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Pillole di saggezza

Perdonare le offese

E’ un’opera di misericordia non facile. Non è di gettito universale. Non la si trova nelle leggi sociali o politiche dove alIS contrario sono elencate tutte le modalità, le motivazioni, i singoli passaggi necessari per farsi o richiedere giustizia.
Perdonare è passare dalla rottura alla relazione, dalla schiavitù dell’indignazione alla libertà di una pace profonda che niente e nessuno può violare; è recedere dalla tirannia della voglia di vendetta e arrendersi alla segreta gioia di una ritrovata fiducia.
Perdonare è sospendere quella pulsione immediata che spinge contro altri, contro chi, secondo noi, ci ha fatto del male nei vari ambiti: personale, familiare, di lavoro. Può aver oltraggiato noi o persone legate a noi. E’ il riconoscimento della comune umanità: partecipiamo tutti alla stessa stirpe; ed è ammettere il primato della fraternità: “Se stai presentando la tua offerta all’altare – ha detto Gesù – e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono” (Mt 5,23).
Perdonare non è neppure negare la realtà dell’offesa; non è dimenticare o stravolgere la realtà, non è far finta che non sia successo nulla. E’ percorrere una strada in salita. Può diventare il risanamento di una ferita e allora diventa espressione concreta della misericordia; perdono e misericordia, infatti, sono le terapie che permettono di ristabilire le connessioni interrotte e costruirne di nuove.
Nella vita altrui non ci si può mai immettere come giudici o censori. “Gesù, nei confronti di quanti lo contestavano perché mangiava con i peccatori, ha detto: «Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori » (Mt 9,13). E’ una lezione per tutti i ‘cristiani’, “seguaci di Cristo, appunto, che devono essere uomini e donne di misericordia e di perdono” (Papa Francesco).
Perdonare è immergersi nella infinita pace che viene da Dio. Non stancarsi mai di stendere la mano verso la persona che ha inferto una ferita nel nostro essere. “Perdona loro” disse l’uomo-Dio dall’alto del suo patibolo. Perdonare è abbandonare il passato … è uscire dal mondo del male ed entrare nella civiltà dell’amore, la civiltà di Dio e Dio non è un dilettante. Non lo è stato nella creazione, nella conduzione del suo popolo attraverso i secoli.
“La vita è difficile – ha scritto Etty Hillesum – ma non è grave”. Il perdono è difficile, faticoso, ma non impossibile. E non è soltanto un fatto personale. E’ un fatto sociale, immesso nella conduzione della società. Ma ciò avverrà soltanto dopo che esso avrà preso residenza nel cuore dell’uomo.
Quel piccolo libro di storia sacra denominato Atti degli apostoli racconta: “E lapidavano Stefano, mentr’egli invocava Gesù e diceva: «Signore Gesù, ricevi lo spirito mio». Poi, caduto ginocchioni, gridò a gran voce: «Signore, non imputar loro questo peccato». E, detto questo, si addormentò nel Signore”.
E’ un sintetico racconto. Senza alcuna animosità verso chi lo rapina del bene migliore – la vita – un giovane discepolo di Gesù e già apostolo con il suo precedente discorso, conclude la propria esistenza. Come il suo Maestro Gesù che, inchiodato su una croce, aveva supplicato: ”Padre, perdona loro…”. Non ci sono scappatoie. Per il cristiano non ci sono altre uscite.

Biancarosa Magliano, fsp
biancarosam@tiscali.it

Consolare gli afflitti

IS4Le afflizioni sono sempre molteplici. Hanno origini e motivazioni diverse. E sono supportate con modalità così diverse quante sono le persone che le vivono sulla propria pelle, nella propria storia, nelle proprie giornate. Davvero ogni giorno si presenta, a volte sin dal mattino, con il proprio affanno. Ogni giorno può apparire con una sorpresa nuova e dolorante, anche perché – come ha lasciato scritto Blaise Pascal: “Basta poco per consolarci perché poco basta per affliggerci”.

Ci si può sentire oppressi da situazioni gravose, improvvise o subodorate, perché la propria sensibilità o suscettibilità a volte le intuisce, le annuncia, le capta. Nessuno è esonerato dalla sofferenza. Non lo è il bimbo che nasce piangendo; non lo è il morente che versa le sue ultime lacrime. Non lo è il giovane che può incappare in delusioni cocenti o l’adulto che vede svanire i propri sogni. E c’è il dolore fisico per una malattia; l’umiliazione per ideali non realizzati; ci può essere la frustrazione per meriti non riconosciuti. A volte volteggia nell’aria la possibilità di un fallimento, di essere estromessi dal posto di lavoro e, sempre molto amareggiante, essere dimenticati dalle persone con cui si era stretto un forte legame di amicizia.

L’umana capacità di resistenza al male non è infinita. E allora la fede barcolla, la speranza non sostiene più. Le illusioni sulle proprie capacità di sopportazione svaniscono. Sono i momenti in cui una parola o un gesto di conforto, di vicinanza sono opportuni o necessari. Non parole o gesti convenzionali, ma partecipazione viva, vera, efficace. Quello che conta, infatti, è lo stile della partecipazione; altrimenti il tutto può risultare inutile quando non irritante. Conta il rapporto umano, non formale; motivato, garbato, amabile, caldo. Conta la ‘vicinanza’. “Vi sono vicino” dice papa Francesco in caso di sofferenze a volte enormi, di catastrofi o altro.

Tutta la Bibbia è incastonata di pensieri sulla consolazione. Dio conosce il dolore dell’uomo e ne sente pietà: “Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio” è scritto nel libro del profeta Isaia. E san Paolo addita la fonte di ogni vera consolazione: “Benedetto sia Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre delle misericordie e il Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra afflizione affinché, per mezzo della consolazione con cui noi stessi siamo da Dio consolati, possiamo consolare coloro che si trovano in qualsiasi afflizione. Poiché, come abbondano in noi le sofferenze di Cristo, così per mezzo di Cristo abbonda pure la nostra consolazione (2Cor 1,3-5).

Tutti i battezzati, in forza dell’unzione dello Spirito Santo, siamo stati abilitati a lenire le sofferenze, a fasciare le ferite degli sfiduciati, a indicare motivi per una nuova e più bella vita, per una rinascente speranza, a segnalare vie d’uscita da difficoltà e apprensioni varie.

Ed è umanamente vero che ci possono essere consolazioni spicciole: un cielo azzurro, limpido e sereno, una lettura interessante, nostalgie e ricordi. Ma… scriveva un grande, fine e suggestivo personaggio:

In me tutto è buio,

ma tu sei la luce io sono solo,

ma tu non mi lasci son pusillanime, ma da te c’è aiuto sono irrequieto,

ma da te c’è pace in me c’è amarezza,

ma da te pazienza le tue vie non comprendo,

ma tu conosci la retta via per me. (Dietrich Bonhoeffer)

Ammonire i peccatori

IS_ammonireChi è il peccatore?

La marcata laicità presente nella società da alcuni decenni e ora amplificata e favorita dal proliferare e dalla potenzialità incisiva dei mezzi di comunicazione – quelli tradizionali e quelli del mondo digitale – ha prodotto un senso del peccato pressappoco evanescente. Pur presente nella storia umana dal suo principio – il cosiddetto ‘peccato ‘originale’ – ora la stessa parola è quasi scomparsa.

Peccatore è colui che, consapevolmente, sbaglia; non opera secondo quella perfetta legge umana che Dio, con amore e rispetto, ha depositato nel cuore di ognuno e/o trasgredisce ufficiali leggi umane – civili, ecclesiali, sociali – che mirano al bene di tutti.

Quale ammonimento allora? Gesù segue una prassi perfettamente conforme alle leggi della psicologia. Non aggredisce mai. Interroga. Racconta l‘evangelista Marco: “Giunsero a Cafarnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato. Chi infatti è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande». Gesù, che è Maestro e Signore, dà una lezione magistrale di come debba essere vissuta la terza opera di misericordia spirituale. Aiuta gli interlocutori a prendere coscienza della propria situazione e propone una norma evangelica. Stavano facendo un discorso di supremazia, di predominio. Erano in situazione di visibile discordanza. Il bambino, posto come modello, ha poche richieste, non ha grosse ambizioni; non ne è capace; chiede di poter amare i genitori e di ricevere amore da loro e da chiunque abbia relazioni nei suoi confronti. Così dovranno essere i suoi discepoli: non ricercatori affamati di gloria, dei primi posti, non esibizionisti, ma persone capaci d’amare. E con l’amore sbocceranno la dedicazione, il servizio, la tenerezza e l’affabilità, la pazienza e l’indulgenza.

Il peccato è tenebra e Gesù con l’adultera è particolarmente misericordioso. Non la condanna affatto. Anzi le domanda: “Nessuno ti ha condannata?”. “Nessuno, signore!”. Risponde lei ed Egli la lancia verso una nuova luminosa impostazione di vita: “Va e non peccare più”.

Nello stesso Orto degli ulivi, perché Giuda possa prendere coscienza di cosa sta facendo non lo aggredisce; lo interroga: “Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo?”.

Simile atteggiamento Gesù lo tiene con i due discepoli di Emmaus, dopo la risurrezione. Mentre conversano e discutono animatamente, Gesù in persona si avvicina e cammina con loro. Sa cosa stanno dicendo, ma se lo fa dire. Li ascolta benevolo e poi interviene con parole forti, necessarie: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?».

In altro momento Gesù fa della correzione fraterna una descrizione dettagliata: “Se tuo fratello cade in peccato ammoniscilo tra te e lui solo; se ti ascolta hai guadagnato tuo fratello. Se non ti ascolterà prendi con te uno o due fratelli, perché ogni cosa sia risolta alla presenza di testimoni. Se rifiuta di ascoltarli dillo alla comunità” (Mt 18,15-17). E’ una preziosa indicazione di gradualità. L’umiliazione, la vendetta, la proliferazione di accuse non sono permesse. L’unico ideale motivante l’ammonizione è e deve essere l’amore, il voler bene, il solo bene dell’altro. Chi ama non si trastulla in discorsi evanescenti. Va al nocciolo.

Scrivendo ai Romani Paolo dirà: “Fratelli miei, sono convinto che voi pure siete pieni di bontà, colmi di ogni conoscenza e capaci di correggervi l’un l’altro” (Rm 15,14). In altra Lettera: “La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente. Ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza” (Col 3,16).

Sapienza, amore, bontà, tenerezza, compassione sono i valori con cui guardare una persona che sbaglia… E l’ammonimento sarà efficace.

Biancarosa Magliano, fsp

biancarosam@tiscali.it

 

Insegnare agli ignoranti

IS_insegnare1“Esiste un solo bene, la conoscenza; e un solo male, l’ignoranza”. E’ una lampante affermazione di quell’antico filosofo, e attualissimo antropologo, di nome Socrate.

Due termini in perfetta antitesi, l’uno agli antipodi dell’altro. L’uno indica uno scrigno contenente una perla preziosa: il conoscere, il ‘sapere’; l’altro è uno scrigno quasi o del tutto vuoto.

L’ignoranza è oscurità; è ottusità, direbbe ancora Socrate. L’ignoranza degrada la persona umana. La pone in situazione di minorità e insicurezza, di marginalità e insignificanza, sia che ella viva sola e, forse ancora peggio, in famiglia, o nel gruppo lavorativo, o semplicemente in compagnia. Pertanto l’ignorante, se consapevole, vive una situazione di disagio. Ogni persona ha il diritto e il dovere di trovarsi e sentirsi ‘bene’ sia quando è sola sia in ogni ambiente in cui è richiesta la sua presenza. Soprattutto oggi nessuno è presente su questo meraviglioso globo per viverci incoscientemente o alla meno peggio. Nella società attuale -definita da S. Martinez con un “crescente vuoto di ideali, con decadenza di buone prassi e il consolidarsi di una coscienza erronea sui grandi temi che riguardano la vita e la vita di un popolo”- urge davvero porsi l’interrogativo: come risolviamo il problema?

Urge un nuovo dinamismo di impegno nel far conoscere la verità, o le verità. Ogni uomo è inviato per l’altro uomo, recita la parola di Dio, non soltanto con l’offerta di un gesto concreto, normalmente definito ‘atto di carità’, ma anche facendosi ‘maestro’ attento, competente e ’preparato’. Dio nella storia sacra è stato sempre rivelatore di verità, direttamente con Mosè o con altri profeti, e ha accompagnato gli agiografi con l’ispirazione rendendoli maestri infallibili. Ogni maestro però è tale non per se stesso, ma per l’altro che gli vive vicino o anche lontano. Gesù agli apostoli diede un mandato specifico: “Andate e fate discepole tutte le genti”. Fare discepoli è mettere alla scuola di un Maestro, innanzitutto di Gesù stesso ma, in Lui e per Lui, nella Chiesa e con la Chiesa.

Di fronte agli enormi problemi dello sviluppo, di una pace sempre minacciata, di focolai di lotte sempre pronti a riaccendersi, urge ‘informare’ le menti di tutti sui veri valori di ogni esistenza. Insegnare vuol dire dare significato all’esistenza propria e a quella di chi ci vive accanto. È aiutare ogni ‘altro’ ad uscire dallo sguardo volto soltanto su di sé e puntarlo sulle molte verità presenti e offerte da altra persona o in altri strumenti cartacei o virtuali. È in estrema sintesi annunciare la gioia del Vangelo, perché essa ‘riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù’. Egli libera dal peccato, ma anche dalla tristezza, dal vuoto interiore e dall’isolamento che sono le vere negatività dell’ignoranza.

“All’uomo di oggi – scrive Felice Scalia – dobbiamo di nuovo annunciare di chi è figlio”.

                                                                        sr Biancarosa Magliano, fsp

                                                                                                  biancarosam@tiscali.it  

Seppellire i morti

seppellire-i-mortiIl cimitero è l’ultima tappa di quello che resta della persona umana sulla terra. Cimitero monumentale o cimitero rustico non fa la differenza. Un piccolo loculo o una cappella vistosa: neppure qui la differenza ha valore. Sono immagini di una ricchezza più o meno simulata e di un amore che non va soggetto al tempo, né alla ‘presenza’ della persona amata. E’ la sede di chi ha terminato il suo corso… Una visita del vivente – con o senza fiori – è dovuta in forza di quell’amore che unisce e che perdura nel ricordo commosso, nell’amore, nella gratitudine, forse anche nella nostalgia, nel rimpianto. E lì, nel cimitero, si impara l’assoluto primato di Dio… grandezza, splendori, potenza senza un supporto spirituale, sono valori che tramontano. Ma… e chi nel cimitero non ci andrebbe mai se non portato da uno sconosciuto? Quel simpatico e provocante libro sulla sapienza qual è il Siracide consiglia: “La tua generosità si estenda a ogni vivente e al morto non negare la tua grazia” (Sir 7,33). Ancor più esplicito è il libro di Tobia il cui autore racconta di sé: “Al tempo di Salmanàssar facevo spesso l’elemosina a quelli della mia gente; donavo il pane agli affamati, gli abiti agli ignudi e, se vedevo qualcuno dei miei connazionali morto e gettato dietro le mura di Ninive, io lo seppellivo. Seppellii anche quelli che aveva uccisi Sennàcherib” (Tb 1,16).

Ma perché nascondere in una bara più o meno lussuosa, o composta da poche ruvide assi, un cadavere che, dopo non molto tempo, non sarà che ossa inaridite? (cfr. Ez 37,2). Ecco il ‘perché’: anche su quel corpo ancora informe, ora esanime, alitò il ‘soffio di Dio’ ed esso divenne un essere vivente (cfr. Gen 2,7). Ognuno proviene dalla Ragione eterna e dall’eterno Amore, da Dio creatore. La ragione del sommo rispetto dovuto ad ogni essere umano in tutta la sua identità sta’ proprio lì, in quella origine.

Valgono qui le stesse motivazioni per cui venne sepolto Cristo. Il corpo è destinato alla risurrezione. Come Gesù è passato dalla morte alla vita, dopo tre giorni non interi di silenzioso riposo nel sepolcro, così ogni defunto vive la beata speranza della risurrezione nell’ultimo giorno. E deporre un cadavere in una pur fortunosa tomba diventa occasione propizia per una seria meditazione sul senso della vita, delle relazioni, delle motivazioni che spingono all’azione. Lì viene offerta la possibilità di concentrarsi nella riflessione sulla vacuità del tempo che passa se non è valorizzato al massimo, sulla inutilità di tutte le nostre ricerche di gloria, di visibilità, di autoreferenzialità. Lì svaniscono come gocce o come polveri spazzate dal vento tutte le ambizioni di visibilità. “Polvere sei e in polvere ritornerai” ammonisce il sacerdote il primo giorno di Quaresima, esattamente detto ’il giorno delle ceneri”.

In un’epoca elettrizzata come la nostra – pur nel quotidiano travaglio di situazioni enigmatiche e confuse – immergersi nel possibile silenzio della vita quotidiana, riflettere sui valori che permangono oltre il tempo, oltre la tomba, prova che in cuore alberga quella saggezza di cui parla il sapiente Siracide.

sr Biancarosa Magliano, fsp
biancarosam@tiscali.it

Visitare i carcerati

“Giovanni intanto, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli…” (cfr Mc 6,14-29). Ecco un semplice ed evangelico esempio di relazionalità tra un carcerato e suoi ‘discepoli’ in precedenti relazioni normali. Un carcerato speciale, ingiustamente condannato, ma pur sempre una persona illegale per l’opinione pubblica… I discepoli non si lasciano intimorire dalle possibili ciance (chiacchiere) della gente. Fanno da tramite fra l’antico maestro che morirà decapitato e il nuovo che subirà, anch’egli ingiustamente, un supplizio atroce.
Non sempre le cose stanno così. La normale via d’accesso al carcere è quella del crimine; comunque di un reato ammesso da ambo le parti: dall’accusa e dal condannato. Allora la visita al carcerato diventa un’autentica opera di misericordia, spesso ostica, perché non alla portata di tutti. Ma sempre doverosa: “venite benedetti… perché ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,36). E’ quella ‘visita’ che profuma di comprensione e di com-passione, di vicinanza e di conforto, di sostegno e di accompagnamento solidale non nel possibile senso di colpa, ma nella accettazione vera, quieta di una giusta condanna. Perché è giusto e doveroso lasciare che la giustizia faccia il suo corso.
L’autore della Lettera agli Ebrei scriveva: “avete preso parte alle sofferenze dei carcerati”, non solo, ma “avete accettato di essere spogliati delle vostre sostanze, sapendo di possedere beni migliori e più duraturi” (cfr Eb 10,32ss). Più avanti lo stesso autore perfeziona e motiva, sublimandolo, il suo invito: ”Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere…” (Eb 13,3). I carcerati sono nostri fratelli a tutto tondo, che possono aver bisogno di riprendersi dallo smarrimento che li avvilisce, da amare quasi con maggiore partecipazione, perché sono quella parte debole del corpo di Cristo che necessita redenzione. Gesù, in effetti, è ‘la lieta notizia che consola e riscatta l’esistenza dal male che la avvilisce’. Far loro ‘sentire la tenerezza di Dio che perdona e invita al perdono: “perdonate e sarete perdonati”.
Nella nostra collettiva ricerca di Dio è ineluttabile essere e vivere da fratelli e sorelle anche con chi sta vivendo una vita coartata, pur solo per un po’ di tempo, un po’ di anni. Senza dimenticare quanto è scritto negli atti degli Apostoli al capitolo 16 versetti 22-40 in cui si narra che Paolo e Sila, usciti dal carcere, si recarono a casa di Lidia, dove incontrarono i fratelli.
Si impongono alcune domande: posso io, con la mia famiglia, la mia comunità, io stesso se solo, accogliere un carcerato e con lui camminare, possibilmente sulla via del ritorno o di una completa riabilitazione? Che posso fare perché le carceri siano ‘costruzioni decenti’, perché in esse vi siano opportune iniziative formative e di svago? “Non si vive senza scegliere; e non si sceglie senza impegnarsi in qualche modo” – scriveva Mazzolari –; ma per riuscirvi tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti a capire cosa siamo capaci di fare nella ricerca del bene, della gioia altrui, soprattutto dopo esperienze abnormi come quella del carcere. Sempre con deferenza, rispetto, umiltà perché non sempre è possibile conoscere la sofferenza che l’altro si porta dentro. Spesso in angosciante solitudine.
sr Biancarosa Magliano, fsp
biancarosam@tiscali.it

Assistere gli ammalati

Esisterà sulla terra un adulto che non abbia fatto l’esperienza – più o meno amara – di una malattia più o meno lunga e più o meno ‘grave’?
Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma: “La malattia e la sofferenza sono sempre state tra i problemi più gravi che mettono alla prova la vita umana. Nella malattia l’uomo fa l’esperienza della propria impotenza, dei propri limiti e della propria finitezza. Ogni malattia può farci intravvedere la morte”.
Una affermazione decisamente verista. In essa è descritta tutta la drammaticità esperienziale della persona che si ritrova, spesso improvvisamente, affetta da una fragilità non solo inattesa, ma profondamente non voluta. Per questo la malattia – fisica o psicologica – può immettere sulla strada dello sgomento, degli interrogativi più esistenziali, di domande che non hanno risposta, quando non sulla via della disperazione, della negazione dell’esistenza stessa di Dio al quale viene attribuito il male di cui si è affetti.
La visita – o l’assistenza – al malato ha le sue esigenze: richiede una particolare sensibilità, una specifica competenza; a volte la specializzazione, sempre una squisita capacità di ascolto. Diceva Giobbe ai suoi accusatori: “Ascoltate bene la mia parola e sia questo almeno il conforto che mi date” (21,2). Sempre il tutto guidato dalla sapienza dell’amore cristiano. Una parola fuori luogo, un gesto inopportuno rischiano di acutizzare la sofferenza, di aggiungere alla sofferenza fisica l’amarezza, lo scoramento. E la gratuità: non attendere nulla, se non la gioia per aver compiuto un gesto dovuto, richiesto dall’amore, appunto. “Non temere di visitare gli ammalati – consiglia il Siracide – perché da loro sarai riamato” (7,35).
Molti dei nostri Istituti non compiono soltanto l’opera di ‘visitare gli infermi’. Porre la propria attenzione, il proprio affetto e dedizione competente sul malato fa parte della loro identità, del mandato ricevuto da Dio. Per carisma si fanno carico di ogni infermo. Ripetono lungo i secoli quello che ha fatto Gesù. Scrivono le Figlie di san Camillo nella loro Regola di Vita: “Testimoniare l’amore sempre presente di Cristo verso gli infermi, con opere di misericordia corporale e spirituale anche con il rischio della vita e professato con quarto voto specifico” (Annuario USMI 2009).
La compassione e l’agire di Gesù verso gli ammalati abbraccia diverse situazioni di fragilità. Gesù non si ripete. Perché ogni ammalato è se stesso e ha una sua dignità che deve essere riconosciuta e rispettata. L’uno è diverso dall’altro. Diverso nella specificità della propria malattia non solo, ma anche e soprattutto nello stile di vita con cui la situazione è affrontata. Il cieco di Gerico, Bartimeo, la donna curva, l’idropico, i dieci lebbrosi inviati a presentarsi al sinedrio, il paralitico fatto scendere dal tetto, la figlia di Giairo… Infermi diversi, approccio e modalità di guarigione diverse… Giacomo nella sua Lettera parla inoltre di una ‘Unzione’ che per il cristiano è sacramento, fonte di vita nuova (cfr Gc 5,14ss).
Posare delicatamente un bacio sulla fronte dell’infermo; far scorrere una carezza sulla guancia forse smunta, offrire una stretta di mano particolarmente intensa: semplici gesti che dicono: ti voglio bene, sono con te… Seduto ai bordi della malattia, anche per l’ammalato potranno tornare a brillare le stelle, le stelle dell‘accettazione e della speranza.

sr Biancarosa Magliano,
fsp biancarosam@tiscali.it 

Vestire gli ignudi

È la terza opera di misericordia. E’ presente una escalation. L’affamato vive una situazione di sofferenza, di povertà, di ansietà, di insicurezza, ma questa sua situazione non è così atroce come la morte per sete. La nudità le supera ambedue: investe tutto il corpo e lo investe soprattutto nei due estremi dell’esistenza: il nascere e il morire: “Nudo uscii dal ventre di mia madre e nudo vi farò ritorno” sentenzia Giobbe senza recriminazioni; egli era cosciente della ’identità’ dell’Essere in cui aveva posto la sua fiducia: “il Signore ha dato e il Signore ha tolto. Benedetto sia il nome del Signore” (Gb 1,21).
Molto diverse l’una dall’altra, ambedue le nudità vengono soccorse da altri: il neonato è vestito dalla madre; la nudità del cadavere non potrà mai essere rivestita dall’interessato. Nel tempo che scorre tra esse, salvo i casi-limite di malattia o handicap, la persona veste se stessa. E se la nudità è abbandono allo stato di natura, l’essere vestito esprime cultura, rispetto di sé e degli altri e segna la diversità dell’uomo dall’animale. Può indicare – o imporre – il sentire, il gusto, l’orientamento estetico di una zona geografica, di una stagione, di uno specifico servizio o ceto sociale. Da come veste, spesso, posso capire a quale categoria sociale appartiene la persona che incontro sulla mia strada.
Come gesto di carità, vestire chi è nudo esprime un prendersi cura del corpo dell’altro. Significa capire che il vedersi e il sentirsi nudo, o il vedere nudo l’altro, normalmente, origina disagio in sé e nell’altro. Dio stesso nell’Eden interviene. Dopo la caduta e la sentenza di condanna ai tre soggetti della disobbedienza – Eva, Adamo, il serpente – ”il Signore Dio fece all’uomo e a sua moglie delle tuniche di pelli e li vestì” (cfr. Gen 3,21). Sem e Jafet – che non vogliono vedere la nudità del loro padre – con il mantello sulle spalle camminano a ritroso e lo coprono senza guardarlo (cfr. Gen 9,20-23). La stessa Bibbia consiglia atteggiamenti di compassione e di carità concreta, fattiva, nei confronti di chi è nudo: “Fai parte dei tuoi vestiti agli ignudi” suggerisce Tobi al figlio Tobia (Tb 4,16); chi “veste l’ignudo” – secondo l’antico profeta – merita un elogio (cfr. Ez 18,16). Una certa diversa ‘nudità’ è consigliata da Paolo quando propone di spogliarsi dell’uomo vecchio con le sue azioni per diventare ‘nuovi’ con la ‘grazia’, con la vita di Dio: rivestiti dell’uomo nuovo, Cristo Gesù.
Il turbine di metamorfosi accelerata – indotto dalla predominante cultura egoistica del nostro tempo – ha prodotto un‘altra e ben visibile nudità: manca il ‘vestito’, la protezione del ‘sentirsi fratelli’, della fraternità, della prossimità. Siamo quasi tutti un po’ spogli, e, spesso, anche in comunità, possiamo trovarci a disagio.
Sapremo, in questo iniziato anno della misericordia, andare oltre i ristretti limiti del proprio stare bene; sapremo volgere lo sguardo e l’attenzione, l’affetto e la tenerezza verso chi ha meno, chi veste male, o sfugge perché quasi nudo, così da meritarci – alla fine dei tempi – l’invito: “venite, benedetti dal Padre mio, perché… ero nudo e mi copriste” (Mt 25,36)?
Biancarosa Magliano, fsp
biancarosam@tiscali.it

Ospitare il forestiero

E’ una opera di misericordia che ha fatto da sottofondo a tutta la storia ebraica e alla tradizione cristiana. Lo straniero che risiede fra voi, lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso, poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto. Io sono l’Eterno, il vostro Dio” (Lev 19,34) leggiamo nell’Antico Testamento. L’appello rivolto da papa Francesco a diocesi, parrocchie, famiglie, comunità religiose ad aprire le porte per accogliere gli immigranti in questa stagione di forti flussi migratori è stato accolto con attenzione e simpatia un po’ da tutti. Anche a livello internazionale sorgono “organizzazioni diversificate, che si impegnano per l’uomo nelle sue svariate necessità” ha scritto papa Benedetto XVI in Deus caritas est. E questo perché “l’imperativo dell’amore del prossimo è iscritto dal Creatore nella stessa natura dell’uomo”.
L’accoglienza quindi non si risolve semplicemente in un aprire le porte, nell’offrire una stanza, o nel far sedere l’ospite alla propria mensa alcune volte. E’ vivere lo stile evangelico dell’accoglienza. E la parola ‘vangelo’ – è ben noto – si identifica con la parola ‘amore’, amore senza sconti, senza ribassi, senza riduzioni. “L’ospite è un gioiello posato sul cuscino dell’ospitalità” ha scritto Rex Stout.
Accogliere, quindi, chi ha ancora e chi non ha più speranza, accogliere non per sofistificate o mistitficate ragioni, ma per motivi evangelici è una massima ineludibile. Vedere il passante e il nuovo arrivato con stile e cuore cristiano, rispettarlo nella sua identità, nella sua diversità, nella sua originalità. Ospitare così l’amico e il nemico, il simpatico e il riottoso, o il diffidente, sono autentici gesti di misericordia accogliente, perché ‘ognuno ha il diritto di vivere con dignità’… Gesù disse a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio… quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi;e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti» (cfr. Lc 14,12ss).
Lattanzio nel terzo secolo scriveva: “Se qualcuno non ha cibo, condividiamolo con lui; se qualcuno viene a noi senza abiti, vestiamolo…. Che la nostra casa sia aperta ai viandanti, ai senza tetto…”.
Nella tradizione cristiana significativa è la tipologia di accoglienza degli ospiti proposta da san Benedetto nella sua Regola. L’intero capitolo su questo tema inizia così: “Tutti gli ospiti che giungono in monastero siano ricevuti come Cristo, poiché un giorno egli dirà: ‘Sono stato ospite e mi avete accolto’”.
Così dirà a chiunque abbia vissuto le opere di misericordia…
Biancarosa Magliano, fsp
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Dar da bere agli assetati

Tra le cause della morte più atroce, secondo gli esperti, è la sete. Ne fanno fede i racconti raccapriccianti delle atrocità commesse ad Auschwitz nel secolo scorso. Ben più lontana nel tempo, Agar, la schiava di Abramo, cacciata da lui nel deserto, non se la sente di veder morire per sete il proprio figlio; lo abbandona sotto un cespuglio e va a sedersi lontana da lui di un tiro d’arco… In questo episodio interviene Dio stesso: il bambino piange per la sete…“‘Àlzati, – dice Dio alla donna – prendi il ragazzo e tienilo per mano, perché io farò di lui una grande nazione’.Dio le aprì gli occhi ed ella vide un pozzo d’acqua e andò, riempì d’acqua l’otre e diede da bere al ragazzo.Dio fu con il ragazzo” (cfr Gen 21,18-20). E’ una espressione di delicatezza genuinamente umano-divina. E’ il Dio misericordioso, chino sulle sue creature, che interviene secondo la sua sapienza e i suoi ’progetti’ d’amore. Egli è fedele innanzitutto a se stesso, alle sue parole.
All’importanza dell’acqua – e dell’acqua come risorsa naturale – papa Francesco ha dedicato un capitolo intero della Laudato si’… Ha denunciato il fatto che “l’abitudine di sprecare e buttare via l’acqua ha raggiunto livelli inauditi” e ”non si è risolto il problema della povertà”; inoltre ammette che “non viene amministrata sempre con una adeguata gestione e con imparzialità”. Altro ambito della ripetuta, frequente e settaria attenzione umana…
Egli, inoltre, è preciso e perentorio; accorpa il diritto all’acqua ad altri diritti inalienabili: “l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone, e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani… Il problema dell’acqua è in parte una questione educativa e culturale”. Per cui tutti vi siamo coinvolti da sempre – forse più oggi, viventi nel XXI secolo – quando anche secondo la previsione di un esperto della fine del secolo scorso, il vicepresidente della Banca Mondiale Ismail Serageldin: “le guerre del prossimo secolo – questo nostro secolo – si combatteranno a causa dell’acqua”.
Gesù, stanco e assetato, si ferma in un bel meriggio di sole vicino al pozzo di Sicar e in un discorso di sana complicità, illumina la donna sulla propria identità: chi attinge alla ‘sua’ acqua non avrà più sete. Egli è Dio; è l’immenso; e non c’è uomo o donna che almeno una volta nella vita non abbia sentito o non senta il bisogno di un ristoro profondo, esistenziale. Gesù, il Figlio di Dio, il salvatore, interviene e smorza anche questa sete. E come il pane per l’Eucaristia, il crisma per la Cresima e l’Ordine sono elementi ineludibili per la costituzione di un sacramento, così è l’acqua per il Battesimo.
Alla sete fisiologica deve pensarci l’uomo; devono pensarci i politici, i sociologi, i responsabili del clima e della terra. Deve pensarci ogni essere umano di qualsiasi estrazione sociale, di qualsiasi lingua, popolo o nazione. Io, tu, anche per il compito che possiamo avere nell’ambito familiare, educativo, sanitario, relazionale. Non posso permettere che attorno a me, nel mio ambiente, un ‘tesoro’ venga manomesso e sperperato. Il Signore del cielo e della terra –che pensa agli uccelletti e al piccolo fiore- ha affidato anche a me parte delle ricchezze immesse sulla terra.
L’acqua, dunque, è e sarà indispensabile a tutti: poveri e ricchi, sani e ammalati, piccoli e grandi, giovani e anziani. Come sarà il nostro meraviglioso globo, quando Dio stesso giudicherà tutti noi anche sull’aver dato o non ‘dato da bere agli assetati’?
sr Biancarosa Magliano, fsp