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Primo piano

Talitha Kum compie 10 anni

Nella memoria liturgica di Santa Bakhita, 8 Febbraio 2019, è iniziata la celebrazione dei 10 anni di Talitha Kum, che si concluderà nel mese di settembre 2019 con la prima assemblea generale di Talitha Kum.

Talitha Kum è la Rete Internazionale della Vita Consacrata contro la tratta di persone. Mette in rete, favorendo la collaborazione e l’intercambio di informazioni, donne e uomini consacrati in 76 paesi. Talitha Kum nasce nel 2009 dal desiderio condiviso di coordinare e rafforzare le attività contro la tratta promosse dalle consacrate nei cinque continenti.

Talitha Kum è una rete di reti organizzate differentemente, che promuovono iniziative contro la tratta di persone nel rispetto dei diversi contesti e culture.

E’ un progetto dell’Unione Internazionale delle Superiore Generali (UISG) in collaborazione con l’Unione Superiori Generali (USG).

Obiettivi condivisi:

  • Promuovere il lavoro in rete tra persone consacrate e altre organizzazioni sociali, religiose e politiche a livello nazionale ed internazionale;
  • Rafforzare le azioni ed iniziative esistenti, ottimizzando le risorse della vita consacrata per promuovere azioni di prevenzione, sensibilizzazione, protezione, assistenza e denuncia della tratta;
  • Sviluppare programmi educativi di coscientizzazione su questo fenomeno;
  • Compiere azioni profetiche, denunciando le cause dello sfruttamento della vita a fini economici e la tratta di persone e promuovendo campagne per il cambiamento della mentalità e di abitudini.

Quest’anno è un tempo di grazia per la vita consacrata impegnata contro la tratta, nel quale siamo chiamate a ringraziare Dio per il percorso fatto, a verificare il nostro impegno e le azioni comuni e a guardare con coraggio e fiducia il nostro presente e il futuro, per comprendere la complessità della tratta in questo tempo difficile, dove tutto è in movimento e i diritti umani sempre meno tutelati.

Ad oggi, nel contesto di Talitha Kum sono state formate 1023 religiose, operanti in 65 Paesi. Sono stati realizzati 34 corsi per la costituzione delle reti, per un totale di 136 giorni di formazione, e un corso pilota per la formazione di 22 leader di Talitha Kum per azioni collaborative contro la tratta, della durata di un anno.

Alla data odierna, la rete di Talitha Kum International è composta da:

  • 43 reti Nazionali: 8 in Africa, 10 in Asia, 16 in America, 7 in Europa e 2 in Oceania
  • 6 coordinamenti regionali: 2 in America Latina, 3 in Asia e 1 in Africa
  • 4 coordinamenti continentali: America, Europa, Asia e Oceania

Le reti sono presenti in 77 Paesi, nei 5 continenti: 13 in Africa, 13 in Asia, 17 in America, 31 in Europa, 2 in Oceania. Nei 34 Paesi, dove non ci sono reti nazionali i coordinamenti regionali o continentali hanno gruppi o persone di contatto. Questo è un fenomeno particolarmente sviluppato in Europa, per la caratteristica propria dell’organizzazione della rete a livello continentale.

Nel mondo ci sono 150 gruppi operativi delle reti di Talitha Kum. Oltre ai gruppi nazionali, si aggiungono i sottogruppi che sono stati comunicati da 17 reti nazionali, circa il 40% delle reti totali. Questo dato dimostra la capacità di articolazione e diffusione della rete sul territorio nazionale. I Paesi che hanno presentato il numero maggiore di gruppi sono il Brasile, che ha registrato 30 sottogruppi, e l’India con 19.

I partecipanti delle reti guidate dalle suore sono poco più di 2.000 e sono impegnati contro la tratta a diversi livelli:

Prevenzione: Attività di informazione e sensibilizzazione tra i gruppi di rischio, sviluppo di programmi educativi e formazione di leader comunitari.

Protezione: accoglienza alle persone che sono sopravvissute alla tratta, dalla prima accoglienza, nelle case di fuga, fino al reinserimento sociale e lavorativo o al rimpatrio assistito, quando richiesto.

Prosecuzione: responsabilizzando tutti coloro che sono coinvolti nella rete di sfruttamento, da chi recluta agli sfruttatori, fino ai clienti finali.

Partenariato: promuovendo azioni integrate e congiunte, tra le reti di Talitha Kum e con tutti coloro che condividono la nostra stessa missione.

Preghiera: la preghiera sostiene il nostro impegno; attraverso la preghiera siamo solidari con tutti coloro che soffrono la violenza della tratta e imploriamo Dio che sostenga il nostro impegno affinché ogni forma di schiavitù e sfruttamento abbia fine. Dal 2015 Talitha Kum coordina il comitato internazionale che promuove la Giornata Mondiale di Preghiera e Riflessione contro la tratta, che si celebra l’8 Febbraio, memoria liturgica di Santa Bakhita.

Suor Gabriella Bottani, Coordinatrice internazionale di Talitha Kum

Fonte: internationalunionsuperiorsgeneral.org

La cura dei malati ha bisogno di professionalità e di tenerezza…

«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8) questo il tema scelto per la XXVII Giornata Mondiale del Malato che quest’anno si celebrerà in modo solenne l’11 febbraio, a Calcutta, in India.

Sono state scelte le parole pronunciate da Gesù quando inviò gli apostoli a diffondere il Vangelo, affinché il suo Regno si propagasse attraverso gesti di amore gratuito, per ricordare che la cura dei malati deve avvenire proprio attraverso gesti gratuiti, semplici ed immediati “come una carezza”

La vita è dono di Dio”, donare significa “dare sé stessi”. Nel messaggio per la Giornata Mondiale del Malato, Papa Francesco ricorda la chiave per vincere la cultura dello scarto e dell’indifferenza: è il dono che prima di tutto è “riconoscimento reciproco”. Nel dono “c’è il riflesso dell’amore di Dio, che culmina nell’incarnazione del Figlio di Gesù e nella effusione dello spirito Santo”. Promuovere la cultura della gratuità e del dono, osserva il Papa, è “indispensabile per superare la cultura del profitto”.

I gesti di dono gratuito, aggiunge Francesco, sono “la via più credibile di evangelizzazione”: “la cura dei malati ha bisogno di professionalità e di tenerezza, di gesti gratuiti, immediati e semplici come la carezza”. Proprio perché è un dono, “l’esistenza – si legge nel messaggio – non può essere considerata un mero possesso o una proprietà privata, soprattutto di fronte alle conquiste della medicina e della biotecnologia che potrebbero indurre l’uomo a cedere alla tentazione della manipolazione dell’albero della vita”.

La solidarietà è una “virtù indispensabile all’esistenza”: ogni uomo, sottolinea il Papa, non riuscirà mai a liberarsi totalmente dal bisogno e dall’aiuto altrui”. “Solo quando l’uomo si concepisce non come un mondo a sé stante, ma come uno che per sua natura è legato a tutti gli altri, originariamente sentiti come ‘fratelli’ – scrive il Papa – è possibile una prassi sociale solidale improntata al bene comune”. “Non dobbiamo temere – aggiunge – di riconoscerci bisognosi e incapaci di darci tutto ciò di cui avremmo bisogno, perché da soli e con le nostre sole forze non riusciamo a vincere ogni limite”.

Nel messaggio il Papa ricorda anche “un modello di carità che ha reso visibile l’amore di Dio per i poveri e i malati”: Santa Madre Teresa di Calcutta, che in tutta la sua esistenza, ricorda il Pontefice, è stata “generosa dispensatrice della misericordia divina”: “Si è chinata sulle persone sfinite, lasciate morire ai margini delle strade, riconoscendo la dignità che Dio aveva loro dato; ha fatto sentire la sua voce ai potenti della terra”. Santa Madre Teresa, scrive il Pontefice, ci aiuta a capire che “l’unico criterio di azione deve essere l’amore gratuito”.

“La gratuità umana – ricorda il Pontefice nel messaggio – è il lievito dell’azione dei volontari che tanta importanza hanno nel settore socio-sanitario e che vivono in modo eloquente la spiritualità del Buon Samaritano”. “La dimensione della gratuità – aggiunge – dovrebbe animare soprattutto le strutture sanitarie cattoliche, perché è la logica evangelica a qualificare il loro operare, sia nelle zone più avanzate che in quelle più disagiate del mondo”. “Le strutture cattoliche sono chiamate ad esprimere il senso del dono, della gratuità e della solidarietà, in risposta alla logica del profitto ad ogni costo”. La salute, si legge infine nel messaggio, “è un bene che può essere goduto in pieno solo se condiviso”: “la gioia del dono gratuito è l’indicatore di salute del cristiano”.

 

Vita consacrata: Decisamente e concretamente riaffermiamo la scelta e l’impegno…

Nel giorno della Festa della Presentazione di Gesù al tempio si celebra la XXIII Giornata Mondiale della Vita Consacrata.

Per noi religiose e religiosi è una giornata carica di significati…

È in questo nostro tempo abbruttito da forme palesi di negazione dei diritti umani, rifiuto del diverso, odio, razzismo e volgarità, che Dio ci chiama ad ‘alzarci in piedi’ per dare oggi ‘voce’ e concretezza al dono della nostra vita, affinché la luce della Speranza e della Profezia continuino a risplendere nella storia dell’Umanità.

Il nostro impegno quotidiano a favore degli emarginati ed impoveriti, di chi vive sulla propria carne ingiustizie e soprusi, in particolare l’impegno a sostenere e accompagnare cammini di liberazione di persone che hanno vissuto l’infame violenza della tratta e ogni forma di sfruttamento e di riduzione in schiavitù, ci permette di toccare con mano gli effetti devastanti di scelte politiche disumanizzanti.

…Ribadiamo la scelta e l’impegno

ad abbracciare il futuro con speranza per vivere con audacia e libertà

l’obbedienza al Vangelo di Gesù Cristo

 

LEGGI TUTTO IL MESSAGGIO (clicca sotto)

Messaggio

“La rete custodisca una comunione di persone libere”…

“Se internet rappresenta una possibilità straordinaria di accesso al sapere, è vero anche che si è rivelato come uno dei luoghi più esposti alla disinformazione e alla distorsione consapevole e mirata dei fatti e delle relazioni interpersonali, che spesso assumono la forma del discredito”. Mette in guardia dai rischi della rete Papa Francesco nel Messaggio per la 53ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali dal titolo Siamo membra gli uni degli altri’ (Ef 4,25). Dalle social network communities alla comunità umana”. Per il Santo Padre, “se la rete è occasione per avvicinarmi a storie ed esperienze di bellezza o di sofferenza fisicamente lontane da me, per pregare insieme e insieme cercare il bene nella riscoperta di ciò che ci unisce, allora è una risorsa”. D’altra parte, “la rete che vogliamo” è “una rete non fatta per intrappolare, ma per liberare, per custodire una comunione di persone libere”:

“La rete è una risorsa del nostro tempo”, “fonte di conoscenze e di relazioni un tempo impensabili” ma anche portatrice di “rischi che minacciano la ricerca e la condivisione di una informazione autentica su scala globale”, prosegue Papa Francesco che riconosce la “possibilità straordinaria di accesso al sapere” offerta da internet ma anche la realtà di “uno dei luoghi più esposti alla disinformazione e alla distorsione consapevole e mirata dei fatti e delle relazioni interpersonali, che spesso assumono la forma del discredito”. Le reti sociali, infatti, “se per un verso servono a collegarci di più, a farci ritrovare e aiutare gli uni gli altri, per l’altro si prestano anche ad un uso manipolatorio dei dati personali, finalizzato a ottenere vantaggi sul piano politico o economico, senza il dovuto rispetto della persona e dei suoi diritti”. A riguardo, ricorda come tra i più giovani le statistiche rivelano che un ragazzo su quattro è coinvolto in episodi di cyberbullismo”.

Per il Pontefice, “la metafora della rete richiama un’altra figura densa di significati: quella della comunità. Una comunità è tanto più forte quanto più è coesa e solidale, animata da sentimenti di fiducia e persegue obiettivi condivisi. La comunità come rete solidale richiede l’ascolto reciproco e il dialogo, basato sull’uso responsabile del linguaggio”. D’altronde, i social network non sono “automaticamente sinonimo di comunità” ma “spesso rimangono solo aggregati di individui che si riconoscono intorno a interessi o argomenti caratterizzati da legami deboli”. “Nel social web troppe volte l’identità si fonda sulla contrapposizione nei confronti dell’altro, dell’estraneo al gruppo: ci si definisce a partire da ciò che divide piuttosto che da ciò che unisce, dando spazio al sospetto e allo sfogo di ogni tipo di pregiudizio (etnico, sessuale, religioso, e altri). Questa tendenza alimenta gruppi che escludono l’eterogeneità – aggiunge -, che alimentano anche nell’ambiente digitale un individualismo sfrenato, finendo talvolta per fomentare spirali di odio”. In tal senso, “la rete è un’occasione per promuovere l’incontro con gli altri, ma può anche potenziare il nostro autoisolamento, come una ragnatela capace di intrappolare.

Sono i ragazzi ad essere più esposti all’illusione che il social web possa appagarli totalmente sul piano relazionale, fino al fenomeno pericoloso dei giovani ‘eremiti sociali’ che rischiano di estraniarsi completamente dalla società.

Questa dinamica drammatica manifesta un grave strappo nel tessuto relazionale della società, una lacerazione che non possiamo ignorare”.

“In virtù del nostro essere creati ad immagine e somiglianza di Dio che è comunione e comunicazione-di-sé, noi portiamo sempre nel cuore la nostalgia di vivere in comunione, di appartenere a una comunità”, afferma Francesco: “Il contesto attuale chiama tutti noi a investire sulle relazioni, ad affermare anche nella rete e attraverso la rete il carattere interpersonale della nostra umanità. A maggior ragione noi cristiani siamo chiamati a manifestare quella comunione che segna la nostra identità di credenti”. “La fede stessa, infatti, è una relazione, un incontro; e sotto la spinta dell’amore di Dio noi possiamo comunicare, accogliere e comprendere il dono dell’altro e corrispondervi”.

“Sono veramente umano, veramente personale, solo se mi relaziono agli altri.

Il termine persona denota infatti l’essere umano come ‘volto’, rivolto verso l’altro, coinvolto con gli altri. La nostra vita cresce in umanità col passare dal carattere individuale a quello personale – conclude il Papa -; l’autentico cammino di umanizzazione va dall’individuo che percepisce l’altro come rivale, alla persona che lo riconosce come compagno di viaggio”.

Cercate di essere veramente giusti (Dt 16,18-20)

Una Settimana speciale, una Settimana piena di gioia e commozione, di responsabilità e di dovere, poiché ha come scopo la realizzazione della volontà del nostro Salvatore Gesù Cristo: “Che tutti siano una cosa sola” (Gv 17, 21). Trovandoci tuttavia in un mondo inquieto e pieno di arroganza, dove spesso i problemi, gli antagonismi, le inimicizie e le guerre fanno rumore, si corre il rischio di giungere alla propria autodistruzione. Noi cristiani, d’altra parte, continuiamo a essere di scandalo con la nostra divisione e, soprattutto, a essere indifferenti, mostrando irresponsabilità e indolenza davanti alla grandezza di Dio, davanti ai doni e ai beni di Dio nei nostri confronti. Come cristiani, siamo stati chiamati a mostrare una comune testimonianza per affermare la giustizia e per essere strumento della Grazia guaritrice di Dio in un mondo frammentato. La Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2019 è stata preparata dai cristiani dell’Indonesia. Il numero dei suoi abitanti ammonta a circa 265 milioni, di cui l’86% professa l’Islamismo, mentre il 10% il Cristianesimo di varie confessioni. Conta circa 1340 gruppi etnici differenti e oltre 740 idiomi locali, pur essendo unita da una lingua nazionale. Nonostante la diversità di etnia, lingua e religione, gli indonesiani hanno vissuto secondo “il principio della solidarietà e della collaborazione”. Anche le guide mistiche e pastorali delle nostre chiese – il Papa Francesco e il Patriarca Bartolomeo, così come vari leader e assemblee delle Chiese della Riforma – diverse volte hanno sottolineato l’importanza della solidarietà e della collaborazione. Il Patriarca Bartolomeo proclama: “La solidarietà è la civiltà del futuro”. È verità incontestabile che questa realtà “implica il condividere tutti gli aspetti della vita, del lavoro, dolori e gioie. Significa considerare tutti cari fratelli in Cristo Gesù, nato, crocifisso e resuscitato per noi”. Ecco come i versetti del Deuteronomio (16,18-20) diventano vita e l’uomo vive come giusto nel proprio cammino, considerando il prossimo come proprio autentico fratello in Cristo. Questa armonica atmosfera e divina situazione di amore e solidarietà è terribilmente minacciata in modo nuovo e con nuovi mezzi. Così la collaborazione svanisce e “viene in netto contrasto” con la corruzione, la quale si manifesta in diversi modi e minaccia la giustizia e il rispetto della legge. Questa situazione diviene manifesta soprattutto nei casi in cui è necessario promuovere la giustizia e sostenere i deboli. Allora si viene facilmente in contrasto con la giustizia, allargando così “il divario tra ricchi e poveri e, di conseguenza, un paese ricco di risorse soffre lo scandalo di avere molta popolazione che vive in povertà”. Vedendo questa difficile condizione, i cristiani diventano consapevoli della loro responsabilità, qualora non facciano nulla per l’unità e non diano una risposta alla realtà dell’ingiustizia in modi sempre più appropriati ed efficaci.   Certamente, il nostro Signore e Dio ci dà un dono soprannaturale, un dono inestimabile, di comunicare, cioè con lui, e di seguirlo sulla strada della preghiera per rendere nostra vita le parole che ha rivolto al Padre prima della sua Passione: “Che tutti siano una cosa sola” (Gv 17, 21). Udendo e custodendo le sue parole siamo forti e possiamo testimoniare con cuore vivo e una sola bocca che, vivendo la volontà di Dio, vivremo anche l’unità. Ma anche camminando assieme e avendo Cristo in mezzo a noi, potremo combattere l’ingiustizia ed essere preziosi fratelli di quanti sono vittime dell’ingiustizia. Dopo tutto quello che è stato esposto, possiamo fare nostre, come hanno sperimentato anche i cristiani dell’Indonesia, le parole del Deuteronomio “cercate di essere veramente giusti” (16,18-20). Queste parole parlano in modo vigoroso, come le nostre esperienze di vita dimostrano, della situazione dell’umanità di oggi e delle sue necessità. Sappiamo molto bene che il Popolo di Dio rinnova l’impegno all’alleanza che Dio ha stabilito prima che esso entrasse nella terra promessa. Nel Deuteronomio (16, 14) troviamo il tema centrale del capitolo in cui si parla della Festività che il Popolo dell’Alleanza deve celebrare: “Dopo ogni festeggiamento il popolo è istruito…farete festa voi, i vostri figli e le figlie, i vostri schiavi e le schiave, i leviti, i forestieri, gli orfani e le vedove che abiteranno nelle vostre città”. Sarebbe una cosa significativa se scoprissimo anche noi, tutto il mondo cristiano, quello stesso spirito di festa che i cristiani indonesiani cercano di riscoprire. È noto d’altra parte che “le delizie del banchetto celeste saranno date a quelli che hanno fame e sete di giustizia e che sono perseguitati, perché ‘Dio vi ha preparato in cielo una grande ricompensa’”. (Mt 5, 12).

La Chiesa di Cristo è la salvezza e il futuro dell’umanità. La divisione è opera del Male e, di conseguenza, è fallimento del popolo, che non riuscirà ad essere segno dell’amore. Non dobbiamo dimenticare che l’ingiustizia non solo ha reso più pericolosa la divisione sociale, ma ha anche alimentato le divisioni nelle chiese, che sono giunte al punto di vivere separatamente per più di mille anni, a volte con fanatismo, odio, senza preghiera e solidarietà. Senza dubbio le divisioni esistenti sono causa dell’ingiustizia. Tutti i cristiani si devono inginocchiare ai piedi della Croce di Cristo, l’unico modello di amore, di fede, di speranza, di pace e di unità. L’unico vero amore con cui nessuno altro amore può essere paragonato. La rivelazione dell’amore sulla Croce di Cristo, tramite il suo sangue, che ha fondato la Chiesa e la salvato l’uomo, è l’unica arma spirituale, con la cui grazia possiamo sconfiggere l’ingiustizia. Dio è Misericordioso, attende la nostra continua preghiera ogni giorno. Non è sufficiente una volta all’anno in modo ufficiale per dimostrare la nostra volontà. Unità e giustizia sono due realtà che arricchiscono la comprensione della comunione ecumenica e costruiscono una società pacifica e spiritualmente prospera. La potenza di Cristo perdona, guarisce, protegge e salva. Preghiamo perché la nuova Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani del 2019 illumini, tramite lo Spirito Santo, altri fedeli a diventare diaconi ed evangelizzatori della Volontà di Dio: “che tutti siano una cosa sola” (Gv 17, 21), generosi discepoli e potenti testimoni dell’amore, della pace e della solidarietà. Noi, riconoscendo che il nostro Signore e Dio è bontà e misericordia, giustizia e verità, possiamo portare il nostro messaggio che il Signore è la nostra Luce, la nostra Salvezza. Se Dio non fosse giusto, se Cristo non avesse compiuto la volontà del proprio Padre, se Dio non avesse amato l’uomo, la sua salvezza sarebbe stata solo un miraggio. Se l’uomo di oggi non è giusto, se non compie la volontà di Dio, se non ama il proprio prossimo, è impossibile raggiungere la Croce del nostro Salvatore, per invocare da un lato la sua grazia, per combattere l’ingiustizia, mentre dall’altro per avere la misericordia per purificare le nostre anime e così riuscire a conseguire l’unità.

 

Presentazione a cura di

Ambrogio Spreafico – Vescovo di Frosinone-Veroli-Ferentino

Presidente, Commissione Episcopale per l’Ecumenismo e il Dialogo della CEI

Metropolita Gennadios

Arcivesco Ortodosso d’Italia e di Malta

ed Esarca per l’Europa Meridionale

Pastore Luca Maria Negro

Presidente della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia

 

Per affermare il loro diritto all’uguaglianza e alla preghiera

Più di 3,5 milioni di donne indiane hanno formato una catena umana lunga 620 chilometri per affermare il loro diritto all’uguaglianza e alla preghiera in un tempio indù. Succede in Kerala, dove da ieri le manifestanti coprono una superficie di 14 distretti. Esse hanno inaugurato il nuovo anno con un “muro” lunghissimo, affermando il diritto di entrare nel tempio di Sabarimala.

Oggi per la prima volta nella storia del Paese, alle prime luci dell’alba due donne intorno ai 40 anni hanno scavalcato il muro di cinta e hanno pregato nel sancta sanctorum, la parte più interna del tempio in passato inaccessibile alle fedeli.

La vicenda del tempio di Sabarimala è al centro dell’attenzione da mesi. Lo scorso settembre la Corte suprema indiana ha stabilito l’illegalità del bando che per centinaia di anni ha impedito alle donne in età fertile (dai 10 ai 50 anni) l’accesso al tempio. I devoti più ortodossi, tra cui il premier Narendra Modi, sostengono che le donne “mestruate” costituiscano un’offesa al dio Ayyappa, cui è dedicato il tempio, dato che la divinità è celibe.

Le donne hanno raccolto solidarietà da milioni di simpatizzanti in tutto il Paese, maschi e femmine. A Mumbai circa 1.500 donne hanno creato un muro simile allo Shivaji Park. In Kerala migliaia di uomini hanno affiancato una seconda catena a quella creata dalle fedeli. Da poco intanto è stato riaperto il tempio, chiuso per alcune ore dopo un rituale di “purificazione” reso necessario dopo l’incursione delle due signore, identificate come Bindu e Kanakdurga.

Fonte: AsiaNews

 

Pro Bambini di Kabul: una nuova presenza

Una nuova suora missionaria è appena giunta in Afghanistan e lavorerà presso il Centro per l’infanzia dell’Associazione “PBK – Pro Bambini di Kabul” . E’ quanto comunica, in una nota inviata all’Agenzia Fides, padre Giovanni Scalese, missionario Barnabita, responsabile della Missio sui iuris afghana. La nuova arrivata è l’indiana suor Teresia Crasta, della Congregazione delle Missionarie della Carità, di Madre Teresa di Calcutta: “Prima di giungere in Afghanistan suor Teresia ha lavorato per 14 anni in un Centro di riabilitazione di Mangalore. E’ educatrice e infermiera, quindi il servizio ai bambini con ritardi dello sviluppo presso il PBK Center è perfetto per lei, informa p. Scalese.
La religiosa succede a suor Mariammal Irudayasami, delle Figlie di Santa Maria della Provvidenza, che ha lasciato Kabul dopo 5 anni e mezzo di servizio presso il “PBK Center”: suor Mariammal, infatti, era giunta in Afghanistan nel 2013 e ha svolto la sua opera fino allo scorso novembre, affiancata da una Missionaria della Consolata dal Mozambico.
L’Associazione “Pro Bambini di Kabul” è una realtà intercongregazionale fondata nel 2006 dal missionario guanelliano p. Giancarlo Pravettoni, che era stato ispirato dall’appello speciale per salvare i bambini afghani, fatto da Giovanni Paolo II durante il discorso di Natale del 2001. L’operato dell’associazione è volto in particolar modo all’istruzione dei bambini disabili, che in Afghanistan sono spesso completamente trascurati dalle loro famiglie. Attualmente, il PBK Center accoglie circa 40 bambini.
Dal 2006, il progetto dell’associazione continua non senza difficoltà: oltre a reperire fondi per sostenere la scuola, uno dei maggiori ostacoli è costituito proprio dalla necessità di individuare suore missionarie, che abbiano una cultura vicina a quella afghana e che siano disposte a trascorrere alcuni anni in un territorio di guerra come quello di Kabul. (LF)

Fonte: Agenzia Fides 4/1/2019

Buon Natale e un 2019 pieno di grazia del Signore

Tu sei, Signore, dovunque l’uomo

diventa più umano.

Sei nel grido vittorioso

del bambino che nasce,

sei nell’ultima parola del morente,

sei nell’abbraccio degli amanti.

Tu sei in ogni segno di illuminazione,

in ogni anelito di vita,

in ogni sogno di bellezza,

in ogni rinuncia per un più grande amore.

La tua venuta è nella certezza forte e inebriante

che nel cuore di ogni essere vivente Tu sei

amore e luce crescente.

                                                         Giovanni Vannucci

Nell’infinito dono d’amore di questo nuovo Natale

Auguri accompagnati dalla preghiera

e la benedizione del Signore per l’anno 2019.

Più collaborazione con le religiose…

“I giovani come un luogo teologico dal quale partire per leggere i segni dei tempi e approfondire la teologia della vita religiosa”. Ne parla padre Arturo Sosa Abascal, proposito generale della Compagnia di Gesù, nel suo programma per la presidenza dell’Unione superiori generali. E aggiunge: “Vogliamo, di fatto, riconoscere gli abusi in modo tale che ci conducano alla conversione personale e istituzionale, sia come Compagnia di Gesù sia come Chiesa, e che ci aiutino ad assumere un sempre maggiore impegno nella lotta per la giustizia e la trasformazione della società in cui si verificano così tanti abusi”

“Continuare a costruire una sempre maggiore collaborazione tra le congregazioni religiose, sia maschili che femminili, approfondendo il contributo della vita consacrata a favore del popolo di Dio”. Padre Arturo Sosa Abascal, proposito generale della Compagnia di Gesù, è da pochi giorni il presidente dell’Unione superiori generali (Usg), succedendo nell’incarico di rappresentare oltre 220 Istituti religiosi maschili e 200mila membri a fra Mauro Jöhri, già ministro generale dell’Ordine dei Frati minori cappuccini.

Come ha accolto la fiducia che i superiori hanno riposto in lei?
La vita religiosa è espressione dell’azione dello Spirito Santo nella Chiesa. Ogni congregazione o famiglia religiosa nasce da un’ispirazione dello Spirito e diventa un dono al popolo di Dio a servizio del mondo e della sua liberazione. Quanto più siamo fedeli a questa ispirazione dello Spirito e più collaboriamo tra di noi, religiosi e religiose, tanto migliore sarà il sevizio che potremo offrire alla missione del corpo della Chiesa al servizio di tutti gli esseri umani con lo stesso stile di Gesù, ossia, privilegiando i più poveri e i giovani.

Su quali temi si concentrerà, in particolare, nel suo mandato?
Il tema dell’Assemblea dell’Usg è stato “Ripartendo insieme…” come parte del processo iniziato con il Sinodo 2018 sui giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Per l’Usg implica

vedere i giovani come un luogo teologico dal quale partire per leggere i segni dei tempi e approfondire la teologia della vita religiosa.

Segni dei tempi importanti come la società laica vista come nuova opportunità di evangelizzazione; le conseguenze per la nostra vita e la nostra missione della trasformazione antropologica derivante dal nuovo ambiente digitale in cui viviamo; le migrazioni come fenomeno globale, complesso e di massa; l’emergere di una società globale interculturale… Abbiamo davanti a noi un programma che sfida la nostra immaginazione e riaccende il nostro desiderio di servire.

La vita consacrata sta attraversando, almeno in Occidente, una fase difficile.
Vale la pena ricordare le sfide che già il Concilio Vaticano II ci aveva posto dinanzi e che il recente Sinodo ha ripreso: un ritorno alle fonti carismatiche (re-carismatizzazione) della vita religiosa in tutta la sua varietà attuale; la conversione personale dei consacrati e delle consacrate che porti a una vita di testimonianza della fiducia in Dio e a una vita comunitaria che sia segno di riconciliazione tra gli uomini, la natura creata e Dio; la vicinanza ai poveri e una vita di povertà come segni di fiducia in Dio e piena disponibilità alla missione; il discernimento della missione di ciascun istituto nel presente, con orientamento al futuro; l’aggiornamento delle strutture organizzative e la pianificazione apostolica delle risorse a disposizione.

Ha intenzione di intensificare anche il rapporto con le religiose?

In termini pratici, vogliamo incrementare significativamente la collaborazione con la vita consacrata femminile, non solo perché rappresenta più di due terzi della vita consacrata, ma anche per la varietà dei suoi carismi e il suo enorme contributo a favore della missione della Chiesa e, soprattutto, per il suo importante contributo nella riconfigurazione del ruolo della donna nella vita della Chiesa. Desideriamo inoltre proporre un’educazione e una pedagogia per il nuovo essere umano del mondo digitale.

La nuova epoca storica dell’umanità pone alla tradizione educativa e pedagogica la bella sfida di proporre la stessa tradizione in una forma che umanizzi anche i tempi nuovi e avvicini le nuove generazioni alla fede in Gesù Cristo.

In un messaggio a tutta la Compagnia di Gesù sul tema degli abusi, lei ha chiesto di “andare al di là della stessa tolleranza zero”. Quali politiche preventive e repressive avete adottato?

Vogliamo, di fatto, riconoscere gli abusi in modo tale che ci conducano alla conversione personale e istituzionale, sia come Compagnia di Gesù sia come Chiesa, e che ci aiutino ad assumere un sempre maggiore impegno nella lotta per la giustizia e la trasformazione della società in cui si verificano così tanti abusi.

Attraverso la presa di coscienza degli abusi e del loro insabbiamento si apre una porta alla conversione personale e istituzionale in tutte le dimensioni della vita della Chiesa e dei suoi membri.

La Chiesa, attraverso un processo di conversione, può impegnarsi nella trasformazione della società e contribuire a generare le condizioni di una vita sana per i minori e le persone vulnerabili. Ci troviamo davanti a un’enorme sfida e a un complesso cambiamento culturale.

Come superiori generali, che contributo porterete in questo ambito all’incontro di febbraio che il Papa ha indetto in Vaticano sul tema della protezione dei minori nella Chiesa?

Porteremo la nostra esperienza dolorosa per i casi che abbiamo avuto, ciò che abbiamo imparato alla scuola dell’ascolto attento delle vittime, negli sforzi per rendere giustizia e riparare, ove possibile, al tanto dolore e ai danni causati. Come persone consacrate abbiamo inoltre sperimentato la misericordia di Dio che ci ha non solo perdonati e liberati dal peccato, ma anche chiamati a contribuire alla missione di riconciliare tutte le cose in Cristo. La missione di riconciliazione implica trascendere la giustizia umana e i nostri sforzi di riparazione per accettare la misericordia come il modo migliore di affrontare le ferite causate e aprirci al perdono, dato e ricevuto. La preghiera del “Padre Nostro” che ci lasciò il Signore Gesù assume, alla luce di questa situazione, una nuova attualità e si converte in fonte di ispirazione per ciò che siamo chiamati a fare come Chiesa.

Fonte: agensir.it

 

Vi ringrazio e desidero esprimere il mio sincero apprezzamento…

 Rev.da Madre Yvonne Reungoat

Presidente USMI

Rev.do Padre Luigi Gaetani

Presidente CISM

 

Ho ricevuto la vostra lettera del 7 novembre corrente, con la quale avete voluto farmi giungere la voce delle persone consacrate che operano in Italia. Vi ringrazio tanto della vostra cortese premura e delle interessanti informazioni che mi avete trasmesso circa le prospettive di più stretta collaborazione tra le due Conferenze di Superiore e Superiori Maggiori. Vi esorto a proseguire su questa strada, che certamente porterà frutti di bene.

Ho appreso poi con piacere delle numerose iniziative dei religiosi e delle religiose italiani, che hanno messo generosamente a disposizione dei migranti energie e strutture. Desidero esprimere il mio sincero apprezzamento per questa concreta sensibilità, ed auspico che essa, da una parte favorisca l’integrazione di queste persone con un doveroso rispetto delle leggi del Paese che accoglie, dall’altra parte susciti nella società un rinnovato impegno per una autentica cultura dell’accoglienza e della solidarietà, ispirata al Vangelo.

La presenza di tanti fratelli e sorelle che vivono la tragedia dell’immigrazione è un’opportunità di crescita umana, di incontro e di dialogo tra le culture, in vista della promozione della pace e della fraternità tra i popoli. Pertanto, sono vicino con l’affetto e con l’incoraggiamento ai diversi Istituti religiosi che in Italia si aprono saggiamente al complesso fenomeno migratorio con adeguati interventi di sostegno, testimoniando quei valori umani e cristiani che stanno alla base della civiltà europea. Proseguite con tenacia questo impegno solidale, affinché i migranti possano incontrare in voi dei fratelli e delle sorelle, che condividano con essi il pane e la speranza nel comune cammino.

Assicuro la mia preghiera per tutti gli Istituti che in Italia testimoniano la bellezza e la gioia della consacrazione religiosa e, mentre chiedo di perseverare nella preghiera per me, di cuore invio la Benedizione Apostolica.

Francesco

 

Dal Vaticano, 27 novembre 2018

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