Via Giuseppe Zanardelli, 32

00186 Roma - Italia

+39 06 6840051

Fax +39 06 56561470 segreteria@usminazionale.it

Pillole di saggezza

Sulla strada di Emmaus

premio2Afferma di aver scelto di fare della strada il suo salotto. Però non chiamatelo “prete di strada”. Piuttosto, preferisce essere identificato come un sacerdote coerente con il proprio ministero. Del resto – spiega – “il Vangelo è nato sulla strada”.

Come quella di Emmaus, che conduce a Gerusalemme, e da cui trae ispirazione il nome del suo sito: Sulla Strada di Emmaus, appunto. È in questo spazio telematico che il 36enne don Marco Pozza usa le parole, e lo fa in modo accattivante, per alimentare negli altri quel fuoco di passione per il sacerdozio che trasuda dalla sua parlantina veloce ed efficace, scandita da uno spiccato accento veneto.

Parole, le sue, che hanno fanno breccia nei giovani della movida, che don Marco va ad incontrare tra i tavoli dei bar, persuadendoli sulla bellezza di un Dio che ama e sul privilegio che si ha a poter essere parte della Sua Chiesa. E che fanno breccia anche nei cuori, spesso feriti, dei detenuti, a cui don Marco si dedica quotidianamente essendo cappellano del carcere “Due Palazzi” di Padova.

Due settimane fa don Marco ha ricevuto il “Premio Speciale Biagio Agnes 2016”, nel contesto dell’omonimo concorso internazionale di giornalismo. Segno del fatto che l’eco delle sue parole condensate di gesti concreti, più che una breccia ha creato una voragine. Di curiosità, ma anche di desiderio d’infinito.

Signore, fin da quando ero bambino, tu mi hai dato tutto

Così una preghiera liturgica del III secolo. E’ la segnalazione della ‘presenza’ di un Tu che non è mai venuta meno. E’ un condensato di pace, sintesi pacata e realista di una storia vissuta come storia di salvezza.

Bambino3Nelle varie esperienze della vita di tutti il ritorno all’età fanciulla – dalla quale far partire la memoria della propria storia – entra nella normalità. E questo richiamare alla mente il tempo trascorso aiuta a comprendere la realtà dell’oggi, le sofferenze, le reazioni, le nostalgie, i rimpianti, i sentimenti emozionanti di gratitudine. La memoria aiuta a fare i necessari od opportuni bilanci, confronti e verifiche. Scrive Romano Battaglia: “E’ nella memoria che ritroviamo tutte le tracce degli avvenimenti, a volte non eccezionali, ma per noi particolarmente significativi, che ci hanno permesso di diventare ciò che siamo”.

La memoria – come la coscienza – è la cosa più personale che esista. Gli altri possono ricordare qualcosa o molto di quello di cui sono stati testimoni, che hanno visto e/o udito, i momenti che hanno vissuto con te, ma soltanto tu porti in te, in un continuo crescendo, la tua storia. Potrai anche avere momenti di amnesia e soffrirne, ma le vicende essenziali restano; l’ordito di fondo ti accompagna in tutto lo scorrere del ‘tuo’ tempo. “Ognuno ha il proprio passato dentro di sé come le pagine di un libro imparato a memoria e di cui agli amici possono solo leggere il titolo” (Virginia Woolf).

Quel liturgista del III secolo si rifaceva alla propria esperienza. Non ricordava semplicemente un data o un evento. In forma matura prendeva coscienza che non aveva mai attuato da o come solista; tutta la sua vita era stata una ‘tessitura a più mani’, una ‘storia accompagnata’, perché il Signore è presenza ed è pienezza in mille modi. Anche se non lo vedi e non lo senti. E se nel tuo fare memoria t’accorgi di aver sbagliato, non puoi fare che non sia. L’unica strada è consegnarlo al Signore, al suo amore e al suo perdono, alla sua misericordia. “La misericordia sarà sempre più grande di ogni peccato. Nessuno può porre un limite all’amore di Dio che perdona” (MV 3) ha scritto papa Francesco. Ed è quanto è avvenuto al ‘buon’ ladrone, là a Gerusalemme, sul Monte Calvario, inchiodato su una croce come Gesù, l’Innocente, in un venerdì che, da allora, è stato e sarà per tutti i secoli a venire, ’venerdì santo’.

                                                                                     sr Biancarosa Magliano, fsp

biancarosam@tiscali.it

Pregare Dio per i vivi e per i morti

pregare1Siamo all’ultima opera di misericordia. In un certo senso essa le riassume tutte. E’ la sintesi tra l’ora e il poi, tra il passato, il presente e il futuro. Tra quello e ‘chi’ è stato e non è scomparso nel nulla. E’ ricordo ed è attesa. La persona che la vive non si sente mai sola: come già scriveva Tomas Merton, ‘non è un’isola’. E’ sempre – e ne è cosciente – in relazione con un Tu che è la sua ragion d‘essere e, allo stesso tempo, la avvolge della sua misericordia e la supera. Ed è nel contempo nostalgia e certezza. E’ nostalgia: nessuno potrà mai sradicare dalla nostra memoria il mesto e dolce ricordo di parenti, amici, compagni di un viaggio che, a volte, è stato faticoso, anche se pur sempre affascinante. Ed è certezza su di un ‘al di là’ che non tramonterà mai; è anelito di un re-incontro ed è convinzione di una luminosa presenza del nostro Dio e in lui di tutti: presenti e assenti, ignoti e conosciuti.

Il cristiano che prega per i vivi e per i morti vive e si sente in comunione con tutti nella fede. Concretamente vive quella verità gioiosa che si identifica come comunione dei santi. Ha il suo inizio qui e continua nell’altra vita; è “una unione spirituale – afferma papa Francesco – che non viene spezzata dalla morte, ma, grazie a Cristo risorto, è destinata a trovare la sua pienezza nella vita eterna. C’è un legame profondo e indissolubile tra quanti siamo ancora pellegrini in questo mondo – fra noi – e quanti hanno varcato la soglia della morte per entrare nell’eternità… Questa comunione tra terra e cielo si realizza specialmente nella preghiera di intercessione, che è la più alta forma di solidarietà”.

Ricordiamo la commovente e insistente supplica di Abramo per il suo popolo. In una simpatica diatriba con Dio difende il popolo che Dio avrebbe voluto distruggere per il male che stava commettendo. Abramo intercede e Dio inverte il suo progetto in protezione. “Non la distruggerò…”. E quand’ebbe finito di parlare… il Signore se ne andò e Abramo ritornò alla sua residenza (cfr. Gen 18, 27-33).

Narrano gli Atti degli Apostoli: ”Pietro dunque era tenuto in prigione, mentre una preghiera saliva incessantemente a Dio dalla Chiesa per lui” (At 12,5). L’apostolo Giacomo scriveva ai suoi discepoli: “Pregate gli uni per gli altri per essere guariti. Molto vale la preghiera del giusto fatta con insistenza. Elia era un uomo della nostra stessa natura: pregò intensamente che non piovesse e non piovve sulla terra per tre anni e sei mesi. Poi pregò di nuovo e il cielo diede la pioggia e la terra produsse il suo frutto” (Gc 5,15-17).

Il pregare diventa così un avvicinarsi a Dio e un farsi carico gli uni degli altri: della loro vita, della loro storia, dei loro interessi. Così è la preghiera di Gesù: Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli». E Pietro gli disse: «Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte». Gli rispose: «Pietro, io ti dico: non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi» Lc, 22,31-34). Scriveva Benedetto XVI in Spe salvi: “Pregare non significa uscire dalla storia e ritirarsi nell’angolo privato della propria felicità” (n. 33). Pregare è vivere in comunione, innanzitutto con Dio e in lui connessi con il mondo intero, quello di quaggiù e quello che esiste oltre le sponde del tempo.

sr Biancarosa Magliano, fsp

biancarosam@tiscali.it

Perdonare le offese

E’ un’opera di misericordia non facile. Non è di gettito universale. Non la si trova nelle leggi sociali o politiche dove alIS contrario sono elencate tutte le modalità, le motivazioni, i singoli passaggi necessari per farsi o richiedere giustizia.
Perdonare è passare dalla rottura alla relazione, dalla schiavitù dell’indignazione alla libertà di una pace profonda che niente e nessuno può violare; è recedere dalla tirannia della voglia di vendetta e arrendersi alla segreta gioia di una ritrovata fiducia.
Perdonare è sospendere quella pulsione immediata che spinge contro altri, contro chi, secondo noi, ci ha fatto del male nei vari ambiti: personale, familiare, di lavoro. Può aver oltraggiato noi o persone legate a noi. E’ il riconoscimento della comune umanità: partecipiamo tutti alla stessa stirpe; ed è ammettere il primato della fraternità: “Se stai presentando la tua offerta all’altare – ha detto Gesù – e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono” (Mt 5,23).
Perdonare non è neppure negare la realtà dell’offesa; non è dimenticare o stravolgere la realtà, non è far finta che non sia successo nulla. E’ percorrere una strada in salita. Può diventare il risanamento di una ferita e allora diventa espressione concreta della misericordia; perdono e misericordia, infatti, sono le terapie che permettono di ristabilire le connessioni interrotte e costruirne di nuove.
Nella vita altrui non ci si può mai immettere come giudici o censori. “Gesù, nei confronti di quanti lo contestavano perché mangiava con i peccatori, ha detto: «Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori » (Mt 9,13). E’ una lezione per tutti i ‘cristiani’, “seguaci di Cristo, appunto, che devono essere uomini e donne di misericordia e di perdono” (Papa Francesco).
Perdonare è immergersi nella infinita pace che viene da Dio. Non stancarsi mai di stendere la mano verso la persona che ha inferto una ferita nel nostro essere. “Perdona loro” disse l’uomo-Dio dall’alto del suo patibolo. Perdonare è abbandonare il passato … è uscire dal mondo del male ed entrare nella civiltà dell’amore, la civiltà di Dio e Dio non è un dilettante. Non lo è stato nella creazione, nella conduzione del suo popolo attraverso i secoli.
“La vita è difficile – ha scritto Etty Hillesum – ma non è grave”. Il perdono è difficile, faticoso, ma non impossibile. E non è soltanto un fatto personale. E’ un fatto sociale, immesso nella conduzione della società. Ma ciò avverrà soltanto dopo che esso avrà preso residenza nel cuore dell’uomo.
Quel piccolo libro di storia sacra denominato Atti degli apostoli racconta: “E lapidavano Stefano, mentr’egli invocava Gesù e diceva: «Signore Gesù, ricevi lo spirito mio». Poi, caduto ginocchioni, gridò a gran voce: «Signore, non imputar loro questo peccato». E, detto questo, si addormentò nel Signore”.
E’ un sintetico racconto. Senza alcuna animosità verso chi lo rapina del bene migliore – la vita – un giovane discepolo di Gesù e già apostolo con il suo precedente discorso, conclude la propria esistenza. Come il suo Maestro Gesù che, inchiodato su una croce, aveva supplicato: ”Padre, perdona loro…”. Non ci sono scappatoie. Per il cristiano non ci sono altre uscite.

Biancarosa Magliano, fsp
biancarosam@tiscali.it

Consolare gli afflitti

IS4Le afflizioni sono sempre molteplici. Hanno origini e motivazioni diverse. E sono supportate con modalità così diverse quante sono le persone che le vivono sulla propria pelle, nella propria storia, nelle proprie giornate. Davvero ogni giorno si presenta, a volte sin dal mattino, con il proprio affanno. Ogni giorno può apparire con una sorpresa nuova e dolorante, anche perché – come ha lasciato scritto Blaise Pascal: “Basta poco per consolarci perché poco basta per affliggerci”.

Ci si può sentire oppressi da situazioni gravose, improvvise o subodorate, perché la propria sensibilità o suscettibilità a volte le intuisce, le annuncia, le capta. Nessuno è esonerato dalla sofferenza. Non lo è il bimbo che nasce piangendo; non lo è il morente che versa le sue ultime lacrime. Non lo è il giovane che può incappare in delusioni cocenti o l’adulto che vede svanire i propri sogni. E c’è il dolore fisico per una malattia; l’umiliazione per ideali non realizzati; ci può essere la frustrazione per meriti non riconosciuti. A volte volteggia nell’aria la possibilità di un fallimento, di essere estromessi dal posto di lavoro e, sempre molto amareggiante, essere dimenticati dalle persone con cui si era stretto un forte legame di amicizia.

L’umana capacità di resistenza al male non è infinita. E allora la fede barcolla, la speranza non sostiene più. Le illusioni sulle proprie capacità di sopportazione svaniscono. Sono i momenti in cui una parola o un gesto di conforto, di vicinanza sono opportuni o necessari. Non parole o gesti convenzionali, ma partecipazione viva, vera, efficace. Quello che conta, infatti, è lo stile della partecipazione; altrimenti il tutto può risultare inutile quando non irritante. Conta il rapporto umano, non formale; motivato, garbato, amabile, caldo. Conta la ‘vicinanza’. “Vi sono vicino” dice papa Francesco in caso di sofferenze a volte enormi, di catastrofi o altro.

Tutta la Bibbia è incastonata di pensieri sulla consolazione. Dio conosce il dolore dell’uomo e ne sente pietà: “Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio” è scritto nel libro del profeta Isaia. E san Paolo addita la fonte di ogni vera consolazione: “Benedetto sia Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre delle misericordie e il Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra afflizione affinché, per mezzo della consolazione con cui noi stessi siamo da Dio consolati, possiamo consolare coloro che si trovano in qualsiasi afflizione. Poiché, come abbondano in noi le sofferenze di Cristo, così per mezzo di Cristo abbonda pure la nostra consolazione (2Cor 1,3-5).

Tutti i battezzati, in forza dell’unzione dello Spirito Santo, siamo stati abilitati a lenire le sofferenze, a fasciare le ferite degli sfiduciati, a indicare motivi per una nuova e più bella vita, per una rinascente speranza, a segnalare vie d’uscita da difficoltà e apprensioni varie.

Ed è umanamente vero che ci possono essere consolazioni spicciole: un cielo azzurro, limpido e sereno, una lettura interessante, nostalgie e ricordi. Ma… scriveva un grande, fine e suggestivo personaggio:

In me tutto è buio,

ma tu sei la luce io sono solo,

ma tu non mi lasci son pusillanime, ma da te c’è aiuto sono irrequieto,

ma da te c’è pace in me c’è amarezza,

ma da te pazienza le tue vie non comprendo,

ma tu conosci la retta via per me. (Dietrich Bonhoeffer)

Ammonire i peccatori

IS_ammonireChi è il peccatore?

La marcata laicità presente nella società da alcuni decenni e ora amplificata e favorita dal proliferare e dalla potenzialità incisiva dei mezzi di comunicazione – quelli tradizionali e quelli del mondo digitale – ha prodotto un senso del peccato pressappoco evanescente. Pur presente nella storia umana dal suo principio – il cosiddetto ‘peccato ‘originale’ – ora la stessa parola è quasi scomparsa.

Peccatore è colui che, consapevolmente, sbaglia; non opera secondo quella perfetta legge umana che Dio, con amore e rispetto, ha depositato nel cuore di ognuno e/o trasgredisce ufficiali leggi umane – civili, ecclesiali, sociali – che mirano al bene di tutti.

Quale ammonimento allora? Gesù segue una prassi perfettamente conforme alle leggi della psicologia. Non aggredisce mai. Interroga. Racconta l‘evangelista Marco: “Giunsero a Cafarnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato. Chi infatti è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande». Gesù, che è Maestro e Signore, dà una lezione magistrale di come debba essere vissuta la terza opera di misericordia spirituale. Aiuta gli interlocutori a prendere coscienza della propria situazione e propone una norma evangelica. Stavano facendo un discorso di supremazia, di predominio. Erano in situazione di visibile discordanza. Il bambino, posto come modello, ha poche richieste, non ha grosse ambizioni; non ne è capace; chiede di poter amare i genitori e di ricevere amore da loro e da chiunque abbia relazioni nei suoi confronti. Così dovranno essere i suoi discepoli: non ricercatori affamati di gloria, dei primi posti, non esibizionisti, ma persone capaci d’amare. E con l’amore sbocceranno la dedicazione, il servizio, la tenerezza e l’affabilità, la pazienza e l’indulgenza.

Il peccato è tenebra e Gesù con l’adultera è particolarmente misericordioso. Non la condanna affatto. Anzi le domanda: “Nessuno ti ha condannata?”. “Nessuno, signore!”. Risponde lei ed Egli la lancia verso una nuova luminosa impostazione di vita: “Va e non peccare più”.

Nello stesso Orto degli ulivi, perché Giuda possa prendere coscienza di cosa sta facendo non lo aggredisce; lo interroga: “Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo?”.

Simile atteggiamento Gesù lo tiene con i due discepoli di Emmaus, dopo la risurrezione. Mentre conversano e discutono animatamente, Gesù in persona si avvicina e cammina con loro. Sa cosa stanno dicendo, ma se lo fa dire. Li ascolta benevolo e poi interviene con parole forti, necessarie: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?».

In altro momento Gesù fa della correzione fraterna una descrizione dettagliata: “Se tuo fratello cade in peccato ammoniscilo tra te e lui solo; se ti ascolta hai guadagnato tuo fratello. Se non ti ascolterà prendi con te uno o due fratelli, perché ogni cosa sia risolta alla presenza di testimoni. Se rifiuta di ascoltarli dillo alla comunità” (Mt 18,15-17). E’ una preziosa indicazione di gradualità. L’umiliazione, la vendetta, la proliferazione di accuse non sono permesse. L’unico ideale motivante l’ammonizione è e deve essere l’amore, il voler bene, il solo bene dell’altro. Chi ama non si trastulla in discorsi evanescenti. Va al nocciolo.

Scrivendo ai Romani Paolo dirà: “Fratelli miei, sono convinto che voi pure siete pieni di bontà, colmi di ogni conoscenza e capaci di correggervi l’un l’altro” (Rm 15,14). In altra Lettera: “La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente. Ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza” (Col 3,16).

Sapienza, amore, bontà, tenerezza, compassione sono i valori con cui guardare una persona che sbaglia… E l’ammonimento sarà efficace.

Biancarosa Magliano, fsp

biancarosam@tiscali.it

 

Insegnare agli ignoranti

IS_insegnare1“Esiste un solo bene, la conoscenza; e un solo male, l’ignoranza”. E’ una lampante affermazione di quell’antico filosofo, e attualissimo antropologo, di nome Socrate.

Due termini in perfetta antitesi, l’uno agli antipodi dell’altro. L’uno indica uno scrigno contenente una perla preziosa: il conoscere, il ‘sapere’; l’altro è uno scrigno quasi o del tutto vuoto.

L’ignoranza è oscurità; è ottusità, direbbe ancora Socrate. L’ignoranza degrada la persona umana. La pone in situazione di minorità e insicurezza, di marginalità e insignificanza, sia che ella viva sola e, forse ancora peggio, in famiglia, o nel gruppo lavorativo, o semplicemente in compagnia. Pertanto l’ignorante, se consapevole, vive una situazione di disagio. Ogni persona ha il diritto e il dovere di trovarsi e sentirsi ‘bene’ sia quando è sola sia in ogni ambiente in cui è richiesta la sua presenza. Soprattutto oggi nessuno è presente su questo meraviglioso globo per viverci incoscientemente o alla meno peggio. Nella società attuale -definita da S. Martinez con un “crescente vuoto di ideali, con decadenza di buone prassi e il consolidarsi di una coscienza erronea sui grandi temi che riguardano la vita e la vita di un popolo”- urge davvero porsi l’interrogativo: come risolviamo il problema?

Urge un nuovo dinamismo di impegno nel far conoscere la verità, o le verità. Ogni uomo è inviato per l’altro uomo, recita la parola di Dio, non soltanto con l’offerta di un gesto concreto, normalmente definito ‘atto di carità’, ma anche facendosi ‘maestro’ attento, competente e ’preparato’. Dio nella storia sacra è stato sempre rivelatore di verità, direttamente con Mosè o con altri profeti, e ha accompagnato gli agiografi con l’ispirazione rendendoli maestri infallibili. Ogni maestro però è tale non per se stesso, ma per l’altro che gli vive vicino o anche lontano. Gesù agli apostoli diede un mandato specifico: “Andate e fate discepole tutte le genti”. Fare discepoli è mettere alla scuola di un Maestro, innanzitutto di Gesù stesso ma, in Lui e per Lui, nella Chiesa e con la Chiesa.

Di fronte agli enormi problemi dello sviluppo, di una pace sempre minacciata, di focolai di lotte sempre pronti a riaccendersi, urge ‘informare’ le menti di tutti sui veri valori di ogni esistenza. Insegnare vuol dire dare significato all’esistenza propria e a quella di chi ci vive accanto. È aiutare ogni ‘altro’ ad uscire dallo sguardo volto soltanto su di sé e puntarlo sulle molte verità presenti e offerte da altra persona o in altri strumenti cartacei o virtuali. È in estrema sintesi annunciare la gioia del Vangelo, perché essa ‘riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù’. Egli libera dal peccato, ma anche dalla tristezza, dal vuoto interiore e dall’isolamento che sono le vere negatività dell’ignoranza.

“All’uomo di oggi – scrive Felice Scalia – dobbiamo di nuovo annunciare di chi è figlio”.

                                                                        sr Biancarosa Magliano, fsp

                                                                                                  biancarosam@tiscali.it  

Seppellire i morti

seppellire-i-mortiIl cimitero è l’ultima tappa di quello che resta della persona umana sulla terra. Cimitero monumentale o cimitero rustico non fa la differenza. Un piccolo loculo o una cappella vistosa: neppure qui la differenza ha valore. Sono immagini di una ricchezza più o meno simulata e di un amore che non va soggetto al tempo, né alla ‘presenza’ della persona amata. E’ la sede di chi ha terminato il suo corso… Una visita del vivente – con o senza fiori – è dovuta in forza di quell’amore che unisce e che perdura nel ricordo commosso, nell’amore, nella gratitudine, forse anche nella nostalgia, nel rimpianto. E lì, nel cimitero, si impara l’assoluto primato di Dio… grandezza, splendori, potenza senza un supporto spirituale, sono valori che tramontano. Ma… e chi nel cimitero non ci andrebbe mai se non portato da uno sconosciuto? Quel simpatico e provocante libro sulla sapienza qual è il Siracide consiglia: “La tua generosità si estenda a ogni vivente e al morto non negare la tua grazia” (Sir 7,33). Ancor più esplicito è il libro di Tobia il cui autore racconta di sé: “Al tempo di Salmanàssar facevo spesso l’elemosina a quelli della mia gente; donavo il pane agli affamati, gli abiti agli ignudi e, se vedevo qualcuno dei miei connazionali morto e gettato dietro le mura di Ninive, io lo seppellivo. Seppellii anche quelli che aveva uccisi Sennàcherib” (Tb 1,16).

Ma perché nascondere in una bara più o meno lussuosa, o composta da poche ruvide assi, un cadavere che, dopo non molto tempo, non sarà che ossa inaridite? (cfr. Ez 37,2). Ecco il ‘perché’: anche su quel corpo ancora informe, ora esanime, alitò il ‘soffio di Dio’ ed esso divenne un essere vivente (cfr. Gen 2,7). Ognuno proviene dalla Ragione eterna e dall’eterno Amore, da Dio creatore. La ragione del sommo rispetto dovuto ad ogni essere umano in tutta la sua identità sta’ proprio lì, in quella origine.

Valgono qui le stesse motivazioni per cui venne sepolto Cristo. Il corpo è destinato alla risurrezione. Come Gesù è passato dalla morte alla vita, dopo tre giorni non interi di silenzioso riposo nel sepolcro, così ogni defunto vive la beata speranza della risurrezione nell’ultimo giorno. E deporre un cadavere in una pur fortunosa tomba diventa occasione propizia per una seria meditazione sul senso della vita, delle relazioni, delle motivazioni che spingono all’azione. Lì viene offerta la possibilità di concentrarsi nella riflessione sulla vacuità del tempo che passa se non è valorizzato al massimo, sulla inutilità di tutte le nostre ricerche di gloria, di visibilità, di autoreferenzialità. Lì svaniscono come gocce o come polveri spazzate dal vento tutte le ambizioni di visibilità. “Polvere sei e in polvere ritornerai” ammonisce il sacerdote il primo giorno di Quaresima, esattamente detto ’il giorno delle ceneri”.

In un’epoca elettrizzata come la nostra – pur nel quotidiano travaglio di situazioni enigmatiche e confuse – immergersi nel possibile silenzio della vita quotidiana, riflettere sui valori che permangono oltre il tempo, oltre la tomba, prova che in cuore alberga quella saggezza di cui parla il sapiente Siracide.

sr Biancarosa Magliano, fsp
biancarosam@tiscali.it

Visitare i carcerati

“Giovanni intanto, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli…” (cfr Mc 6,14-29). Ecco un semplice ed evangelico esempio di relazionalità tra un carcerato e suoi ‘discepoli’ in precedenti relazioni normali. Un carcerato speciale, ingiustamente condannato, ma pur sempre una persona illegale per l’opinione pubblica… I discepoli non si lasciano intimorire dalle possibili ciance (chiacchiere) della gente. Fanno da tramite fra l’antico maestro che morirà decapitato e il nuovo che subirà, anch’egli ingiustamente, un supplizio atroce.
Non sempre le cose stanno così. La normale via d’accesso al carcere è quella del crimine; comunque di un reato ammesso da ambo le parti: dall’accusa e dal condannato. Allora la visita al carcerato diventa un’autentica opera di misericordia, spesso ostica, perché non alla portata di tutti. Ma sempre doverosa: “venite benedetti… perché ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,36). E’ quella ‘visita’ che profuma di comprensione e di com-passione, di vicinanza e di conforto, di sostegno e di accompagnamento solidale non nel possibile senso di colpa, ma nella accettazione vera, quieta di una giusta condanna. Perché è giusto e doveroso lasciare che la giustizia faccia il suo corso.
L’autore della Lettera agli Ebrei scriveva: “avete preso parte alle sofferenze dei carcerati”, non solo, ma “avete accettato di essere spogliati delle vostre sostanze, sapendo di possedere beni migliori e più duraturi” (cfr Eb 10,32ss). Più avanti lo stesso autore perfeziona e motiva, sublimandolo, il suo invito: ”Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere…” (Eb 13,3). I carcerati sono nostri fratelli a tutto tondo, che possono aver bisogno di riprendersi dallo smarrimento che li avvilisce, da amare quasi con maggiore partecipazione, perché sono quella parte debole del corpo di Cristo che necessita redenzione. Gesù, in effetti, è ‘la lieta notizia che consola e riscatta l’esistenza dal male che la avvilisce’. Far loro ‘sentire la tenerezza di Dio che perdona e invita al perdono: “perdonate e sarete perdonati”.
Nella nostra collettiva ricerca di Dio è ineluttabile essere e vivere da fratelli e sorelle anche con chi sta vivendo una vita coartata, pur solo per un po’ di tempo, un po’ di anni. Senza dimenticare quanto è scritto negli atti degli Apostoli al capitolo 16 versetti 22-40 in cui si narra che Paolo e Sila, usciti dal carcere, si recarono a casa di Lidia, dove incontrarono i fratelli.
Si impongono alcune domande: posso io, con la mia famiglia, la mia comunità, io stesso se solo, accogliere un carcerato e con lui camminare, possibilmente sulla via del ritorno o di una completa riabilitazione? Che posso fare perché le carceri siano ‘costruzioni decenti’, perché in esse vi siano opportune iniziative formative e di svago? “Non si vive senza scegliere; e non si sceglie senza impegnarsi in qualche modo” – scriveva Mazzolari –; ma per riuscirvi tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti a capire cosa siamo capaci di fare nella ricerca del bene, della gioia altrui, soprattutto dopo esperienze abnormi come quella del carcere. Sempre con deferenza, rispetto, umiltà perché non sempre è possibile conoscere la sofferenza che l’altro si porta dentro. Spesso in angosciante solitudine.
sr Biancarosa Magliano, fsp
biancarosam@tiscali.it

Assistere gli ammalati

Esisterà sulla terra un adulto che non abbia fatto l’esperienza – più o meno amara – di una malattia più o meno lunga e più o meno ‘grave’?
Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma: “La malattia e la sofferenza sono sempre state tra i problemi più gravi che mettono alla prova la vita umana. Nella malattia l’uomo fa l’esperienza della propria impotenza, dei propri limiti e della propria finitezza. Ogni malattia può farci intravvedere la morte”.
Una affermazione decisamente verista. In essa è descritta tutta la drammaticità esperienziale della persona che si ritrova, spesso improvvisamente, affetta da una fragilità non solo inattesa, ma profondamente non voluta. Per questo la malattia – fisica o psicologica – può immettere sulla strada dello sgomento, degli interrogativi più esistenziali, di domande che non hanno risposta, quando non sulla via della disperazione, della negazione dell’esistenza stessa di Dio al quale viene attribuito il male di cui si è affetti.
La visita – o l’assistenza – al malato ha le sue esigenze: richiede una particolare sensibilità, una specifica competenza; a volte la specializzazione, sempre una squisita capacità di ascolto. Diceva Giobbe ai suoi accusatori: “Ascoltate bene la mia parola e sia questo almeno il conforto che mi date” (21,2). Sempre il tutto guidato dalla sapienza dell’amore cristiano. Una parola fuori luogo, un gesto inopportuno rischiano di acutizzare la sofferenza, di aggiungere alla sofferenza fisica l’amarezza, lo scoramento. E la gratuità: non attendere nulla, se non la gioia per aver compiuto un gesto dovuto, richiesto dall’amore, appunto. “Non temere di visitare gli ammalati – consiglia il Siracide – perché da loro sarai riamato” (7,35).
Molti dei nostri Istituti non compiono soltanto l’opera di ‘visitare gli infermi’. Porre la propria attenzione, il proprio affetto e dedizione competente sul malato fa parte della loro identità, del mandato ricevuto da Dio. Per carisma si fanno carico di ogni infermo. Ripetono lungo i secoli quello che ha fatto Gesù. Scrivono le Figlie di san Camillo nella loro Regola di Vita: “Testimoniare l’amore sempre presente di Cristo verso gli infermi, con opere di misericordia corporale e spirituale anche con il rischio della vita e professato con quarto voto specifico” (Annuario USMI 2009).
La compassione e l’agire di Gesù verso gli ammalati abbraccia diverse situazioni di fragilità. Gesù non si ripete. Perché ogni ammalato è se stesso e ha una sua dignità che deve essere riconosciuta e rispettata. L’uno è diverso dall’altro. Diverso nella specificità della propria malattia non solo, ma anche e soprattutto nello stile di vita con cui la situazione è affrontata. Il cieco di Gerico, Bartimeo, la donna curva, l’idropico, i dieci lebbrosi inviati a presentarsi al sinedrio, il paralitico fatto scendere dal tetto, la figlia di Giairo… Infermi diversi, approccio e modalità di guarigione diverse… Giacomo nella sua Lettera parla inoltre di una ‘Unzione’ che per il cristiano è sacramento, fonte di vita nuova (cfr Gc 5,14ss).
Posare delicatamente un bacio sulla fronte dell’infermo; far scorrere una carezza sulla guancia forse smunta, offrire una stretta di mano particolarmente intensa: semplici gesti che dicono: ti voglio bene, sono con te… Seduto ai bordi della malattia, anche per l’ammalato potranno tornare a brillare le stelle, le stelle dell‘accettazione e della speranza.

sr Biancarosa Magliano,
fsp biancarosam@tiscali.it