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Pillole di saggezza

Seppellire i morti

seppellire-i-mortiIl cimitero è l’ultima tappa di quello che resta della persona umana sulla terra. Cimitero monumentale o cimitero rustico non fa la differenza. Un piccolo loculo o una cappella vistosa: neppure qui la differenza ha valore. Sono immagini di una ricchezza più o meno simulata e di un amore che non va soggetto al tempo, né alla ‘presenza’ della persona amata. E’ la sede di chi ha terminato il suo corso… Una visita del vivente – con o senza fiori – è dovuta in forza di quell’amore che unisce e che perdura nel ricordo commosso, nell’amore, nella gratitudine, forse anche nella nostalgia, nel rimpianto. E lì, nel cimitero, si impara l’assoluto primato di Dio… grandezza, splendori, potenza senza un supporto spirituale, sono valori che tramontano. Ma… e chi nel cimitero non ci andrebbe mai se non portato da uno sconosciuto? Quel simpatico e provocante libro sulla sapienza qual è il Siracide consiglia: “La tua generosità si estenda a ogni vivente e al morto non negare la tua grazia” (Sir 7,33). Ancor più esplicito è il libro di Tobia il cui autore racconta di sé: “Al tempo di Salmanàssar facevo spesso l’elemosina a quelli della mia gente; donavo il pane agli affamati, gli abiti agli ignudi e, se vedevo qualcuno dei miei connazionali morto e gettato dietro le mura di Ninive, io lo seppellivo. Seppellii anche quelli che aveva uccisi Sennàcherib” (Tb 1,16).

Ma perché nascondere in una bara più o meno lussuosa, o composta da poche ruvide assi, un cadavere che, dopo non molto tempo, non sarà che ossa inaridite? (cfr. Ez 37,2). Ecco il ‘perché’: anche su quel corpo ancora informe, ora esanime, alitò il ‘soffio di Dio’ ed esso divenne un essere vivente (cfr. Gen 2,7). Ognuno proviene dalla Ragione eterna e dall’eterno Amore, da Dio creatore. La ragione del sommo rispetto dovuto ad ogni essere umano in tutta la sua identità sta’ proprio lì, in quella origine.

Valgono qui le stesse motivazioni per cui venne sepolto Cristo. Il corpo è destinato alla risurrezione. Come Gesù è passato dalla morte alla vita, dopo tre giorni non interi di silenzioso riposo nel sepolcro, così ogni defunto vive la beata speranza della risurrezione nell’ultimo giorno. E deporre un cadavere in una pur fortunosa tomba diventa occasione propizia per una seria meditazione sul senso della vita, delle relazioni, delle motivazioni che spingono all’azione. Lì viene offerta la possibilità di concentrarsi nella riflessione sulla vacuità del tempo che passa se non è valorizzato al massimo, sulla inutilità di tutte le nostre ricerche di gloria, di visibilità, di autoreferenzialità. Lì svaniscono come gocce o come polveri spazzate dal vento tutte le ambizioni di visibilità. “Polvere sei e in polvere ritornerai” ammonisce il sacerdote il primo giorno di Quaresima, esattamente detto ’il giorno delle ceneri”.

In un’epoca elettrizzata come la nostra – pur nel quotidiano travaglio di situazioni enigmatiche e confuse – immergersi nel possibile silenzio della vita quotidiana, riflettere sui valori che permangono oltre il tempo, oltre la tomba, prova che in cuore alberga quella saggezza di cui parla il sapiente Siracide.

sr Biancarosa Magliano, fsp
biancarosam@tiscali.it

Visitare i carcerati

“Giovanni intanto, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli…” (cfr Mc 6,14-29). Ecco un semplice ed evangelico esempio di relazionalità tra un carcerato e suoi ‘discepoli’ in precedenti relazioni normali. Un carcerato speciale, ingiustamente condannato, ma pur sempre una persona illegale per l’opinione pubblica… I discepoli non si lasciano intimorire dalle possibili ciance (chiacchiere) della gente. Fanno da tramite fra l’antico maestro che morirà decapitato e il nuovo che subirà, anch’egli ingiustamente, un supplizio atroce.
Non sempre le cose stanno così. La normale via d’accesso al carcere è quella del crimine; comunque di un reato ammesso da ambo le parti: dall’accusa e dal condannato. Allora la visita al carcerato diventa un’autentica opera di misericordia, spesso ostica, perché non alla portata di tutti. Ma sempre doverosa: “venite benedetti… perché ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,36). E’ quella ‘visita’ che profuma di comprensione e di com-passione, di vicinanza e di conforto, di sostegno e di accompagnamento solidale non nel possibile senso di colpa, ma nella accettazione vera, quieta di una giusta condanna. Perché è giusto e doveroso lasciare che la giustizia faccia il suo corso.
L’autore della Lettera agli Ebrei scriveva: “avete preso parte alle sofferenze dei carcerati”, non solo, ma “avete accettato di essere spogliati delle vostre sostanze, sapendo di possedere beni migliori e più duraturi” (cfr Eb 10,32ss). Più avanti lo stesso autore perfeziona e motiva, sublimandolo, il suo invito: ”Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere…” (Eb 13,3). I carcerati sono nostri fratelli a tutto tondo, che possono aver bisogno di riprendersi dallo smarrimento che li avvilisce, da amare quasi con maggiore partecipazione, perché sono quella parte debole del corpo di Cristo che necessita redenzione. Gesù, in effetti, è ‘la lieta notizia che consola e riscatta l’esistenza dal male che la avvilisce’. Far loro ‘sentire la tenerezza di Dio che perdona e invita al perdono: “perdonate e sarete perdonati”.
Nella nostra collettiva ricerca di Dio è ineluttabile essere e vivere da fratelli e sorelle anche con chi sta vivendo una vita coartata, pur solo per un po’ di tempo, un po’ di anni. Senza dimenticare quanto è scritto negli atti degli Apostoli al capitolo 16 versetti 22-40 in cui si narra che Paolo e Sila, usciti dal carcere, si recarono a casa di Lidia, dove incontrarono i fratelli.
Si impongono alcune domande: posso io, con la mia famiglia, la mia comunità, io stesso se solo, accogliere un carcerato e con lui camminare, possibilmente sulla via del ritorno o di una completa riabilitazione? Che posso fare perché le carceri siano ‘costruzioni decenti’, perché in esse vi siano opportune iniziative formative e di svago? “Non si vive senza scegliere; e non si sceglie senza impegnarsi in qualche modo” – scriveva Mazzolari –; ma per riuscirvi tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti a capire cosa siamo capaci di fare nella ricerca del bene, della gioia altrui, soprattutto dopo esperienze abnormi come quella del carcere. Sempre con deferenza, rispetto, umiltà perché non sempre è possibile conoscere la sofferenza che l’altro si porta dentro. Spesso in angosciante solitudine.
sr Biancarosa Magliano, fsp
biancarosam@tiscali.it

Assistere gli ammalati

Esisterà sulla terra un adulto che non abbia fatto l’esperienza – più o meno amara – di una malattia più o meno lunga e più o meno ‘grave’?
Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma: “La malattia e la sofferenza sono sempre state tra i problemi più gravi che mettono alla prova la vita umana. Nella malattia l’uomo fa l’esperienza della propria impotenza, dei propri limiti e della propria finitezza. Ogni malattia può farci intravvedere la morte”.
Una affermazione decisamente verista. In essa è descritta tutta la drammaticità esperienziale della persona che si ritrova, spesso improvvisamente, affetta da una fragilità non solo inattesa, ma profondamente non voluta. Per questo la malattia – fisica o psicologica – può immettere sulla strada dello sgomento, degli interrogativi più esistenziali, di domande che non hanno risposta, quando non sulla via della disperazione, della negazione dell’esistenza stessa di Dio al quale viene attribuito il male di cui si è affetti.
La visita – o l’assistenza – al malato ha le sue esigenze: richiede una particolare sensibilità, una specifica competenza; a volte la specializzazione, sempre una squisita capacità di ascolto. Diceva Giobbe ai suoi accusatori: “Ascoltate bene la mia parola e sia questo almeno il conforto che mi date” (21,2). Sempre il tutto guidato dalla sapienza dell’amore cristiano. Una parola fuori luogo, un gesto inopportuno rischiano di acutizzare la sofferenza, di aggiungere alla sofferenza fisica l’amarezza, lo scoramento. E la gratuità: non attendere nulla, se non la gioia per aver compiuto un gesto dovuto, richiesto dall’amore, appunto. “Non temere di visitare gli ammalati – consiglia il Siracide – perché da loro sarai riamato” (7,35).
Molti dei nostri Istituti non compiono soltanto l’opera di ‘visitare gli infermi’. Porre la propria attenzione, il proprio affetto e dedizione competente sul malato fa parte della loro identità, del mandato ricevuto da Dio. Per carisma si fanno carico di ogni infermo. Ripetono lungo i secoli quello che ha fatto Gesù. Scrivono le Figlie di san Camillo nella loro Regola di Vita: “Testimoniare l’amore sempre presente di Cristo verso gli infermi, con opere di misericordia corporale e spirituale anche con il rischio della vita e professato con quarto voto specifico” (Annuario USMI 2009).
La compassione e l’agire di Gesù verso gli ammalati abbraccia diverse situazioni di fragilità. Gesù non si ripete. Perché ogni ammalato è se stesso e ha una sua dignità che deve essere riconosciuta e rispettata. L’uno è diverso dall’altro. Diverso nella specificità della propria malattia non solo, ma anche e soprattutto nello stile di vita con cui la situazione è affrontata. Il cieco di Gerico, Bartimeo, la donna curva, l’idropico, i dieci lebbrosi inviati a presentarsi al sinedrio, il paralitico fatto scendere dal tetto, la figlia di Giairo… Infermi diversi, approccio e modalità di guarigione diverse… Giacomo nella sua Lettera parla inoltre di una ‘Unzione’ che per il cristiano è sacramento, fonte di vita nuova (cfr Gc 5,14ss).
Posare delicatamente un bacio sulla fronte dell’infermo; far scorrere una carezza sulla guancia forse smunta, offrire una stretta di mano particolarmente intensa: semplici gesti che dicono: ti voglio bene, sono con te… Seduto ai bordi della malattia, anche per l’ammalato potranno tornare a brillare le stelle, le stelle dell‘accettazione e della speranza.

sr Biancarosa Magliano,
fsp biancarosam@tiscali.it 

Vestire gli ignudi

È la terza opera di misericordia. E’ presente una escalation. L’affamato vive una situazione di sofferenza, di povertà, di ansietà, di insicurezza, ma questa sua situazione non è così atroce come la morte per sete. La nudità le supera ambedue: investe tutto il corpo e lo investe soprattutto nei due estremi dell’esistenza: il nascere e il morire: “Nudo uscii dal ventre di mia madre e nudo vi farò ritorno” sentenzia Giobbe senza recriminazioni; egli era cosciente della ’identità’ dell’Essere in cui aveva posto la sua fiducia: “il Signore ha dato e il Signore ha tolto. Benedetto sia il nome del Signore” (Gb 1,21).
Molto diverse l’una dall’altra, ambedue le nudità vengono soccorse da altri: il neonato è vestito dalla madre; la nudità del cadavere non potrà mai essere rivestita dall’interessato. Nel tempo che scorre tra esse, salvo i casi-limite di malattia o handicap, la persona veste se stessa. E se la nudità è abbandono allo stato di natura, l’essere vestito esprime cultura, rispetto di sé e degli altri e segna la diversità dell’uomo dall’animale. Può indicare – o imporre – il sentire, il gusto, l’orientamento estetico di una zona geografica, di una stagione, di uno specifico servizio o ceto sociale. Da come veste, spesso, posso capire a quale categoria sociale appartiene la persona che incontro sulla mia strada.
Come gesto di carità, vestire chi è nudo esprime un prendersi cura del corpo dell’altro. Significa capire che il vedersi e il sentirsi nudo, o il vedere nudo l’altro, normalmente, origina disagio in sé e nell’altro. Dio stesso nell’Eden interviene. Dopo la caduta e la sentenza di condanna ai tre soggetti della disobbedienza – Eva, Adamo, il serpente – ”il Signore Dio fece all’uomo e a sua moglie delle tuniche di pelli e li vestì” (cfr. Gen 3,21). Sem e Jafet – che non vogliono vedere la nudità del loro padre – con il mantello sulle spalle camminano a ritroso e lo coprono senza guardarlo (cfr. Gen 9,20-23). La stessa Bibbia consiglia atteggiamenti di compassione e di carità concreta, fattiva, nei confronti di chi è nudo: “Fai parte dei tuoi vestiti agli ignudi” suggerisce Tobi al figlio Tobia (Tb 4,16); chi “veste l’ignudo” – secondo l’antico profeta – merita un elogio (cfr. Ez 18,16). Una certa diversa ‘nudità’ è consigliata da Paolo quando propone di spogliarsi dell’uomo vecchio con le sue azioni per diventare ‘nuovi’ con la ‘grazia’, con la vita di Dio: rivestiti dell’uomo nuovo, Cristo Gesù.
Il turbine di metamorfosi accelerata – indotto dalla predominante cultura egoistica del nostro tempo – ha prodotto un‘altra e ben visibile nudità: manca il ‘vestito’, la protezione del ‘sentirsi fratelli’, della fraternità, della prossimità. Siamo quasi tutti un po’ spogli, e, spesso, anche in comunità, possiamo trovarci a disagio.
Sapremo, in questo iniziato anno della misericordia, andare oltre i ristretti limiti del proprio stare bene; sapremo volgere lo sguardo e l’attenzione, l’affetto e la tenerezza verso chi ha meno, chi veste male, o sfugge perché quasi nudo, così da meritarci – alla fine dei tempi – l’invito: “venite, benedetti dal Padre mio, perché… ero nudo e mi copriste” (Mt 25,36)?
Biancarosa Magliano, fsp
biancarosam@tiscali.it

Ospitare il forestiero

E’ una opera di misericordia che ha fatto da sottofondo a tutta la storia ebraica e alla tradizione cristiana. Lo straniero che risiede fra voi, lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso, poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto. Io sono l’Eterno, il vostro Dio” (Lev 19,34) leggiamo nell’Antico Testamento. L’appello rivolto da papa Francesco a diocesi, parrocchie, famiglie, comunità religiose ad aprire le porte per accogliere gli immigranti in questa stagione di forti flussi migratori è stato accolto con attenzione e simpatia un po’ da tutti. Anche a livello internazionale sorgono “organizzazioni diversificate, che si impegnano per l’uomo nelle sue svariate necessità” ha scritto papa Benedetto XVI in Deus caritas est. E questo perché “l’imperativo dell’amore del prossimo è iscritto dal Creatore nella stessa natura dell’uomo”.
L’accoglienza quindi non si risolve semplicemente in un aprire le porte, nell’offrire una stanza, o nel far sedere l’ospite alla propria mensa alcune volte. E’ vivere lo stile evangelico dell’accoglienza. E la parola ‘vangelo’ – è ben noto – si identifica con la parola ‘amore’, amore senza sconti, senza ribassi, senza riduzioni. “L’ospite è un gioiello posato sul cuscino dell’ospitalità” ha scritto Rex Stout.
Accogliere, quindi, chi ha ancora e chi non ha più speranza, accogliere non per sofistificate o mistitficate ragioni, ma per motivi evangelici è una massima ineludibile. Vedere il passante e il nuovo arrivato con stile e cuore cristiano, rispettarlo nella sua identità, nella sua diversità, nella sua originalità. Ospitare così l’amico e il nemico, il simpatico e il riottoso, o il diffidente, sono autentici gesti di misericordia accogliente, perché ‘ognuno ha il diritto di vivere con dignità’… Gesù disse a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio… quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi;e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti» (cfr. Lc 14,12ss).
Lattanzio nel terzo secolo scriveva: “Se qualcuno non ha cibo, condividiamolo con lui; se qualcuno viene a noi senza abiti, vestiamolo…. Che la nostra casa sia aperta ai viandanti, ai senza tetto…”.
Nella tradizione cristiana significativa è la tipologia di accoglienza degli ospiti proposta da san Benedetto nella sua Regola. L’intero capitolo su questo tema inizia così: “Tutti gli ospiti che giungono in monastero siano ricevuti come Cristo, poiché un giorno egli dirà: ‘Sono stato ospite e mi avete accolto’”.
Così dirà a chiunque abbia vissuto le opere di misericordia…
Biancarosa Magliano, fsp
biancarosam@tiscali.it

Dar da bere agli assetati

Tra le cause della morte più atroce, secondo gli esperti, è la sete. Ne fanno fede i racconti raccapriccianti delle atrocità commesse ad Auschwitz nel secolo scorso. Ben più lontana nel tempo, Agar, la schiava di Abramo, cacciata da lui nel deserto, non se la sente di veder morire per sete il proprio figlio; lo abbandona sotto un cespuglio e va a sedersi lontana da lui di un tiro d’arco… In questo episodio interviene Dio stesso: il bambino piange per la sete…“‘Àlzati, – dice Dio alla donna – prendi il ragazzo e tienilo per mano, perché io farò di lui una grande nazione’.Dio le aprì gli occhi ed ella vide un pozzo d’acqua e andò, riempì d’acqua l’otre e diede da bere al ragazzo.Dio fu con il ragazzo” (cfr Gen 21,18-20). E’ una espressione di delicatezza genuinamente umano-divina. E’ il Dio misericordioso, chino sulle sue creature, che interviene secondo la sua sapienza e i suoi ’progetti’ d’amore. Egli è fedele innanzitutto a se stesso, alle sue parole.
All’importanza dell’acqua – e dell’acqua come risorsa naturale – papa Francesco ha dedicato un capitolo intero della Laudato si’… Ha denunciato il fatto che “l’abitudine di sprecare e buttare via l’acqua ha raggiunto livelli inauditi” e ”non si è risolto il problema della povertà”; inoltre ammette che “non viene amministrata sempre con una adeguata gestione e con imparzialità”. Altro ambito della ripetuta, frequente e settaria attenzione umana…
Egli, inoltre, è preciso e perentorio; accorpa il diritto all’acqua ad altri diritti inalienabili: “l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone, e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani… Il problema dell’acqua è in parte una questione educativa e culturale”. Per cui tutti vi siamo coinvolti da sempre – forse più oggi, viventi nel XXI secolo – quando anche secondo la previsione di un esperto della fine del secolo scorso, il vicepresidente della Banca Mondiale Ismail Serageldin: “le guerre del prossimo secolo – questo nostro secolo – si combatteranno a causa dell’acqua”.
Gesù, stanco e assetato, si ferma in un bel meriggio di sole vicino al pozzo di Sicar e in un discorso di sana complicità, illumina la donna sulla propria identità: chi attinge alla ‘sua’ acqua non avrà più sete. Egli è Dio; è l’immenso; e non c’è uomo o donna che almeno una volta nella vita non abbia sentito o non senta il bisogno di un ristoro profondo, esistenziale. Gesù, il Figlio di Dio, il salvatore, interviene e smorza anche questa sete. E come il pane per l’Eucaristia, il crisma per la Cresima e l’Ordine sono elementi ineludibili per la costituzione di un sacramento, così è l’acqua per il Battesimo.
Alla sete fisiologica deve pensarci l’uomo; devono pensarci i politici, i sociologi, i responsabili del clima e della terra. Deve pensarci ogni essere umano di qualsiasi estrazione sociale, di qualsiasi lingua, popolo o nazione. Io, tu, anche per il compito che possiamo avere nell’ambito familiare, educativo, sanitario, relazionale. Non posso permettere che attorno a me, nel mio ambiente, un ‘tesoro’ venga manomesso e sperperato. Il Signore del cielo e della terra –che pensa agli uccelletti e al piccolo fiore- ha affidato anche a me parte delle ricchezze immesse sulla terra.
L’acqua, dunque, è e sarà indispensabile a tutti: poveri e ricchi, sani e ammalati, piccoli e grandi, giovani e anziani. Come sarà il nostro meraviglioso globo, quando Dio stesso giudicherà tutti noi anche sull’aver dato o non ‘dato da bere agli assetati’?
sr Biancarosa Magliano, fsp

Dar da mangiare

È mio vivo desiderio che il popolo cristiano rifletta durante il Giubileo sulle opere di misericordia corporale e spirituale. Sarà un modo per risvegliare la nostra coscienza spesso assopita davanti al dramma della povertà e per entrare sempre di più nel cuore del Vangelo, dove i poveri sono i privilegiati della misericordia divina (Misericordiae vultus 15).
Dar da mangiare agli affamati
”Se vi sarà in mezzo a te qualche tuo fratello che sia bisognoso in una delle tue città nella terra che il Signore, tuo Dio, ti dà, non indurirai il tuo cuore e non chiuderai la mano davanti al tuo fratello bisognoso… ma gli aprirai la mano”. Così recita il Deuteronomio al cap. 15,7ss. L’affamato è uno di questi poveri… Ma la fame cos’è? La fame ha espressioni diverse, prodotta ciascuna da cause differenti: denutrizione, stato fisico con insufficiente apporto calorico, mancante cioè dei requisiti fisiologici necessari per una normale vita attiva; la malnutrizione causata da un nutrimento sbagliato; se questo è prodotto da cause recenti e gravi con conseguente visibile calo di peso diventa deperimento. Secondo statistiche recenti nel mondo oggi ci sono 795 milioni di persone denutrite; la maggior parte di esse vive in Paesi in via di sviluppo. Ne sono maggiormente affette le persone più fragili: bambini, donne, anziani, disoccupati… Mangiare è una esigenza primaria, basilare, ineluttabile. La seconda parola detta da Dio-Amore ai nostri progenitori là nell’Eden suona così: “Ecco io vi do ogni erba che fa seme sulla superficie di tutta la terra e ogni albero che abbia frutti portatori di seme; questo vi servirà di nutrimento” (Gen 1,29). Sul globo esiste la sufficiente quantità e qualità di cibo; per questo tutti si potrebbe vivere in modo appropriato alla condizione e alla dignità umana.
Allora, che succede? E’ carente un’equilibrata distribuzione dei beni. Di fronte a chi ne possiede troppi e chi scarseggia, urge – iniziando da subito, senza ulteriori e immotivate dilazioni, in ogni opportunità, da questo inizio del Giubileo – aprire gli occhi e battersi in ogni ambiente opportuno, perché esistano meno mani tese in richiesta di cibo e aumentino le mani tese nell’offerta di esso. Non è sufficiente un gesto occasionale.
Urge un cambio universale di mentalità, quasi un diventare gestori di una situazione insostenibile di ingiustizia e farla diventare situazione paritetica, di fraternità, di uguaglianza. E’ quanto fece Gesù… “Date voi loro da mangiare…”. Vista e ammessa la loro difficoltà, interviene lui: “Fateli sedere…”.
Papa Francesco il 20 novembre 2014 – in occasione della Seconda conferenza internazionale sulla nutrizione presso la FAO a Roma-lanciò un forte richiamo per il diritto all’alimentazione di tutti i popoli del pianeta. “Oggi – egli disse – si parla molto di diritti, dimenticando spesso i doveri; forse ci siamo preoccupati troppo poco di quanti soffrono la fame… E mentre si parla di nuovi diritti l’affamato è lì, all’angolo della strada, ci chiede dignità, non elemosina”. E non c’è soltanto l’affamato singolo… I vescovi del Brasile nel 2002 scrivevano: ”Ci scandalizza il fatto di sapere che esiste cibo sufficiente per tutti e che la fame si deve alla cattiva distribuzione dei beni e del reddito. Il problema si aggrava con la pratica generalizzata dello spreco”.
“Dietro le statistiche ci sono i volti”. Così papa Francesco il 14 novembre c.a. a un gruppo di gesuiti impegnati nel Jesuit Refugee Service, un significativo gruppo internazionale di persone che svolge la propria attività a favore dei rifugiati voluto da P. Pedro Arrupe or sono 35 anni.
E’ un ammonimento che può guidarci nel vivere le 14 opere di misericordia, proposte da papa Francesco per l’attuale ‘anno santo’. Anche perché non interessarci di chi sta male o è dilaniato da difficoltà rende più deboli tutti noi e si sgretola quel amalgama che deve tenerci uniti.
“Se offrirai il pane all’affamato, se sazierai chi è digiuno, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio. Ti guiderà sempre il Signore, ti sazierà in terreni aridi, rinvigorirà le tue ossa; sarai come un giardino irrigato e come una sorgente le cui acque non inaridiscono”. Sono le promesse di Dio attraverso il profeta Isaia fatte nel V secolo avanti Cristo.
sr Biancarosa Magliano, fsp
biancarosam@tiscali.it

Non i giusti…

nonigiusti“Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9,13b). E’ l’indefinibile momento di una divino-umana affermazione che annuncia un capovolgimento della storia. Il Figlio di Dio – fattosi carne – ha assunto su di sé la fragilità umana; condivide la vita dei poveri dalla mangiatoia alla croce; conosce la fame, la sete, l’indigenza. Ma ha anche assunto soprattutto la peccaminosità di ogni uomo e di ogni donna. E’ la ammissione di una realtà triste, esiziale: l’uomo – tutto gli uomini e tutte le donne nati o che nasceranno – è esistenzialmente in posizione opposta a quella segnata in origine da Dio: creato a sua immagine e somiglianza doveva accostarsi all’albero della vita. Optò per la scelta inversa: la via della disobbedienza e fu cacciato dall’Eden – pur con una promessa di redenzione – perché peccatore. Ma Dio, in Gesù suo Figlio incarnato, è misericordia, è perdono, è redenzione, è salvezza. Con parole efficaci può perdonare l’adultera; con parole e gesti concomitanti può ridare la vista all’uomo cieco sin dalla nascita, anche perché in quella cecità nessuno, davvero nessuno, ne ha la responsabilità. In gesto simbolico può lavare i piedi ai discepoli, tra i quali il traditore. Appeso, in forza di una condanna ingiusta, a due legni a forma di croce può pregare: “Padre, perdona loro…”. Risorto, può porre la triplice domanda – come riparazione a una triplice sconfessione – a Pietro: “mi ami tu” e aggiungervi “più di costoro?”.

Secondo Papa Francesco il Giubileo è un anno santo “per sentire forte in noi la gioia di essere stati ritrovati da Gesù che, come buon Pastore, è venuto a cercarci perché ci eravamo smarriti… per essere trasformati dalla sua misericordia, per diventare noi pure testimoni di misericordia”. Di fatto “questo non è il tempo per la distrazione, ma al contrario per rimanere vigili e risvegliare in noi la capacità di guardare all’essenziale”: amare e servire il mondo senza essere del mondo; vivere incarnati nelle periferie per svolgervi un compito di rilancio verso più alte mete; essere persone capaci “di percepire domande a dare risposte a ogni compagno di cammino” (F. Scalia).

In sintesi – scrive ancora F. Scalia – “costruire un piccolo modello di Chiesa evangelica che renda evangelica tutta la Chiesa e, appunto, ‘segno e strumento di salvezza’, annunciatrice e costruttrice del Regno. Sovvertitrice quindi degli schemi di questo mondo, in vista di una società ‘altra’ dove la gioia del vivere sia canto per ogni uomo sulla terra”.

sr Biancarosa Magliano, fsp
biancarosam@tiscali.it

Esser grato non costa nulla ed è gradito a Dio come agli uomini

E‘ un distillato di sapienza estone. “Che cosa possiedi che tu non l’abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l’avessi ricevuto?” (1Cor 4,7b). Sono le incalzanti domande di Paolo. Domande motivate. La chiesa di Corinto in quel momento era divisa in fazioni e lacerata da gravi conflitti; una chiesa locale percorsa da forti divisioni interne, per cui erano possibili l’ansia per la propria promozione, l’arrivismo, la voglia di primato, l’esagerata esuberanza nella presentazione di sé. Paolo con sagacia porta ognuno a prendere coscienza della propria realtà, umana innanzitutto e poi, anche, quella battesimale e missionaria.
La vita naturale, semplicemente l’esistere, non è frutto di un impegno personale… la scienza acquisita, la salute riacquistata, le relazioni, le stesse amicizie, è tutto uno stupendo contorno di persone, di tempi, di metodi nei quali sono intervenuti altri. Innanzitutto un Totalmente Altro che ha alitato il suo soffio di vita sulla polvere del terreno (cfr. Gn 2,7). “Sono un miracolo di Dio” diceva il beato don Giacomo Alberione. “Senza di te, onnipotente, nulla: né azione, né intenzione, né pensiero, né respiro, nessuna di tutte le cose, conseguirà assolutamente il proprio fine” pregava san Massimo confessore.
La gratitudine è la capacità di essere e dimostrarsi veri, umili, semplici. E’ una elevata forma di pensiero sulla propria realtà e sulla realtà altrui. E’ la connotazione delle anime grandi. Ed è ammissione dei propri limiti. E’ segno di intelletto vivace che conosce e ammette i valori di altri, e quanto da loro si riceve; è non dare tutto per scontato, come dovuto. “La maggior parte degli esseri umani – scriveva Aldous Huxley – hanno una capacità quasi infinita di prendere le cose per scontate”, mentre Alice Walker ha lasciato scritto: “ ‘Grazie’ è la migliore preghiera che chiunque possa dire. Grazie esprime gratitudine estrema, umiltà, comprensione”. L’ingratitudine è segno di debolezza, di fragilità, di incapacità nel comprendere. E’ grettezza, ottusità mentale; è il rifiuto a ricambiare l’amore, il bene ricevuto.
Gesù stesso, secondo Luca, lamenta che, dei dieci lebbrosi guariti, uno solo si presenti a ringraziarlo. E, per farne notare la differenza, lo specifica nella sua identità: “straniero”.
Papa Francesco lamenta: “Impariamo a dire ‘Grazie’, a Dio, agli altri. Lo insegniamo ai bambini, ma poi lo dimentichiamo!”.
Se succede, è perché non ricordiamo che la gratitudine è amore. E che “per ogni ‘grazie’ non detto cade a terra un petalo di rosa” (Betti Genova).
sr Biancarosa Magliano, fsp
biancarosam@tiscali.it

Senza nome

senzaCon questo appellativo Phil Bosmans, sacerdote belga, autore di numerosi libri, tradotti in molte lingue, che vive e lavora in Francia, simpatizzante da sempre dei preti operai, ha voluto definire un ‘Movimento’ non confessionale da lui fondato. Concretamente una organizzazione non profit. Nel presentarla ha inteso dare risalto alla parola ‘senza’; un semplice avverbio, parola non elitaria, inventata non da accademici eruditi, ma valorizzata nel linguaggio semplice, quotidiano, di tutti… Un modo insolito di definire un ‘Movimento’ e con un obiettivo non facilmente riscontrabile in altre Associazioni: “aiutare le persone disperate”.

Persone senza appoggio; senza protezioni, senza sicurezze, senza amicizie, che vivono sul limitare dell’esistenza. Probabilmente le persone cui è più difficile offrire aiuto e ‘protezione’, soprattutto consolazione. Atrofizzate o frustrate da delusioni, forse da fallimenti, da sconfitte, saranno le persone cui pensare con particolare attenzione in questo appressarsi del Giubileo straordinario della Misericordia, definita da papa Francesco ‘rugiada del mattino’. “Misericordia è la via che unisce Dio e l’uomo perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato” (MV 2).
Un movimento, quindi, che non punta a ideali altisonanti, ma propone con altre formule quanto ancora papa Francesco scrive al n. 16 della Bolla MV: “portare una parola o un gesto di consolazione ai poveri, annunciare la liberazione a quanti son prigionieri delle nuove schiavitù…, restituire la vista a chi non riesce più a vedere perché curvo su se stesso, restituire dignità a quanti ne sono stati privati…”. In sintesi sostenersi mutuamente con forza, coraggio, accortezza all’interno della fatica, della lotta quotidiana. E’ un “farsi carico” che diventa perdono, vicinanza, presenza, compagnia, fiducia nell’altro per quanto diverso, – anche confronto, ma vero – se necessario. La presunzione di infallibilità diventerebbe l’apertura di una strada verso il fallimento, perché voler bene davvero, con totale disinteresse e distacco, fa incrociare l’amore dell’uomo con l’amore di Dio, l’amore all’uomo con l’amore a Dio. E’ vivere con semplicità e giustificata solidarietà verso tutti, senza esclusioni o anomale differenziazioni, senza emarginazioni, decisamente liberi dalla ‘cultura dello scarto’. E’ volere che gli altri siano quello che sono chiamati ad essere. L’amore per il prossimo – ha scritto Benedetto XVI – è “una strada per incontrare anche Dio e il chiudere gli occhi di fronte al prossimo rende ciechi anche davanti a Dio” (DCE 16).