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Primo piano

Un passo verso la cultura del dialogo e della pace in Europa e in tutto il bacino del Mediterraneo. Sosteniamo con la preghiera, insieme ai sette monasteri femminili, il buon esito di questo evento

Non un convegno accademico, ma uno spazio di comunione tra vescovi, che riflettono e, sotto la guida dello Spirito, provano a discernere i segni dei tempi. Siamo convinti, infatti, che una Chiesa mediterranea è già presente e operante, è ricca di tradizioni culturali, liturgiche ed ecclesiali, ed è probabilmente bisognosa di processi di dialogo. I pastori, che s’incontrano, hanno a cuore un Mediterraneo concreto con i popoli che lo abitano. Le loro voci sono portatrici di realtà diverse. C’è un’immagine molto efficace che Papa Francesco utilizza molto spesso quasi a denunciarne l’assenza o, meglio, a sottolinearne la necessità: il ponte. Ne ha parlato in diverse occasioni in questi anni, consegnando alla Chiesa una sorta di magistero e una visione di essere cristiani nell’oggi. Costruire ponti, più che innalzare muri è l’architettura impegnativa per costruire il futuro. Il ponte unisce, crea comunione, apre al dialogo e alla conoscenza, solidifica territori; al contrario, il muro separa, disgrega, spinge all’autoreferenzialità e alla chiusura in sé, chiude l’orizzonte. È questa la chiave di lettura con cui guardare all’incontro di riflessione e spiritualità “Mediterraneo, frontiera di pace” (Bari, 19-23 febbraio 2020).
L’evento, promosso dalla Chiesa italiana, vedrà riuniti nel capoluogo pugliese circa 60 vescovi provenienti da 20 Paesi bagnati dal Mare Nostrum. L’assemblea, unica nel suo genere, sarà conclusa domenica 23 febbraio con la celebrazione eucaristica presieduta dal Santo Padre. L’incontro è basato sull’ascolto e sul discernimento, valorizzando il metodo sinodale. Intendiamo compiere un piccolo passo verso la promozione di una cultura del dialogo e verso la costruzione della pace in Europa e in tutto il bacino del Mediterraneo.

Ritorna l’immagine del ponte. Non è possibile leggere in maniera efficace lo spazio bagnato da questo mare, ha sottolineato Papa Francesco a Napoli il 21 giugno 2019, “se non in dialogo e come un ponte – storico, geografico, umano – tra l’Europa, l’Africa e l’Asia. Si tratta di uno spazio in cui l’assenza di pace ha prodotto molteplici squilibri regionali, mondiali, e la cui pacificazione, attraverso la

I pastori, che s’incontrano, hanno a cuore un Mediterraneo concreto con i popoli che lo abitano. Le loro voci sono portatrici di realtà diverse, ma non contrapposte.

Sta proprio qui l’intuizione del nostro cardinale presidente Gualtiero  Bassetti d’invitare, in una città-ponte tra Oriente e Occidente qual è Bari, i vescovi cattolici dei Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum e che provengono da ben tre diversi Continenti: Asia, Africa ed Europa. Un’idea che ha radici profonde: rimanda alla visione profetica di Giorgio La Pira che, già dalla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, aveva ispirato i “Dialoghi mediterranei” e aveva anticipato lo spirito del Concilio Vaticano II. Oggi c’è la possibilità d’iniziare a realizzare quella visione. Un progetto ambizioso, ma necessario.
Il ponte va costruito con una storia, una geografia e un’umanità che

hanno fondazioni comuni. È la bellezza del mare da riscoprire e consegnare alle generazioni future. La storia rimanda alle origini stesse del cristianesimo; il Mediterraneo ne è stato cuore pulsante. La geografia è oggi il sogno di un abbraccio che arricchisce, proprio come viene descritta la Dichiarazione di Abu Dhabi: “Simbolo dell’abbraccio tra Oriente e Occidente, tra Nord e Sud e tra tutti coloro che credono che Dio ci abbia creati per conoscerci, per cooperare tra di noi e per vivere come fratelli che si amano”. L’umanità è quanto di più prezioso ci sia; è l’acqua che dà vita e non deve più essere simbolo di morte, di disuguaglianze, d’inequità. A tutti chiediamo di accompagnarci con la preghiera e di sentirsi in prima persona costruttori di ponti!

Sui passi di La Pira la mobilitazione orante che coinvolgerà sette comunità monastiche femminili per sostenere l’incontro Cei dei vescovi a Bari. Capofila dell’iniziativa le agostiniane di Pennabilli.

Comunità agostiniana di Pennabili

Era il 1965 quando Giorgio La Pira scriveva una «circolare», come lui stesso la definiva, alle claustrali lanciando l’«appello per una mobilitazione mondiale di preghiera per ottenere dal Signore la pace fra i popoli di tutto il pianeta». A distanza di oltre mezzo secolo la profezia del sindaco “santo” di Firenze ispira una rete di preghiera fra le comunità religiose femminili del Mediterraneo per sostenere l’Incontro dei vescovi delle nazioni affacciate sul grande mare

Mons. Stefano Russo, segretario generale CEI

Dal SIR, 13 febbraio 2020

Per garantire realmente pari opportunità di accesso all’istruzione: una preziosa occasione di confronto

Sono passati vent’anni dalla Legge sulla parità scolastica (L.62/00): attualizzarla integrarla è diventato essenziale per garantire realmente pari opportunità di accesso all’istruzione, indipendentemente dalle proprie condizioni sociali ed economiche. Per favorire la convergenza di intenti tra politica, associazioni e opinione pubblica, è necessario coinvolgere queste realtà in un dibattito costruttivo. Solo in questo modo si potrà costruire un vero pluralismo tra scuole, statali e paritarie.

Una preziosa occasione di confronto è data dal convegno “Libera Scuola in Libero Stato: il diritto alla libertà di scelta educativa è un principio sancito nel diritto nazionale e internazionale” che si terrà il 13 febbraio 2020 presso il Senato. Gli interventi e le tavole rotonde porteranno i punti di vista trasversali della politica e delle associazioni di gestori, docenti e genitori, con l’obiettivo di individuare insieme un proficuo percorso di collaborazione. (Programma febbraio_13)

Con il Seminario “Autonomia, parità e libertà di scelta educativa in Italia e in Europa” promosso dall’Unione superiore maggiori d’Italia (Usmi) e dalla Conferenza italiana dei superiori maggiori (Cism), giovedì 14 novembre a Roma il 14.11.2019 tre i punti maturati

1) una chiara posizione di diritto; allo scopo suggerisco di voler leggere e approfondire il magistrale intervento della Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti CASELLATI. Per la seconda carica dello Stato, “il diritto all’istruzione” da un lato “realizza il diritto fondamentale di libertà, dignità e autonomia del singolo individuo” e dall’altro “pone in essere le migliori condizioni perché ciascuno di noi contribuisca alla costruzione di una cittadinanza responsabile”. “Attraverso l’istruzione – ha osservato – formiamo le future generazioni, ma riusciamo anche a dare nuova linfa a quel patto sociale su cui si regge l’essenza stessa della nostra società”.

E se “la Costituzione indica la via: sancisce i diritti, prescrive i doveri”, la presidente del Senato ha evidenziato che “è compito delle Istituzioni fare in modo che quei diritti vengano garantiti, che quei doveri siano assolti” (clicca qui per l’intervento)

 2) Il valore del pluralismo educativo da garantire e non perdere. Chiaro l’intervento di Sua Em.za Rev.ma il Card. Gualtiero BASSETTI, Presidente dei Vescovi Italiani.

La Chiesa ha un patrimonio di valori educativi che non può disperdersi solo per ragioni economiche. Tuttavia, “nonostante l’impegno profuso dalle realtà ecclesiali nel promuoverle e sostenerle, la vita delle scuole cattoliche non è facile, perché manca in Italia quella vera parità che altri Paesi riescono a garantire tra scuole statali e non statali. Ciò può spiegare, insieme ad altri fattori, il calo progressivo nel numero di scuole cattoliche registrato negli ultimi anni in Italia, e ancor più il calo nel numero degli alunni di queste scuole” (clicca qui per l’intervento).

3) La chiara volontà dei presenti tutti a schierarsi a garanzia dei tre diritti; diritto di apprendere, diritto della libertà di scelta educativa, diritto di insegnamento senza discriminazione economica. E’ qui che si colloca il costo standard di sostenibilità per allievo come strumento per uscire dalla zona franca che legittima l’inerzia. Venga declinato dalla politica come vuole… Ma che si attui! (clicca qui per la sintesi)

La sfida sembra essere stata raccolta da senatori che accettano un confronto trasversale al Convegno “Libera Scuola in libero Stato” del 13 febbraio 2020. Dal programma emergono voci di spicco a destra e a sinistra; tutte le associazioni di categoria sono chiamate a dire le propria perché dalle parole si passi ai fatti. Sono presenti i gestori delle scuole cattoliche (USMI nella persona della Presidente Madre Yvonne REUNGOAT e CISM nella persona del Presidente P. Luigi GAETANI), i gestori delle scuole laiche (ANINSEI nella persona del presidente Luigi SEPIACCI) da sempre in prima linea per rivedere le linee di finanziamento del sistema scuola; i genitori delle scuole statali (AGE nella persona della Presidente Rosaria D’ANNA) e paritarie (AGESC nella persona del presidente Giancarlo FRARE), Il FORUM delle Famiglie (nella persona della Vice presidente Maria Grazia COLOMBO) e AGIDAE (nella persona del presidente P. Francesco CICCIMARRA).

Se con il documento “Autonomia, parità e libertà di scelta educativa” del 2017 il sì del comparto associativo (Fidae, Fism, Agidae, Confap, Agesc, Cdo-Foe, Cism e Usmi) è stato ribadito il 14.11.2019, possiamo pensare che ora non manchi proprio nessuno.

Guardiamo con fiducia al prossimo appuntamento del 13 Febbraio 2020 (ore 09.30/Roma – Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani) che aggiunge un nuovo tassello al nostro impegno di chiarezza e coinvolgimento trasversale, affinchè uomini e donne di buona volontà – riscoprendosi al servizio del più debole – ritrovino che “la povertà educativa” è una povertà da sanare. Vi aspetto!

sr Anna Monia Alfieri
(Delegata U.S.M.I. Nazionale nel Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica)

Programma

«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro». Giornata mondiale del malato

La celebrazione annuale della Giornata mondiale del malato è il momento in cui la comunità cristiana mette al centro del proprio vissuto le grandi fragilità e le vulnerabilità delle persone”. Così don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Cei, sintetizza il significato della XXVIII Giornata mondiale del malato che ricorre l’ 11 febbraio, memoria liturgica della Beata Vergine Maria di Lourdes. È il giorno, prosegue, “in cui i malati diventano protagonisti e danno testimonianza del loro cammino di sofferenza. La Chiesa si fa intorno a loro come comunità cristiana desiderosa di accompagnarli con prossimità e vicinanza”. Papa Francesco sceglie come tema del messaggio per la Giornata l’invito di Gesù “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro” (Mt 11,28). Un messaggio, conclude il direttore dell’Ufficio Cei, “che ci esorta ad andare verso Gesù; un invito a tutta la comunità sofferente a cercare e trovare ristoro. Gesù è quell’incontro, quella relazione che ci sostiene nel nostro cammino, e l’invito è a tutti i cristiani a diventare missionari nei luoghi di sofferenza e di difficoltà per portare l’annuncio e la presenza di Gesù e della Chiesa”.

Di seguito il

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA XXVIII G
IORNATA MONDIALE DEL MALATO

11 febbraio 2020

«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi,
e io vi darò ristoro» (Mt 11, 28)

 

Cari fratelli e sorelle,

  1. Le parole che Gesù pronuncia: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28) indicano il misterioso cammino della grazia che si rivela ai semplici e che offre ristoro agli affaticati e agli stanchi. Queste parole esprimono la solidarietà del Figlio dell’uomo, Gesù Cristo, di fronte ad una umanità afflitta e sofferente. Quante persone soffrono nel corpo e nello spirito! Egli chiama tutti ad andare da Lui, «venite a me», e promette loro sollievo e ristoro. «Quando Gesù dice questo, ha davanti agli occhi le persone che incontra ogni giorno per le strade di Galilea: tanta gente semplice, poveri, malati, peccatori, emarginati dal peso della legge e dal sistema sociale oppressivo… Questa gente lo ha sempre rincorso per ascoltare la sua parola – una parola che dava speranza» (Angelus, 6 luglio 2014).

Nella XXVIII Giornata Mondiale del Malato, Gesù rivolge l’invito agli ammalati e agli oppressi, ai poveri che sanno di dipendere interamente da Dio e che, feriti dal peso della prova, hanno bisogno di guarigione. Gesù Cristo, a chi vive l’angoscia per la propria situazione di fragilità, dolore e debolezza, non impone leggi, ma offre la sua misericordia, cioè la sua persona ristoratrice. Gesù guarda l’umanità ferita. Egli ha occhi che vedono, che si accorgono, perché guardano in profondità, non corrono indifferenti, ma si fermano e accolgono tutto l’uomo, ogni uomo nella sua condizione di salute, senza scartare nessuno, invitando ciascuno ad entrare nella sua vita per fare esperienza di tenerezza.

  1. Perché Gesù Cristo nutre questi sentimenti? Perché Egli stesso si è fatto debole, sperimentando l’umana sofferenza e ricevendo a sua volta ristoro dal Padre. Infatti, solo chi fa, in prima persona, questa esperienza saprà essere di conforto per l’altro. Diverse sono le forme gravi di sofferenza: malattie inguaribili e croniche, patologie psichiche, quelle che necessitano di riabilitazione o di cure palliative, le varie disabilità, le malattie dell’infanzia e della vecchiaia… In queste circostanze si avverte a volte una carenza di umanità e risulta perciò necessario personalizzare l’approccio al malato, aggiungendo al curare il prendersi cura, per una guarigione umana integrale. Nella malattia la persona sente compromessa non solo la propria integrità fisica, ma anche le dimensioni relazionale, intellettiva, affettiva, spirituale; e attende perciò, oltre alle terapie, sostegno, sollecitudine, attenzione… insomma, amore. Inoltre, accanto al malato c’è una famiglia che soffre e chiede anch’essa conforto e vicinanza.
  2. Cari fratelli e sorelle infermi, la malattia vi pone in modo particolare tra quanti, “stanchi e oppressi”, attirano lo sguardo e il cuore di Gesù. Da lì viene la luce per i vostri momenti di buio, la speranza per il vostro sconforto. Egli vi invita ad andare a Lui: «Venite». In Lui, infatti, le inquietudini e gli interrogativi che, in questa “notte” del corpo e dello spirito, sorgono in voi troveranno forza per essere attraversate. Sì, Cristo non ci ha dato ricette, ma con la sua passione, morte e risurrezione ci libera dall’oppressione del male.

In questa condizione avete certamente bisogno di un luogo per ristorarvi. La Chiesa vuole essere sempre più e sempre meglio la “locanda” del Buon Samaritano che è Cristo (cfr Lc 10,34), cioè la casa dove potete trovare la sua grazia che si esprime nella familiarità, nell’accoglienza, nel sollievo. In questa casa potrete incontrare persone che, guarite dalla misericordia di Dio nella loro fragilità, sapranno aiutarvi a portare la croce facendo delle proprie ferite delle feritoie, attraverso le quali guardare l’orizzonte al di là della malattia e ricevere luce e aria per la vostra vita.

In tale opera di ristoro verso i fratelli infermi si colloca il servizio degli operatori sanitari, medici, infermieri, personale sanitario e amministrativo, ausiliari, volontari che con competenza agiscono facendo sentire la presenza di Cristo, che offre consolazione e si fa carico della persona malata curandone le ferite. Ma anche loro sono uomini e donne con le loro fragilità e pure le loro malattie. Per loro in modo particolare vale che, «una volta ricevuto il ristoro e il conforto di Cristo, siamo chiamati a nostra volta a diventare ristoro e conforto per i fratelli, con atteggiamento mite e umile, ad imitazione del Maestro» (Angelus, 6 luglio 2014).

  1. Cari operatori sanitari, ogni intervento diagnostico, preventivo, terapeutico, di ricerca, cura e riabilitazione è rivolto alla persona malata, dove il sostantivo “persona”, viene sempre prima dell’aggettivo “malata”. Pertanto, il vostro agire sia costantemente proteso alla dignità e alla vita della persona, senza alcun cedimento ad atti di natura eutanasica, di suicidio assistito o soppressione della vita, nemmeno quando lo stato della malattia è irreversibile.

Nell’esperienza del limite e del possibile fallimento anche della scienza medica di fronte a casi clinici sempre più problematici e a diagnosi infauste, siete chiamati ad aprirvi alla dimensione trascendente, che può offrirvi il senso pieno della vostra professione. Ricordiamo che la vita è sacra e appartiene a Dio, pertanto è inviolabile e indisponibile (cfr Istr. Donum vitae, 5; Enc. Evangelium vitae, 29-53). La vita va accolta, tutelata, rispettata e servita dal suo nascere al suo morire: lo richiedono contemporaneamente sia la ragione sia la fede in Dio autore della vita. In certi casi, l’obiezione di coscienza è per voi la scelta necessaria per rimanere coerenti a questo “sì” alla vita e alla persona. In ogni caso, la vostra professionalità, animata dalla carità cristiana, sarà il migliore servizio al vero diritto umano, quello alla vita. Quando non potrete guarire, potrete sempre curare con gesti e procedure che diano ristoro e sollievo al malato. Purtroppo, in alcuni contesti di guerra e di conflitto violento sono presi di mira il personale sanitario e le strutture che si occupano dell’accoglienza e assistenza dei malati. In alcune zone anche il potere politico pretende di manipolare l’assistenza medica a proprio favore, limitando la giusta autonomia della professione sanitaria. In realtà, attaccare coloro che sono dedicati al servizio delle membra sofferenti del corpo sociale non giova a nessuno.

  1. In questa XXVIII Giornata Mondiale del Malato, penso ai tanti fratelli e sorelle che, nel mondo intero, non hanno la possibilità di accedere alle cure, perché vivono in povertà. Mi rivolgo, pertanto, alle istituzioni sanitarie e ai Governi di tutti i Paesi del mondo, affinché, per considerare l’aspetto economico, non trascurino la giustizia sociale. Auspico che, coniugando i principi di solidarietà e sussidiarietà, si cooperi perché tutti abbiano accesso a cure adeguate per la salvaguardia e il recupero della salute. Ringrazio di cuore i volontari che si pongono al servizio dei malati, andando in non pochi casi a supplire a carenze strutturali e riflettendo, con gesti di tenerezza e di vicinanza, l’immagine di Cristo Buon Samaritano.

Alla Vergine Maria, Salute dei malati, affido tutte le persone che stanno portando il peso della malattia, insieme ai loro familiari, come pure tutti gli operatori sanitari. A tutti con affetto assicuro la mia vicinanza nella preghiera e invio di cuore la Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 3 gennaio 2020

Memoria del SS. Nome di Gesù

Giornata di preghiera contro la tratta – 8 febbraio 2020

Insieme contro la tratta. È questo il tema della Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone che si celebrerà l’8 febbraio 2020, nel giorno in cui si ricorda la memoria liturgica di Santa Bakhita, suora canossiana, di origine sudanese, divenuta simbolo universale dell’impegno della Chiesa contro la tratta.

Preghiamo affinché le storie di vita possano diventare storie di rinascita, speranza, dignità. Preghiamo santa Bakhita per tutti i migranti, i rifugiati e le persone sfruttate che soffrono. Nel mondo 40 milioni di persone sono ridotte in schiavitù Il 72% delle vittime di tratta sono donne e bambine; un terzo delle vittime di tratta ha meno di 18 anni; 152 milioni di bambini sono sfruttati, 1 bambino su 10 è vittima di sfruttamento lavorativo

il Comitato internazionale della Giornata mondiale ha preparato degli strumenti per l’animazione di una veglia di preghiera da predisporre per sabato 8 febbraio e previsto alcuni appuntamenti, che si svolgeranno a Roma l’8 e il 9 febbraio.

La veglia di preghiera si svolgerà sabato 8 febbraio a Roma, alle 18.30 nella Basilica di Sant’Antonio di Padova in Laterano.

Tutte le informazioni sull’evento, il cui hashtag è #PrayAgainstTrafficking, si possono trovare sul sito www.preghieracontrotratta.org.

Parità scolastica: invertire i termini della questione

A vent’anni dall’approvazione della legge Berlinguer sulla parità scolastica, “permangono difficoltà applicative” di tale normativa, facendo sorgere la domanda su “quale sia l’anello mancante per compiere il passaggio dal semplice riconoscimento alla necessaria garanzia del diritto alla libertà di scelta educativa della famiglia, cui è strettamente connesso”. La risposta, secondo sr Anna Monia Alfieri, appartenente alla Congregazione delle suore Marcelline, tra le voci più accreditate sui problemi dell’organizzazione dei sistemi formativi, fa parte della Consulta di Pastorale scolastica e del Consiglio Nazionale Scuola della CEI, risiede nel riconoscimento del “costo standard di sostenibilità” come soluzione della situazione discriminatoria in cui versano gli alunni e le famiglie delle scuole paritarie, appartenenti a pieno titolo al sistema nazionale di istruzione.

Pubblichiamo un suo interessante intervento:

Il ventennio del 2000 e della legge sulla parità (62/2000)

A vent’anni dalla Legge sulla parità 62/2000 siamo come incartati sulla soluzione. Proviamo a fare ordine in modo oggettivo con una carrellata di tipo tecnico e scientifico.

Dopo 10 anni di studio, ricerca, approfondimenti delle letture giuridiche ed economiche, giganti come Antiseri e Bordignon sono inascoltati. E’ la sorte dei profeti? Credo sia la sorte dei soggetti pensanti in un Paese che non ha voglia di risolvere i problemi e li esilia nel limbo delle dissertazioni che nulla hanno a che fare con la politica, con la realtà. Questa è tutta un’altra storia. Sarà anche per questo che nella capacità di Problem solving i nostri studenti arrivano agli ultimi posti Ocse Pisa….

Credo che a 20 anni dalla legge sulla parità, essendo in campo gli esperti – esattamente da 10 anni

– con una conoscenza di dati e dimostrazioni che hanno ampiamente esaurito la questione, sia giunto il tempo di compiere una duplice sintesi. Una descrizione della realtà, che sembra dirci non si abbia voglia di completare la legge più scomoda al capitolo scuola, e una estrema sintesi della soluzione.

Non possiamo risolvere i problemi con la medesima logica che li ha generati. Ecco perché credo occorra necessariamente invertire i termini della questione.

La Legge 62/2000 incompiuta perché monca delle misure applicative

Nonostante la Legge sulla Parità (legge 62/2000) riconosca che la scuola statale e la scuola paritaria sono entrambe pubbliche e facenti parte del Sistema Nazionale di Istruzione, permangono le difficoltà applicative della stessa.

Al di là degli accesi dibattiti, evidentemente, occorre osservare come la legge 62/2000, comma 2, si preoccupi di definire le condizioni per “l’accreditamento” della funzione pubblica svolta da scuole gestite da privati ed enti locali, da cui deriva il riconoscimento dello status di “Scuola Paritaria”. Le istituzioni scolastiche paritarie devono a) rispondere agli ordinamenti generali dell’istruzione; b) essere coerenti con la domanda formativa delle Famiglie; c) rispondere a requisiti di qualità ed efficacia definiti ai successivi commi 4, 5 e 6.

Tuttavia, la legge, pur nella sua innegabile dimensione innovativa, non indica né gli strumenti

concreti per la collaborazione fra “scuole pubbliche”, in vista dell’espansione e della qualificazione dell’offerta formativa, né indica al sistema scolastico integrato i necessari riferimenti operativi e il mezzo per realizzarli.

È ovvio che la reale domanda era e resta quale sia l’anello mancante per compiere il passaggio dal semplice riconoscimento alla necessaria garanzia del diritto alla libertà di scelta educativa della famiglia, cui è strettamente connesso.

Ormai è stato ampiamente dimostrato e pacificamente acquisito da tutti che è la contemporanea “presenza di queste tre libertà – di insegnare, di istituire scuole e di scegliere i luoghi dell´istruzione – che conferisce carattere pluralistico al sistema di istruzione delineato dalla

 

 

 

Costituzione”. Le prime due libertà apparirebbero svuotate nel contenuto senza la terza, quella cioè della scelta della scuola da far frequentare.

Ma come per i Costituenti, cosi per il legislatore nel 2000 e negli anni a seguire la dissertazione che scalda gli animi ha portato a liquidare la questione in modo semplicistico in questi termini: Pluralismo educativo: sì, ma “senza oneri per lo Stato”!

Il diritto di istituire scuole non statali paritarie e private si esercita “senza oneri per lo Stato” (art. 33, comma 3). Due sono le posizioni a confronto: a) esiste divieto perentorio o assoluto di finanziamento pubblico alle scuole private; b) il divieto di finanziamento pubblico non è assoluto; il finanziamento pubblico è escluso per la sola fase genetica dell´iniziativa privata e non anche per il funzionamento didattico-organizzativo successivo delle scuole non statali una volta istituite; pertanto lo Stato mantiene sempre una potestà discrezionale di concedere aiuti finanziari quando se ne manifesti l’opportunità.

Posizioni che determinano due linee di pensiero (sostanzialmente lontane dalla questione di

diritto) che si sono contrapposte lungo in questi anni. Inutili dissertazioni e disquisizioni che hanno non solo impedito la soluzione ma peggio hanno confuso i termini della questione innescando puerili contrapposizioni strumentali a muovere interessi terzi. E della confusione la discriminazione si alimenta.

Quindi lungo questi anni abbiamo assistito a finanziamenti incerti e frammentari alle scuole

paritarie (500 euro per allievo contro i 10 mila spesi per un allievo della scuola statale), che tenevano i gestori legati a doppio filo e dall’altro hanno alimentato una sterile polemica fino ad oggi: le scuole pubbliche paritarie possono essere finanziate dallo Stato, oppure no?

Ma il fulcro della questione è di tutt’altra natura “Restava da stabilire se lo Stato Italiano aveva la facoltà di favorire la libertà di istruzione, allineandosi o meno ad una politica europea , consentendo o meno alla famiglia il superamento dell’ostacolo finanziario”.

Da qui siamo dovuti ripartire e questi ultimi 10 anni ci hanno aiutati a capire che questo è il

punto di partenza per le analisi successive poiché altre interpretazioni sono estranee alla Costituzione.

Se l’Italia è la più grave eccezione in Europa, che impedisce alla famiglia italiana di agire la propria responsabilità educativa da esercitarsi in un pluralismo educativo, rendendo così inapplicati due diritti fondanti un paese civile e cioè libertà di scelta educativa e libertà di insegnamento è perché è mancata la consapevolezza che con l’approvazione della legge 62/2000 non si era concluso il percorso legislativo voluto dai Costituenti con l’art. 33, commi 3 e 4 relativi alla parità scolastica. Di conseguenza, un diritto senza applicazione è un falso.

E’ solo una questione ideologica, di interpretazione, di dialogo che accetta le mezze misure,

l’aver accettato modalità di finanziamento della scuola in Italia rispetto all’Europa, tali da impedire la libertà  di scelta  educativa della famiglia rimuovendo  qualsiasi ostacolo di natura economica (misure palliative e interventi di finanziamento incerti), o c’è di più?

A vent’anni dalla legge sulla parità a 70 dalla Costituzione e a più di 36 anni dalle svariate

risoluzioni Ue e di più a 70 anni dall’art. 26 della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo) è

legittimo e doveroso porsi questa domanda.

La scuola e i vari portatori di interessi

Il finanziamento alle scuole è uno strumento contestato, forse errato giuridicamente, che neanche i pentastellati hanno eliminato … è forse uno “strumento comodo” a svariate parti (quelle pro e contro paritarie… una dissertazione da salotto politicamente corretta e comoda) dal quale non ci si è del tutto smarcati (implicava spostarsi verso una lettura personalistica della costituzione e quindi spostare l’attenzione sulla persona allievo, genitori e docenti… troppo pericoloso).

Un amico esperto mi scrive spesso che la classe politica ha delle resistenze a spostare i contributi dalle scuole ad un portafoglio alle famiglie da spendere presso la scuola statale e paritaria per le resistenze che, da un canto il mondo sindacale legittimamente preoccupato di mantenere la scuola come ammortizzatore sociale per i docenti (tranne poi danneggiare proprio questi in un eterno precariato), dall’altro una legittima preoccupazione dei gestori che forse preferiscono scarsi contributi, incerti ma meglio questi che l’incerto di un buono scuola; un portafoglio gestito liberamente dalle famiglie alza l’asticella dei rischi. A volte ci si adagia anche alla scodella del piatto precotto. Sarà poco buono, centellinato, ma la certezza del conosciuto e la libertà di gestirlo non ha prezzo. Quando ci si disabitua alla libertà di scelta la si teme. Gli psicologi potrebbero spiegare meglio la sindrome che ne scaturisce.

Il cambiamento fa sempre paura e domanda realmente persone cosi libere e coraggiose che antepongono a tutto il diritto del più debole. Insomma, ne va della vita e non solo fisica. Inserire in un sistema scolastico come quello italiano la leva della libertà spariglierebbe parecchio le carte dei più. Giustamente come si è detto il costo standard e la libertà di scelta educativa servono per la famiglia ma fanno un gran bene al mercato (e qui lo stato e i privati hanno resistenze entrambi).

Cosa accadrebbe nel sistema scolastico italiano se la famiglia avesse un reale potere economico per esercitare la propria libertà di scelta educativa? Come si muoverebbe? Continuerebbe a scegliere le scuole pubbliche statali che frequenta o guarderebbe a quelle scuole che oggi, per la retta ad esempio, si vede precluse? Si dirigerebbe verso la scuola statale che a quel punto – avendo autonomia in un sistema di concorrenza sotto lo sguardo garante dello Stato – avrebbe tutti gli interessi ma anche tutti gli strumenti per essere di qualità? Forse quei poveri e disabili che oggi hanno una barriera di accesso verso alcune scuole le sceglierebbero, e chi le predilige perché si assicura l’assenza si dirigerebbe verso scuole elitarie (dalla retta di 20mila), svuotando quelle che con rette da 5mila comunque riescono a dare una certa esclusiva? Quei diplomifici che già oggi potrebbero essere chiusi da uno Stato controllore, che ha gli strumenti ma forse non il potere sufficienti per chiuderli, fallirebbero a fronte di genitori che non hanno più alcun interesse a sceglierli? Cosa ne sarebbe di quel monopolio educativo dello stato e dei ricchi gestori se introduciamo le leve economiche della scelta e della concorrenza leale? Sicuramente molti hanno molto da perdere e non sono certamente i cittadini, i gestori pro Res-Publica, gli allievi svantaggiati cioè tutti quei soggetti che si trovano in una posizione di “inferiorità” e che probabilmente non muovono i voti e non scomodano nessuno.

Una domanda legittima …. che per essere smentita o smontata bisognerebbe spiegare chi ci sta guadagnando dall’ impedire la libertà di scelta educativa dei genitori in un pluralismo a costo zero! L’ideologia e i mancati accordi sono una non risposta che non regge più.

Allora proviamo a ripresentare i termini giuridici, economici e oggettivi della questione, che non domandano consensi ma o prese di distanza o azione…

Premesso che la scuola da sempre è un bacino di voti, i sindacati come le varie associazioni di categoria riescono a muovere voti e questa è una tentazione per i politici.

Credo che questi siano ben consapevoli che alla scuola sono necessarie continuità, pluralismo, qualità, giustizia, equità ma la tentazione di perdere o acquisire voti è ancora più forte, e ammettiamo che questa è una leva a cui con difficoltà i sindacati e le associazioni sarebbero disposti a rinunciare.

Resta la famiglia sempre più scoraggiata, arresa a dover pagare due volte la libertà come fosse normale, i genitori dell’allievo disabile convinti che sia scontato un sistema scolastico incapace di integrare (manca il docente di sostegno: la scuola pubblica statale per tutti dice che il figlio va tenuto a casa, e così sia, quello della paritaria non sa dove trovare i soldi per il sostegno e pace),.

Restano i gestori delle scuole paritarie che non tagliano in due la società, quasi con un senso di vergogna nel denunciare (nella migliore delle ipotesi si sentiranno dire che sono stati degli amministratori poco oculati) chiudere e arrendersi; resta il dirigente della scuola statale trasformato in un mago che dal cilindro deve tirar fuori i docenti che non ha; i docenti trasformati in numeri che passano dalla lista della SIS, Concorsone, Gae, graduatorie che di esaurimento hanno solo l’equilibrio psico-fisico, ecc…

Il tutto mentre i sindacati rivendicano il posto fisso per tutti, senza aver chiara la domanda e l’offerta, e il mondo associativo disquisisce come ai tempi di Codignola, Aldo Moro, Gramsi se è giusto finanziare o meno le scuole o liberare la famiglia, e mentre si parla di senza oneri per lo Stato e simili, il politico osserva e si domanda quanti voti muovi. Allora a fronte di una soluzione ci si ferma … siamo in una costante campagna elettorale: quanti voti perdo con la soluzione A e quanti ne porta la soluzione B.

Sistema scolastico iniquo

Questo è lo scenario italiano che credo occorra avere la lucidità di raccontare. Perché non potremmo spiegarci altrimenti come sia possibile che solo in Italia, la più grave eccezione in Europa, i genitori debbano pagare due volte nell’esercizio della propria libertà di scelta educativa. Come sia tollerabile che l’ultima indagine Ocse-Pisa affermi che “In Italia, il sistema scolastico è iniquo: egualitario sulla carta, nei fatti non rimedia le differenze tra gli studenti legate al contesto familiare e sociale, anzi concorre a determinarle.

Eppure siamo tutti consapevoli che il sistema scolastico è il primo elemento che contribuisce allo sviluppo di un Paese, a livello economico e sociale. Un controsenso che ha un costo elevatissimo:

  1. stiamo perdendo un patrimonio educativo senza precedenti: 380 le scuole pubbliche paritarie che chiudono all’anno; sono rimaste 12.564 scuole paritarie frequentate da 866.805 studenti (1milione sino a qualche anno fa);
  2. la scuola pubblica statale che costa 10mila euro all’anno sta  collassando per mancanza di “autonomia”: 40.749 sedi scolastiche statali, frequentate da 7.599.259 studenti;
  3. il pluralismo educativo compromesso ci costa 7 miliardi di euro, danaro che non riusciamo a togliere alla morsa dello spreco.

Il Rapporto mostra chiaramente che non tutti gli studenti hanno pari accesso a un insegnamento di alta qualità e che questa disuguaglianza può spiegare gran parte dei divari di apprendimento rilevati tra gli studenti più favoriti e quelli svantaggiati, sia all’interno dei singoli Paesi che tra di essi. La possibilità di accedere all’educazione, infatti, rappresenta l’ago della bilancia dell’equità sociale. I dati raccolti dall’Ocse dimostrano come l’alta percentuale di abbandono scolastico in Italia sia chiaramente determinata dalle risorse economiche di cui dispongono le famiglie.

“Coloro che hanno la maggiore probabilità di andare male a scuola o di abbandonarla senza diplomarsi, molto spesso vengono da  famiglie povere o di immigrati” (Ocse); al contrario  le famiglie più agiate seguono meglio i ragazzi nel loro percorso scolastico, potendo accedere, tra le diverse possibilità, anche all’istruzione privata (cioè sommersa rispetto al fisco: le cosiddette ripetizioni, comminate a gogò ai figli di chi può spendere…).

Proviamo a capire le ragioni di un sistema scolastico che risulta alimentare “logiche di casta”, contravvenendo a qualsiasi principio di diritto e, in particolare, tradendo l’impegno che la Costituzione impone allo Stato Italiano di rimuovere tutte le cause di discriminazione tra i cittadini:

«E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.» (Art. 3 Cost. It.).

Percorso da completare: dotare la legge sulla parità degli strumenti applicativi

Mettere ordine comporta necessariamente voler approcciare la questione in modo corretto, andando speditamente incontro alla soluzione senza inutili ulteriori perdite di tempo.

  1. Il diritto all’Istruzione, diritto inviolabile dell’uomo

La Costituzione Italiana e la normativa italiana ed europea dal 1948 ad oggi presentano un sistema scolastico di istruzione e formazione integrato, fondato sul diritto soggettivo di libertà di  scelta  delle  famiglie  e  sulla  conseguente  pluralità  di  offerta  formativa. La neonata Costituzione Italiana nel 1948 intuisce che responsabilità educativa implica libertà di scelta educativa. Ripercorriamo con ordine i vari passaggi.

  • All’art. 2 leggiamo: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”. Tra questi diritti non v’è dubbio che c’è anche il diritto all’istruzione e all’educazione, la libertà di scelta educativa del soggetto e della sua famiglia, in ragione del fatto che sono anch’essi diritti inviolabili dell’uomo, riconosciuti come tali dal diritto internazionale e da tutte le Costituzioni dei Paesi democratici del mondo.
  • Listruzione e l’educazione sono considerati “diritti umani fondamentali” in quanto ontologicamente fondati sulla person Pertanto, in quanto diritti inalienabili, devono essere non solo riconosciuti ma anche garantiti in uno Stato di diritto. In quanto diritti umani fondamentali hanno il carattere dell’universalità, cioè riguardano indiscriminatamente tutti senza distinzioni di appartenenza sociale, culturale, razziale, religiosa, etnica, geografica; non solo, ma sono un bene e un valore indivisibile, come indivisibile è la persona umana sulla quale poggiano e di cui sono espressione.
  • Ne consegue, pertanto, che nessuno Stato (tantomeno uno Stato che abbia la pretesa di

qualificarsi democratico) può sentirsi legittimato ad operare soluzioni che, per pregiudiziali ideologiche, favoriscono alcuni suoi cittadini (coloro che optando per la scuola pubblica statale utilizzano servizi a titolo gratuito) e discriminano altri (coloro che optando per la scuola pubblica paritaria sono costretti ad assumersi l’onere economico derivante dalla loro scelta). Tutt’altro ai sensi dell’art 3 della Costituzione “la Repubblica ha l’obbligo di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

  • Il diritto all’istruzione, in quanto diritto assoluto, deve tradursi nella possibilità accordata ai genitori di scegliere, anche al di fuori della scuola pubblica statale, l’attività educativa che intendono impartire ai propri fig Al riguardo, le norme internazionali e comunitarie sono molto chiare ed esplicite.
  • Il diritto all’istruzione rimanda alla responsabilità educativa che la Costituzione ritrova in capo alla famig Infatti l’art. 30, comma 1, recita: “È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio”; comma 2: “Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti”. Se è diritto e dovere prioritario della famiglia istruire ed educare i figli e la Repubblica ha il dovere di corrispondere gratuitamente la prestazione educativa, non si comprende come mai proprio la questione della responsabilità educativa esercitata in modo libero dovrebbe rimanere fuori dalla logica dell’art. 31: “La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi”.
  • Che la Repubblica Italiana ritenga necessario e doveroso favorire l’esercizio di questa responsabilità della famiglia si evince dal fatto che la stessa Carta Costituente ne individua e delinea il corrispondente diritto strumentale all’esercizio del primo e cioè la libertà di insegnamento e il pluralismo educativo. “Scegliere” significa “avere la capacità giuridica di frequentare indifferentemente uno dei tipi di insegnamento pubblici che si offrono alla collettività”.
  • Difatti è proprio la Costituzione Italiana a prospettare il pluralismo educativo quale spazio sano per esercitare un diritto che stabilisce all’art. 33, “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”. Se lo Stato si limitasse ad un riconoscimento solo formale e non  sostanziale  di  questa  libertà,  essa  sarebbe  una  mezza  libertà,  sarebbe  un  suo misconoscimento, sarebbe un negare nei fatti quello che viene affermato nei principi. Non è pensabile che i costituenti intendessero dire questo quando hanno scritto queste parole. La libertà esiste concretamente solo nel momento in cui essa si può esercitare. In caso contrario è semplicemente un flatus vocis. Sostenere la libertà, in qualsiasi ambito essa si eserciti, per uno Stato è sempre una vittoria.
  1. La garanzia del diritto all’istruzione: libertà di scelta educativa e pluralismo formativo

Una scelta può esservi in quanto tutte le varie scuole pubbliche siano costituzionalmente consentite, e quindi anche la scuola pubblica non statale sia salvaguardata, e il cittadino sia libero di frequentarla.

  • Difatti la prima fase è riconosciuta dalla  nostra  Costituzione all’art. 33, comma  2: “La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi”; comma 3: “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”; comma 4: “La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali”.
  • Il diritto alla libertà di scelta educativa in capo alla famiglia non è ostacolato dall’inciso

“senza oneri per lo Stato” che si riferisce alla istituzione di scuole da parte di privati; altro sono le scuole pubbliche paritarie, quelle cioè che la legge sulla parità, legge 62/2000 inserisce nel Sistema Nazionale di Istruzione, a precise condizioni. Una lettura pregiudizievole, e soprattutto gravemente lesiva della famiglia e dei reali compiti di uno Stato di diritto, forza l’inciso di un comma che, di diritto e di fatto, va letto come parte di un articolo ben più ampio e complesso e unitamente a quanto sopra specificato. Bene affermavano i Costituenti nel leggere quel “senza oneri per lo Stato”: se lo Stato non ha l’obbligo ancor meno ha il divieto di intervenire in tal senso.

  • Dunque è proprio l’aver impedito ai genitori italiani di agire la propria responsabilità

educativa in piena libertà (pluralismo educativo) ha portato come estrema conseguenza all’esclusione di questa anche dalla proposta culturale della scuola che, privandosi del confronto, è stata incapace di intercettare la reale domanda di cultura che proviene dalla famiglia, dalla realtà nella sua naturale evoluzione. Da qui un sistema scolastico che conduce ai risultati Ocse – Pisa 2018.

  • Le cause del fallimento scolastico italiano sono da ricercare proprio nelle ragioni che hanno

fondato un sistema scolastico fondamentalmente statalista e centralistico. La scuola alimenta le differenze e i divari. Ed è da qui che parte la soluzione. La povertà materiale e quella culturale sono direttamente connesse e collegate. Un sistema scolastico iniquo non potrà fare altro che alimentare le disuguaglianze nella società. La scuola iniqua non è di qualità e alimenta la discriminazione. Non c’è altra lettura per chi davvero vuole imparare qualcosa di buono dai dati Ocse-Pisa per invertire il circolo vizioso nel quale siamo caduti.

In estrema sintesi la causa dell’iniquità e dell’ingiustizia denunciate da Ocse-Pisa è da ritrovarsi nello statalismo imperante della scuola italiana, strumentalizzata da interessi di terzi tutti portati ad assoluto; quindi la scuola è sindacalizzata, infarcita di slogan  (dei pro  e dei contro, delle soluzioni A/B/C quasi a dire che il relativismo delle soluzioni legittima l’inerzia a scapito di una discriminazione imperante), smarrita nei meandri della burocrazia e delle incombenze che nulla hanno a che fare con una vera e integrale crescita della persona.

Il percorso storico, giuridico, sociale compiuto in anni di studio trova conferma dagli ultimi dati Ocse-Pisa. Proviamo a capire cosa hanno in comune i paesi che hanno conseguito i migliori punteggi:

  1. alta considerazione per la qualità dell’istruzione (in tutti i comparti della società), con la convinzione che tutti gli studenti possono aspirare ai più alti livelli di conoscenza
  2. investimento sulle competenze degli insegnanti, che evolvono in un ambiente di lavoro favorevole alla collaborazione e allo sviluppo profession

Al contrario, in ITALIA, i docenti risultano i più sottopagati in Europa, nonostante il 96% della spesa per la scuola sia destinato a coprire il costo del personale scolastico ben al di sopra della spesa media (90/92) dei Paesi Ocse. Un docente italiano a fine carriera può sperare in uno stipendio netto di 1.800/2.000 euro, a fronte del collega che in Svizzera (Paese che, secondo i dati OCSE, è nella Top 3, subito dietro a Germania e Lussemburgo) vedrà passare gli stipendi dei docenti da 89mila a 103mila euro l’anno. Un dato chiaro per i sindacati che, necessariamente, devono spiegare ai loro tesserati, e a quanti vorrebbero tesserare, come questa contraddizione in termini sia conciliabile.

  1. investimenti per ridurre il peso delle circostanze familiari e delle disparità economiche territoriali sulle opportunità di successo educativo. E’ stato ampiamente dimostrato che in tutti i paesi d’Europa le migliori risorse vengono dirette là dove le sfide sono maggio

Al contrario, in ITALIA, lo Stato impiega 10.000 euro annui per ciascuno dei 7.599.259 di allievi che frequentano la scuola pubblica statale e destina invece 500 euro annui per ciascuno dei 866.805 allievi che frequentano la scuola pubblica paritaria.

2. autonomia delle scuole bilanciata con strumenti di governo centrali per intervenire in caso di necessità e assicurare la coerenza delle politiche

Al contrario, in ITALIA, si lede gravemente il pluralismo contro ogni logica di diritto e di sana economia. 380 scuole pubbliche paritarie chiudono, compromettendo gravemente il pluralismo educativo. Di questo passo, come è stato dimostrato in modo scientifico e inequivocabile, fra cinque anni in Italia avremo solo buone scuole pubbliche paritarie con rette dai 6.000 euro in su, foraggiate da chi può permettersele. Le scuole che chiudono, infatti, sono quelle di periferia, quelle con rette inferiori ai 3.000 euro, quelle che i poveri vorrebbero poter scegliere (ma non possono), scuole di eccellenza per contenuti culturali e per capacità educativa, con docenti appassionati, attenti, determinati a non abbandonare i ragazzi al loro destino…

3. Sostegno alla necessità di una scuola aperta sulla società e sull’evoluzione della domanda di competenze nell’economia

Non così in ITALIA. Mentre l’Europa ha dato piena applicazione – secondo un principio di civiltà e democrazia – ai due diritti di libertà di scelta educativa e libertà di insegnamento, l’Italia si è persa in inutili disquisizioni sulla legittimità dei finanziamenti trascurando il cuore della questione: le modalità. Ogni Paese, ad eccezione di Italia e Grecia, ha saputo individuare la propria modalità che, in piena rispondenza con le proprie fondamenta democratiche, declinasse la garanzia di un diritto; altrimenti, a che pro pronunciare un diritto inapplicato? E inoltre – direbbe il cittadino europeo contribuente appena consapevole – l’assenza di libertà in ambito educativo non è forse degli stati dittatoriali? Che democrazia è, se la libertà si paga e se lo Stato non è capace di rimuovere gli ostacoli economici che impediscono il pieno sviluppo della persona? Anzi, se lo Stato democratico è quello in cui le Istituzioni discriminano impedendo ai cittadini di scegliere? Domande pesanti come macigni, a cui il cittadino italiano si aspetta una risposta dalle Istituzioni che lo rappresentano.

La Soluzione: gli strumenti concreti i riferimenti operativi e il mezzo per realizzarli (per attuare la Legge 62/2000)

E’ ancora l’Ocse ad indicare la via, e lo fa attraverso due parole: equità e qualità.

  • puntare sulla scuola per promuovere una crescita equa del Paese significa garantire uguaglianza proprio nell’accesso all’istruzione: assegnare finanziamenti ad hoc alle scuole che agevolano l’iscrizione dei ragazzi delle famiglie più povere ed evitare le “segregazioni” (Ocse), laddove spesso i genitori più ricchi tendono a scegliere le scuole migliori per i loro figli, mentre i più poveri devono accontentars
  • Dall’equità deriva poi la qualità dell’istruzione, intesa come adeguamento delle strutture,

formazione e maggiore remunerazione per i  docenti, miglioramento e aggiornamento continuo dei programmi didattici, con particolare attenzione a una formazione orientata al futuro ingresso del ragazzo nel mondo del lavoro.

  • Occorre quindi essere molto lucidi nell’analisi della situazione attua In Italia il sistema scolastico sta collassando: mancano i docenti di sostegno, sono numerose le cattedre vuote a fronte di un alto tasso di precariato, i dati Ocse-Pisa sono impietosi ed è gravemente compromesso il pluralismo educativo. Infatti le scuole paritarie serie, con la retta sotto i 4mila euro, sono destinate a chiudere. Ci si sta avviando ad un sistema sempre più classista, regionalista e discriminatorio. I dati sono incontrovertibili. Occorre quindi porsi la domanda cruciale: “Al cittadino interessa realmente che il sistema scolastico italiano sia sempre meno classista o, pur di non incorrere nel rischio del cambiamento, accetta che il ricco scelga e il povero si accontenti?”.
  • Che si dica fino in fondo la verità alle famiglie: la soluzione si basa su un accordo politico trasversale e unitario sui contenut Ormai è scientificamente dimostrato che il costo standard di  sostenibilità  è  la  soluzione;  altrimenti  si  dica  chiaramente  che  non  si  è interessati a risolvere il problema. Sarebbe come se, essendo consapevoli della gravità di un tumore maligno, si mettesse in discussione il protocollo per affrontarlo, accanendosi sulle ipotetiche alternative: il risultato finale è intuibile a tutti.

Premesso che

  1. LITALIA SPENDE MALE: 10 Mila euro la spesa di un allievo della scuola statale, 500 euro le risorse destinate ad un allievo della scuola paritaria

L’Italia spende circa il 3,6% del suo PIL per l’istruzione dalla scuola primaria all’università, che è una quota inferiore alla media OCSE (5%) e uno dei livelli più bassi di spesa tra i Paesi dell’OCSE. La spesa per studente spazia dai circa 8.000 dollari USA nell’istruzione primaria (94% della media OCSE) ai 9.200 dollari USA nell’istruzione secondaria (92% della media OCSE) e dagli 11.600 dollari USA nei corsi di studio terziari (74% della media OCSE) ai circa 7.600 dollari USA se si esclude la spesa per ricerca e sviluppo. Sebbene la spesa per studente aumenti ai livelli superiori di istruzione, il divario rispetto alla media OCSE diventa più ampio in quanto la spesa per l’istruzione aumenta di più in altri Paesi dell’OCSE.

  1. La Soluzione

Portare a compimento il SNI domanda di considerare le spese per l’istruzione non come costi ma come investimenti in capitale umano. Questo significa avere a cuore il futuro dell’Italia. Investire significa a) rendersi conto dei bisogni reali, non di quelli artefatti, o peggio pilotati; b) avere consapevolezza delle risorse attuali, tenendo conto della necessità di onorare, da parte dello Stato, eventuali commesse a credito dei privati; c) considerare i benefici maggiori in rapporto al margine di rischio, d) azzerare gli sprechi, o costi cattivi, in vista dell’investimento. L’Italia, a questo proposito, è il paese che spende di più e peggio in Europa, fondamentalmente a causa di carenza di educazione, formazione, cultura autentiche. Qui si inserisce la chiave di volta fra i principi sopra enunciati e gli aspetti concreti che ne seguiranno.

Lunico passaggio, di fatto, che la storia suggerisce è 1) l’individuazione del costo standard di sostenibilità per allievo nelle forme che si riterranno più adatte al sistema italiano, 2) la conseguente possibilità di scegliere, per la famiglia, fra buona scuola pubblica statale e buona scuola pubblica paritaria.

Risulati:

  1. una buona e necessaria concorrenza fra le scuole sotto lo sguardo garante dello Stato;
  2. l’innalzamento del livello di qualità del sistema scolastico italiano con la naturale fine dei diplomifici e delle scuole che non fanno onore ad un SNI d’eccellenza quale è quello che l’Italia deve perseguire per i propri cittadini,
  3. la valorizzazione dei docenti e il riconoscimento del merito, come risorsa insostituibile per la scuola e la società,
  4. l’abbassamento dei costi e la destinazione dell’economia ad altri scop

Si innescherebbe così un circolo virtuoso che romperebbe il meccanismo dei tagli, conseguenti a sempre minori risorse (perché sprecate)  che producono a loro volta altro debito pubblico. Il Welfare non può sostenere altri costi; non a caso il Principio di Sussidiarietà, oltre ad avere una valenza etica, è anzitutto un principio economico prioritario. Europa docet.

Se si ripartirà da questo punto senza cedere alla tentazione di una sistema scolastico statalista, la partita è ancora aperta e i contributi dei cittadini – genitori, docenti, dirigenti – saranno fondamentali, perché … “ne va la vita!” (Alessandro Manzoni).

E che sia il costo standard l’anello mancante nel SNI si evince proprio a) dalla specificità Italiana: un sistema scolastico classista, discriminatorio, regionalista, il più costoso in Europa anche se è quello che vede l’Italia occupare gli ultimi posti Ocse e b) da quel fil rouge che sembra attraversare in modo trasversale tutte le recenti riforme sulla Scuola (“soggetti corresponsabili – famiglie, dirigenti, docenti – di autonomie scolastiche”) e che si conferma l’indiscussa leva per un reale processo di rinnovamento del Sistema Scolastico Italiano.

Sono fortemente convinta che il percorso di chiarezza che abbiamo compiuto su temi come scuola, famiglia, libertà, autonomia, parità, pluralismo educativo sia ormai ad un PUNTO DI NON RITORNO. L’ideologia oggi non trova un muro di gomma, ma un muro solido, fatto di dati certi con i quali deve misurarsi.

Le istituzioni non si trovano più di fronte una varietà di argomentazioni che le legittimano all’inerzia… Non c’è più spazio per rispondere con slogan del tipo “senza oneri per lo stato”, “la scuola privata dei ricchi per i ricchi”, “la scuola confessionale” e sciocchezze simili. Non sto a riportare qui pagine e pagine che potete leggere direttamente sul sito “Il diritto di apprendere”.

Ora il mondo politico, i sindacati e le associazioni si trovano davanti cittadini che, rifuggendo dalla confusione e dalla divisione della guerra tra poveri, domandano chiaramente che, come avviene in tutta Europa, anche in Italia i genitori possano scegliere fra una buona scuola pubblica statale e una buona scuola pubblica paritaria a costo zero. Basta con la discriminazione che vede il ricco scegliere e il povero accontentarsi! Basta con la discriminazione che vede la famiglia del disabile emarginata! Basta con la sussidiarietà al contrario che vede le famiglie finanziare lo Stato italiano con le tasse prima e con la retta poi! Il “senza oneri per lo Stato” è divenuto chiaramente un “con benefici e onori per lo Stato”!

Ma soprattutto, a 20 anni dalla 62/2000 abbiamo il diritto di dire basta con quel rimbalzo di responsabilità che vede le parti sociali dare la colpa alla politica, timorosa di perdere i voti da qualche parte… è chiaro: chi completa la legge sulla parità scontenterà comunque qualcuno e probabilmente avrà in cambio l’esilio, se non fisico, morale. Ma ne vale la pena. Io ci credo.

Fare memoria per raccontare la vita che si fa storia. XXIV giornata mondiale della vita consacrata

Nella festa liturgica della Presentazione di Gesù al Tempio, si celebra ogni anno la Giornata mondiale della vita consacrata. A Roma, quest’anno, la XXIV edizione sarà celebrata sabato 1° febbraio con la Messa presieduta da Papa Francesco nella basilica di San Pietro alle ore 17.

La celebrazione nella basilica di San Pietro sarà anche arricchita dalla presenza di circa 300 monache contemplative che, dal 31 gennaio al 1° febbraio, si incontreranno a Roma, convocate dal Dicastero per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, per riflettere sul tema della gestione dei beni.
È una giornata di preghiera per le vocazioni e di ringraziamento al Signore per il dono di tanti consacrati e consacrate che, in terre di missione o nella ferialità della vita e nel lavoro quotidiano, vivendo in contesti spesso anche difficili, si prendono cura degli ultimi e dei più fragili e sono testimoni e annunciatori della presenza di Dio nel mondo.

Il 25 gennaio c.a. il papa ha pubblicato il messaggio per la giornata mondiale delle comunicazioni sociali che ha come tema di riflessione “Perché tu possa raccontare e fissare nella memoria” (Es 10,2). La vita si fa storia.

È bello pensare proprio raccordando il contenuto di questo messaggio con quanto papa Francesco diceva nell’anno della vita consacrata:

“L’esperienza degli inizi è poi cresciuta e si è sviluppata, coinvolgendo altri membri in nuovi contesti geografici e culturali, dando vita a modi nuovi di attuare il carisma, a nuove iniziative ed espressioni di carità apostolica. È come il seme che diventa albero espandendo i suoi rami.

È sempre proficuo che ogni famiglia carismatica ricordi i suoi inizi e il suo sviluppo storico, per ringraziare Dio che ha offerto alla Chiesa così tanti doni che la rendono bella e attrezzata per ogni opera buona (cfr Lumen gentium, 12).

Raccontare la propria storia è indispensabile per tenere viva l’identità, così come per rinsaldare l’unità della famiglia e il senso di appartenenza dei suoi membri. Non si tratta di fare dell’archeologia o di coltivare inutili nostalgie, quanto piuttosto di ripercorrere il cammino delle generazioni passate per cogliere in esso la scintilla ispiratrice, le idealità, i progetti, i valori che le hanno mosse, a iniziare dai Fondatori, dalle Fondatrici e dalle prime comunità. È un modo anche per prendere coscienza di come è stato vissuto il carisma lungo la storia, quale creatività ha sprigionato, quali difficoltà ha dovuto affrontare e come sono state superate. Si potranno scoprire incoerenze, frutto delle debolezze umane, a volte forse anche l’oblio di alcuni aspetti essenziali del carisma. Tutto è istruttivo e insieme diventa appello alla conversione. Narrare la propria storia è rendere lode a Dio e ringraziarlo per tutti i suoi doni.

Sia questa giornata un’occasione per confessare con umiltà, e insieme con grande confidenza in Dio Amore (cfr 1 Gv 4,8), la propria fragilità e per viverla come esperienza dell’amore misericordioso del Signore; un’occasione per gridare al mondo con forza e per testimoniare con gioia la santità e la vitalità presenti nella gran parte di coloro che sono stati chiamati a seguire Cristo nella vita consacrata.

Che sappiate creare “altri luoghi”, così continua papa Francesco, dove si viva la logica evangelica del dono, della fraternità, dell’accoglienza della diversità, dell’amore reciproco. Monasteri, comunità, centri di spiritualità, cittadelle, scuole, ospedali, case-famiglia e tutti quei luoghi che la carità e la creatività carismatica hanno fatto nascere, e che ancora faranno nascere con ulteriore creatività, devono diventare sempre più il lievito per una società ispirata al Vangelo, la “città sul monte” che dice la verità e la potenza delle parole di Gesù”.

 

La Parola di Dio al centro della vita cristiana e del rinnovamento pastorale

La Domenica della Parola di Dio è un’iniziativa che Papa Francesco affida a tutta la Chiesa perché “la comunità cristiana si concentri sul grande valore che la Parola di Dio occupa nella sua esistenza quotidiana” (Aperuit illis 2).

Il 30 settembre scorso, in occasione dei 1600 anni dalla morte di san Girolamo, grande studioso della Sacra Scrittura e traduttore in latino dai testi originali, il Santo Padre rendeva pubblica la sua Lettera Apostolica Aperuit illis con la quale istituiva questa Domenica.

Questa Domenica della Parola di Dio si colloca come una iniziativa pastorale di Nuova Evangelizzazione, con lo scopo di ravvivare la responsabilità che i credenti hanno nella conoscenza della Sacra Scrittura e nel mantenerla viva attraverso un’opera di permanente trasmissione e comprensione”.
In questa cornice, “non può passare sotto silenzio anche il grande valore ecumenico che questa Domenica possiede”. Infatti, Papa Francesco ha stabilito che si celebri sempre nella IIIa Domenica del Tempo Ordinario dell’Anno liturgico che cade in prossimità della Giornata di dialogo tra Ebrei e cattolici e della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani.

Nell’Introduzione ai lavori del Consiglio Episcopale Permanente (Roma, 20 – 22 gennaio) il Card. Bassetti, Arcivescovo di Perugia – Città della Pieve e Presidente della CEI ha ricordato che già a conclusione del Giubileo straordinario della misericordia, Papa Francesco aveva chiesto che si pensasse a una domenica dedicata interamente alla Parola di Dio; una domenica “non una volta all’anno, ma una volta per tutto l’anno”. E ha proseguito: Mi ha suscitato un sorriso amaro leggere il racconto di uno scrittore contemporaneo, che in uno dei suoi testi confida di essersi trovato una sera a cena da amici e di aver parlato loro di una storia biblica, dando per scontato che fosse risaputa, fino a trovarsi invece come a divulgare un inedito… Nonostante l’ardore e l’insistenza con cui già il Concilio esortava alla lettura frequente della Parola, l’ignoranza della Sacra Scrittura rimane ampiamente diffusa, anche fra le persone colte. Riscoprirne la centralità è condizione per dirsi e diventare cristiani: occorre tornare a un incontro personale e comunitario con la Parola. Parola mai ovvia, mai banale, tesoro inesauribile, che non afferreremo mai nella sua ricchezza e profondità. Alla Parola sentiamo di appartenere: è all’origine del cammino interiore, risveglia il senso di Dio, l’apertura e la tensione verso il mistero. Della Parola vive ogni discepolo; per la Parola crede; sulla Parola poggia la pietà, la catechesi e la fede vissuta; dalla Parola si riversano sugli altri i gesti della carità e si genera e rigenera la comunità. Attorno alla Parola ci si ritrova fratelli, per cui essa è il “luogo” principale in cui vivere anche questa Settimana per l’unità dei cristiani. Sentiamoci convocati dalla Parola: sarà più facile avvicinare e riconoscere pure i tanti immigrati, che vivono accanto a noi, la maggior parte dei quali è di fede cristiana; la loro presenza porta con sé una serie di implicazioni pastorali che devono trovarci attenti e disponibili. Quando si permette alla Parola di liberare la sua carica profetica, diventano visibili i segni dello Spirito anche in mezzo alle ambiguità e alle contraddizioni del presente. Si diventa, allora, capaci di cogliere ciò che nella vita è vero, giusto, conforme al Vangelo e ciò che non lo è, per discernere e comportarsi di conseguenza. Non rinnoveremo la nostra pastorale se non richiamandoci alla Parola, convinti come siamo che “ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale” (EG 11). È questa la condizione per esserne a propria volta annunciatori, capaci di viverla nel quotidiano e di testimoniarla con gioia. Nessuno, del resto, aprirà la porta del proprio cuore ad “evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi” (EG, 10): la gente è già carica di tante preoccupazioni quotidiane: figli che non nascono, figli che stentano a trovare un lavoro dignitoso, figli che prendono la strada dell’estero; e, ancora, le tante preoccupazioni e difficoltà che, in un modo o nell’altro, segnano ogni famiglia, negli affetti coniugali, nelle relazioni tra generazioni, nella cura prestata ad anziani, disabili e non autosufficienti; una cura tanto più impegnativa laddove si misura con la penuria di servizi socio-sanitari sul territorio.

Appuntamenti – gennaio – febbraio 2020

PROSSIMI APPUNTAMENTI
Gennaio – Febbraio 2020

 Ambito Formazione

 Seminario/LABORATORIO in due moduli
I° Modulo
Accompagnare nello Spirito Santo, dai Padri ai nostri giorni
Aspetto patristico e formativo-esperienziale
24- 26 gennaio 2020
Via Zanardelli, 32 – Roma

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Programma

SETTIMANA RESIDENZIALE per POSTULANTI
Come l’argilla è nelle mani del vasaio,
così voi siete nelle mie mani. Ger 18,6
17 – 22 febbraio 2020
Adoratrici del Sangue di Cristo
Via di S. Giovanni In Laterano 73 – 00184 Roma

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Programma/Depliant
Esterno
Interno

Ambito Pastorale

SEMINARIO DI STUDIO in collaborazione con gli Uffici della Pastorale della famiglia e scuola della CEI
Maschio e femmina li creò…
08 – 09 febbraio 2020
Via Zanardelli, 32 – Roma

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Programma

TAVOLO DI LAVORO in collaborazione con CHARIS
Il prendersi cura come profezia
18 – 2o febbraio 2020
Via Zanardelli, 32 – Roma

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Programma

CONSACRAZIONE E SERVIZIO. Novità 2020 e invito a…

È lo strumento di formazione – informazione che dal 1974 sostituisce ALA (Ardeat, Luceat, Accendat), fondata nel 1952. Attenta al cammino socio-ecclesiale offre contributi qualificati che permettono alla vita religiosa di conoscere il contesto nel quale vive e rispondere con il proprio carisma alle attese delle donne e degli uomini di oggi.

Consacrazione e Servizio si affaccia al nuovo Anno 2020 con alcune novità: nuove firme nel Consiglio di redazione, inserimento di nuove Rubriche. Tuttavia l’intento della Rivista rimane quello di contribuire alla formazione delle religiose in questo tempo di profondo travaglio di un inevitabile cambiamento che sta modificando il modello della vita consacrata. “I processi di fondo sono e restano in evoluzione sia nei loro elementi positivi che negativi. Ma c’è un cambiamento di notevole importanza ed è relativo all’immagine complessiva sulla vita consacrata nelle Chiesa. È come ci fossero una luce nuova e colori nuovi. È nuovo lo sguardo ecclesiale sui religiosi e dei religiosi su se stessi. Permangono i riferimenti magisteriali-teologici e le medesime fatiche, ma l’insieme della vita consacrata è uscito dal cono d’ombra in cui sembrava risucchiata” (L. Prezzi).

La Redazione è impegnata a comprendere e interpretare il non facile passaggio per le religiose in Italia. La vita religiosa sta scomparendo dalla percezione del nostro popolo. Stiamo diventando invisibili. E per molti questo significa, inutili. La vita religiosa è sempre stata una esperienza autenticamente popolare nel nostro Paese. Era normale incontrare nelle nostre parrocchie una o più figure di religiose. La gente ci conosceva, ci sentiva dalla sua parte, ci ospitava volentieri e ascoltava spesso la nostra parola e il nostro consiglio. Quel tempo è finito. E la difficoltà non riguarda solo la vita religiosa. È un problema che coinvolge la Chiesa. Nel volgere di una generazione i cattolici in Italia cesseranno di essere maggioranza.

Con l’augurio di un Buon anno di grazia, visitato dalla benedizione del Signore e dalla presenza della Vergine Maria che ci aiuta e ci accompagna a scoprire il cammino da seguire, l’invito a rinnovare l’abbonamento o ad attivare un nuovo abbonamento.

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