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Pillole di saggezza

NON C’E’ SOLITUDINE SENZA SILENZIO

Non c’è solitudine senza silenzio

Il silenzio è talvolta tacere, ma è sempre ascoltare. Un’assenza di rumore che fosse vuota della nostra attenzione alla parola di Dio non sarebbe silenzio. Una giornata piena di rumori, piena di voci, può essere una giornata di silenzio se il rumore diventa per noi l’eco della presenza di Dio, se le parole sono per noi messaggi e sollecitazioni di Dio.

Quando parliamo di noi stessi, quando parliamo tra noi, usciamo dal silenzio.

Quando ripetiamo con le nostre labbra gli intimi suggerimenti della Parola di Dio nel profondo di noi stessi, lasciamo il silenzio intatto.

Il silenzio non ama la confusione delle parole. Sappiamo parlare o tacere, ma non sappiamo accontentarci delle parole necessarie. Oscilliamo senza posa tra un mutismo che affossa la carità e una esplosione di parole che svia la verità.

Il silenzio è carità e verità. Esso risponde a colui che chiede qualcosa, ma non dà che parole cariche di vita. Il silenzio, come tutti gli impegni della vita, ci induce al dono di noi stessi e non ad un’avarizia mascherata. Ma esso ci tiene uniti per mezzo di questo dono. Non ci si può donare quando ci si è sprecati. Le vane parole di cui rivestiamo i nostri pensieri sono un continuo sperpero di noi stessi.

“Vi sarà chiesto conto di ogni parola”. Di tutte quelle che bisognava dire e che la nostra avarizia ha frenato. Di tutte quelle che bisognava tacere e che la nostra prodigalità avrà seminato ai quattro venti della nostra fantasia o dei nostri nervi.

Madeleine Delbrel

LA CURA DI SÈ

Mantieni i tuoi PENSIERI positivi
perché i tuoi pensieri diventano PAROLE.
Mantieni le tue PAROLE positive
perché le tue parole diventano i tuoi COMPORTAMENTI.
Mantieni i tuoi COMPORTAMENTI positivi
perché i tuoi comportamenti diventano le tue ABITUDINI.
Mantieni le tue ABITUDINI positive
perché le tue abitudini diventano i tuoi VALORI.
Mantieni i tuoi VALORI positivi
perché i tuoi valori diventano il tuo DESTINO.

Mahatma Gandhi

Saper invecchiare significa saper trovare un accordo decente tra il tuo volto di vecchio e il tuo cuore e cervello di giovane. Ugo Ojetti (1871-1946)

fiore1Si chiamava Agostino e aveva 93 anni. Era cosciente che la sua barca ormai ’stava arrivando al capolinea’. Lo ha detto lui, sommessamente, al figlio maggiore e, molto sommessamente pregando, se ne è andato verso il per sempre. Una vita semplice, ma ‘viva’, a volte affaticante, vissuta su sentieri spesso impervi; vibrante e pacifica, armonica e lieta, a servizio della gioia e del riposo altrui, dello stare bene degli altri. C’è chi ricorda il suo ultimo ‘servizio’: scopare perché nessun petalo dei pittoreschi gerani esposti sul balcone rimanesse su quel pezzo di piazza sottostante. E lo rimpiangono…. Ecco la sapienza che sboccia, ti accompagna e ti matura nell’incalzante susseguirsi degli anni, e che nei labirinti dell’esistenza umana si ispessisce e perfeziona: essere gioiosamente a servizio sempre. Senza forzature. Senza stagnazioni, nei piccoli e nei grandi avvenimenti, con i limiti imposti dall’età, senza voler mai sopravvivere in un giovanilismo senza senso. Con la tenacia di una vita regolare, mai inchiodata sull’avere. Godere delle persone che ti ascoltano, percepire la bellezza di ogni nuovo incontro.

La vera sapienza di una vita ormai giunta alla vecchiaia sta proprio lì: nell’ammettere senza scossoni, senza rimpianti, senza nostalgie, che la propria barca sta raggiungendo la riva; che il tempo delle scelte è finito. Che il palcoscenico non serve più. Nulla ha più un carattere di assolutezza. La quotidianità monotona e ripetitiva, le difficoltà, le soste, le varie avventure sono tappe di un passaggio dall’amore all’Amore. E questo non permette di sottrarsi alle fatiche dell’esistenza che ancora rimane, e ancora e sino all’ultimo trovare le ragioni che non muoiono. Perché la vecchiaia non è mai noia; è la sintesi di fresche stagioni; è ammettere serenamente che la vita non ha inghiottito le proprie illusioni. La vecchiaia non è una speranza tradita; è una speranza diventata realtà. Già Jung affermava che il quarto e più alto livello dell’anima è, appunto, la sapienza.

Biancarosa Magliano, fsp

biancarosam@tiscali.it

 

La nostra epoca esige ogni giorno delle persone dai livelli di solidarietà e di benevolenza mai richiesti in precedenza. Charles Taylor

benevolenza1Nonostante alcune scarse eccezioni, tutti siamo contenti di vivere nell’oggi, immersi nelle sue angosce, legittime, e nelle sue interessanti positività. Possiamo rimpiangere momenti singoli, di particolare significatività per noi e per chi viveva con noi, ma il progresso tecnico e scientifico, artistico e manifatturiero, un po’ ci sbalordisce e ci piace. Godiamo. E, simultaneamente, non possiamo non lasciarci scuotere da quei poveri naufraghi che, fuggiti da situazioni particolarmente avverse, non sanno dove approdare, o da quei poveri anziani, spesso in carrozzella nei nostri pur ridenti parchi, ma che non sanno su chi contare; dai giovani che ambiscono sicurezze su cui potersi appoggiare senza patemi d’animo. E i bambini? Essi si trovano nella felice incapacità di potersi preoccupare per un ‘futuro migliore’…

Il nostro autore, filosofo e politico, scrittore di talento, è tassativo: “La nostra epoca esige ogni giorno”. Egli ha piena coscienza della situazione empirica, quasi paradossale che ci tocca vivere e che non permette dilazioni. Guai rimandare al domani. Ogni giorno sentire e vivere e condividere le tristezze, le fatiche, le passioni. Fare nostri i desideri, le aspirazioni, i sogni altrui, ma anche le angustie, i dolori piccoli e grandi.

Papa Francesco nel n. 87 di Evangelii Gaudium scrive testualmente: “Oggi, quando le reti e gli strumenti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi, sentiamo la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio. In questo modo, le maggiori possibilità di comunicazione si tradurranno in maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti. Se potessimo seguire questa strada, sarebbe una cosa tanto buona, tanto risanatrice, tanto liberatrice, tanto generatrice di speranza! Uscire da se stessi per unirsi agli altri fa bene. Chiudersi in sé stessi significa assaggiare l’amaro veleno dell’immanenza, e l’umanità avrà la peggio in ogni scelta egoistica che facciamo”.

Poco più avanti aggiunge:

“Lì sta la vera guarigione, dal momento che il modo di relazionarci con gli altri che realmente ci risana invece di farci ammalare, è una fraternità mistica, contemplativa, che sa guardare alla grandezza sacra del prossimo, che sa scoprire Dio in ogni essere umano, che sa sopportare le molestie del vivere insieme aggrappandosi all’amore di Dio, che sa aprire il cuore all’amore divino per cercare la felicità degli altri come la cerca il loro Padre buono. Proprio in questa epoca, e anche là dove sono un «piccolo gregge» (Lc 12,32), i discepoli del Signore sono chiamati a vivere come comunità che sia sale della terra e luce del mondo (cfr Mt 5,13-16). Sono chiamati a dare testimonianza di una appartenenza evangelizzatrice in maniera sempre nuova. Non lasciamoci rubare la comunità” (EG 92).

Ecco: noi e gli altri, tutti. Noi e gli altri sempre, sopratutto quando l’altro è in difficoltà. E’ l’amore cristiano.

Biancarosa Magliano, fsp

biancarosam@tiscali.it

 

Basta esser vivo per essere incompleto. Basta esser vivo per essere certo che il mio compito non è ancora finito. Gilbert Chesterton

palline1e… – continua il nostro autore – Basta esser vivo per avere il dovere di dimostrarlo al mondo. Tre ‘Basta’ che in una sintomatica ‘ascesa’ dal singolo individuo si eleva all’universale. Dalla singola persona al ‘mondo’: esplicitamente a ‘tutti’, ovunque essi siano; in qualsiasi situazion- età, salute, lavoro, luogo, posizione sociale – si trovino. Siamo vivi, sì: il nostro cuore palpita, la nostra mente pensa, i nostri arti si muovono, ma in forza della nostra stessa identità di persona umana, ognuno di noi è incompleto, imperfetto, indigente. Ha limiti. Non arriva a tutto e può provocare disagi; causare molestie. In sintesi, possiamo essere un disturbo. Soltanto le tre Persone della Sanissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, singolarmente e insieme, sono assolutamente e necessariamente perfette.

Come essere incompleto, ognuno di noi è un bisognoso, un indigente; necessita altro, necessita altri, necessita gli altri. Non solo, ma ognuno e tutti abbiamo delle incombenze verso noi stessi e nel confronto e nelle nostre relazioni con il prossimo, vicino o lontano, potremmo essere graditi o invisi. Nel quotidiano -come consiglia il nostro autore – non possiamo essere o comportarci come sprovveduti che si credono al sicuro o si lasciano guidare da quella dissipazione o da quella superficialità che disintegrano le basi della stessa nostra personalità. Con dolce convinta fermezza dobbiamo suscitare in noi stessi una vigilanza e una propulsione innovativa che ci spinga, o, meglio ancora ci costringa in un impegno inflessibile di crescita, di maturazione. Non possiamo essere persone a metà. Ognuno e tutti, senza paventare insidie e pericoli, dobbiamo avere il coraggio di attraversare le paludi della mediocrità, forse di un pigro anonimato, e immetterci decisamente sul viale di una disciplina saggia e tenace che ci porta ad essere finalmente quella ‘persona completa che sa compiere il proprio compito e risponde al dovere di darne evidente prova al mondo’.

sr Biancarosa Magliano

biancarosam@tiscali.it

Tra le altre forme voglio segnalare che anche il “genio femminile” si manifesta in stili femminili di santità. Così papa Francesco al n. 12 della recente Esortazione apostolica Gaudete et exsultate.

cerchio1Ognuno è se stesso, da piccolo e da grande. Pertanto ognuno, se coerente, si esprime secondo la propria identità. Il papa stesso chiarisce: “siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova” (Ge 12). Io e miliardi di altre donne presenti su questo mirabile cosmo, pur in situazioni anche opposte, abbiamo una unica finalità che è espressa in un ordine divino: “Siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo” (Lv 19,2). E’ un imperativo. Di lì non si scappa. Lo vuoi o non lo vuoi, la vocazione di ogni persona è alla santità, alla perfezione dell’amore ed ognuno/a la esprime secondo le proprie peculiarità. Non c’è altra strada. Ed è entusiasmante. Costi quel che costi. Scrive ancora papa Francesco: “Lascia che la grazia del tuo Battesimo fruttifichi in un cammino di santità. Lascia che tutto sia aperto a Dio e a tal fine scegli Lui, scegli Dio sempre di nuovo. Non ti scoraggiare, perché hai la forza dello Spirito Santo affinché sia possibile, e la santità, in fondo, è il frutto dello Spirito Santo nella tua vita (cfr Gal 5,22-23) (GE 15).

E Dio, venuta la pienezza dei tempi, in Gesù Cristo, ce ne ha tracciato il percorso ben dettagliato nel Vangelo: è il percorso delle Beatitudini. Un percorso decisamente nuovo, ‘controcorrente’, non facile, ma affascinante. Si tratta di essere poveri in spirito, vivere un‘esistenza austera e povera, “indifferenti verso tutte le cose create”; salute e malattia, ricchezza e povertà, onore e disonore, vita lunga o breve e così via… (GE 69).

Ma non basta. Gesù propone di essere miti e misericordiosi. L’agitazione e l’arroganza producono stanchezza, perciò “è meglio essere sempre miti, e si realizzeranno le nostre più grandi aspirazioni: i miti avranno in eredità la terra” (GE,74). Il papa richiama la misericordia come capacità di perdono e chiarisce: “dare e perdonare è tentare di riprodurre nella nostra vita un riflesso della perfezione di Dio, che dona e perdona in modo sovrabbondante” e conclude deciso: “Guardare e agire con misericordia, questo è santità” (GE 81-82).

E non basta ancora. La scalata è bella anche se faticosa: per giungere alla santità è necessario anche essere ‘puri di cuore’ e ‘operatori di pace’. La prima – secondo il papa – si riferisce a “chi ha un cuore semplice, senza sporcizia, un cuore che sa amare… Il Signore si aspetta una dedizione al fratello che sgorga dal cuore”.

La seconda, forse impegna proprio nel nostro tempo, con una visione alla globalità delle situazioni: sempre e comunque spargere spruzzi di pace, leggeri ma fecondi.

“Essere nel pianto” e “perseguitati per la giustizia” secondo Gesù non sono una calamità. E’ beatitudine. Scrive il papa: “La persona che vede le cose come sono realmente, si lascia trafiggere dal dolore e piange nel suo cuore è capace di raggiungere le profondità della vita e di essere veramente felice. Quella persona è consolata, ma con la consolazione di Gesù…. Così può avere il coraggio di condividere la sofferenza altrui e smette di fuggire dalle situazioni dolorose. In tal modo scopre che la vita ha senso nel soccorrere un altro nel suo dolore, nel comprendere l’angoscia altrui, nel dare sollievo agli altri” (GE 76).

                                                       sr Biancarosa Magliano,fsp

                                                       biancarosam@tiscali.it

 

 

 

 

SILENZIO1Dall’albero del silenzio pende il suo frutto: la pace. Arthur Schopenauer

“Uomo che ami parlare molto, ascolta e diventerai simile al saggio. L’inizio della saggezza è il silenzio”. Lo ha lasciato scritto Pitagora, circa 2500 anni or sono. In questa sentenza il famoso matematico, taumaturgo, astronomo, scienziato, politico e fondatore a Crotone di una delle più importanti scuole di pensiero dell’umanità, fa la sintesi del suo ‘pensiero’, della sua fede. Di quello in cui crede e che – da buon maestro qual era – intende trasmettere ad altri.

Parola, silenzio, ascolto, saggezza: quattro parole intersecanti, l’una soggetta all’altra. La parola – che è anello di congiunzione tra persona e persona, causa e fonte della relazionalità, senza un uditore, non serve; sfuma nel vento; se non è accompagnata dall’ascolto, evapora. Ma l’ascolto, perché sia possibile e diventi vero, autentico, profondo, ha una sua simpatica specifica esigenza: necessita il silenzio. Il rumore, il chiasso esterni non permettono alla parola di raggiungere il primo obiettivo per cui è stata pronunziata; non giunge a destinazione. Non viene accolta. Quindi non può produrre quella reazione positiva o negativa per cui è stata pronunciata; le è impedita la risposta adeguata.

Ma vi è un altro rumore più acuto, un altro chiasso più assordante ed è il tumulto interiore, l’angoscia, l’irrequietezza dell’anima, la tensione dello spirito, la preoccupazione inutile, forse malsana. Quella ‘non pace’, quel ‘non silenzio’, che tormenta e assilla gli inquieti, gli insoddisfatti, i distratti, gli assillati da mille inutili preoccupazioni, i cercatori del nulla.

Quel simpatico e inimitabile attore che fu Charlie Chaplin diceva: “Il silenzio è un dono universale che pochi sanno apprezzare. Forse perché non può essere comprato. I ricchi comprano rumore. L’animo umano si diletta nel silenzio della natura, che si rivela solo a chi lo cerca”. A Chaplin risponde con altrettanta saggezza il compositore, pianista, organista, violinista W. A. Mozart: “Parlare bene ed eloquentemente è una gran bella arte, ma è parimenti grande quella di conoscere il momento giusto in cui smettere”

“Dio è amico del silenzio – ha scritto santa M. Teresa di Calcutta. – Guarda come la natura – gli alberi, i fiori, l’erba – crescono in silenzio; guarda le stelle, la luna e il sole, come si muovono in silenzio. …. Abbiamo bisogno di silenzio per essere in grado di toccare le anime”. Abbiamo bisogno di silenzio maturo, frutto di meditazione, di un certo, sapiente, cercato e voluto rinnegamento di sé, per acquisire e possedere quella pace e saggezza umana che rendono fecondi di luce, di grazia ogni nostra parola e ogni nostro gesto verso chiunque fa capolino o si appoggia sulla nostra strada. Saranno parole e gesti profumati di gentilezza, forse di saporosa femminilità per chi è donna, sempre carichi di giusta ed efficace simpatia…

                                                                                        Biancarosa Magliano, fsp

biancarosam@tiscali.it

 

Le periferie in cui ribollono le tensioni emergono energie per il servizio della Chiesa universale (P. Arturo Sosa, sj)

periferie1“E’ buono uscire da se stessi, alle periferie del mondo e dell’esistenza per portare Gesù!”. E’ il messaggio lanciato da papa Francesco ai giovani la domenica delle palme del 2013.

Le periferie sono luoghi di particolare povertà, di significative indigenze, di sintomatiche insicurezze. E spesso sono fucina di tensioni per la disuguaglianza che si percepisce come ingiustizia; per sogni non realizzati perché la vita può aver portato su strade non ambite; tensioni per delusioni subite; per situazioni di povertà e di limiti non sopportabili.

Né è necessario che siano tensioni multiple, di un gruppo. Esistono tensioni singole in quanto sono proprie di una persona sola. Le cause sono tante e varie: delusioni, soprusi, sfruttamento; chi si sente usato percepisce di non essere considerato nella sua propria identità di persona; chi si vede posto in seconda linea può diventare schiavo di gelosie anche comprensibili pur non approvabili.

Paolo Mantegazza ha scritto che “la tensione della forza senza il suo esercizio logora gli organi, disperde gran quantità di lavoro utile, abitua all’inerzia”. Effettivamente, delle tensioni che farne? Le tensioni ‘evangelizzate’ possono trasformarsi in felici opportunità, o – come ha scritto il superiore generale della Compagnia di Gesù esperto in periferie e in tensioni: “energie per un rilancio della fede nella Chiesa universale”.

“La fede – ha scritto papa Francesco nel suo messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale 2016 – è dono di Dio e non frutto di proselitismo; cresce però grazie alla fede e alla carità degli evangelizzatori che sono testimoni di Cristo. Nell’andare per le vie del mondo è richiesto ai discepoli di Gesù quell’amore che non misura, ma che piuttosto tende ad avere verso tutti la stessa misura del Signore; annunciamo il dono più bello e più grande che Lui ci ha fatto: la sua vita e il suo amore”.

La tensione cambiata in servizio, servizio della Parola. Le periferie sono estese nell’universo mondo ai vari livelli: familiare, sociale, lavorativo, politico, educativo. Così le tensioni. E allora se ogni tensione – o capacità reattiva – può essere motivo di novità positive, da tutte le periferie del mondo sorgano nuovi apostoli capaci di inserire nella Chiesa universale una nuova esperita capacità di annuncio della bella notizia: il Vangelo di Gesù. E che sorga un mondo nuovo, libero da tensioni, dove esista quella pace che prefigura la pace eterna.

Biancarosa Magliano, fsp

biancarosam@tiscali.it

 

Apprezzo che voi, bravi e intuitivi, vi buttiate in politica per cambiare la storia. Io ho un solo eventuale talento: so appena chinarmi su quello che conosco come mio fratello. Marcello Candia

candiaE di fratelli ne ebbe tanti. Soprattutto dopo che fece irruzione nella sua vita “una chiamata verso il dolore” Esordiente prima, diventa abilissimo e molto stimato imprenditore nella terra che gli ha dato i natali. Cinquantenne, viene a conoscenza di una realtà che lo strappa dai suoi possibili sogni di grandezza solo tecnica. Laggiù, nel sud del Brasile, in una cittadina situata nella regione della foce del Rio delle Amazzoni, esiste un lebbrosario. Marcello lascia tutto e va dove nessuno andava. Spinto da un amore addolorato, provocato dalla sofferenza più innocente e più immotivata, impone a se stesso un servizio disinteressato che porterà avanti con decenni di promozione umano sociale-spirituale con iniziative appropriate sino alla morte avvenuta bel 1983. Mentre è in corso il processo per la sua causa di canonizzazione, cogliamo alcuni suoi messaggi carichi di saggezza inequivocabile:

  • Il mio ‘segreto’ è alla portata di tutti e poi non è neanche un segreto… l’unica cosa che conta. Prima la preghiera; poi qualsiasi attività apostolica. Questa è la forza fondamentale per l’annunzio della verità e la testimonianza dell’amore.
  • Sarebbe disperante se non avessimo la fede. Tutti, io stesso, abbiamo delle crisi. Le difficoltà vengono superate solamente con l’idea che una vita così ha il suo valore perché il Signore ci ha detto di fare questo e perché lui lo ha fatto.
  • Ho deciso di fare la mia corsa sino alla fine, al servizio di tutti i miei fratelli malati e bisognosi.
  • Più avanzo negli anni e più mi rendo conto che quello che conta non è tanto la riuscita di quello che stiamo facendo, ma la maniera e l’impegno che mettiamo nell’attuarlo.
  • Sono diventato un mendicante per amore… Marcello Candia è un modesto strumento che la Provvidenza ha suscitato per venire incontro a una minima parte delle immense necessità di una popolazione.
  • Ogni singolo ha una responsabilità sociale collettiva, però anche questo non sposta di molto la questione, perché non solleva da quella che è la reale e unica e vera responsabilità, che è individuale.
  • La Chiesa non può risolvere i problemi della promozione umana, dello sviluppo economico e tecnico: non ne ha i mezzi, non ne ha la competenza, non è il suo impegno- Ma la Chiesa dà una testimonianza di carità, di fede, di speranza, di amicizia, di attenzione all’uomo: insomma, illumina lo sviluppo, lo dirige in senso veramente umano.
  • Avevo lavorato in senso organizzativo, avevo pregato e, perché si pregasse di più, ho anche costruito il Carmelo a Macapà, ma adesso il Signore mi ha dato la cosa più alta, mi ha dato la sofferenza.
  • E’ meraviglioso che i più grandi e competenti studiosi di lebbra siano giunti, solo da pochi anni, a quello che il Vangelo ha detto e Gesù ha fatto duemila anni fa. Cioè che il lebbroso è un malato come gli altri e va trattato come qualsiasi altro malato.
  • Soltanto il Vangelo può dare una risposta completa per i mali dell’anima e del corpo, portando a una accettazione della sofferenza e a una partecipazione del mistero del dolore del Cristo.

Ecco l’imprenditore ammirato, il missionario che sente in sé la sofferenza di una intera categoria di ammalati. Ecco l’uomo di Dio a servizio dell’umanità davvero più bisognosa dell’umana ininterrotta comprensione,

Biancarosa Magliano, fsp

fioreLa gratitudine è la forma più bella di felicità. Walter Dirks

Tutti gli incipit delle Lettere che il grande apostolo Paolo inviava sia a un singolo personaggio – Tito, Timoteo – come a un popolo – Efesini, Galati, Tessalonicesi – erano un tripudio di gioia, una esplosione di gratitudine.

Dopo il normale saluto introduttivo, nella Lettera ai Tessalonicesi scrive: “Rendo grazie al mio Dio ogni volta che mi ricordo di voi” e ne definisce i motivi: “Sempre, quando prego per tutti voi, lo faccio con gioia a motivo della vostra cooperazione per il Vangelo, dal primo giorno sino al presente”. Gratitudine e gioia; gratitudine e felicità sono inseparabili. Papa Francesco ricordando un suo professore, per il quale sentiva profonda riconoscenza diceva: “la gratitudine che provavo e che non avrei mai smesso di provare nei suoi confronti per avermi aperto il mondo delle culture tradizionali, della loro musicalità, per avermene rivelato i significati e i valori profondi, era un’attitudine che onorava me più che lui; lo pensavo allora e lo penso ancora oggi senza nulla volere togliere al mio Maestro. Si, mi sento di sostenerlo con chiarezza: la gratitudine onora e giova a chi la prova, molto più che a chi la riceve”.

Chi si sente in debito verso l’altro per quanto ha ricevuto può vivere un sentimento dalla difficile gestione. Sapersi in debito può provocare anche sentimenti di disagio, forse di irrequietezza. Ci si può sentire in difficoltà quasi sotto la pressione di un ricatto fintanto che non si è compiuto quello che si crede essere un obbligo: il rendimento di grazie.

Gratitudine è esattamente espressione di ricchezza e di bellezza d’animo, di tenerezza; di consapevolezza di sé che riceve un beneficio e del prossimo che lo elargisce; anzi, è espressione di un forte senso della giustizia. San Paolo ai Corinzi scriveva: “Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto e se l’hai ricevuto perché ti glori come se non l’avessi ricevuto?” (cfr. 1Cor 4,1-6).

E’ giusto e doveroso guardare con empatia chiunque ha sparso sui sentieri della nostra vita pietruzze od opere d’arte, fiori o spine. Tutto è dono…

San Paolo in una esplosione di gaudio scriveva agli abitanti di Colossi: “Ringraziamo con gioia Dio, Padre del nostro Signore Gesù Cristo” e lo motivava: “perché ci ha messo in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce…”.

sr Biancarosa Magliano, fsp