla, accoglierla e costruirla ogni giorno con il suo aiuto”. La preghiera -ha ribadito il papa – aiuta a superare il “nuovo tristissimo paganesimo: il paganesimo dell’indifferenza”. Interessanti gli accostamenti della preghiera con altri valori: Pace e Perdono, Pace e Accoglienza , Pace e Collaborazione, Pace e Educazione…  “Sorelle e fratelli, ha concluso papa Francesco – assumiamo questa responsabilità, riaffermiamo oggi il nostro sì ad essere, insieme, costruttori della pace che Dio vuole e di cui l’umanità è assetata”.

In sintesi l’incontro è stato in piena sintonia con la prima realizzazione di questo specifico evento avvenuto 30 anni or sono. Esso ha visto presenti oltre 500 leader del mondo, ai quali devono essere aggiunti esponenti istituzionali del mondo dell’economia e della cultura. I 29 panel previsti non potevano non tenere presente la complessa situazione attuale; infatti hanno spaziato “dalla guerra alla giustizia sociale, dall’ambiente allo sviluppo tecnologico, passando per la sfida delle migrazioni, la lotta alla povertà o la piaga del terrorismo”.

L’appello lanciato alla fine conclude: “Si apra finalmente un nuovo tempo… Nulla è perso, praticando effettivamente il dialogo. Niente è impossibile se ci rivolgiamo a Dio nella preghiera. Tutti possono essere artigiani di pace; da Assisi rinnoviamo con convinzione il nostro impegno ad esserlo, con l’aiuto di Dio, insieme a tutti gli uomini e donne di buona volontà”.

Da tutti i partecipati di qualsiasi religione e di qualsiasi provenienza è stato ribadito che “la violenza non ha nulla a che fare con la religione”. Vale sempre e ovunque la convinzione che urge formarsi e formare alla “civiltà del vivere insieme” ed è necessario fondamentare le proprie azioni e relazioni “sulla fede nel pluralismo e nella diversità”.

sr Biancarosa Magliano, fsp

biancarosam@tiscali.it

 

L’eucaristia sorgente della missione

Congresso eucaristico1Dal 15 al 18 settembre 2016 si celebra a Genova il XXVI Congresso Eucaristico nazionale, che ha come tema L’Eucaristia sorgente della missione: Nella tua misericordia a tutti sei venuto incontro.

Tale importante appuntamento si colloca all’interno dell’anno giubilare che papa Francesco ha indetto per invitare i singoli e le comunità ad aprirsi in modo più convinto e generoso al dono della misericordia di Dio, sorgente inesauribile di ogni rinnovamento personale e comunitario. Come afferma il Santo Padre, infatti: «Abbiamo sempre bisogno di contemplare il mistero della misericordia. È fonte di gioia, di serenità e di pace. È condizione della nostra salvezza. Misericordia: è la parola che rivela il mistero della SS. Trinità. Misericordia: è l’atto ultimo e supremo con il quale Dio ci viene incontro. Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita. Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato» (FRANCESCO, Bolla di indizione del Giubileo straordinario della misericordia Misericordiae vultus, 2).

La gioia che promana dall’esperienza della misericordia è l’aria benefica che in questo Giubileo siamo chiamati a respirare profondamente, perché dia nuova freschezza alle nostre comunità e nuovo slancio all’annuncio del Vangelo. Il Congresso Eucaristico è una tappa importante per lasciarci afferrare da questo mistero, di cui l’Eucaristia è l’attuazione più alta: in un modo che vuole essere insieme contemplativo e operoso, vissuto nel raccoglimento della celebrazione ed espresso nell’apertura verso il mondo, in termini di autentica testimonianza. Lo sguardo rivolto alla misericordia di Dio è associato, infatti, al compito della missione ecclesiale, di cui l’Eucaristia è sorgente, come è espresso nel titolo del Congresso e come ha affermato papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium: «l’intimità della Chiesa con Gesù è un’intimità itinerante» (FRANCESCO, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, 23). Anche san Giovanni Paolo II ricordava che la comunione ecclesiale suscitata dall’Eucaristia si configura «essenzialmente come comunione missionaria» (GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica postsinodale Christifideles laici, 32). Infatti, «non possiamo accostarci alla Mensa eucaristica senza lasciarci trascinare nel movimento della missione che, prendendo avvio dal Cuore stesso di Dio, mira a raggiungere tutti gli uomini. Pertanto, è parte costitutiva della forma eucaristica dell’esistenza cristiana la tensione missionaria» (BENEDETTO XVI, Esortazione apostolica postsinodale Sacramentum caritatis, 84).

La stessa misericordia, che ci raduna nella santa assemblea per celebrare gioiosamente il mistero pasquale di Cristo, ci spinge a prendere l’iniziativa per andare agli incroci delle strade e invitare tutti al suo banchetto (cf. Mt 22,9). Il senso del Congresso è dunque quello di farci vivere una rinnovata esperienza di Dio che, per così dire, “esce” da sé stesso per salvare l’uomo, e nell’Eucaristia fa di noi quella Chiesa “in uscita” che più volte il Santo Padre ci invita a diventare (cf. EG 20-24).

Programmazione 2016-2017

Presentazione

La riconfigurazione dell’USMI Nazionale, avviata da un anno, si inserisce nell’attuale cammino di rinnovamento in atto nella Chiesa, e più concretamente, è in sintonia con la Chiesa pellegrina in Italia che nel Convegno ecclesiale di Firenze (novembre 2015) ha fatto un’esperienza straordinaria di sinodalità. A partire dagli ambiti di servizi scelti e confrontandoci con le urgenze della vita consacrata femminile in Italia, abbiamo cercato, non senza fatica, di fare esercizio di partecipazione, di condivisione, di discernimento pastorale per osare il nuovo, guardando il passato con gratitudine e aprendoci al futuro con speranza.

Del resto l’obiettivo prioritario della nostra Unione chiede di favorire ed edificare la comunione e la corresponsabilità tra gli Istituti di VC. La sinodalità è un’esperienza di Chiesa molto antica e sempre nuova, che convoca tutte le componenti ecclesiali. L’etimologia del termine greco: synodos evoca l’idea di un convenire insieme (syn)in un unico percorso (odos), da strade diverse. L’io della singola persona diventa il noi della comunità cristiana che nella Chiesa locale è presieduta dal Vescovo.

Non basta però solo il noi sinodale, ma occorre che il convenire sia risposta a una chiamata che viene dall’Alto (cf Gv 6,5) perché solo lo Spirito Santo è capace di farci “rinascere” come comunità ecclesiale, diversamente le nostre decisioni sarebbero solo proiezione del nostro narcisismo di gruppo o della nostra mania di onnipotenza. “La dinamica sinodale, se rettamente intesa”, nasce “dalla comunione” e conduce “verso una comunione sempre più attuata, approfondita e dilatata, al servizio della vita e della missione del Popolo di Dio” (Papa Francesco, 29.01.2016)

Il noi sinodale non ci dona alcuna autorevolezza se non è frutto dell’azione dello Spirito Santo come lo è stato per la prima comunità cristiana descritta negli Atti degli Apostoli. Questo è lo spirito che vuole caratterizzare il cammino e la programmazione del nuovo anno pastorale 2016/2017, con una particolare attenzione al tema della formazione, secondo il percorso del quinquennio.

Madre Regina Cesarato

OBIETTIVO GENERALE

Animare la Vita consacrata nella comunione tra i carismi e con la Chiesa pellegrina in Italia per divenire testimoni credibili del Signore Crocifisso e Risorto, assumendo, nella vita fraterna e apostolica, lo stile pasquale.

DEPLIANT PROGRAMMAZIONE
COP_PROGRAMMAZIONE

Care sorelle,

Intestazione1

vi scriviamo prima di un tempo di pausa delle nostre Unioni perché possiate mettere in agenda un incontro per il 20 settembre prossimo a Roma, che desideriamo proporvi congiuntamente, UISG e USMI, sul prossimo Referendum Costituzionale, al quale sono chiamate a rispondere tutte coloro che, in Italia, hanno i requisiti per il voto.

Condividendo la preoccupazione, segnalata da più parti, che non sempre è facile comprendere il linguaggio giuridico e le implicazioni future per una scelta di voto piuttosto che un’altra, abbiamo pensato di offrire alle suore un momento esplicativo del contenuto del Referendum stesso e i punti essenziali delle due posizioni.

Per aiutarci a esercitare, con libertà e responsabilità, il nostro diritto di cittadine abbiamo deciso di invitare due persone competenti che ci offriranno un’informazione adeguata.

Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium ci ricorda che “La politica, tanto denigrata, è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose della carità, perché cerca il bene comune.”

Per fare il nostro dovere è necessario conoscere.

Qui di seguito trovate le informazioni necessarie. Vi aspettiamo numerose.

Invito 20 settembre 2016 piccolo

 

suor Carmen Sammut, msola

Presidente UISG

suor M. Regina Cesarato, pddm

Presidente USMI

La Gmg è alle porte

logo4Migliaia di giovani stanno per partire per Cracovia; la Gmg è ormai alle porte. Infatti, sono 360mila i giovani provenienti da 187 Paesi che finora hanno completato le procedure di iscrizione alla Giornata mondiale della Gioventù, in programma dal 26 al 31 luglio c.a.

Il dato provvisorio è riferito al 10 luglio c.a.. Sono invece 560mila quelli che hanno avviato l’iter. Lo ha spiegato il vescovo coordinatore generale della Gmg, monsignor Damian Muskus, che ha aggiunto ulteriori dettagli: «I gruppi più numerosi sono i polacchi, 80mila circa, gli italiani, 63mila, e francesi e spagnoli con 30mila iscritti. Abbiamo sempre detto che l’incontro di Cracovia con Papa Francesco è un evento aperto. Chiunque voglia partecipare alle celebrazioni al parco Blonia a Cracovia o al Campus Misericordiae di Brzegi, può farlo», ha aggiunto il vescovo che non manca di ricordare: «A Madrid i pellegrini registrati furono 400mila ma in 1,5 milioni parteciparono alla Giornata». A Cracovia, afferma il cardinale Stanisław Dziwisz, arriveranno pellegrini da ogni parte del globo. Si vede che ai giovani queste Giornate piacciono perché creano legami di amicizia, un’atmosfera intensa di preghiera. I giovani non vengono per divertirsi, ma per pregare e incontrarsi, tante coppie si sono conosciute alla Gmg. In Europa bisogna creare un’atmosfera di pace, perché la pace oggi è a rischio. La Gmg è un aiuto per questo.

Cracovia è la capitale della devozione alla Divina Misericordia, qui Gesù è apparso a suor Faustina e ha detto: “Il mondo non avrà pace se non si rivolge alla Divina Misericordia”. La misericordia non è solo devozione ma pratica concreta, stile di vita: è curare i più bisognosi, i sofferenti, gli ultimi». Cosa direbbe papa Giovanni Paolo II oggi ai giovani? È stato chiesto al cardinale Stanisław Dziwisz. «Non lo so. Certamente lui aveva la capacità di sentire cosa c’è dentro il loro cuore. E certamente cercherebbe di dare loro speranza. Oggi ne hanno poca, sono smarriti. Ripeterebbe l’invito a non aver paura e le parole che fecero vibrare i due milioni di Tor Vergata: “Vedo in voi le sentinelle del mattino”».

Il tema della XXXI Giornata Mondiale della gioventù è racchiuso nelle parole “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia” (Mt 5,7). Il Santo Padre Francesco ha scelto la quinta delle otto Beatitudini, annunciate da Gesù nel suo Discorso alla Montagna, pronunciato sulle rive del Mare di Galilea, rilevando come siano il cuore dell’insegnamento di Gesù. Nel suo primo sermone Gesù ci spiega come poter arrivare più vicini al Regno dei cieli seguendo otto esempi, ognuno espressione di una particolare qualità. Il messaggio della quinta Beatitudine riassume anche i primi due anni di pontificato di Papa Francesco e si pone nel solco dell’anno giubilare che dall’8 dicembre 2015 è dedicato proprio alla Misericordia.

Questa sarà una Giornata mondiale della gioventù che, pur ripartendo dalla terra del Papa che l’ha inventata (e quindi rimandando al suo ricordo), avrà caratteri davvero nuovi e inediti. È la prima vera Gmg di papa Francesco, con la prima vera generazione di nativi digitali e di giovani che riconoscono sempre meno la Chiesa nelle sue strutture e dichiarano sempre più la loro ammirazione per i testimoni credibili. Primo fra tutti proprio papa Francesco: agli occhi dei giovani l’autenticità non sfugge e con loro è difficile barare. (V.S.)

Rapporto Caritas-Migrantes

rapporto1Sono oltre 243 milioni le persone nel mondo che vivono in un paese diverso da quello d’origine (quasi la metà donne): tra il 10 e il 15% sono irregolari (stime Oim). L’Europa ne ospita il 31,2%,  Stati Uniti e Federazione Russa insieme un quarto. Secondo l’ultimo Rapporto Immigrazione di Caritas e Migrantes (dati 2015), i migranti internazionali sono in costante crescita negli ultimi quindici anni, fino a rappresentare nell’anno preso in considerazione il 3,3% dell’intera popolazione mondiale. Tra Europa, Asia e Nord America vive l’84,4% del totale mondiale dei migranti e sono 11 i  paesi nel mondo con la più alta presenza, tra questi Germania, Regno Unito e Francia e, agli ultimi  due posti, Spagna e Italia. Nell’area Ue-28 vivono 35,2 milioni di migranti (+3,6% rispetto  al 2014): il 76,2% è ospitato da Germania, Regno Unito, Italia e Francia. In calo gli stranieri residenti.

In Italia convivono ben 198 nazionalità:  oltre 5 milioni  di persone di cittadinanza non italiana vivono strutturalmente  in Italia, (oltre 2,6 milioni le donne),  92.352 persone in più rispetto alla stessa data del 2014 (+1,9%). Romania, Albania e Marocco le nazionalità più rappresentate che insieme costituiscono il 41% del migranti in Italia. Il 60% degli immigrati  vive nel Nord, mentre questa percentuale scende al 25,4% nel Centro, con un ulteriore calo nel Mezzogiorno (15,2%). In tre regioni del Nord ed una del Centro  è concentrata  più della  metà dell’intera popolazione straniera  presente in Italia (56,6%): Lombardia, Lazio, Emilia Romagna e Veneto (10,2%). Nel Mezzogiorno è la Campania ad ospitare la quota più  alta di migranti del Sud (28,6%). “La tanto temuta “invasione” – commentano i promotori dell’indagine – che qualcuno paventava con gli sbarchi dello scorso anno, non ha praticamente prodotto effetti sulla composizione del panorama migratorio nazionale.  Molti di coloro che sono giunti via mare hanno lasciato il nostro paese mentre una parte residuale ha chiesto l’asilo. Sono altri i paesi in Europa che nel corso del 2015 hanno visto crescere sensibilmente la popolazione straniera tra cui Germania e Gran Bretagna”.

Quasi 4 milioni i permessi di soggiorno validi di cui il 48,9% riguarda le donne (il 57,2% “con scadenza” e il 42,8% “di lungo periodo”). La quota maggiore riguarda  i paesi dell’Europa centro-orientale (30%); Marocco, Albania, Cina e Ucraina le nazionalità più rappresentate. Oltre 1,6 milioni di sono rilasciati per motivi di lavoro (52,5%) e di famiglia (34,1%). “Il segnale  più  emblematico della  tendenza  degli stranieri a stabilizzarsi e quindi integrarsi in Italia è, peraltro,  confermata  dal fatto che sul totale dei permessi rilasciati  per motivi  familiari, le donne sono il 60,3%”, commentano gli osservatori. Il terzo motivo per importanza è quello legato alla richiesta di asilo (7%) che, rispetto agli anni precedenti, ha sopravanzato il motivo dello studio.

I “nuovi” italiani nel 2014 sono oltre 129 mila, un valore in forte crescita rispetto all’anno precedente (+29%). Più numerosi gli uomini  (50,9%) e, tra le nazionalità di origine,  prevalgono  la marocchina e l’albanese, “due nazionalità che sono tra quelle  presenti da più tempo nel nostro Paese e che hanno quindi  avuto la possibilità  di maturare i requisiti temporali  richiesti dalla legge”. La maggior parte  delle  acquisizioni di cittadinanza riguarda minorenni: quasi il 40% di quelli  che sono diventati  cittadini italiani nel 2014 ha meno di 18 anni (39,4%). Inoltre il rapporto registra un picco di acquisizioni  all’età  di 18 anni, che in gran parte (oltre il 75%) riguarda  stranieri  nati in Italia, i quali possono chiedere  di diventare  italiani sulla base della vigente normativa, prima del compimento del successivo anno di età. Lombardia, Veneto e Emilia Romagna le regioni che hanno acquisito più “nuovi” italiani. Ora la maggior parte delle acquisizioni avvengono per residenza (46%), mentre fino al 2008 risultavano  maggiori le acquisizioni per matrimonio.

“L’Italia è molto di più di questa recente storia di migranti  forzati  – si legge nel rapporto –  e bisogna  darne  atto  per rispetto  della  verità  e dell’impegno di tante strutture che oggi come in passato, dedicano  professionalità e responsabilità al dialogo  costante e arricchente  con la diversità,  sensibilizzando la società civile e creando continui  e fruttuosi ponti di scambio”.

Fonte: Redattore Sociale 5 luglio 2016

Violenza insensata…atto di “barbarie”

bangladesk1La strage compiuta da un commando dello Stato islamico nel cuore della capitale del Bangladesh “ha un obiettivo preciso, ovvero il governo in carica, e uno scopo evidente: destabilizzare il Paese per renderlo una roccaforte del terrorismo simile ad alcune aree del Pakistan”. Lo dice ad AsiaNews una fonte locale, anonima per motivi di sicurezza, commentando l’assalto all’Holey Artisan Bakery. Il locale, nel distretto di Gulshan, era famoso fra gli stranieri che lavorano delle ambasciate presso il Bangladesh.

Nell’attacco, rivendicato dallo Stato Islamico, sono morti almeno 20 ostaggi stranieri: per la maggior parte si tratta di italiani e giapponesi, anche se non si hanno ancora notizie sulla loro identità. A questi vanno sommati almeno sei terroristi, uccisi dalle forze armate intervenute per liberare il locale, e due poliziotti. Il totale, purtroppo ancora parziale, è dunque di 28 vittime e decine di feriti.

Il parroco della chiesa cattolica di Tejgoan, p. Kamal Corraya, dice ad AsiaNews: “Non sappiamo quanti stranieri siano morti, ma siamo veramente dispiaciuti per l’accaduto. Condanniamo con forza l’attentato”. Lawrence Gana, anche lui cattolico, lavora nella ristorazione: “Ho cinque compratori italiani, al momento scomparsi. Erano nel ristorante la scorsa notte, ma non ho loro notizie e non posso confermarne la morte”.

La fonte di AsiaNews spiega che l’assalto, compiuto da otto o nove persone al grido di “Allah è grande”, è molto simbolico: “Hanno voluto colpire dove fa più male, ovvero nel mondo degli investimenti stranieri in Bangladesh. Sperano di allontanare tutti gli stranieri del Paese perché a loro non importa nulla del benessere della popolazione. Inoltre hanno voluto dimostrare di poter attaccare il cuore diplomatico della capitale, un’area che doveva essere molto controllata”.

Lo scopo “è creare caos e paura, in modo da poter fare del Bangladesh una roccaforte del terrorismo. Ma per ottenere questo risultato devono prima far cadere l’esecutivo e poi spargere ovunque caos e paura. Certo, l’alternativa non sembra molto positiva: la militarizzazione del Paese e la sospensione dei diritti civili e democratici fino alla fine della crisi”.

Il Papa ha espresso profondo dolore per la strage compiuta. In un messaggio a firma del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, parla di “violenza insensata perpetrata contro vittime innocenti”, un atto di “barbarie” contro Dio e l’umanità. Quindi, affida i morti alla misericordia di Dio e assicura le proprie preghiere alle famiglie delle vittime e ai feriti.

Il premier Matteo Renzi ha dichiarato, inoltre, che è il momento di dare “un messaggio di dolore” ma anche di grande determinazione: “L’Italia non arretra davanti alla follia di chi vuole disintegrare la vita quotidiana. Siamo contriti ma non piegati, la priorità è stringersi insieme alle famiglie addolorate, penso per esempio a Valeria Solesin, penso alle famiglie di chi è morto nell’attacco al Bardo a Tunisi. Ci sono ottomila chilometri tra Tunisi e Dacca, ma la scia di sangue è la stessa. Noi abbiamo il dovere di rispondere con ancora più decisione in difesa dei nostri valori. I nostri valori sono più forti delle loro follie“. (SDR)