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Dio si stanca dei grandi regni, mai dei piccoli fiori

“Dio si stanca dei grandi regni, mai dei piccoli fiori” (Tagore).

Sarà una affermazione inaccettabile, o stoica? Al poeta – un poeta sagace come Rabindranath Tagore al quale è giusto anche attribuire il merito e la gloria di essere drammaturgo, scrittore e filosofo – possiamo permetterlo…
La storia è testimone dei molti grandiosi eventi di ‘grandi’ popoli a tutte le latitudini e in tutto lo scorrere dei secoli e dei millenni. E’ testimone anche dei piccolissimi singoli eventi di ogni persona, di quel ‘piccolo fiore’ che è ognuno degli esseri viventi di natura razionale…
Le motivazioni dei saliscendi dei diversi ‘grandi regni’, dai Faraoni in terra d’Egitto, agli Inca, artefici di una delle maggiori civiltà precolombiane, alle attuali ‘potenze’ del Nord e del Sud del mondo, all’Est e all’Ovest, il loro formarsi, il loro ingigantirsi, il lento scomparire di alcune, debbono essere motivo e oggetto di anni di proficuo studio sull’evolvere umano-sociale…
“La storia è vera testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita, messaggera dell’antichità”. Lo ha lasciato scritto Marco Tullio Cicerone. Diventerebbe un prendere visione del passato e del presente, e avvertimento per il futuro. “Il passato ha sufficiente luce per il presente” (F. Scalia).
Ogni ‘creatura umana’, appartenente a grandi o piccoli Paesi, a grandi o piccole comunità – anziana o vibrante giovinezza, affaticata o vigorosa, delusa o appagata – è un ‘piccolo fiore’ nelle mani di un Giardiniere attento, che sa come e quando innaffiare, come e quando ripulirlo dalle foglie rinsecchite. Sa proteggerlo dalle gelate invernali, coprirlo con la sua ombra nelle torride giornate estive. Sa quando e come potarlo, perché possa ri-fiorire più vivo e più bello.
Ogni ‘fiore’ ha la sua propria ben definita storia e, volente o nolente, vi ritorna. Sa in quale momento e in quale modo, ora proteggendo ora potando, con quale gesto adeguato il ‘famoso’ Giardiniere è intervenuto nella propria vita perché si potesse continuare o ri-tornare ad essere il fiore cresciuto – sì – nella fragilità di un ‘vaso di creta’ (cfr 2Cor 4,7), ma pur sempre da Lui amato. E allora pochi o molti – nelle singole tonalità di colori e di forme – i ‘piccoli fiori’ potranno formare quel ‘paesaggio di pura bellezza’ che potrebbe essere ogni comunità, ogni famiglia, ogni gruppo di lavoro. Non è necessario essere alla ribalta, in primo piano, ai primi posti… “Il fiore si nasconde nell’erba, ma il vento ne disperde il profumo”. Lo afferma ancora il grande poeta Tagore.
Biancarosa Magliano, fsp

La mistica della vita comune (SERENA NOCETI)

Nella sua omelia ai vescovi, sacerdoti, religiosi, seminaristi, in occasione della Giornata mondiale della gioventù del 2013 (Rio de Janeiro, 27 luglio 2013), papa Francesco esortava a «essere servitori della comunione e della cultura dell’incontro. […] quasi ossessionati in questo senso». Sulla centralità della vita comune, quale spazio per sperimentare la salvezza di Dio e maturare in umanità, il papa è ritornato più volte nei suoi discorsi, omelie, catechesi e il tema della comunione, a livello ecclesiale e sociale, segna le pagine della Evangeliigaudium. Documento programmatico per il pontificato (EG 25), in ordine alla conversione dei cuori e al rinnovamento ecclesiale a tutti i livelli, l’Esortazione apostolica guida i credenti e le persone di buona volontà a cogliere nella vocazione alla comunione l’orizzonte per una vita umana autentica e un valore qualificante l’esperienza di fede cristiana. Quanto affermato particolarmente rilevante e impegnativo per coloro che, per scelta di vita, con la professione religiosa, optano per una forma di vita comune e comunitaria. Evangeliigaudiumoffre a questo riguardo profonde motivazioni e preziose indicazioni: accompagna a riconoscersi «chiamati/e insieme» e a cogliere la dimensione sociale dell’annuncio cristiano; segnala – con sapienza e “senso pratico” – atteggiamenti e prospettive necessari per vivere in comunione e comunità; richiama il significato escatologico ed ecclesiale di una vita in comunione.
Riconoscersi chiamati insieme
La visione ecclesiologica di papa Francesco si sviluppa sulla scia della visione di chiesa del concilio Vaticano II: la chiesa è popolo di Dio, formato da battezzati, tutti soggetti attivi nell’evangelizzazione e nell’opera missionaria. La chiesa vive di una dinamica di comunione, che nasce dall’annuncio del vangelo accolto nella fede. Una comunione aperta, dinamica, missionaria; una missione generosa e solidale, vissuta insieme, mediata
in parole significative, attestata in gesti di carità concreta. Richiamandosi alle parole di Gesù nell’ultima cena (Gv 13,35; 17,21), il papa scrive: «Ai cristiani di tutte le comunità del mondo desidero chiedere specialmente una testimonianza di comunione fraterna che diventi attraente e luminosa» (EG 99). Il modo di vivere i rapporti umani nella chiesa, la forma in cui viene organizzata la partecipazione, la capacità di ascolto e comprensione reciproca costituiscono un primo segno essenziale attraverso cui la missione ecclesiale si sviluppa, prima di ogni annuncio verbale. Tale comunione non è frutto di sforzi di volontà, né può nascere da imposizioni giuridiche o legalistiche, ma è opera dello Spirito santo, che
trasforma i cuori e dona una comunione autentica nell’amore. Ancora più profondamente, papa Francesco ricorda che lakoinonia ecclesiale media la partecipazione alla comunione trinitaria, dove «ogni cosa trova la sua unità» (EG 117).
A fondamento di questa lettura ecclesiologica stanno una visione antropologica e un’idea di salvezza che pensano l’essere umano come persona, soggetto in relazione. L’essere umano è stato creato a immagine della comunione divina (EG 178), per cui la salvezza non è individuale, né può essere ridotta a prospettive individualistiche. Citando Lumen gentium9, il papa ricorda che «nessuno si salva da solo, cioè né come individuo isolato né con le sue proprie forze. Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che comporta la vita in una comunità umana» (EG 113). In questa prospettiva il papa insiste più volte sulla dimensione sociale del Vangelo, sulla testimonianza di relazioni di amore capaci di esprimere la fede nel Dio amore, sul senso del “Noi” che sia critica e superamento di quella postmoderna cultura del narcisismo esasperato, in cui le istanze e i desideri dell’Io sono posti sempre al di sopra di tutto, di cui siamo succubi e talora anche responsabili. L’insistenza sul “Noi” è scevro da qualsiasi tentazione di omogeneizzazione o uniformiamo:Evangelii gaudium richiama più volte il pluralismo, di doni e compiti, di culture e linguaggi, di cui la famiglia umana e la chiesa sono arricchiti e di cui ogni autentica unità vive.
Chi vive secondo queste prospettive e si adopera per una trasformazione sociale e culturale alimentate da questa visione percorre un cammino di reale umanizzazione e fede autentica: «quando viviamo la mistica di avvicinarci agli altri con l’intento di cercare il loro bene, allarghiamo la nostra interiorità per ricevere i più bei regali del Signore. Ogni volta che ci incontriamo con un essere umano nell’amore, ci mettiamo nelle condizioni di scoprire qualcosa di nuovo riguardo a Dio» (EG 272).
Camminare in comunione
Nel secondo capitolo, dedicato alla crisi dell’impegno comunitario, il papa segnala – in rapporto allo sviluppo della comunicazioni – l’importanza di «scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica, che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio»(EG 87). Un passaggio rapido, espresso nell’evocativo stile di papa Francesco, estremamente significativo per delineare prospettive concrete in cui si esprime e si realizzala comunione fraterna e sororale. Si tratta per questo di maturare in alcune convinzioni e atteggiamenti che rendono possibile questo vivere insieme, mescolarsi, incontrarsi, prendere in braccio, appoggiarsi, partecipare, a tutti i livelli e in tutte le diverse forme di vita comunitaria che ci vedono protagonisti.
Una prima pre-condizione tocca la nostra autocoscienza: dobbiamo riconoscerci “persone in relazione”, segnati da una intersoggettività costitutiva, e per questo imparare a uscire da noi stessi per vivere la solidarietà e la compartecipazione di ciò che siamo; «superare il sospetto, la sfiducia permanente, la paura di essere invasi, gli atteggiamenti difensivi»(EG 88) per aprirci alla gioia del rapporto con l’altro, all’accoglienza del dono che ci viene fatto, alle proposte di cammino comune che ci vengono rivolte.
In secondo luogo diventa essenziale imparare ad affrontare tensioni e conflitti che sempre segnano la vita comunitaria. Davanti all’altro, alla percezione di una differenza ” scomoda”, le reazioni più comuni sono da un lato quella della fuga, di dare la colpa all’altro, di sottrarsi alla propria responsabilità, dall’altra quelle “del silenzio per amore di pace”, di una spiritualizzazione e una sublimazione che “si rifugia nella preghiera” per non affrontare il confronto, la rimessa in gioco di ciò che siamo, la conversione. Il papa è particolarmente lucido sulle dinamiche del conflitto e su quanto, se non affrontate, avvelenino il vivere insieme e l’esercizio della comune missione. Al tema dedica un paragrafo “L’unità prevale sul conflitto” (EG 226-230), in cui – con coraggio e chiarezza– mostra come attraversare il conflitto, maturando in esso, e trasformarlo in un “anello di collegamento ” verso il futuro, perché «il conflitto non può essere ignorato o dissimulato. Deve essere accettato.[…] ma quando ci fermiamo nella congiuntura conflittuale, perdiamo il senso dell’unità profonda della realtà» (EG 226).
L’atteggiamento basilare che deve abitare la coscienza di ogni credente e diventare atteggiamento abituale per giudicare la realtà e stile di comportamento per operare è la misericordia. Il lemma” misericordia” appare come una specie di leitmotivdi Evangelii gaudiume di tutto il pontificato: ritorna nel testo ben 35 volte, spesso in citazioni bibliche. La misericordia è indicata come “la più grande delle virtù” (EG 37) e il cuore del messaggio cristiano. È fedele al vangelo chi vive nella misericordia(EG 193); «la chiesa deve essere il luogo della misericordia gratuita, dove tutti possano sentirsi accolti, amati, perdonati, incoraggiati a vivere secondo la vita buona del vangelo» (EG 114).Perché questo avvenga, anche nella comunità religiosa, la misericordia deve declinarsi in atti e atteggiamenti di perdono e di sostegno dell’altro nella risposta ai suoi bisogni, nella coscienza del limite e della fragilità che segna ogni vita umana, la nostra e quella del fratello/sorella.
Ciò che deve guidare, poi, la crescita della comunità è la consapevolezza che il “tutto è superiore alla parte” e alla somma delle parti(EG 234-237). Il tutto è dato, infatti, anche dalle relazioni che sussistono tra le parti e dalla coscienza di formare insieme il Noi, quali parti co-costituenti. Il papa ricorda che una tale visione non comporta l’annullamento del singolo o forme fusionali che impediscono lo sviluppo individuale: «una persona che conserva la sua personale peculiarità e non nasconde la sua identità, quando si integra cordialmente in una comunità, non si annulla ma riceve sempre nuovi stimoli per il proprio sviluppo. Non è la sfera globale che annulla, né la parzialità isolata che rende sterili» (EG 235).
 
Testimoni di comunione nella misericordia
Il concilio Vaticano II richiama i religiosi al senso ultimo della loro scelta di vita: essere segno vivente nella chiesa e per la chiesa del Regno di Dio, comunione con Dio e unità tra le persone e i popoli (cf. ad es. Lumen gentium, 44). La vita comunitaria appare in tutto il suo carattere di profezia di questo mondo nuovo, in cui si vive nell’amore per Dio e per i fratelli/sorelle, capaci di dare e ricevere nell’agape. L’Esortazione apostolica di papa Francesco delinea le vie concrete di una rinnovata vita nella misericordia che rende possibile questa testimonianza vivente di comunione. In primo luogo, essa sollecita a una meditazione continua del nucleo sorgivo della vita cristiana battesimale, su cui si sviluppa la professione religiosa: l’amore misericordioso di Dio e la partecipazione per grazia alla sua santità. Questa contemplativa inserzione nel mistero di Dio permette di cogliere le linee di una autentica maturazione umana e di sviluppare alcune qualità interiori che rendono poi possibili l’accoglienza e la convivenza: il sentimento di umiltà e bontà, con il riconoscimento umile della tentazione sempre presente di autoaffermazione e di difesa a oltranza del proprio interesse a scapito degli altri, e la longanimità di un animo grande, aperto al futuro e alla speranza di un cambiamento sempre possibile, per l’altro e per noi stessi. La coscienza del limite(proprio e altrui), la magnanimità del cuore, la capacità di compassione e tenerezza sono al cuore di questa mistica e qualificano l’ascesi comunitaria, non nella forma di uno sforzo immane di volontà, ma nella grata aperturaal mistero di Dio e dell’altro. L’esperienza del peccato e della caduta segna ogni vita umana; sitratta di accettare questo fatto e accogliere ogni persona a partire dalla sua fragilità: «Beato l’uomoche conosce la sua debolezza, questa conoscenza sarà per lui fondamento e principio di tutte le cose belle e buone», come scrive Isacco di Ninive. Secondo la ScritturaDio manifesta la sua longanimitànell’essere lento all’ira e nello spegnere le contese; per l’uomo di conseguenza lamisericordia comportala capacità di superare le offesericevute, saggezza e pazienzanel replicare, autodominio, generositàdavanti a manifestazioni di bisogno e richieste di perdono. In un mondo di durezza e di competitività, le relazioni comunitarie nella chiesa e nella vita religiosa, a titolo peculiare, devono essere segnate da compassione e tenerezza: com-prendere l’altro/a, arrendersi alla sua presenza e al coinvolgimento che consegue, porre segni quotidiani di rispetto, attenzione, delicatezza. Consapevoli che di questo e per questo cresce la vita comunitaria, vera icona della comunione divina, autentico spazio di realizzazione dell’umano.
Serena Noceti
teologa
via Libero Andreotti, 54
50142 Firenze

Editoriale – Comunione di vita (FERNANDA BARBIERO)

Editoriale
La comunione è al centro dell’attenzione del presente numero della Rivista. Anche se sulla comunione si è parlato tanto da sembrare di aver detto tutto, e perciò di non aver nulla di nuova da mettere in attenzione, vogliamo ritornare a parlarne perché accostare la realtà della comunione significa risalire alle sorgenti dell’esperienza cristiana e entrare in una visione trinitaria delle cose: quella che i Padri, soprattutto dell’oriente, ci hanno tramandato1.
In principio la comunione
Dio esiste come evento di comunione. In Dio la comunione non è una struttura, una relazione che esiste per se stessa, ma una Persona: il Padre che è la causa della generazione del Figlio e della processione dello Spirito Santo. Il Padre, fonte unica della divinità, da tutta l’eternità condivide la sua essenza divina con il Figlio e lo Spirito e ciascuno la fa sua e la ridona di nuovo.
La comunione in Dio, perciò, si manifesta non come minaccia all’alterità, ma come il grembo che la genera. Affermare l’alterità è fondamentale per la comunione. La persona non esiste senza la comunione, così come non esiste nessuna forma di comunione che neghi o assoggetti la persona.
La persona è un “Io” che esiste solo nella misura in cui si relaziona a un “Tu” che afferma la sua esistenza e la sua alterità. Una identità che emerge attraverso le relazioni. Questo è ciò che distingue la persona dall’individuo. La persona è alterità in comunione e comunione nell’alterità.
Al fondamento di tutto c’è la comunione. Una comunione che deriva da una persona concreta e libera e che conduce a delle persone concrete e libere. Se non è così allora la comunione non è ad immagine dell’essere di Dio, della Trinità2.
 
Fraternità che attrae
Si tratta -dunque- di imparare a vivere la comunione facendo esercizio di comunione, per contribuire ad edificare insieme la Chiesa che è “casa e scuola di comunione” per ogni uomo3. Se la nostra vita si colloca sempre nuovamente in questa visione, allora siamo in grado di realizzare una fraternità autentica, una fraternità testimoniale, che attrae”4.
Papa Francesco ricorda che la koinonia ecclesiale media la partecipazione alla comunione trinitaria, dove «ogni cosa trova la sua unità» (EG 117). La nostra partecipazione sacramentale al soma pneumatikon di Cristo, Volto del Padre e Unto dello Spirito, ci fa entrare nella realtà della Trinità. Per cui nella Chiesa, Corpo di Cristo, la Trinità ci colma delle energie dello Spirito, fonda e nutre la nostra vita, di modo che l’antropologia stessa diviene trinitaria.
Si tratta di recuperare il mistero che il Battesimo ha compiuto in noi: il mistero della rigenerazione, che è come dire il cammino verso la piena somiglianza con Colui che ci ha amati per primo.
Ora la comunione che possiamo vivere tra noi passa attraverso la nostra rigenerazione, ossia mediante l’unione della nostra umanità con la divinità di Cristo. Come sarebbe possibile vivere il comandamento dell’amore (Gv 13, 34) se il cristianesimo fosse basato solo sulla dimensione umana? Uniti a Cristo noi riceviamo il suo amore e possiamo farlo nostro e viverlo.
Per grazia
La situazione attuale della Vita religiosa ci mette davanti ad alcuni interrogativi.
Dove ci troviamo? Quale spazio di incontro e di convivenza stiamo costruendo? Verso quale figura di donna, di consacrata stiamo andando”? In questa transizione servono persone mature e disposte alla relazione e ai legami fraterni, ecclesiali e sociali, con uno sguardo nuovo sulle varie povertà e sulle speranze diverse che pure abitano le nostre città. Le singole persone sono profondamente toccate da questa situazione. Nelle comunità si va cercando con anelito sempre più consistente un luogo di incontro e di umanizzazione profonda che sia segno umile e forte dell’apertura al mistero di Dio al quale ci siamo votate. Non sarà questa situazione invito e segno ad uscire dalla propria terra e andare verso il luogo promesso, a noi dal Signore? Nella vita del discepolo, occorre ricordarlo, ogni espressione caritativa e sociale è conseguenza dell’unione con Cristo non semplicemente la realizzazione di sé, del senso del proprio vivere. E quanto consegue all’unione con Cristo, tutto ciò che viene da Lui, si manifesta per “grazia”: sola gratia.
La Pasqua di Cristo in noi
È l’obbedienza della fede a noi chiesta. È la logica pasquale in cui il Signore ci vuol far passare, un kairòs di speranza, di vita. La dimensione della comunione in questa ottica presuppone la pasqua, assecondando la dinamica di uscire da noi stessi e di aprirci all’altro. La realizzazione di quello che siamo nella nostra vera identità sta nell’arte di morire per risorgere.
Così la nostra esistenza, si trova a testimoniare il dilatarsi della Pasqua di Cristo in noi, si trova a rivelare l’opera che il Signore compie in noi. E questa è grazia! La via della pasqua è la sola che ci porta alla comunione con l’altro, sia esso Dio o un altro essere umano. “Questa via pasquale della comunione non dipende dalle qualità che l’altro può o non può avere. Venendo verso di noi, mentre eravamo ancora peccatori, per portarci alla comunione con sé, Cristo ha applicato il principi trinitario per il quale la persona non è identificata con le sue qualità, ma con il fatto che è”5. Non possiamo fare discriminazione tra coloro che sono degni della nostra accoglienza e coloro che non lo sono.
 
Nello stile dell’amore di Dio
Ci orienta il vangelo: ossia la Parola di Dio che ci consegna il comandamento nuovo, quello dell’amore declinato in misericordia. Il movimento della ri-edificazione delle comunità richiede l’apertura alla vita nuova infusa in noi dal Battesimo. La comunione può funzionare solo se la vita fraterna ha il suo centro nell’uomo nuovo. La nostra vita di comunione è possibile solo se è vissuta da persone nuove. Non è un carattere più o meno socievole,un temperamento felice che fa funzionare la comunione. Senza la vita nuova è impossibile la vita comunitaria. Si tratta di una nuova capacità di visione. Si tratta di vedere le persone in modo nuovo, si vede con gli occhi dell’uomo interiore, l’uomo interiore dell’altro. Quando sento che mi disturba qualcosa che vedo nell’altro, questo non mi metterà contro di lui, ma sarà, per me, un motivo per unirmi a Cristo e per liberarmi dai miei gusti, dalle mie inclinazioni e dalle mie pretese, perché ormai “noi non conosciamo più nessuno secondo la carne” (2Cor 5,16).
La cura dello sguardo
Allora è necessario esprimere comunità che diffondano la vita nuova. Perché la vita nuova non si crea, si rivela semplicemente per il fatto che ci è donata. Si tratta di riuscire a esprimere quell’amore fattivo che l’incontro con l’amore di Dio in Gesù Cristo ha creato in mezzo a noi. Se è vero che “l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spinto Santo che ci è stato dato” (Rm 5,5), dobbiamo riconoscere effetti concreti, visibili di questo dono invisibile. L’accoglienza dell’amore di Dio ha un corpo visibile nell’accoglienza della comunità fraterna; altrimenti non è, e non diventa credibile. L’importante non è cosa faccio e che cosa sono, ma dove guardo e che cosa vedo. Vedo il mio “io” in tutte le cose o vedo l’altra, la sorella? Ecco allora la cura dello sguardo, di come mi pongo di fronte all’altro, come mi accosto alla sorella. In fondo si tratta di essere attenti a sostenere la nostra parte redenta, la persona riconciliata, l’uomo nuovo. Questo è il principio di attrazione e questo è l’essenziale della vita comunitaria e anche quello che ci fa felici.
***
Alle nostre lettrici mettiamo tra le mani questo nuovo numero della Rivista che fa presagire fin dalle prime pagine testi di rara densità e ricchezza sul tema della vita di comunione. È questa una dimensione costitutiva della vita religiosa. Auguriamo una proficua lettura lungo i giorni di quest’ultima parte dell’Anno dedicato alla vita consacrata, alle sue croci e alle sue speranze.
Note
1 Cf I. ZIZIOULAS, L’essere ecclesiale, tr.it. (or. franc. Labor et Fides, Genève 1981), Qiqajon, Bose 2007, spec. le pp. 7-149.
2 Cf M. CAMPATELLI, Ordo amoris e vita fraterna, in AA.VV., Amare sempre o amare per sempre?,CISM, 2013, pp. 48-49.
3 CfNovo millennio ineunte, 43.
4 PAPA FRANCESCO, Discorsoai partecipanti all’Assemblea nazionale della Conferenza Italiana Superiori Maggiori (CISM), 7 novembre 2014.
5 M. CAMPATELLI art. cit.
Fernanda Barbiero
Suore Maestre di S. Dorotea
Via Raffaele Conforti, 25 – 00166 Roma
fernandabarbiero@smsd.it

Consacrazione e Servizio, n. 5 settembre-ottobre 2015

CeS5_2015EDITORIALE
(FERNANDA BARBIERO)
PERCORSI
L’arte del passaggio
(ORSOLA BERTOLOTTO)
TALITÀ KUM – IO TI DICO: ALZATI (MC 5,41)
La Cananea
(MARIA PIA GIUDICI)
ORIZZONTI
Germogli di un’altra umanità
(NUNZIO GALANTINO)
Quando la parola si fa profezia
(NUNZIO GALANTINO)
DOSSIER
Comunione di vita
La vita nuova e la comunione fraterna
(MARIA CAMPATELLI)
(SERENA NOCETI)
Il coraggio della sororità
(ELISA KIDANÈ)
Tra egoismo e vita comunitaria
(DONATELLA PAGLIACCI)
La crisi del sentimento di comunità
(ARMANDO MATTEO)
Non smettete di camminare gioiosi
(LUIGI GAETANI)
Le malattie della vita fraterna
(AMEDEO CENCINI)
Riconciliazione tra generazioni
(MARCO PAVAN)
Luci Del Vangelo
La vita Monastica domenicana
(MIRELLA CATERINA SORO OP)
Libro del mese
Giuseppe Savagnone,È davvero possibile un nuovo umanesimo?, Cittadella, Assisi
(LUCIAGNESE CEDRONE)
Vedere – Leggere
FILM:I nostri ragazzi
(TERESA BRACCIO)
Segnalazioni
(a cura di MARIA MERLINA)

Felicità in cammino

strada2Perché ‘Gioia di servire’? Il tema è sicuramente impopolare oggi e così diverso dai ‘valori’ che la società moderna propone. Papa Francesco a più riprese richiama sul fatto che la salute di un cristiano si vede dalla gioia. Ma non basta certo avere l’idea chiara di felicità per sapere come viverla secondo lo stile del Vangelo. Neppure è sufficiente affermare sono felice con Dio e questo mi basta perché la vita sia felicemente consacrata. Parole e propositi si misurano e si verificano nel vissuto quotidiano con gli altri e per gli altri. Certamente in ogni tappa del cammino, per tutti – credenti e religiosi compresi – rimane il rischio di cadere nell’individualismo che oggi chiude la vita interiore nella ricerca spasmodica dell’avere per sé o per brillare agli occhi degli altri. Il che finisce per trasformare in persone risentite e senza vita. Certo è istintivo per tutti fare dei propri desideri l’assoluto e persino scambiare la fede con le proprie sicurezze… La domanda è se e come ci si lascia interpellare dal Vangelo; se davvero se ne fa il vademecum per la vita di ogni giorno e per le scelte che ognuno, nel proprio piccolo spazio, è chiamato ad operare. La via per entrare nella gioia di servire è fondarsi sulla umile scoperta – poi consapevolezza crescente e sconvolgente esperienza – che Dio ci ama. Lontano da Lui l’amore si fa sempre accaparratore.

La gioia di servire non può quindi prescindere dalla fatica di passare dall’egocentrismo alla relazione. È terribile essere amati per ciò che si fa e non per ciò che si è: fa immaginare che “le persone intorno a noi guardino sempre e solo il ‘brutto’ che è dentro di noi; e questo sguardo è intollerabile” (J. Vanier). Allora ci si difende, si diventa duri, persino violenti. In ognuno c’è qualcosa di straordinariamente bello e integro. E di tutto questo il nostro mondo ha estremo bisogno perché in fondo al cuore di ognuno, più a fondo di ogni ferita, c’è un bambino in cerca di tenerezza… Dio, basterebbe una piccola scintilla di pura amicizia – e si sarebbe salvi; di amore – e si sarebbe redenti. Una mano tesa, un volto, uno sguardo aiutano a ritrovare l’immagine positiva di sé. Ma se la ‘mano tesa’ che dice ‘ti voglio bene’ non è sincera o non è fedele; se dice ‘ti amo’ solo perché lo ha imparato sui libri o semplicemente perché si ritiene autorizzata a dirlo, allora quel ‘bambino’ non oserà più prendere la mano che gli viene tesa e gli sarà insopportabile sentire qualcuno che dice: abbi fiducia!

È decisivo sapere quale padrone si serve, a chi ci si affida perché il Regno della gioia si sviluppi e cresca e diventi un grande albero alla cui ombra tanti possano trovare ospitalità.

Luciagnese Cedrone, ismc

Sinodo: in ascolto della famiglia

Chiesa sinodale in cammino

Come la Chiesa deve rispondere e “intercettare” i cambiamenti che interessano la famiglia nella società contemporanea? Rispondere a tale interrogativo è stato uno degli obiettivi del Sinodo straordinario dei vescovi del 2014. Ora è al via la seconda assemblea sinodale voluta da Papa Francesco sullo stesso tema: La Vocazione della Famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo.
La scelta delle due tappe ha consentito la più ampia possibilità di confronto e anche una evoluzione del dibattito nella Chiesa in vista di una mediazione condivisa fra i padri sinodali. Secondo il desiderio di Francesco proposte e riflessioni sono arrivate a Roma dai quattro angoli del mondo, da diverse Chiese locali, gruppi e comunità… Voci variegate che ora arricchiscono l’Instrumentum laboris, frutto e sintesi delle risposte al ‘questionario preparatorio’, ‘traccia di lavoro’ per il sinodo ordinario, che aprirà i suoi lavori il 4 ottobre prossimo. Peccato solo che non vi sia alcun cenno sul celibato in vista del Regno!…

In una situazione di enorme «fragilità»…

La famiglia è realtà “ferita” a causa di contraddizioni culturali e sociali, di natura socio-politica e socio- economica… Le giovani generazioni mostrano serie difficoltà ad “essere” e “pensarsi” come una famiglia, mentre una cultura ostile ha ridotto la tensione verso la famiglia al desiderio di costruire dei simulacri temporanei di essa. Certo ci vuole coraggio per formare una famiglia, riconosce Bergoglio. E insieme al coraggio è necessaria una grande consapevolezza: il matrimonio è una vera e propria vocazione, come lo sono il sacerdozio e la vita religiosa.

… ma intatta nella propria «forza»

La famiglia, progetto di Dio per gli essere umani, resta il “pilastro fondamentale e irrinunciabile del vivere sociale” e l’architrave dell’intera umanità, in quanto capace di reggere tutto il peso del suo tessuto connettivo. Le divisioni al suo interno si sconfiggono solo con l’amore. È fonte di grande speranza, perché cellula che dà vita alla spina dorsale del corpo sociale. Il matrimonio consacrato da Dio custodisce quel legame tra l’uomo e la donna che Dio ha benedetto fin dalla creazione del mondo; ed è fonte di pace e di bene per l’intera vita coniugale e familiare. La famiglia, in sintesi, è la comunità che risponde concretamente alla polverizzazione della collettività. E davvero è l’isola che permette all’acqua della società liquida di non invadere tutto il mondo. Comunità responsabile, prevale infatti sul disimpegno e sul consumismo dei sentimenti. Forse è il più grande gesto controcorrente della società attuale.

Luciagnese Cedrone, ismc
lucia.agnese@tiscali.it

I regali ci piacciono

regali1“Si posseggono solo i regali, non le prede”. Lo ha scritto Jean Bastaire nel suo libro Eros redento. Chi non ha mai provato quel dolce turbamento che assale quando sul tavolo, sul comodino, forse sul cuscino, o ‘nascosto’ in un cassetto trova, inatteso, un piccolo pacco dall’aspetto delizioso e con il proprio nome? Un pacchetto deposto lì da una mano amica, un cuore gentile.
Ognuno riceve e gradisce, si emoziona, solo per quei regali di cui ha una certa consapevolezza di esserseli meritati e guadagnati con la propria generosità, il proprio impegno, la propria vicinanza, pur, a volte, in una certa fluidità dei servizi offerti.
I regali hanno dimensioni e valori diversi, anche economicamente. Non perché piccoli, o insignificanti,  hanno minor pregio. Includono, o meglio, sono essi stessi un messaggio: dicono al ricevente che il donatore ha saputo, ha capito, ha sperimentato chi sei tu; e non importa con quale tipo di carta lo si avvolga; lo avvolge la luce calda e benefica di un cuore riconoscente.
La vita, con le sue gioie e le sue angosce, le sconfitte e le vittorie, è essa stessa tutta un regalo. Faticosa, deludente a volte, ma, vista nella luce di Dio, di solo Dio, è sempre degna di essere accolta, ‘posseduta’ e donata, ‘sprecata’ – direbbe sr Viviana Ballarin op – in quel servizio al prossimo che la rende più preziosa ancora.
Il regalo richiede, inoltre, uno stile, anche nel riceverlo. James Henry Leigh Hunt ha lasciato scritto: “Ricevere un regalo simpaticamente e nello spirito giusto, anche quando non hai nulla da dare in cambio, significa darne uno in cambio”.
La ‘preda’, anche se raggiunta, non ha senso. I ‘regali’ ci piacciono e li teniamo.
Biancarosa Magliano, fsp

Il Creato, risorsa per riscoprirsi figli

risorsaPuò un lupo pascolare insieme ad un agnello1? Si è mai visto una pantera sdraiata accanto ad un capretto? O un bambino che conduce nella stessa mandria leoni e vitelli? Meraviglia ancora più strana: può un lattante giocare con una vipera2? La visione profetica di Isaia allarga i suoi confini di convivenza pacifica a tutte le creature esistenti e legittima una grande e forte convinzione: ci sarà una pace eterna che si estende a tutto l’universo creato tale da poter chiamare ogni creatura “fratello” e “sorella” come la tradizione francescana ha inaugurato. Nel frattempo noi uomini come ci poniamo nei confronti del mondo quale giardino da custodire e in cui noi stessi siamo custoditi? Possiamo interrogare nuovamente le pagine bibliche per trovare qualche riferimento interessante, magari poco conosciuto che ci istruisca sulla visione di Dio a riguardo di questo meraviglioso dono che sono la terra e l’universo e il nostro ruolo in esso.

All’interno dell’intera Bibbia ci sono molti esempi di impiego di animali e vegetali come simboli e metafore. Avete mai sentito parlare un’asina? Balaam, profeta non israelita, ne ha udito la voce3. Elia, il profeta che resuscitò il figlio della vedova di Zarepta, è stato nutrito da corvi che al mattino gli portavano pane e alla sera carne (1Re17,2-6). Il Primo Testamento abbonda di immagini e simbolismi naturali, l’arca di Noè e il pesce di Giona ne sono l’esempio più noto. Come dimenticare l’indifesa e amata pecora del profeta Natan a confronto con la sfrontatezza e il peccato del re Davide4 e il fascino della gazzella e del cerbiatto nel Cantico dei Cantici (2,9)? Secondo Gen 1,24-27 uomini e animali terrestri sono nati lo stesso giorno (uccelli e pesci ci hanno preceduto di un giorno), mentre per Gen 9,9-11, dopo il diluvio Dio ha stabilito un’alleanza con tutti gli esseri viventi, non solo con gli uomini: “quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi; con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e bestie selvatiche, con tutti gli animali che sono usciti dall’arca”.
Non è da meno anche il Nuovo Testamento in cui ad una semplice e tenera colomba è stata assegnata la grandezza della discesa dello Spirito Santo, e ad un gallo la memoria di un tradimento, quello di Pietro. L’elenco sarebbe molto lungo e si allargherebbe in modo spropositato se aggiungessimo anche i riferimenti botanici e vegetali. Tra le figure del mondo vegetale e della vita dei campi emergono quelle frequenti per esprimere la storia particolare dei rapporti di Dio con il suo popolo: la vigna, la vite, il seme, il frumento, la senape, il fico, i rovi e i cardi spinosi, la zizzania, la mietitura, l’agricoltura, la pesca ecc. Sono i simboli che Gesù prende volentieri per l’annuncio del Regno e i suoi segni di salvezza.
Chi conosce la Bibbia sa quindi che gli esseri viventi sono co-creature con noi. Sa che esse sono in relazione con Dio in una maniera differente da noi che “possediamo le primizie dello Spirito”5 e che il loro ruolo non è esauribile nel processo di mera predazione o sfruttamento. C’è altro, come la lettera i Romani sembra sperare: “L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio. La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità – non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta – nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio” (Rm 8,19-21). Il creato attende che l’uomo realizzi la sua chiamata ad essere figlio di Dio: quando l’umanità vivrà come creatura amata da Dio riconoscerà il creato stesso come partecipe di questo amore di Dio. Tutte le cose verranno ricapitolate, ricomprese, riavvolte, reinterpretate in Cristo, secondo il cuore di Cristo6. Il destino del mondo non è semplicemente quello di essere una riserva da predare ma una risorsa che come dice il termine stesso risorge e consente il risorgere. “Risorsa è sostantivo che deriva dal verbo ‘risorgere’, fortemente evocativo per un credente, e che già nell’etimo evoca rinnovabilità…ma le risorse naturali ed energetiche, minerali, animali e vegetali, che servono da base per l’alimentazione e i manufatti umani, non risorgono sempre se noi ne interrompiamo i cicli vitali”7. ‘Risorsa’ è un termine molto più rispettoso della vera vocazione della natura di quanto non si immagini. Si potrebbe pensare alla capacità del creato di rigenerarsi, di risollevarsi, di non aver spesso bisogno di manutenzione umana per vivere, come il vangelo di Matteo ci ricorda: “osservate gli uccelli del cielo: essi non seminano, non mietono e non raccolgono in granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre” (6,28). Il ciclo della vita è cantato nei Salmi “Tu mandi nelle valli acque sorgive perché scorrano tra i monti, dissetino tutte le bestie dei campi e gli asini selvatici estinguano la loro sete. In alto abitano gli uccelli del cielo e cantano tra le fronde. Dalle tue dimore tu irrighi i monti, e con il frutto delle tue opere si sazia la terra” (Sal 104). Ma la parola ‘risorsa’, molto versatile, si presta anche a significare per la creazione la possibilità di essere fonte per altri, oltre che per se stessa. La natura è risorsa, fonte di riscatto e risorgimento, per l’uomo, a cui appartiene. Dalla natura l’uomo impara la vita medesima, la saggezza delle stagioni, l’importanza della cura. Ma la prima grande risorsa offerta dalla natura consiste nello spettacolo che offre ogni giorno: la luce del sole e delle stelle, il soffio del vento, la forza dei temporali, l’energia delle acque, il profumo dei fiori, il linguaggio degli animali. Tutto concorre a renderci consapevoli che la vita non viene da noi: “è la natura stessa a sussurrarci i piani di Dio, il suo sogno su tutte le creature, la vocazione e il nome che egli ha immaginato per ogni sua creatura. E così la natura ci sussurra i sogni di Dio quando ci dice attraverso sorella acqua, dolce, fresca, umile, senza la quale l’umanità non avrebbe vita, che è la più ‘serva’, ma anche la più importante”8. Il mondo come occasione per rigenerarci-risollevarsi-risorgere nella nostra spiritualità di persone amate e volute da Dio. Gesù così guardava al suo ambiente da cui ha imparato a vivere e da cui ha recuperato simboli e linguaggi per farsi capire. L’evangelista Luca non trascura il senso della vista come prima occasione di riappropriazione del vero significato della natura: “Guardate i corvi, guardate i gigli; guardate il fico e tutte le piante” (capitoli 12 e 21). Ma anche Giovanni parla dell’invito di Gesù a guardare: “levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura” (4,35). La vista è sanata dalla contemplazione e impara a riconoscere le creature come compagne di viaggio, come esplosione di vita, che rallegrano gli occhi insegnando l’esilità dell’esistenza. Ma su tutto vigila Dio e il suo desiderio di renderci fratelli capaci di riconoscerci e di guardarci come tali, e lasciarcene rapire come Abramo in una magica notte stellata: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza»9.
sr Alessandra Rogiani, smirp
L’immagine, olio su tela è opera di Edward Hicks (1846); rappresenta “Noè che imbarca gli animali sull’Arca”, Museum of Art, Philadelphia.

1Secondo il profeta Isaia certamente! Leggere Is 66,25.
2 Qui si veda Is 11.
3Aggiungiamo che nella vicenda di Balaam apparve anche l’angelo del Signore: prima all’asina e solo successivamente al profeta! La storia intera si trova in Nm 22,22-35.
4 2Sam 12.
5 Rm 8,23.
6 Ef 1,10.
7 A questo proposito può essere interessante recuperare il tema della tenerezza verso il creato sviluppato da Giuliana Martirani nel suo libro “La civiltà della tenerezza” (Ed. Paoline, 1997) e da cui è tratta la citazione (p. 98)…il tema appare molto attuale anche per il nostro pontefice Papa Francesco.
8 G. Martirani pp. 103-104.
9 Gen 15.

COLPA DELLE STELLE – Film

colpa_delle stelleTitolo Originale: The Fault in Our Stars
Genere: Drammatico
Regia: Josh Boone
Interpreti: Shailene Woodley (Hazel Grace Lancaster), Ansel Elgort (Augustus Waters), Laura Dern (Frannie), Sam Trammell (Michael), Nat Wolff (Isaac), Willem Dafoe (Peter Van Houten), Lotte Verbeek (Lidewij Vliegenthart).
Nazionalità: USA – Distribuzione: 20th Century Fox Italia
Anno di uscita: 2014 – Origine USA (2014)
Soggetto: dal romanzo omonimo di John Green
Sceneggiatura: Scott Neustadter, Michael H. Weber
Fotografia: Ben Richardson – Musica: Mike Mogis, Nathaniel Walcott
Montaggio: Robb Sullivan r
Durata: 125′
Produzione: Temple Hill EntertainmentLa trama
Film tratto dal best seller omonimo di John Green, Colpa delle stelle, racconta la storia di Hazel e Augustus, due ragazzi malati di tumore e anticonformisti, uniti più che dalla malattia dal modo di vedere e affrontare la vita. Hazel è collegata ininterrottamente a una bombola d’ossigeno e grazie a una medicina sperimentale la malattia diagnosticata anni prima, sembra in regressione. Vive rinchiusa nel suo piccolo mondo senza poter sperare in un futuro migliore perché ha capito che non ci sarà nessun miracolo per lei. Un giorno però nella sua vita compare Augustus, affascinante, carismatico e pieno di vita, reduce anche lui da un cancro che lo ha privato di una gamba, cammina grazie all’aiuto di una protesi affrontando il mondo senza abbattersi. I due ragazzi si incontrano in un gruppo di sostegno per i malati terminali e tra loro nasce una straordinaria storia d’amore che diventerà una fugace vittoria su una minaccia che, implacabile, arriverà.
Ripercorriamo le tappe
Colpa delle stelle si snoda attraverso un filo conduttore che demarca il dramma dalla commedia in un alternarsi di sofferenza e umorismo, passione e ottimismo. I desideri spezzati e la tragica fatalità della vita sono presentati con leggerezza e intensità, con delicatezza e un’ironia mai fine a se stessa, e una capacità narrativa singolare. Il tenero intreccio della storia e lo stile disincantato e mai rassegnato dei due protagonisti, fa nascere nello spettatore una grande empatia esente da ogni forma di compassione. Il loro amore non è diverso da ogni altro amore, un legame forte più della malattia e della stessa morte. Tutto si svolge in un contesto di normalità, che sappiamo essere solo apparente per il gravare sui giorni di una sorte crudele che non esonera i due innamorati. Un destino di cui essi sono ben consapevoli. Alla base di tutto il racconto c’è la storia vera di Esther Earl che nel 2005 scopre di avere il cancro (morirà nel 2010, a sedici anni): «La nostra amicizia e la sua gioia di vivere sono state una grande fonte di ispirazione», dice l’autore del libro John Green.
Riflettiamo sulle parole
…DELL’ATTORE ANSEL ELGORT
«È una storia che fa sentire i giovani più ricchi di emozioni e allo stesso tempo mostra che a volte possono essere più intelligenti degli adulti. Noi giovani stiamo imparando a vivere, il nostro cervello è come una spugna. Siamo ancora in questa fase delle nostre vite in cui pensiamo tanto e a tante cose. Il mio personaggio è idealista. Uno che vuole lasciare la sua impronta sul mondo. Quando capisce che non può farlo, allora si butta giù. È un ragazzo con una teatralità innata: è pieno di emozioni, ma anche pieno di difetti. Il messaggio più importante del film e che non bisogna cambiare il mondo, quello che importa è come ti comporti con quelli che ti vogliono bene, il segno che lasci sulle persone che ti sono vicine».
DELL’ATTRICE SHAILENE WOODLEY
«È stata una fortuna aver recitato in Colpa delle stelle, mi ha insegnato più di qualsiasi scuola e mi ha reso più solida. Non abbiamo garanzie nella vita, né giustificazioni, e con i sensi di colpa e lo stress sprechiamo solo tempo ed energie. Questo film mi ha fatto capire che la vita è fuggevole, che non devi dare niente per scontato e che ogni mattina puoi esalare il tuo ultimo respiro. Per questo lavoro ho incontrato tante persone, alcune molto giovani, che stavano male; e così cose normalissime, che ne so, respirare, una corsa, mi sono improvvisamente sembrate speciali. Non mi sono mai sentita depressa o triste, però, mentre giravamo il film, perché penso che celebri la vita».
Utilizzo pastorale: alcune piste
Gli argomenti affrontati dal film sono dolorosi e impegnativi: la vita, la malattia, la morte, l’amore, il rapporto genitori-figli, il rapporto tra i genitori e la malattia dei propri figli.
Gli spunti di riflessione nascono dalle situazioni estreme all’interno delle quali Hezel e Augustus si trovano ad affrontare momenti gravi e inconsueti per la loro età. Il loro amore dona spessore al tempo, lo rende tangibile e ogni attimo che passa è un miracolo che si realizza.
– Il film non evidenzia il contrasto tra le situazioni ma lo esalta. Hezel e Augustus aggrediscono la malattia, la combattono con l’amore, la esorcizzano con la loro voglia di vivere. Sono capaci entrambi di superare gli ostacoli che il cancro presenta loro in conto. Non sentono pietà l’uno verso l’altra ma una forte complicità che li aiuta a colmare il buco nero della disperazione. In una realtà tutta in salita, si aprono all’amore come unica possibilità di sopravvivenza.
Un inno alla vita, attraversata dalle domande esistenziali che non sempre trovano risposta ma che legano le esistenze dei protagonisti e di ogni persona sulla terra.
– Colpa delle stelle pone la malattia in una luce che dà spazio e spessore all’ammalato rivelando che l’amore è più forte della compassione.
Tematiche: Rapporto genitori-figli; Famiglia, Adolescenza, Amore, Malattia, Morte
a cura di Teresa Braccio, fsp

LA VERGOGNA un’emozione antica

Alessandro Meluzzi
LA VERGOGNA
Un’emozione antica
pp. 174, euro 13,00
VERGOGNAAlessandro Meluzzi analizza un’emozione antica e viscerale, “rifiutata” dalle giovani generazioni, ma fondamentale e utile per l’evoluzione personale e sociale dell’individuo. Partendo dalla triste constatazione che viviamo in una società in cui soprattutto le giovani generazioni hanno imparato a non provare vergogna (o, meglio, hanno disimparato a provarla nel modo giusto), l’Autore sottolinea come la vergogna sia invece un sentimento connaturato, con cui non possiamo non confrontarci, fin da piccolissimi. È un’emozione con cui dobbiamo fare i conti tutti i giorni; infatti, scrive: “ è cambiato il modo di vivere la vergogna? Tantissimo, soprattutto attraverso il web. Oggi i giovani hanno imparato che la vergogna non esiste e, se c’è, allora è un’emozione per sfigati. I social network, in particolare, ci hanno insegnato a condividere tutto senza vergogna. Non c’è il pudore di mostrarsi nudi o semi-nudi. Non c’è il senso di colpa per aver aggredito qualcuno, attuando quello che prende il nome di cyberbullismo. E come vivevano le vecchie generazioni la vergogna? Cercavano di superarla! Ma è sempre un buon motivo tentare di non provare vergogna? Se la vergogna è un’emozione così primordiale, che viene suscitata in noi fin dai due anni di età, ci sarà pure una ragione”.
La vergogna è utile, non solo perché ci consente di capire che abbiamo sbagliato ma anche perché ci permette di riflettere su una situazione che non vogliamo più rivivere. Ciò ci consente di evolvere. Ma di evolvere come? Attraverso gli altri. Diceva Sartre che l’inferno sono gli altri. Aveva ragione perché con gli altri ci confrontiamo e sono gli altri che ci fanno provare vergogna. In questo senso, evolviamo nei rapporti umani. E che cosa sono gli altri se non la prefigurazione dell’Altro, cioè Dio? In un continuo dialogo con gli altri e con Dio riusciamo a migliorare anche attraverso la vergogna, un’emozione antica e viscerale.
ALESSANDRO MELUZZI è laureato in Medicina e Chirurgia all’università di Torino e specializzato in Psichiatria. Baccalaureato in Filosofia al Pontificio Ateneo Sant’ Anselmo di Roma. Fondatore e direttore dell’International School of Investigative Criminology e docente di psichiatria forense nel Master di Analisi comportamentale e Scienze applicate alle investigazioni presso la Link Campus University. Portavoce della Comunità Incontro. Fondatore della Comunità Agape Madre dell’Accoglienza. Ipodiacono di rito greco-cattolico.