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Primo piano

La vera parità che manca alla scuola

Intervento del card. G. Bassetti al Seminario “Autonomia parità e libertà di scelta educativa” organizzato da USMI – CISM – Roma, 14 novembre 2019

Si avvia a conclusione il decennio che la Chiesa italiana ha voluto dedicare all’educazione, e proprio dal documento che inaugurava questo decennio (Educare alla vita buona del Vangelo, Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020) possiamo prendere qualche spunto.

Anzitutto, nelle pagine iniziali si afferma che «nell’educazione, la libertà è il presupposto indispensabile per la crescita della persona», perché «siamo nel mondo con la consapevolezza di essere portatori di una visione della persona che, esaltandone la verità, la bontà e la bellezza, è davvero alternativa al sentire comune» (n. 8).

Nel paragrafo dedicato alla scuola cattolica si declinava invece il principio di libertà in relazione alla scelta educativa dei genitori: «La scuola cattolica costituisce una grande risorsa per il Paese. In quanto parte integrante della missione ecclesiale, essa va promossa e sostenuta nelle diocesi e nelle parrocchie […]. In quanto scuola paritaria, e perciò riconosciuta nel suo carattere di servizio pubblico, essa rende effettivamente possibile la scelta educativa delle famiglie, offrendo un ricco patrimonio culturale a servizio delle nuove generazioni» (n. 48).

Purtroppo, nonostante l’impegno profuso dalle realtà ecclesiali nel promuoverle e sostenerle, la vita delle scuole cattoliche non è facile, perché manca in Italia quella vera parità che altri Paesi riescono a garantire tra scuole statali e non statali. Ciò può spiegare, insieme ad altri fattori, il calo progressivo nel numero di scuole cattoliche registrato negli ultimi anni in Italia, e ancor più il calo nel numero degli alunni di queste scuole. Negli ultimi dieci anni, infatti, sono scomparse circa 1.000 scuole cattoliche (su un totale di quasi 9.000) e si sono persi più di 160.000 alunni.

Prendo questi dati dalle ricerche condotte ogni anno dal Centro Studi per la Scuola Cattolica della Cei, che monitora la situazione del settore e documenta purtroppo la grave crisi in cui le scuole cattoliche si trovano attualmente.

Ma questi numeri non devono indurci a considerazioni pessimistiche. Accanto alle tante scuole che si chiudono ce ne sono di nuove che si aprono e che rivelano la domanda di educazione cristiana che le famiglie desiderano per i propri figli: una domanda che potrebbe essere molto maggiore se solo le condizioni economiche fossero diverse.

Non si tratta solo della crisi economica che affligge ancora l’Italia e che induce molte famiglie a rinunciare alle spese giudicate non indispensabili (anche se le spese per l’educazione dei figli non possono definirsi accessorie o, peggio, un “lusso”). Si tratta anche dei riflessi dell’inverno demografico e della crisi in cui si dibattono le stesse scuole cattoliche a fronte di spese crescenti per il personale e per le strutture.

È un’eccezione italiana che certo non fa onore al nostro Paese. Nel resto del mondo e in Europa le cose vanno senz’altro meglio.

Per un rapido panorama possiamo partire dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948), in cui all’art. 26, comma 3, si afferma che «i genitori hanno diritto di priorità nella scelta dell’istruzione da impartire ai loro figli». E questo diritto alla libertà di scelta educativa è ripreso dai successivi documenti promulgati da diverse sedi internazionali. Ovviamente non è questa la sede per ripercorrere le singole dichiarazioni, ma sarebbe una lettura utile per confrontare la condizione italiana con il quadro internazionale.

Se ci limitiamo a guardare all’Europa, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (la cosiddetta Carta di Nizza, dell’anno 2000) afferma nell’art. 14 il diritto all’istruzione per tutti e, nel comma 3, ribadisce che «la libertà di creare istituti di insegnamento nel rispetto dei principi democratici, così come il diritto dei genitori di provvedere all’educazione e all’istruzione dei loro figli secondo le loro convinzioni religiose, filosofiche e pedagogiche, sono rispettati secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l’esercizio». Le legislazioni dei Paesi europei garantiscono quasi ovunque questo diritto e purtroppo l’Italia è uno dei pochi Paesi che impediscono di vedere attuato in tutta Europa questo principio. Ben due risoluzioni del Parlamento europeo, nel 1984 e nel 2012, hanno ribadito la necessità di finanziare anche i costi delle scuole non statali che offrono, come le scuole cattoliche, un servizio scolastico di qualità.

Il Centro Studi per la Scuola Cattolica ha dedicato un suo recente Rapporto al Valore della parità (2017), analizzando il quadro nazionale ed europeo e giungendo alla conclusione che purtroppo l’Italia si distingue negativamente in un contesto invece aperto ed attento al contributo dei soggetti non statali alla fornitura del servizio scolastico, cui sono assicurati regolari finanziamenti per coprire almeno buona parte dei costi di esercizio, in nome di quel principio di sussidiarietà che oggi è affermato anche nella Costituzione italiana ma non ancora pienamente attuato.

Non è però sui soli aspetti economici che intendo soffermarmi. La finalità di una scuola cattolica non è solo quella di assicurare un generico servizio scolastico, ma quella di offrire un valore aggiunto al percorso educativo dei suoi allievi mediante l’ispirazione evangelica che deve permeare tutte le attività scolastiche. Un’ispirazione che non contraddice la laicità della scuola italiana: quest’ultima, infatti, non si identifica con un indifferentismo religioso, bensì si esprime anche con un’apertura alla dimensione religiosa, riconoscendo come il cristianesimo abbia contribuito a dare forma ai valori e alla cultura del nostro Paese e dell’Europa.

La Chiesa ha un patrimonio di valori educativi che non può disperdersi solo per ragioni economiche: vorrebbe dire che abbiamo costruito la nostra casa sulla sabbia e non sulla roccia di una solida convinzione missionaria. Le Congregazioni religiose hanno carismi educativi da preservare e valorizzare anche quando si trovano in difficoltà per la crisi delle proprie vocazioni. Associazioni e movimenti laicali stanno affiancando (e talora sostituendo) le Congregazioni nella promozione di scuole e istituzioni educative.

L’importante è che non venga mai meno questo impegno di educazione e di missione che si concretizza nel servizio a quelle famiglie che vedono nell’offerta educativa delle scuole cattoliche una proposta efficace e in sintonia con i loro principi e con le loro esigenze. È questo servizio che non deve mai venire meno. La scuola cattolica, infatti, vuole essere soprattutto una “comunità educante”; e in una comunità ciò che conta sono le persone in quanto tali, apprezzate, valorizzate e amate per la loro singolare identità e con le loro particolari esigenze: alunni e insegnanti, genitori e dirigenti.

Chi si dedica all’educazione è animato da una speranza incrollabile. È questa che ci accompagna nell’impegno di ogni giorno in mezzo alle persone, soprattutto quelle che stanno crescendo e chiedono a noi adulti ragioni di vita, di fiducia e di speranza.

                                                                       + Gualtiero Card. Bassetti

 

Una vera parità scolastica per una crescita equa del Paese

Convegno “Autonomia, parità e libertà di scelta educativa in Italia e in Europa”

Intervento  del Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati al seminario USMI-CISM, Roma – 14 Novembre 2019

Autorità, Signore e Signori,
ho accolto con piacere l’invito ad aprire i lavori di questo importante convegno.

Un significativo appuntamento di riflessione in ordine alle delicate e complesse questioni sollevate dal documento “Autonomia parità e libertà di scelta educativa”, a due anni dalla sua adozione da parte del Consiglio Nazionale Scuola Cattolica della Conferenza Episcopale Italiana.

Un evento di sicuro rilievo, come testimoniato dalla presenza dei rappresentanti delle istituzioni laiche ed ecclesiastiche, ma anche delle associazioni dei genitori e dei gestori delle scuole.
Soprattutto, un prezioso momento di confronto tra competenze ed esperienze sui rapporti tra istruzione pubblica e istruzione paritaria.
Un equilibrio che si riflette, inevitabilmente, anche sul presente e sulle prospettive future dei nostri giovani e di tutta la nostra società.

Saluto sua Eminenza, il cardinale Gualtiero Bassetti, a cui rinnovo il mio profondo apprezzamento per l’instancabile impegno profuso, alla guida della CEI, volto a stimolare un dialogo sempre più aperto e costruttivo tra le fedi e i popoli del mondo.
Saluto e ringrazio Madre Yvonne Reungoat, Padre Luigi Gaetani e Suor Anna Monia Alfieri, a cui va il merito della piena riuscita di questa iniziativa.

I temi su cui oggi ci confronteremo implicano la necessità di soffermarci preliminarmente sul ruolo centrale dell’educazione scolastica nel nostro assetto sociale e nel nostro quadro ordinamentale.
E’ nella scuola che, prevalentemente, i giovani si calano in una dimensione sociale: acquistano consapevolezza di loro stessi, delle proprie potenzialità, e allo stesso tempo acquisiscono coscienza di essere parte di un sistema più grande.

Un sistema che si chiama società, nazione, mondo.
E’ nelle dinamiche scolastiche che si prende piena consapevolezza di essere titolari di diritti, ma anche portatori di doveri verso il prossimo e la collettività.
E’ nelle dinamiche scolastiche che si apprende il valore dell’impegno e dello studio come strumenti di affermazione personale e professionale.
Ed è sempre nelle dinamiche scolastiche che si comprende come la cultura sia la più grande ricchezza che ogni individuo può acquisire e mettere a frutto in un percorso di vita aperto al prossimo, alla collettività, al confronto e al dialogo.

In tale prospettiva, il diritto all’istruzione acquista una dimensione e una portata ben più ampia.
Da un lato, realizza il diritto fondamentale di libertà, dignità e autonomia del singolo individuo. Dall’altro lato pone in essere le migliori condizioni perché ciascuno di noi contribuisca alla costruzione di una cittadinanza responsabile.
Attraverso l’istruzione, formiamo le future generazioni ma riusciamo anche a dare nuova linfa a quel patto sociale – giuridico e morale – su cui si regge l’essenza stessa della nostra società e la nostra crescita come popolo e come Nazione.
Questo è lo spirito che ha animato i lavori dell’Assemblea costituente e che ha portato Aldo Moro – uno dei padri della Costituzione – ad affermare che ad ogni cittadino deve essere riconosciuto il diritto di “ricevere una adeguata istruzione ed educazione per la sua personalità e (per) l’assolvimento dei compiti sociali”.
La Costituzione indica la via: sancisce i diritti, prescrive i doveri. Ma è compito delle Istituzioni – del Parlamento e del Governo in particolare – fare in modo che quei diritti vengano garantiti, che quei doveri siano assolti.

La legge n. 62 del 2000 e i successivi provvedimenti in materia di istruzione molto hanno fatto per dare attuazione ai precetti costituzionali, riconoscendo, regolando e garantendo un contesto di pluralismo scolastico nel nostro sistema nazionale.

Dobbiamo tuttavia prendere atto che quanto realizzato sul piano formale e legislativo non ha prodotto anche gli effetti sperati sul piano sostanziale.
Secondo il rapporto OCSE-PISA pubblicato lo scorso settembre, infatti, “in Italia il sistema scolastico è egualitario sulla carta, ma nei fatti non consente ancora di superare le differenze di partenza tra gli studenti legate al contesto familiare e sociale, anzi le consolida”.
Il rapporto – che è uno dei dati più recenti su cui dobbiamo misurare l’impatto dell’azione del Governo e del Parlamento – evidenzia in particolare come non tutti gli studenti abbiano pari accesso a un insegnamento di alta qualità e che questa disuguaglianza può spiegare gran parte dei divari di apprendimento osservati tra gli alunni più favoriti e quelli svantaggiati.
I dati raccolti dall’OCSE dimostrano infine come l’alta percentuale di abbandono scolastico in Italia sia determinata principalmente dalle risorse economiche di cui dispongono le famiglie.
In altre parole: la possibilità economica di accedere all’istruzione si traduce nel principale ago della bilancia dell’equità sociale.

Il Rapporto OCSE segue e conferma dunque le considerazioni già sviluppate dal Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica della CEI nel prezioso documento su cui oggi si concentreranno i lavori di questo seminario.
Un testo a cui ho guardato con particolare interesse sin dalla sua pubblicazione condividendone lo spirito e gli obiettivi.
Soprattutto, prestando particolare attenzione alle soluzioni proposte, affinché il sistema formativo italiano possa perseguire gli obiettivi fissati dalla Costituzione.

Quattro sono le principali questioni giuridiche e normative poste dal documento, tutte peraltro strettamente concatenate tra loro:
– La discriminazione degli studenti, per ragioni economiche, nel loro diritto ad apprendere.
– La non ancora completa attuazione delle prescrizioni della legge 62/2000 per garantire l’autonomia e la sostenibilità delle scuole private, anche in rapporto alla libertà di insegnamento.
– La mancanza di una effettiva libertà di scelta educativa, sia per gli studenti sia per i genitori, dovuta anche al forte divario economico tra la gratuità della scuola pubblica e l’onerosità di quella privata, che è interamente a carico delle famiglie.
– La carenza, infine, di un’adeguata valorizzazione professionale dei docenti delle scuole paritarie, penalizzati sotto molteplici aspetti rispetto ai loro omologhi delle scuole pubbliche.
Sono temi che vanno affrontati con coscienza e grande responsabilità.
Soprattutto, con la consapevolezza di quello che il documento indica e che sento di condividere pienamente: promuovere una vera uguaglianza nell’accesso all’istruzione significa sostenere una crescita equa di tutto il Paese, basata sul merito, sulle capacità, sull’impegno e sulla passione.
Per soddisfare questa esigenza, potrebbe essere utile una riflessione, da parte di tutte le Istituzioni, sulla via suggerita dall’OCSE di finanziamenti mirati alle famiglie più povere, o una attenta valutazione di proposte come quella contenuta nel documento della CEI, che suggeriscono la determinazione di un “costo standard di sostenibilità per allievo” a carico dello Stato e da distribuire a beneficio tanto delle scuole pubbliche, quanto di quelle paritarie.

Dare agli studenti e ai genitori la possibilità di scegliere tra una buona scuola pubblica statale e una buona scuola pubblica paritaria, favorirebbe – ad esempio – una proficua, leale e necessaria concorrenza tra gli istituti scolastici.
Una concorrenza che avrebbe il merito di innalzare il livello dell’offerta didattica, di valorizzare il ruolo dei docenti, di produrre maggiori e migliori competenze e nuove professionalità che, una volta impiegate, potrebbero tradursi in nuove ricchezze per tutto il Paese.
Una concorrenza che si svolgerebbe comunque sotto lo sguardo garante dello Stato e in piena in

armonia con gli obiettivi costituzionali.
Perchè è proprio la Costituzione a ricordarci che scuola pubblica e scuola privata non si devono distinguere come sistemi alternativi o in contrasto tra loro, ma come un unico strumento di crescita e di sviluppo delle nuove generazioni.

E’ la Costituzione a dirci che l’iniziativa privata in materia di istruzione deve avere il diritto e la libertà di affiancarsi alla doverosità dell’azione statale e di concorrere con essa alla realizzazione dell’interesse della collettività.
Una scuola più equa quindi: nell’accesso, nell’offerta didattica, nella sostenibilità della scelta educativa.
Una scuola che richiede il contributo di tutti i soggetti coinvolti, dalle istituzioni alle associazioni dei genitori.

Un contributo che deve arrivare anche da momenti di approfondimento e di condivisione come questo e dalle idee, dalle proposte, che possono maturare attraverso un dialogo aperto, costruttivo, sereno e responsabile. Un dialogo che possa ispirare il nostro agire oggi, nell’interesse del futuro dei nostri figli e delle generazioni che verranno.

 

 

Custodi del creato. Custodi di un dono

Un pomeriggio a due voci, l’incontro di sabato 17 novembre c.a. presso la sede dell’USMI Nazionale. Un incontro nell’ambito di una iniziativa dei “Sabati culturali” organizzati dal Centro Studi per ripensare la relazione tra vita religiosa e intelligenza cristiana nel mondo di oggi, sulle linee del Magistero di papa Francesco. Il grido della terra e il grido dei poveri, questa la tematica che mons. José Tolentino de Mendonça, prefetto della Biblioteca vaticana, poeta, teologo e la dott.ssa Cecilia Dall’Oglio, responsabile del Movimento mondiale per il clima e impegnata nell’Ufficio Giustizia e Pace della CEI hanno sviluppato. A partire dai tratti salienti dell’enciclica Laudato si’ pubblicata il 18 giugno 2015, – enciclica storica di Papa Francesco sulla cura del creato e della nostra casa comune – hanno messo in evidenza soprattutto l’importanza della conversione ecologica e dei cambiamenti nello stile di vita.

La Laudato si’ non parte da zero. Papa Francesco riprende le parole dei suoi predecessori e il grido di allarme che da tempo mette in guardia dallo sfruttamento inconsiderato delle risorse, da una politica miope che guarda al successo immediato senza prospettive a lungo termine, dall’egoismo delle società consumistiche che stentano a cambiare i propri stili di vita. Ricorda che la cura del creato è impegno di tutti, credenti e non credenti. «I cambiamenti climatici sono un problema globale con gravi implicazioni ambientali, sociali, economiche, distributive e politiche, e costituiscono una delle principali sfide attuali per l’umanità», scrive il Papa al numero 25. Se «il clima è un bene comune, di tutti e per tutti», l’impatto più pesante della sua alterazione ricade sui più poveri, ma molti «che detengono più risorse e potere economico o politico sembrano concentrarsi soprattutto nel mascherare i problemi o nasconderne i sintomi». Il Papa denuncia «la mancanza di reazioni di fronte a questi drammi dei nostri fratelli e sorelle» come «segno della perdita di quel senso di responsabilità per i nostri simili su cui si fonda ogni società civile».

Il Papa va alle cause profonde del degrado e della crisi ecologica. La denuncia è soprattutto per la logica «usa e getta» che genera la cultura dello scarto. Le competenze tecniche, danno a «coloro che detengono la conoscenza e soprattutto il potere economico per sfruttarla un dominio impressionante sull’insieme del genere umano e del mondo intero». Sono proprio le logiche di dominio tecnocratico che portano a distruggere la natura e a sfruttare le persone e le popolazioni più deboli. «Il paradigma tecnocratico tende ad esercitare il proprio dominio anche sull’economia e sulla politica», impedendo di riconoscere che «il mercato da solo non garantisce lo sviluppo umano integrale e l’inclusione sociale».

Il Papa, afferma mons. Tolentino, che ribadisce «l’analisi dei problemi ambientali è inseparabile dall’analisi dei contesti umani, familiari, lavorativi, urbani, e dalla relazione di ciascuna persona con sé stessa». «Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale». Questa ecologia integrale «è inseparabile dalla nozione di bene comune». Nel contesto di oggi, in cui «si riscontrano tante iniquità e sono sempre più numerose le persone che vengono scartate, private dei diritti umani fondamentali», impegnarsi per il bene comune significa fare scelte solidali sulla base di «una opzione preferenziale per i più poveri».

Questa enciclica chiama ciascuno di noi all’azione, come individui e come chiesa, e indica la via per lavorare insieme per il cambiamento e per proteggere la nostra casa comune.

Che cosa è possibile fare per «uscire dalla spirale di autodistruzione in cui stiamo vivendo? Ogni cambiamento ha bisogno di motivazioni e di un cammino educativo». Sono coinvolti tutti gli ambiti educativi, in primis «la scuola, la famiglia, i mezzi di comunicazione, la catechesi. La partenza è «puntare su un altro stile di vita», che apre anche la possibilità di «esercitare una sana pressione su coloro che detengono il potere politico, economico e sociale». E allora mons. Tolentino ha richiamato l’attenzione su quanto papa Francesco afferma a conclusione dell’enciclica.

“La grande ricchezza della spiritualità cristiana, generata da venti secoli di esperienze personali e comunitarie, costituisce un magnifico contributo da offrire allo sforzo di rinnovare l’umanità. Desidero proporre ai cristiani alcune linee di spiritualità ecologica che nascono dalle convinzioni della nostra fede, perché ciò che il Vangelo ci insegna ha conseguenze sul nostro modo di pensare, di sentire e di vivere. Non si tratta tanto di parlare di idee, quanto soprattutto delle motivazioni che derivano dalla spiritualità al fine di alimentare una passione per la cura del mondo. Infatti non sarà possibile impegnarsi in cose grandi soltanto con delle dottrine, senza una mistica che ci animi, senza «qualche movente interiore che dà impulso, motiva, incoraggia e dà senso all’azione personale e comunitaria». Tale conversione comporta vari atteggiamenti che si coniugano per attivare una cura generosa e piena di tenerezza”. L’invito allora, a vivere una sobrietà felice, una semplicità coraggiosa e la saggezza delle piccole cose.

La dott.ssa Cecilia Dall’Oglio, ha condiviso l’impegno del Movimento Cattolico Mondiale per il Clima (GCCM) e delle sue organizzazioni membri che ha promosso una campagna internazionale per sensibilizzare sul messaggio della Laudato si’ e incoraggiare la comunità cattolica ad agire con l’urgenza richiesta dalla crisi climatica.

 

Libertà di scelta educativa della famiglia in un pluralismo di istituzioni formative…utopia o una decisa e possibile attuazione?

Autonomia, parità e libertà di scelta educativa in Italia e in Europa: questo è il titolo del convegno organizzato in collaborazione con USMI e CISM a due anni dalla pubblicazione dell’omonimo documento da parte del Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica. è parso opportuno infatti richiamare l’attenzione e fare sintesi sul tema cruciale della libertà di scelta educativa della famiglia in un pluralismo di istituzioni formative. Tra i relatori di eccezione, la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati e il presidente della CEI, cardinale Gualtiero Bassetti. Tutti gli interventi hanno sottolineato che:

1) Il diritto alla libertà di scelta educativa della famiglia, riconosciuto dalla legge 62 del 2000, non ha ancora trovato un’attuazione nei fatti;

2) Il pluralismo formativo, rappresentato dalle istituzione scolastiche pubbliche paritarie, è conditio sine qua non della libertà di scelta educativa. Tale pluralismo potrebbe generare una sana competizione tra le scuole, atta al miglioramento dell’offerta scolastica italiana

3) La forza carismatica delle scuole pubbliche paritarie cattoliche appare così elemento di grande importanza dal punto di vista formativo nella società odierna, che sembra mirare solo a curare la dimensione tecnica e non l’unità della persona umana.

4) La buona gestione della scuola cattolica è l’elemento che può non solo garantire la qualità dell’offerta formativa e la formazione del personale docente, anche a vantaggio della scuola statale

5) E’ necessario superare una certa frammentazione nell’azione delle associazioni, elemento che ha contribuito al mancato raggiungimento della piena libertà di scelta educativa in un pluralismo formativo

6) Ad oggi sia le scuole dell’infanzia sia la formazione professionale godono del contributo essenziale di Istituzioni pubbliche paritarie cattoliche che colmano un vuoto lasciato dall’offerta statale

7) La libertà di scelta della famiglia, la dignità del disabile, la libertà d’insegnamento sono valori non negoziabili. La via che conduce a questi riconoscimenti è la definizione del costo standard di sostenibilità per allievo, proposta che ha trovato accoglienza trasversale da parte dei politici e dei ministri della Pubblica Istruzione che negli anni si sono succeduti come proposto nel documento autonomia parità e libertà di scelta educativa. Un costo standard da declinare nelle svariate modalità che si riterrà (dote scuola, buono scuola, convenzioni). Solo una politica sgombra da preconcetti ideologici potrebbe portare la scuola italiana ai livelli europei, così come segnalato dagli ultimi dati Ocse Pisa.

In conclusione, l’assemblea auspica ulteriori momenti di riflessione condivisa per approfondire tematiche così vitali per il bene del nostro Paese.

 

 

Un dibattito di notevole importanza con il card. G. Bassetti, Presidente della Conferenza episcopale italiana e la Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati

A due anni da quell’importante presa di posizione della Chiesa Italiana, l’Unione delle superiore maggiori d’Italia (USMI), che unisce gli Istituti religiosi femminili operanti in Italia, e la Conferenza italiana superiori maggiori (CISM), omologo maschile, organizzano – nel pomeriggio di giovedì 14 novembre c.a., presso la Sala Convegni USMI-CISM, in via Zanardelli, 32 a Roma – un Seminario di sintesi con il quale intendono richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e del mondo politico proprio sul sistema scolastico italiano “ancora incompiuto” e invitano a fare i passi necessari “affinché il sistema formativo italiano, nel suo complesso, possa perseguire meglio la missione educativa che la società gli affida e che la legge a pieno titolo gli riconosce”.

Saranno presenti personalità ai massimi livelli, in particolare la Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti CASELLATI e Sua Em. il Card. Gualtiero BASSETTI, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

Quale l’obiettivo del Convegno? “L’obiettivo è che tutte le famiglie, per educare i propri figli – è scritto nel comunicato di presentazione – possano effettivamente scegliere tra le Scuole Pubbliche del Sistema Nazionale di Istruzione, statali e paritarie, alle medesime condizioni economiche. È questo lo spirito della Legge 62/2000 (ricorre il 20^ anniversario di quella che risulta una legge ancora oggi incompiuta), preceduta dal dettato costituzionale e seguita da numerosi pronunciamenti giuridici europei.”

La richiesta di parità effettiva, anche economica, incontra ancora oggi resistenza da parte di alcuni settori politici e culturali, nonostante sia lampante l’ingiustizia per cui i genitori degli alunni delle scuole paritarie pagano due volte per garantire la libera educazione dei loro figli: prima con le tasse, come tutti gli italiani, e poi con le rette che sono costretti a versare alle scuole paritarie che altrimenti non potrebbero garantire il servizio scolastico richiesto dalla libertà di scelta della Famiglia.

C’è una soluzione? Da anni esperti di economia propongono lo strumento del costo standard di sostenibilità per allievo, orientato a far sì che la “libera scelta delle scuole da parte dei Genitori” non sia più un terreno di scontro ideologico tra partiti, ma sia la procedura trasparente ed efficace per allineare l’Italia ai Paesi civili più avanzati, dove tutte le famiglie, e quindi anche quelle povere, godano degli stessi diritti di accesso all’Istruzione Pubblica, che non può essere unicamente “statale”, pena il venir meno della libertà di scelta, in una pluralità di offerta formativa, espressa dalla Costituzione. Tale strumento metterebbe al centro del sistema lo studente, favorirebbe la libertà di scelta educativa da parte delle famiglie, creerebbe una positiva competitività tra le scuole migliorando la qualità didattica, produrrebbe un notevole risparmio sulla spesa scolastica da parte dello Stato.

 

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Accompagnare, ascoltare, annunciare: il nostro impegno per un carcere dal volto umano

Nella prospettiva  di un carcere che non umilia ma educa, fondamentale è la presenza al suo interno dei tanti religiosi e religiose che, oltre a portare la Parola dietro le sbarre, offrono ascolto, comprensione e affetto umano ai detenuti e detenute. Sabato 16 e domenica 17 novembre c.a. si svolge, nella sede dell’USMI Nazionale, un seminario rivolto a tutte le consacrate che operano nella Pastorale carceraria: “Donne consacrate e carcere: chiamate ad annunciare il Vangelo oggi… dietro e oltre le sbarre”.

Sono previsti gli interventi di Silvia Landra (che tratterà il tema “Ascoltare, annunciare, condividere la Buona Novella in carcere”) e di Agnese Moro (che si soffermerà sulla “La mediazione riconciliativa quale strumento per una nuova Giustizia penale”). Domenica 17 la messa sarà celebrata da monsignor Carlo Roberto Maria Redaelli, arcivescovo di Gorizia e presidente della Caritas italiana.

Suor Annuccia Maestroni, referente nazionale delle religiose che operano nelle carceri italiane, intervistata dal SIR ha illustrato il servizio prezioso che svolgono le suore e in parte la situazione del carcere italiano.

“Attualmente siamo 223 consacrate e operiamo in 86 carceri su 209 strutture penitenziarie presenti in Italia. Siamo operative sia nelle sezioni maschili che in quelle femminili; alcune di noi entrano negli istituti penitenziari per minori (Ipm) e negli Istituti a custodia attenuata per detenute madri (Icam).

All’interno delle carceri ognuna di noi svolge un compito abbastanza definito: alcune si occupano dell’accompagnamento umano – spirituale; altre della catechesi, dei colloqui individuali, della preparazione ai Sacramenti, della Liturgia della Parola.

Siamo presenti nelle celebrazioni eucaristiche, operiamo in collaborazione con l’équipe dell’area pedagogica ai progetti di recupero e reintegrazione della persona detenuta. Alcune sono presenza attiva nei laboratori occupazionali e nella distribuzione di indumenti e materiale di prima necessità.

Il carcere è un luogo dove, all’occhio, pare subito privo di qualsiasi “tocco” femminile, si direbbe anche privo di una possibile accoglienza umana. Le donne detenute, forse per un indole tipicamente femminile, fin dai primi giorni della carcerazione si pongono in ricerca di altre persone per sfogarsi, quasi come volessero “abortire” il proprio stato d’animo; ne sentono un bisogno estremo, una necessità pari all’aria che respirano. La relazione che la donna detenuta (qualsiasi cultura e religione essa appartenga) cerca di avere con l’altra persona, sia essa compagna di cella o volontaria, ha in sé inizialmente una parte di dubbio, sospetto e diffidenza. Questo atteggiamento che, come primo approccio, può sembrare negativo, spesso è l’inizio di una ricerca affannosa di ciò che la potrebbe risollevare e ricollocare dentro un positivo che da tempo non sperimenta, ma che sa come realtà esistente.

Il dolore umano, direi viscerale e in questo caso tipicamente femminile, viene trasformato in una immediata e ansiosa richiesta, affinché qualcuno di noi, “esterni” ma non estranei al carcere, possa mettersi in contatto con “chi sta loro a cuore”, sperando che l’altra persona ci sia ancora “con lo stesso cuore” di ieri… Paure di essere abbandonate, che si fanno vere incisioni nella carne quando sentono di aver abbandonato chi è parte della loro vita!

Sempre più frequente tra le mura del carcere la presenza delle donne – madri. Numerose quelle che portano in Istituto figli minori e ancora di più quelle che hanno figli in qualche angolo del mondo. Qui, forse dovuto anche alla nostra sensibilità femminile, si percepisce fortemente e ininterrottamente un misto tra speranza e disperazione, spesso urlate, a volte anche senza voce”.

Un triplice obiettivo, dunque si propone questo Seminario:

– far crescere una riflessione condivisa sulla presenza delle donne consacrate nel carcere, individuando uno stile e un metodo di lavoro che ci “caratterizzi”, confrontandoci anche sulla doverosa e cordiale collaborazione con i Cappellani;

– costruire una buona relazione tra la nostra unione Usmi – a cui aderiscono le nostre diverse Congregazioni – e l’Ispettorato Generale dei Cappellani delle Carceri Italiane;

– tenere aperto il nostro orizzonte anche sulle altre realtà pastorali (catechesi, pastorale giovanile, pastorale della famiglia, pastorale delle migrazioni, missionarietà… ecc.) per favorire collaborazioni tra le persone e sinergie di tematiche e sostenerci reciprocamente.

Trimestre sabbatico: una esperienza vitale, che fa bene e segna un momento particolare di grazia

È iniziato l’ 11 settembre c.a. presso l’Usmi Nazionale il “Trimestre Sabbatico”, che terminerà il 7 dicembre 2019. Una opportunità che per le Congregazioni, e le sorelle desiderose e bisognose di un tempo propizio per incontrare il Dio della Vita e se stesse, così da riprendere il cammino con forze rinnovate.

È un servizio dell’Usmi Nazionale che viene molto richiesto e partecipato con buoni frutti spirituali Il testo biblico di riferimento per quest’anno è: «Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’» (Mc 6,31). Le partecipanti sono 65 di 35 Congregazioni e di 20 Paesi.

Tre mesi intensi in cui le sorelle fanno un percorso di accompagnamento personale, sperimentano la fraternità oltre il proprio carisma e la propria appartenenza istituzionale. Inoltre in questi tre mesi, in un itinerario sui passi dei primi cristiani a Roma, ciascuna è invitata a confrontare la propria vita cristiana con la parresia di quanti ci hanno preceduto nella fede.

Ad alcune di loro sono state poste alcune domande e la loro risposta è stata una corale sinfonia che conferma il lavorio interiore delle sorelle e la loro disponibilità a lasciarsi plasmare dallo Spirito che sempre conduce il cammino nell’intimo del cuore e porta frutti di pace, serenità e fedeltà.

È un’esperienza bella, affermano, arricchente che fa toccare con mano l’universalità della Chiesa, la vivacità e la diversità dei carismi; si percepisce l’impegno di ciascuna nel rendere presente Gesù nelle periferie delle città, dove l’ingiustizia, la violenza, le povertà sono il segno dell’umanità che ancora oggi soffre e attende di essere liberata dalle varie schiavitù.

Un elemento importante per noi, è la conoscenza reciproca, la possibilità di comunicare la propria esperienza e di conoscere qualcosa della missione e del paese di provenienza; tutto questo ci fa vivere la gioia dello stare insieme e della comunione fraterna.

Il programma di formazione si rivolge a tutta la persona con contenuti di vita fraterna, di liturgia, di sacra scrittura, di spiritualità, di conoscenza di sé, di relazione con Dio e con gli altri, di discernimento, di approfondimento sulla vita consacrata, di conoscenza del mondo presente. Inoltre non mancheranno contenuti sulla vita spirituale, sul dialogo ecumenico ed interreligioso, sulle forme nuove di missione per rispondere alle sfide attuali.

I contenuti sapientemente scelti ci rinfrancano, così alcune di loro hanno affermato, ci aiutano a riprendere il cammino personale di crescita centrato sulla Parola di Dio. Ogni tematica è una ricchezza che diventa nella diversità dono di maturità per la mente, la volontà e il cuore.

Una esperienza vitale, dunque, che fa bene e segna un momento particolare di grazia per ognuna!

 

N.B. Nelle foto sono riprese solo alcune partecipanti.  Ci risentiamo a conclusione del Trimestre anche con un bel reportage fotografico.

 

Io sono una missione su questa terra – Primo incontro dei Sabati culturali

Alla vigilia della 93ª Giornata missionaria mondiale, sì è svolto il primo incontro dei “I sabati culturali”, una proposta – promossa dal Centro Studi – che cerca di andare alle “frontiere” dove si generano le sfide della storia presente, per ripensare la relazione tra Vita Religiosa e intelligenza cristiana nel mondo di oggi, sulle linee del Magistero di Papa Francesco.

L’incontro – dal titolo Io sono una missione su questa terra -a due voci, un profeta e una testimone, padre Alex Zanotelli e madre Simona Brambilla, è stato denso nei contenuti e ricco di suggestioni. Padre Alex impossibilitato a partecipare per un’improvvisa indisposizione, ha inviato un messaggio, dal quale si è evidenziato tutta la sua carica profetica e la sua schiettezza nel denunciare, lottare per le situazioni di povertà e di ingiustizia “di questo mondo oggi dominato da un sistema economico-finanziario che permette a pochi di avere tutto a spese di molti morti di fame” e la testimonianza di vita evangelica. Impegnato fino al 2001 a Korogocho, lo slum più degradato di Nairobi, baraccopoli che lui stesso definì “un sotterraneo della vita e della storia” p. Alex svolge oggi la sua missione nel rione Sanità di Napoli, un quartiere molto popolato, dove le miserie e la creatività del popolo napoletano trovano piena cittadinanza. Il suo invito a “darci da fare” nasce dal fatto che il missionario/a è “marcato dal fuoco” e quindi impegnato a “illuminare, benedire, vivificare, guarire, liberare” (EG 273), oggi “in un mondo, in una cultura dominato da un Sistema economico-finanziario che permette a pochi di avere tutto a spese di molti, e che sta ammazzando per fame e per guerra e sta creando il disastro dei profughi e migranti”. Dunque, è tempo di “camminare con gli impoveriti del sud del mondo”.

Madre Simona Brambilla, superiora generale delle Missionarie della Consolata, nella sua articolata comunicazione esperienziale, ha fatto emergere tutta la ricchezza della missione “dal volto e dallo stile femminile” del suo Istituto, nato 109 anni, “tra coloro che non sono cristiani”. Nel ricordare suor Leonella Sgorbati e la beata Irene Stefani, la prima uccisa a Mogadiscio il 17 settembre 2006 da estremisti islamici, suor Irene morta in Kenya il 31 ottobre 1930 per aver contratto la peste. “È nel martirio, ha detto, che la missione trova il vertice della sua vocazione”.

Le sue parole hanno tracciato una via per riscoprire la missione come una relazione d’amore, una relazione spirituale perché solo chi ama, ha affermato, può mettersi in movimento, si dona all’altro ed è capace di relazioni che generano vita. La missione è dono dello Spirito Santo che accende “quel fuoco” per rendere capaci di riconoscere che “ogni essere umano è oggetto dell’infinita tenerezza del Signore ed Egli stesso abita nella sua vita” (EG 274).

Alle Religiose e ai Religiosi nei Paesi della Regione panamazzonica – Una lettera speciale

In questo contesto sinodale sentiamo il desiderio di manifestarvi la nostra vicinanza e il nostro apprezzamento per quello che siete e condividete, come vita consacrata, a favore dei gruppi umani in codeste Regioni tanto ricche e per molti aspetti tanto impegnative. Voi siete testimoni viventi del Dio Misericordioso, ogni Istituto secondo il carisma che gli è proprio, inseriti nella vita del popolo, molte volte in mezzo a privazioni, frequentemente nell’anonimato, senza sottrarsi ai conflitti né al martirio stesso per la duplice fedeltà all’umanità e al Vangelo.

Vi incoraggiamo a trasformare questo Sinodo in un kairós (l’«oggi» della salvezza divina) per la vita consacrata impegnata nell’Amazzonia e con ripercussioni sulla Chiesa intera…

 

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Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale. Sinodo dei Vescovi, 6-27 ottobre

Un nuovo appuntamento sinodale attende la Chiesa: dal 6 al 27 ottobre c.a. si svolge l’Assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi per la Regione Panamazzonica dal titolo programmatico Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale.

«L’Amazzonia è una regione con una ricca biodiversità; è multietnica, pluriculturale e plurireligiosa, uno specchio di tutta l’umanità che, a difesa della vita, esige cambiamenti strutturali e personali di tutti gli esseri umani, degli Stati e della Chiesa» (DP, Introduzione).

Il territorio dell’Amazzonia comprende parte di Brasile, Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia, Venezuela, Guyana, Suriname e Guyana francese in un’area di 7,8 milioni di kmq, nel cuore del Sud America. Le foreste amazzoniche coprono circa 5,3 milioni di kmq, che rappresentano il 40% della superficie globale delle foreste tropicali.

La vita in Amazzonia è minacciata dalla distruzione e dallo sfruttamento ambientale, dalla sistematica violazione dei diritti umani fondamentali della popolazione amazzonica: in particolare, dalla violazione dei diritti dei popoli originari, come il diritto al territorio, all’autodeterminazione, alla delimitazione dei territori, alla consultazione e al consenso previo. Secondo le comunità che hanno partecipato a questo ascolto sinodale, la minaccia alla vita deriva da interessi economici e politici dei settori dominanti della società odierna, in particolare delle compagnie estrattive.

Attualmente, i cambiamenti climatici e l’aumento degli interventi umani (deforestazione, incendi e cambiamenti nell’uso del suolo) stanno portando l’Amazzonia a un punto di non ritorno, con alti tassi di deforestazione, spostamenti forzati della popolazione e inquinamento, mettendo a rischio i suoi ecosistemi ed esercitando pressione sulle culture locali.

L’Amazzonia oggi è una bellezza ferita e deformata, un luogo di dolore e di violenza, come sottolineano eloquentemente i rapporti delle Chiese locali ricevuti dalla Segreteria Generale del Sinodo.

La violenza, il caos e la corruzione dilagano. Il territorio è diventato uno spazio di scontri e di sterminio di popoli, culture e generazioni.

C’è chi è costretto a lasciare la propria terra e molte volte cade nelle reti delle mafie, del narcotraffico e della tratta di esseri umani (soprattutto donne), del lavoro e della prostituzione minorile. È una realtà tragica e complessa, che si colloca al di fuori della legge e del diritto.

 

I popoli amazzonici originari hanno molto da insegnarci. Riconosciamo che per migliaia di anni si sono presi cura della loro terra, dell’acqua e della foresta, e sono riusciti a preservarli fino ad oggi, affinché l’umanità possa beneficiare della gioia dei doni gratuiti della creazione di Dio. I nuovi cammini di evangelizzazione devono essere costruiti in dialogo con queste sapienze ancestrali in cui si manifestano semi del Verbo.

Il Sinodo dell’Amazzonia diventa così un segno di speranza per il popolo amazzonico e per tutta l’umanità.

Chiesa profetica in Amazzonia: sfide e speranze

 L’ultima parte del Documento preparatorio al Sinodo invita i Padri Sinodali dell’Amazzonia a discutere sul secondo punto del tema proposto dal Papa: i nuovi cammini per la Chiesa nella regione.

La realtà delle chiese locali ha bisogno di una Chiesa partecipativa, che si renda presente nella vita sociale, politica, economica, culturale ed ecologica dei suoi abitanti; di una Chiesa accogliente verso la diversità culturale, sociale ed ecologica per poter servire senza discriminazione persone o gruppi; di una Chiesa creativa, che possa accompagnare assieme al suo popolo la costruzione di nuove risposte ai bisogni urgenti; e di una Chiesa armoniosa, che promuova i valori della pace, della misericordia e della comunione

Sacramenti e religiosità popolare, ‘cosmovisione’

Le comunità hanno difficoltà a celebrare frequentemente l’Eucaristia per la mancanza di sacerdoti. “La Chiesa vive dell’Eucaristia” e l’Eucaristia edifica la Chiesa. Per questo, invece di lasciare le comunità senza l’Eucaristia, si propone di rivedere alcuni dei criteri di selezione e preparazione dei ministri autorizzati a celebrarla. Le comunità chiedono una maggiore valorizzazione, accompagnamento e promozione della pietà con cui il popolo povero e semplice esprime la sua fede attraverso immagini, simboli, tradizioni, riti e altri sacramenti Si tratta della manifestazione di una saggezza e di una spiritualità che costituisce un autentico luogo teologico con un grande potenziale evangelizzatore. Sarebbe opportuno riconsiderare l’idea che l’esercizio della giurisdizione (potere di governo) deve essere collegato in tutti gli ambiti (sacramentale, giudiziario, amministrativo) e in modo permanente al Sacramento dell’Ordine.

Nuovi ministeri

Oltre alla pluralità delle culture all’interno dell’Amazzonia, le distanze generano un grave problema pastorale che non può essere risolto con i soli mezzi meccanici e tecnologici.

È necessario promuovere vocazioni autoctone di uomini e donne in risposta ai bisogni di un’attenzione pastorale sacramentale; il loro contributo decisivo sta nell’impulso ad un’autentica evangelizzazione dal punto di vista indigeno, secondo i loro usi e costumi.

Si tratta di indigeni che predicano agli indigeni con una profonda conoscenza della loro cultura e della loro lingua, capaci di comunicare il messaggio del Vangelo con la forza e l’efficacia di chi ha il loro bagaglio culturale. È necessario passare da una “Chiesa che visita” ad una “Chiesa che rimane”, accompagna ed è presente attraverso ministri che emergono dai suoi stessi abitanti. Affermando che il celibato è un dono per la Chiesa, si chiede che, per le zone più remote della regione, si studi la possibilità di ordinazione sacerdotale di anziani, preferibilmente indigeni, rispettati e accettati dalla loro comunità, sebbene possano avere già una famiglia costituita e stabile, al fine di assicurare i Sacramenti che accompagnano e sostengono la vita cristiana.

Il ruolo della donna

 È richiesto di identificare il tipo di ministero ufficiale che può essere conferito alle donne, tenendo conto del ruolo centrale che esse svolgono oggi nella Chiesa amazzonica. Viene chiesto il riconoscimento delle donne a partire dai loro carismi e talenti. Esse chiedono di recuperare lo spazio dato da Gesù alle donne, “dove tutti/tutte possiamo ritrovarci”. Si propone, inoltre, di garantire ad esse la loro leadership, nonché spazi sempre più ampi e rilevanti nel campo della formazione: teologia, catechesi, liturgia e scuole di fede e di politica.

La vita consacrata

 Si propone, quindi, di promuovere una vita consacrata alternativa e profetica, inter-congregazionale, inter-istituzionale, con un senso di disponibilità a stare dove nessuno vuole stare e con chi nessuno vuole stare. Si raccomanda che la formazione alla vita religiosa includa processi formativi focalizzati sull’interculturalità, l’inculturazione e il dialogo tra le spiritualità e le ‘cosmovisioni’ amazzoniche.

L’ecumenismo

Il Documento mette in risalto anche un importante fenomeno da tenere in considerazione, ovvero la rapida crescita delle recenti chiese evangeliche di origine pentecostale, soprattutto nelle periferie: “Ci mostrano un altro modo di essere Chiesa dove il popolo si sente protagonista e dove i fedeli possono esprimersi liberamente senza censura, dogmatismo o discipline rituali”.

Chiesa e potere: cammino di croce e martirio

Essere Chiesa in Amazzonia in modo realistico significa porre profeticamente il problema del potere, perché in questa regione le persone non hanno la possibilità di far valere i propri diritti contro le grandi imprese economiche e le istituzioni politiche. Oggi, mettere in discussione il potere nella difesa del territorio e dei diritti umani è mettere a rischio la propria vita, aprendo un cammino di croce e martirio. Il numero di martiri in Amazzonia è allarmante (p. es., solo in Brasile, tra il 2003 e il 2017, 1.119 indigeni sono stati uccisi per aver difeso i loro territori).

La Chiesa non può rimanere indifferente a tutto questo; al contrario, deve sostenere la protezione dei difensori dei diritti umani e ricordare i suoi martiri, tra cui donne leader come Suor Dorothy Stang.

Un lungo periodo di preparazione verso il Sinodo

Durante il periodo di elaborazione dell’Instrumentum Laboris, la voce dell’Amazzonia è stata ascoltata alla luce della fede, si è cercato di rispondere al grido del popolo e del territorio amazzonico per un’ecologia integrale e per nuovi cammini, al fine di favorire una capacità di profezia in Amazzonia. Queste voci amazzoniche interpellano il Sinodo dei Vescovi a dare una nuova risposta alle diverse situazioni e a cercare nuovi cammini che rendano possibile un kairós per la Chiesa e per il mondo.